Federalismo e nazionalità, di Olivier Dupuis

2.20. Il partito della riforma dell'ONU

Se il ruolo dell'ONU appare ancora del tutto insufficiente ed inadeguato, soprattutto alla luce della tragedia in corso in Bosnia, appare invece chiaramente che solo a quel livello si potranno individuare gli strumenti in grado di limitare quegli effetti devastanti derivanti dal principio della sovranità nazionale.

Tre ci sembrano i livelli urgentemente bisognosi di intervento riformatore:
- quello del luogo di definizione e di adozione delle decisioni;
- quello della applicazione delle decisioni;
- quello del diritto internazionale e quindi della sua applicazione nei vari stati e, conseguentemente, della possibilità per i singoli cittadini di appellarsi all'ONU per mancato rispetto o violazione di diritti nei loro confronti da parte di uno stato.

Il primo livello di intervento riguarda principalmente l'Assemblea delle Nazioni Unite ed, al suo interno, il Consiglio di Sicurezza e, in modo particolare, lo status dei suoi cinque membri permanenti. Una struttura "inter-governativa" a tutti gli effetti, dove, come nella C.E., vige la più spietata logica del "do ut des" tra i vari stati membri e, in particolare, tra quelli membri del Consiglio di Sicurezza. Una struttura che non conosce meccanismi e luoghi di rappresentanza dei cittadini, nella quale, quindi, più ancora che nella CE, esiste un forte deficit democratico.

Di fronte a una tale situazione non ci sembra proponibile, come invece viene avanzato da molte parti, "riformare" la composizione del Consiglio di Sicurezza, attribuendo a tale paese piuttosto che a tale altro, un seggio "permanente", ma di introdurre invece elementi sostanziali di democraticità, con, in particolare, la creazione di una assemblea dei cittadini, ovvero di un vero e proprio parlamento mondiale.

Il secondo livello riguarda l'esecuzione delle decisioni prese. Un livello, anch'esso, oggi fortemente dipendente dal "buona volontà" degli stati membri in generale, dei cinque "permanenti" in particolare. Due ci sembrano i nodi da affrontare. Il ruolo e la legittimità del segretario generale: una questione questa che difficilmente potrebbe trovare uno sbocco positivo senza la democratizzazione di cui sopra. Il secondo nodo riguarda la reale autonomia del segretario nell'applicare le decisioni prese. Un problema che potrebbe trovare un primo abbozzo di soluzione con il distaccamento permanente all'ONU di contingenti militari da parte degli stati membri in grado di svolgere azioni sia di "peace keeping" sia di "peace making".

Il terzo livello è quello della costituzione di un vero e proprio corpus di diritto internazionale che diventi la base legale sulla quale l'ONU possa fondare le sue decisioni e di una Corte di Giustizia che possa emettere sentenze immediatamente applicabili dagli stati membri ed alla quale i cittadini possano fare direttamente ricorso. Nel quadro di questa Corte di Giustizia andrebbe anche incorporata una "Corte suprema contro i crimini di guerra", una specie di Corte d'Assisi mondiale.

Quali strumenti ?

Una tappa intermedia, ovvero uno strumento per questa grande riforma potrebbe essere costituito da una Lega Mondiale dei Paesi Democratici (gli "allineati sulla democrazia") che potrebbe agire da potente lobby all'interno delle Nazioni Unite per una riforma in senso democratico delle sue regole di funzionamento e per l'ampliamento dei suoi poteri e delle sue competenze a partire dalla limitazione delle sovranità nazionali dei suoi membri.

In questa ottica andrebbe valutata la possibilità di rifondare su queste basi il Consiglio d'Europa, una organizzazione che si è allargata recentemente a molti dei paesi ex-comunisti, senza, però, riuscire finora ad attuare una sua riforma in senso federale. Una organizzazione che ha, d'altra parte, conseguito nei suoi quarant'anni di esistenza, alcuni obiettivi tutt'altro che marginali, nella difesa e nella promozione dei diritti dell'uomo.

Una organizzazione infine che, anche se di integrazione sovranazionale limitata, contiene sin d'ora alcuni elementi di funzionamento - a cominciare dalla sua Assemblea Parlamentare - di indubbia superiorità democratica rispetto all'Assemblea delle Nazioni Unite (che rappresenta gli stati e non i cittadini) e di intervento, in particolare quello dell'applicazione vincolante - e quindi supremazia - delle sentenze del proprio organo di giustizia (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo) negli Ordinamenti giudiziari degli stati membri.

Una trasformazione che consentirebbe anche - e forse soprattutto - di rompere una logica di raggruppamento fondata unicamente su delle basi geografiche o geo-politiche, e quindi, di evitare i rischi di ripiegamento tutt'altro che remoti su una logica che si incentri sull'Europa o sull'Occidente.

Una opzione che potrebbe prendere una ulteriore consistenza se alle ragioni costitutive del Consiglio d'Europa - la difesa dei diritti fondamentali della persona - venissero aggiunti compiti più generali di tutela e di promozione della democrazia. Una opzione che potrebbe anche andare incontro agli interessi -tutt'altro che illegittimi - dei paesi più poveri (in particolare quelli africani di nuova democrazia) abbinando all'impegno ad adempiere ai requisiti in materia di diritti della persona e di democrazia, un "riscontro" materiale concreto del tipo di quello offerto dalla "clausola della nazione più favorita" nell'ordinamento degli Stati Uniti d'America, ovvero una serie di vantaggi in termini economici, finanziari e doganali.

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