Quel che mi è successo nelle ultime 24 ore ha a di poco dell'incredibile. AGGIORNAMENTO

L'altra sera verso le 20 ero seduto su una panchina del primo binario aspettando il mio pusher bengalese per una piccola dose di ero. Mi fa sempre penare, costui, facendomi aspettare un'eternità quelli che secondo lui sono "cinque minuti". Non sono tra coloro che si lamentano degli immigrati, salvo il loro concetto del tempo, in base al quale un nostro minuto europeo corrisponde a una loro mezza giornata con molte pause caffè e pedalatine alla minima velocità ammessa dalla fisica per tenersi in equilibrio sulla bici. Almeno sulle unità di misura dovrebbero cercare di integrarsi accettando delle convenzioni universali, ma non vorrei essere accusato di voler esportare in altre culture l'orologeria svizzera. Fatto sta che finalmente è arrivato ed è avvenuto lo scambio di polvere contro banconota. E fin qui tutto normale.

Contemporaneamente però entrava in stazione l'ultimo intercity da Roma, che tra gli altri scaricava davanti a me sul primo binario un prete molto interessante. Giovane e di bell'aspetto, in clergy e trolley, si capiva subito dall'abbigliamento elegante come il bagaglio che non era un pretonzolo di campagna di ritorno da una gita in Vaticano, bensì un prete proveniente dal Vaticano, un presule presumibilmente quivi pre-giunto per prendere parte a un qualche pre-convegno di quelli che si fanno nelle cittadine di provincia contro l'eutanasia o temi etici consimili. Insomma un moderno monsignore tecnologico che ha estratto un costosissimo smartphone per chiamare i suoi corrispondenti locali, avvisando che era arrivato, ed è entrato ad aspettarli nel bar della stazione, nei cessi della quale mi sono brevemente infilato a sniffare metà dei miei acquisti.

Uscitone abbastanza soddisfatto dalla qualità della sostanza, e dotato di arma da fuoco ben determinato a fargli la pelle, l'ho visto dirigersi verso un adiacente complesso edilizio dove c'è un piccolo auditorium che effettivamente ospita spesso convegni di quel tipo, a conferma della mia ipotesi. Le persone con cui lo avevo sentito parlare al telefono lo avevano evidentemente istruito su come poteva già avviarsi a raggiungerle mentre gli andavano incontro. Mi apprestavo a seguirlo discretamente, con lo spirito ben disposto a ciucciarmi tutte le prolusioni degli oratori prima di poter coronare la serata con un (proprio perciò) ancor più gratificante preticidio, quando da un vicoletto è sbucato un negrone alto due metri che mi fa:

- mio amico dice che tu dare me droga che lui dato te

- tu grosso africano no amico di piccolo asiatico e droga mia, tu ti attaccare a tuo grosso pisellone e vaffangulo

- tu dare me droga oppure fare io tuo gulo con mio grosso pisellone

- ok, ma qui telecamere, noi andare lì dietro

Lì dietro ho estratto l'arma e gli ho esploso una spalla, la forza del proiettile proiettando un quintale di nigeriano contro una colonna di cemento, poi gli ho messo la canna in bocca:

- droga ormai essere dentro me. volere tu altro piombo dentro te? volere tu ancora rompere palle?

Con gli occhi sbarrati ha scosso la testa per significare che ciò non corrispondeva alla sua volontà.

- dove tuo cellulare? veloce!

- ecco tieni, mio cellulare adesso tuo, ma no spara più!

- tu fare uno uno otto, veloce!

Poi dall'incazzatura provocatami dal dover rinunciare al preticidio gli ho sparato un altro colpo in un ginocchio e mi sono allontanato rapido ma senza correre, nel mentre che aggiravo le telecamere realizzando di avere fatto con quelle due esplosioni in pieno centro un gran bel chiasso, prolungato dalle urla di dolore del malcapitato al 118. Questa è una piccola città dove gli sbirri sarebbero arrivati in un minuto (europeo) ad assediare la zona. E in meno di un minuto (si potevano ancora vedere in fondo al binario uno le luci di coda dell'intercity allontanarsi verso est) io mi ero trasformato in un latitante. Fortuna vuole che a meno di duecento metri abita Orietta Chantal, una mia amica transessuale bulgara figlia segreta di Piero Welby, e soprattutto fortuna vuole che a quell'ora fosse ancora in casa, prima di andare a battere sulla strada statale.

Dopo averla omaggiata dell'altra metà dei miei acquisti, da ospite beneducato che non si presenta a mani vuote, le ho spiegato il motivo di tanto trambusto di spari e sirene, e col suo aiuto organizzato un piano per la mia fuga. Infatti gli sbirri non avrebbero impiegato molto a far cantare il nigeriano ferito e magari anche il pusher bengalese, per combinarne le confessioni con le registrazioni delle telecamere della vicina stazione, quindi risalire a me e cominciare a visitare i miei amici, tra i quali la ben nota Orietta. Non avrei potuto nascondermi lì per sempre, anzi avevo poche ore al massimo prima di sentir suonare perentoriamente il campanello. Perciò, dopo essermi rasato il viso e le gambe, lei ha speso il resto della notte a truccarmi e travestirmi con la perizia della sua esperienza, trasformandomi in una super-strafigona nonostante io abbia insistito che non avrei dovuto attirare attenzione.

Alle 5 del mattino lei è uscita per prima in perlustrazione. In un cassonetto ha gettato i miei abiti maschili parzialmente insanguinati dal negrone, e in stazione mi ha comprato in contanti alla macchinetta automatica un biglietto per Roma e uno per Milano, li ha timbrati entrambi, poi ha riacceso il mio cellulare e lo ha fatto scivolare in tasca a un ignaro viaggiatore diretto a est. Infine è tornata a casa a portarmi i biglietti e dirmi addio, non senza pretendere un doveroso ringraziamento per il suo favoreggiamento, nella forma di quello che lei chiama un incontro di scherma, ma sarebbe più appropriato definire battaglia di cazzi. Consiste nel fronteggiarsi col pene eretto al posto della spada: senza poterli toccare con le mani, i membri si incrociano fieramente senza esclusione di colpi, strofinandosi con reciproco eccitamento, e perde chi eiacula per primo. Ho vinto io, in quanto non ero davvero nello stato d'animo migliore per una degna erezione, mentre lei era tutta contenta di avere ottenuto ciò che mi chiedeva da tanto tempo.

Per evitare l'ingresso principale, con un giro largo ho preso la stazione dal lato opposto e sono arrivato, arrivata, al binario due scavalcando il cancelletto riservato alla Polfer, che però prende servizio alle 7. Invece bisogna sapere che poco dopo le 6.30 c'è l'intercity per Milano, ma pochi minuti prima c'è quello per Roma, e su quello sono zompato all'ultimo momento, o meglio zompata considerati il mio abbigliamento e nuova identità sessuale. Il treno parte e tiro un sospiro di sollievo, quando poco dopo mi si siede davanti uno di quei tipi come me che percorrono tutte le carrozze per vedere se c'è una bella figa da importunare. E chi è 'sto tipo? Indovinato: il prete della sera prima... Eh beh, ma sant'iddio, benedetto figliolo, allora le rogne te le vai proprio a cercare!

capitolo 2

Si può facilmente immaginare cosa sia successo dopo, ma i lettori morbosi esigono i dettagli. Per prima cosa ho dovuto attendere con ansia che passasse il controllore. Come ben sanno i lettori morbosi, di solito viaggio senza biglietto e cerco di evitare il controllore, ma stavolta non potevo rischiare che nel multarmi mi chiedesse un documento d'identità che avrei dovuto negargli e di conseguenza trovarmi recapitato, fors'anche decapitata alla Polfer nel frattempo entrata in servizio nella stazione successiva. Questa volta, ragioniamo, non rischio una semplice multa ferroviaria, bensì una imputazione per lesioni gravi e magari tentato omicidio. Con mio grande sollievo il controllore, anzi una controll'ora (europea), arriva subito a punzonarmi il biglietto per Roma, con me rigorosamente silente fingermi interessata alla lettura del quotidiano di pettegolezzi Corriere della sera. Silente perché purtroppo soffro dalla nascita di un vocionastro profondamente baritonale, incompatibile con la mia temporsnra identità.

- Ah, anche lei va a Roma, signorina...?

Mi approccia il monsignore nel modo più banale e deludente. Signorina 'sto cazzo, sarei tentato, tentata di rispondergli. Ma ammantato, ammantata di profumo seducente e col pomo d'adamo celato da una sciarpa di Orietta, e pigiandogli sul pube la punta di una scarpa da troia col tacco come quelle di cui i lettori morbosi godono in questo blog, mi gli si avvicino sussurrandogli all'orecchio che andrò io in bagno per prima e lascerò la porta aperta, come se invece di un cesso dell'intercity si trattasse di una camera d'albergo in un film ambientato a Las Vegas. In queste occasioni un vocionastro baritonale può solo sussurrare, il che lo eccita. Funziona: dopo un minuto (europeo) il monsignore irrompe nel cesso tutto arrapato (il monsignore, non il cesso). Fingendomi vogliosa in modo assatanato lo spoglio degli abiti talari che ripongo a lato sul lavandino in modo che non si màcchino, dopodiché denudatolo posso finalmente procedere a tagliargli la gola.

Oh, eccheccazzo, finalmente gli ho fatto la pelle a 'sto scarafaggio d'immerda, sia pure con una decina di ore di ritardo rispetto al previsto. Per farla breve torno nel vagone, mi impossesso del suo trolley, scendo alla successiva appena in tempo dove i treni si dividono: quello che trasporta il cadaverizio monsignore nel cesso lo recapiterà fino al capolinea roman-vaticanizio, e l'altro intercity che mi porterà a Milano attraversando la Val Padana. E' una goduria, questa Val Padana, non appena entro nella mia Lombardia. Lanciato a quasi 200 all'ora in campagna posso scorgere gli immigrati picconarsi tra loro: la nuova politica immigratoria della Regione Lombardia del governatore Maroni incoraggia le varie comunità a picconarsi tra di loro, a queste fornendo i necessari picconi a spese del contribuente lombardo, beninteso senza distinzioni razziali.

Ecco perchè vedo, vediamo tutti quotidianamente in televisione, bande di trafficanti peruviani prendere a picconate gli evasori monegaschi e viceversa. E ogni giorno si replica su tutti i siti web la battaglia tra i mungitori svizzeri e le badanti norvegesi, per tacere della feroce lotta tra gli orgogliosi repubblicani sammarinesi e i loro avversari storici, i monarchici andorrastri: minchia, ma ndo' la collochiamo 'sta cazzo di Andorra e come diavolo se ne chiamano gli abitanti? Davvero si chiamano andorrastri? E hanno almeno qualcosa di vagamente simile a una squadra di calcio? Qui sulle squadre nazionali di calcio è doverosa una divagazione: insomma, la vogliamo fare finita con questa facdcenda assurda della beata fava in base alla quale la nazionale italiana o quelle inglese, tedesca, francese, spagnola (tutte campioni del mondo) devono periodicamente confrontarsi con le isole Faer Oer, oppure le isole di Malta, oppure Andorra e San Marino?!? MA CHE SE LA VEDANO TRA LORO!, santa pace, che si organizzino un loro mondialino di serie D insieme alla Pro Patria e al Boccadistrada.

Superato lo sfogo, esamino il contenuto di tasche e bagaglio del defunto cattolico di meno. Apprendo dal suo passaporto vaticano che d'ora in avanti mi chiamo monsignor Marc'Appat de' Salvini de mej Cojoni-Tiratinsù. Un tipico cognome aristocratico brianzolo, quello dei Cojoni-Tiratinsù, il ramo femminile della quale nobile famiglia è motivo di studio della comunità scientifica per esserne geneticamente comprovato il seno rugoso e privo di capezzoli. Il bagaglio offre di meglio: una quantità impressionante di dollari australiani. Migliaia, forse milioni. Non faccio in tempo a contarli che il treno entra in Centrale. Li conterò dopo, adesso mi serve una SIM da mettere dentro allo smartphone del malcapitato, del quale posseggo e indosso gli abiti.

Questo non è difficile: basta appostarsi nei pressi della più vicina scuola cattolica (ce ne sono tante in una grande città) e fingersi pedofilo per approcciare un ragazzino a caso. Il ragazzino, anche se piccolo, è già abbastanza sveglio e ben istruito dai genitori: come vede un prete consegna spontaneamente il cellulare implorando: "eccole anche il Nintendo, padre, ma non mi stupri, per pietà". Ovviamente non li stupro, neppure un debosciato come me arriva a tanto, però il Nintendo mi piace e me lo tengo. Adesso che nello smatphone del fu-prete ho inserito una nuova SIM che per qualche ora non sarà rintracciabile, posso placare l'astinenza da internet per collegarmi e leggere cose inaudite:

Ciao Michele, sono Mauro.
La notte scorsa a Udine una task force di sbirri pesantemente armati mi ha bloccato per avermi rinvenuto in tasca il tuo telefono cellulare.
Non ho idea di come ci sia finito dentro.
Dopo ore di interrogatorio sotto tortura ho chiarito l'equivoco, sostenendo di non conoscerti, nel che c'è una parziale verità: davvero preferirei non averti mai conosciuto.
Ti rispedisco il cellulare all'indirizzo di Orietta.
Un sentito vaffanculo, tuo Mauro

Ora, se c'è una cosa che proprio non sopporto del giornalista investigativo Mauro Suttora, è questa sua pessima propensione a rinvenire i miei telefoni cellulari. Che io li perda involontariamente in stato di ubriachezza oppure volontariamente per far perdere le mie tracce dalla scena di un crimine, ebbene in ogni caso non c'è verso: immancabilmente i miei telefonini finiscono sempre nelle sue mani. Ma è una persecuzione, gli venisse la calvizie!

Come se non bastasse l'impudicizia di Mauro, nel messaggio successivo leggo l'umiliazione inflittami dalla mia ex moglie:

Caro Zuccone, me ne fotte una beata fava dei vostri Falcon. Guarda un po' nella foto qui sopra cosa mi regala la mia banca come benefit da 25 milioncini di dollari: l'aeroplanino commerciale più veloce del mondo. Con una velocità di crociera di 0.9 Mach (975 km/h), dà la birra ai Falcon della tua ministra Bonino che, poveretta, viaggia ancora a Mach 0.8 in un Falcon qualsiasi di voi morti di fame terroni d'Europa. A proposito di birra, se non ricordo male ti piace molto quella scozzese. Il tempo che te ne bevi una pinta, e io arrivo in ogni continente un'ora prima della Bonino. Ah ah ah!

Minchia che stronza, la mia ex moglie, che sarebbe anche simpatica quando la si prende per altri versi (da dietro).
Ho un piano diabolico per vendicarmi: presentarli tra loro, Suttora e la mia ex moglie. Io vivrò in pace e per loro sarà un reciproco inferno.

Ecco perché, se sopravvivo e questa storia continua, il peggio deve ancora venire