Capitolo 14 - 1974
VITTORIA AL REFERENDUM

Il 1974 è l'anno del referendum vittorioso sul divorzio. Ma per Pannella è anche l'anno della prima, memorabile apparizione in tv. E del quarto sciopero della fame, il più lungo e drammatico: 92 giorni. Il leader radicale diventa un personaggio nazionale, con il suo dolcevita e il pendaglio pacifista al collo. "Don Chisciotte della fame", lo battezza l'Unità. E Le Monde "Monsieur cappuccini". Nel giro di un mese, in estate, il Corriere della Sera gli dedica ben otto articoli di commento. Ciononostante, il Pr perde la sua sfida: raccoglie soltanto 170mila firme sugli otto referendum che propone.

I radicali infatti speravano che, sull'onda del quasi 60% ottenuto dai divorzisti il 12 maggio '74, prima grande sconfitta della Dc dopo trent'anni, il grimaldello dei referendum sui diritti civili potesse ribaltare il "regime clericale". Invece non è così. Anche perché Pci e Psi si affrettano a rincuorare la Dc, contro gli "opposti estremismi" dei cattolici integralisti e dei laici arrabbiati alla Pannella.

La Rai democristiana di Ettore Bernabei censura del tutto i radicali durante la campagna referendaria, mentre le tv straniere li intervistano per ore. Il 3 maggio, allora, Pannella inizia uno sciopero della fame con quattro obiettivi: un quarto d'ora in tv per i divorzisti della Lid e i cattolici del no di dom Franzoni; udienza del presidente Leone al Pr; inizio dell'esame parlamentare per la legge sull'aborto; incontro con Cefis per avere la garanzia che la sua Montedison, nuova proprietaria del Messaggero divorzista, rispetti la linea laica del quotidiano romano. Con lui scioperano una cinquantina di radicali. La più anziana è Fausta Lapenna Mancini, 72 anni, di Strassoldo (Udine).

Dopo 50 giorni di digiuno Pannella è calato da cento a 82 chili, e le sue pulsazioni da 84 a 30 al minuto. Il leader radicale si nutre con quattro cappuccini e due cucchiai di zucchero al giorno, per un totale di 350 calorie, e beve sette litri d'acqua. Ma il silenzio sulla sua iniziativa è quasi totale, nonostante un appello di Montale, Silone, Terracini, Alberto Moravia, Franco Rosi e Nicola Matteucci.

Il 22 giugno Lietta Tornabuoni rompe la censura e pubblica sulla Stampa un articolone a sei colonne intitolato Il digiuno del libertario. "La bella faccia scavata e tirata, i bei capelli bianchi sfibrati e molli, i bellissimi occhi celesti divenuti lustri, febbrili", Pannella domanda alla Tornabuoni: "Ma di cosa hanno paura, cosa immaginano che io possa dire, alla tv? Che mi faccia scrivere i discorsi da Shakespeare, credono che io sia Laurence Olivier oppure un mago, un ipnotizzatore?".

L'intervistatrice elenca meticolosa: "Quando Pannella digiunò contro i carri sovietici a Praga perse dodici chili; la penultima volta, per il divorzio, nove chili. In questi 50 giorni ha avuto solo due cedimenti: in un momento di amarezza, dopo una discussione con certi giudici di Magistratura democratica poco solidali, s'è mangiato una pasta alla crema; e una sera, quasi deciso a smettere, ha preso un brodino".

Bernabei sa che, la notte del referendum, ben centomila persone sono andate a festeggiare con Pannella in piazza Navona, e teme che il suo successo s'allarghi. Ma i radicali sono una vecchia conoscenza della tv di Stato: "Nel 1966", scrive la Tornabuoni, "Pannella era alla testa delle trenta persone che si ammanettarono davanti alla Rai, portando cartelli al collo con su scritto "Così è ridotta l'informazione". E nel '70 guidava i 19 divorzisti che occuparono per la prima volta la sede tv in via del Babuino".

"Mentre a Roma pochi giorni fa si votava la legge sul finanziamento pubblico dei partiti", accusa Pannella, "a Ferrara i radicali che facevano una colletta per il partito erano denunciati per questua e accattonaggio. Questa è la frana della democrazia".

Il 26 giugno Arrigo Benedetti scrive sul Corriere della Sera un articolo titolato Una voce contro l'ipocrisia, e prende una posizione netta a favore dell'aborto legale: "Nessuno nega che decine di migliaia di italiane ogni anno si dissanguino, muoiano; l'ammettono i magistrati; si parla di uteri sforacchiati, di mammane che operano le ragazze povere in ambienti sordidi, di cliniche di lusso per chi può spendere. Però Pannella resta lo stesso il mostro che ha inventato una realtà da cui siamo atterriti, e non quello che ne denuncia l'esistenza".

Scrive Benedetti: "Un curioso equivoco sussiste. Pannella è un libertario che difende la Costituzione, e invece lo scambiano per sovversivo. Unico particolare trascurato: attrae i giovani come facevano Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e altri vent'anni fa, e non li eccita alla contestazione del sistema ma al piacere della libertà. Pannella farebbe carte false per destare gli italiani da un lungo torpore".

I1 16 luglio '74 scende in campo Pier Paolo Pasolini. In un memorabile articolo sul Corriere che anticipa quelli sulla "scomparsa delle lucciole" e contro il "Palazzo" dei mesi successivi, dal titolo Apriamo un dibattito sul caso Pannella, lo scrittore-regista si scaglia con veemenza contro il Vaticano: "È molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani. Il partito radicale e Pannella sono i reali vincitori del referendum. Ed è questo che non viene loro perdonato da nessuno. Anziché essere ricevuti e complimentati dal primo cittadino della Repubblica, in omaggio alla volontà del popolo italiano, Pannella e i suoi vengono ricusati come intoccabili. Certo il Vaticano e Fanfani, i grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere che Pannella semplicemente "esista"".

Ma Pasolini attacca anche il Pci, e questo costa qualche giorno di anticamera al suo articolo: "La volgarità del realismo politico non trova alcun punto di connessione col candore di Pannella. Le sue sono richieste di garanzia di una normalissima vita democratica. Ma il disprezzo teologico lo circonda. Da una parte Berlinguer e il Comitato centrale del Pci, dall'altra i vecchi potenti democristiani. Neanche il Pci, l’altro sconfitto del referendum, potrà infatti mai ammettere la sua esistenza. Pannella viene dunque "abrogato" dalla coscienza e dalla vita pubblica italiana".

L'articolo di Pasolini ha l'effetto di una bomba. "Le sinistre devono intervenire", esorta lo scrittore. Anche Giorgio Bocca, nella sua rubrica sull'Espresso, difende Pannella e attacca il "compromesso storico già operante" fra Pci e Dc. Il Psi si sveglia: suggerisce che Pannella sia invitato a un dibattito tv sul "diritto di famiglia", allora in discussione in Parlamento.

Così il 19 luglio, in uno studio di via Teulada, si registra il debutto televisivo del leader ancora in digiuno. Modera Gino Pallotta. Pannella è un uragano: "L'Italia non è diventata vittima di lesbiche e omosessuali dopo il referendum sul divorzio, come diceva Fanfani... Siamo contro una legge criminogena che provoca aborti clandestini di massa mentre le signore benestanti abortiscono con 500mila lire in cliniche private, con l'assistenza psicanalitica e magari anche quella religiosa...".

Pallotta è impietrito, inerte, non osa interromperlo. Aborto, lesbiche, omosessuali: è la prima volta che alla tv italiana si sentono queste parole. Alla fine della registrazione nello studio non vola una mosca. I tecnici di sala scoppiano in un applauso spontaneo: "Mejo de Kennedy, dotto'!". Ma Pannella non è contento: "Ho dimenticato di parlare degli otto referendum e del finanziamento ai partiti...".

La mattina dopo alla Rai scoppia un putiferio. Il direttore generale Willy De Luca visiona la registrazione e urla: "Dobbiamo bloccare questo pazzo a ogni costo!". Ma c'è poco tempo: il programma deve andare in onda la sera stessa. Bernabei manda immediatamente, con due motociclisti, la trascrizione completa — parola per parola — dell'intervento di Pannella al segretario dc Fanfani e al presidente del Consiglio Rumor. Ma il segretario psi Francesco De Martino e anche il presidente Leone si oppongono alla censura. Allora i vertici dc della Rai ordinano al capufficio stampa Giampaolo Cresci (che nel ‘98 diventerà direttore del Tempo, con il radicale Giovanni Negri come vicedirettore) di non comunicare l'orario del dibattito ai giornali. La trasmissione viene spostata dal primo al secondo canale, e dalle nove alle dieci di sera. Contemporaneamente a Pannella, sul primo canale viene trasmesso un programma di grande richiamo.

Tutto inutile. Come previsto, quando il capo radicale pronuncia quelle parole dallo schermo, i centralini Rai di tutt'ltalia vengono intasati di telefonate pro e contro. Intanto, sul Corriere della Sera il dibattito su Pannella va avanti. Per controbilanciare l'articolo di Pasolini ne viene pubblicato uno del comunista Maurizio Ferrara (padre di Giuliano) e un altro — anch'esso contrario a Pannella — di Giuseppe Prezzolini. Poi è la volta dei repubblicani Adolfo Battaglia e Spadolini. Battaglia ammette che i radicali sono "una boccata d'ossigeno in un garage", ma sostiene che gli obiettivi del digiuno sono troppo modesti rispetto alla gravità di questa azione: "Ralph Nader non ha mai fatto un giorno di sciopero della fame per imporre i dispositivi di sicurezza alla Ford". Quanto a Spadolini, nega che fra i radicali degli anni '50 e Pannella ci sia alcun legame.

Pannella può dire la sua sul Corriere il 30 luglio '74. È un articolo un po’ pesante, retorico. Il capo radicale precisa che lo sciopero della fame "non ha l'ambizione che il Parlamento italiano approvi una nuova legge sull'aborto, ma ha un obiettivo infinitamente più umile e legalitario: chiediamo solo che il Parlamento prenda in considerazione un progetto di legge che è stato presentato oltre sedici mesi or sono, lo dibatta, e alla fine giunga a un voto, quale che esso sia. Sarebbe una violenza morale, infatti, anche se fatta con armi nonviolente come le nostre, se cercassimo di imporre i nostri particolari punti di vista".

Sul Mondo, intanto, appare una lunga intervista di Pasolini a Pannella, che ha interrotto il digiuno dopo essere stato ricevuto da Leone. Lo scrittore friulano, culturalmente lontano dal leader radicale (cattocomunista l'uno, laicissimo l'altro), simpatizza però apertamente per lui. La prima domanda di Pasolini è quasi poetica: "Parla, e dì quello che più ti interessa dire questa sera". Risponde Pannella: "Noi diciamo che il regime si chiude. L'insensibilità della stampa al nostro caso ne è la dimostrazione. Quando si può dire che un regime è tale? Che un regime è fascista? Quando esso non ha più bisogno della violenza perché i suoi valori siano accolti da tutti. Oggi la violenza dello Stato coincide con la violenza del dovere del consumo, come tu dici... Ma consumo significa in definitiva consumare se stessi: si vive consumando, e non creando. Si consuma cioè la propria vita".

Nell'estate '74 si respira già l'aria che porterà all'avanzata delle sinistre nel '75-'76. Eppure questi due protagonisti degli anni '70, Pannella e Pasolini, sono pessimisti. E a ragione. Il primo sente contro di sé un "regime" che sarebbe in effetti durato ancora a lungo. Il secondo sta elaborando le idee sullo "sviluppo che non è progresso" e sul "processo al Palazzo". Ma anche per il pasoliniano "processo alla Dc" si è dovuto aspettare il 1993, con Tangentopoli.

Pannella riprende la polemica contro la sinistra "subalterna e collaborazionista": "I "compagni" si comportano come la maggioranza silenziosa sotto il fascismo nei riguardi dei miseri duemila antifascisti che c'erano in Italia, fatti passare per "pazzi". Oggi i pazzi siamo noi. "A Marco gli si è spappolata la testa', dicono i miei amici dell'Espresso. e anche mia sorella. Ma il loro è un giornale fatto tutto di pubblicità: da una parte quella canonica della lavapiatti o della macchina di lusso, dall'altra quella scandalistica del Sid o del Sifar o di Fanfani. Contro questo, la parola d'ordine dei radicali è "irragionevolezza". L'uomo non è libero oggi se davanti alla tv, dinanzi alla creazione coatta dei bisogni, non sregola i sensi...".

Musica, per le orecchie dell'anticonsumista Pasolini. Che domanda a Pannella: "Che differenza c'è fra il fascismo classico e il nuovo fascismo di oggi?". Risposta: "I vecchi fascisti chiedevano un'astensione dalla politica. Il fascismo è abolizione del dibattito, che per noi invece è tutto. Solo nella piazza, nel foro, nel letto, a casa, l'uomo e la donna possono essere presenti in tutta la loro integrità. Considerati solo in quanto lavoratori (vecchio fascismo) o consumatori (nuovo fascismo), sono decapitati".

Sull'Espresso del 28 luglio '74 Moravia e Sciascia intervengono sul caso Pannella. Il quale risponde a Sciascia sul Mondo: "Sbaglia quando sospetta noi radicali di non so quale flagellante e mistica paura del progresso, del benessere, dell'opulenza; quando crede di intravedere in noi una sorta di pratica penitenziale e di ascesi che forse concerne Danilo Dolci e dom Franzoni, ma non noi. Piuttosto c'insidiano moduli che porrebbero rievocare i "clerici vagantes", o le enfasi disperate dei Villon fino a Rimbaud, o la funzione dei giullari quale intuiva già il Tommaso Grossi del Marco Visconti e oggi ricrea il nostro Dario Fo. O possiamo anche meglio essere compresi nel quadro morale e storico di Dickens (e in quello ideologico ed esistenziale, suo coevo, di un Engels), di Balzac e di Elsa Morante. Certo siamo figli e nipoti, anche, dei Castorp di Thomas Mann e degli idioti dostoievskiani; e contemporanei delle secche, austere, essenziali previsioni che sono nei racconti di Sciascia e, prima di lui, di Vittorini".

Forte di cotanti padri e nonni Pannella attacca il Pri: "Sono giunti fraudolentemente miliardi dall'Eni, dagli altri petrolieri, dagli zuccherieri, dai fondi nerissimi della pubblicità bernabeiana a certe laiche "saponette Cadum" della moralità, sempre mugugnanti, sempre profetizzanti catastrofi, ma sempre solidali con il potere nei momenti di pericolo".

Una notte di fine luglio '74, all'una e mezzo, il direttore del Giorno Gaetano Afeltra telefona a Pannella. Gli dice che un suo articolo sull'aborto, che pure gli era stato richiesto, non può essere pubblicato: "È troppo duro. Scusaci, Marco, è stato un equivoco". "Equivoci siete voi", risponde Pannella. E riprende lo sciopero della fame.

Adesso vuole incontrare Gianni Agnelli e Cefis, in quanto proprietari di Stampa e Messaggero. Il presidente della Fiat lo riceve l'8 agosto nella sua casa romana di fronte al Quirinale. Pannella gli chiede una lira simbolica e una pagina di pubblicità gratuita sul suo giornale come risarcimento per le censure subite. Agnelli sorride. Il colloquio è amabile: due gentiluomini. La pubblicità radicale non uscirà mai. E anche il pluribersagliato Cefis prima di Ferragosto capitola: riceve Pannella e lo tranquillizza sulla linea polirica del Messaggero.

I radicali litigano anche con Lotta Continua, che dopo la strage dell'ltalicus vuole cancellare per lutto i concerti rock organizzati assieme al Pr a Roma nelle "Giornate contro la violenza". "No, anche ai funerali di Luther King c'era musica", si oppone Pannella. Suonano Edoardo Bennato, Antonello Venditti, Alan Sorrenti, La Nuova compagnia di canto popolare (allora quasi sconosciuti) e Joan Baez.

Il 20 settembre '74 i radicali sfilano in marcia contro la Rai: chiedono la testa di Bernabei. Francesco De Gregori e un centinaio di altri artisti si rifiutano di collaborare con la Rai finché durerà il monopolio Dc. Bernabei si dimette. Pannella viene ricevuto da tutti i segretari di partito tranne Fanfani. L'incontro con Berlinguer a Botteghe Oscure è gelido. Pannella prende un the, il segretario Pci un whisky, ma la segretaria versa la tazza di the sulla scrivania di Berlinguer e macchia i pantaloni di Pannella.

Il partito radicale fallisce l'obiettivo delle 500mila firme per gli otto referendum "contro le leggi fasciste e democristiane": due sul Concordato, due contro i tribunali e i codici militari, uno per abrogare l'Ordine dei giornalisti, uno contro la legge sulla stampa del '48, uno per la libertà d'antenna contro il monopolio Rai, e uno contro i reati d'opinione e d'aborto nel codice Rocco.

Il giovane segretario Ercolessi si dimette. Nel congresso radicale di novembre al teatro Pierlombardo di Milano Spadaccia è eletto segretario. In vista delle amministrative del '75 Pannella, che spera in un Psi rinnovato, più movimentista, chiede la tessera socialista. "Allora dovrà smettere di digiunare", commenta un "Controcorrente" del neonato Giornale di Indro Montanelli.

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