14. Cronaca di un referendum
L’approvazione del divorzio rappresentò un fatto unico nella storia dell’Italia repubblicana, poiché la riforma fu promossa attraverso un’azione che si era configurata principalmente come extraparlamentare e soprattutto perché rappresentò per la prima volta una sconfitta della DC per merito di un fronte laico, unito dal PCI al PLI, su un terreno che aveva sempre difeso strenuamente. Ma il blocco laico che faticosamente si era venuto a creare si sfaldò quasi subito: infatti mentre per il PR era solo l’inizio di una battaglia, per gli altri partiti laici lo strappo con la DC indubbiamente forte li indusse a normalizzare i rapporti: "In prima linea i comunisti che per bocca di Nilde Jotti già in fase di dichiarazione del divorzio, aveva espresso l’auspicio che si superassero i contrasti e si ritrovasse un’unità con il mondo cattolico sul terreno della riforma del diritto di famiglia e dei rapporti fra Stato e Chiesa da regolarsi attraverso la revisione bilaterale del Concordato".
Anche il segretario del PSI, Francesco De Martino, si pronunziò in questo senso lodando inoltre, con il suo partito pienamente d’accordo, il fatto che le forze cattoliche non avessero puntato sull’esasperazione del contrasto e sulla guerra di religione e auspicando che la riforma del divorzio fosse servita per un nuovo capitolo fra i rapporti fra Stato e Chiesa. .
Comunisti e socialisti quindi, ma anche repubblicani e liberali, considerarono il divorzio come una mina vagante nella vita politica e nei rapporti di collaborazione con la DC. Lo stesso Berlinguer definì la lotta divorzista come "esasperazioni settarie, irresponsabili provocazioni di gruppi anticlericali...I comunisti concludeva un fondo su "L’Unità" non si faranno distogliere dalla necessità di portare avanti, con la lotta, una politica di unità proletaria e democratica, popolare e nazionale, la politica cioè che ha sancito e promosso l’ingresso alla base del nostro organismo statale, e che domani potrà assicurare l’avvento al suo vertice sia delle forze decisive della tradizione laica risorgimentale, sia delle masse organizzate del movimento socialista e comunista, sia delle masse organizzate nei movimenti politici e sociali dei cattolici italiani " . Il mondo cattolico rimase profondamente scosso dall’approvazione del divorzio e come già accennato, corse subito ai ripari decidendo di usufruire dello strumento referendario. Proprio lo stesso giorno della approvazione della Legge Fortuna (era il 1± dicembre) venne diffuso nel Paese un appello firmato da 25 esponenti della cultura cattolica per l’abrogazione della legge in questione: "...Noi siamo persuasi che l’introduzione del divorzio non corrisponde alla volontà della grande maggioranza degli italiani. Gli italiani sentono come valore fondamentale quello della famiglia...La legge ora approvata è una delle peggiori leggi divorziste oggi esistenti, perchè arriva a consentire che il coniuge colpevole ottenga il divorzio anche contro la volontà del coniuge innocente... avvalendoci dell’istituto previsto dall’art. 75 della Costituzione, noi ci facciamo promotori della raccolta di 500000 firme per chiedere che la legge introduttiva del divorzio venga sottoposta a referendum abrogativo...Italiani, vi invitiamo a firmare...". La Conferenza Episcopale italiana riunita in assemblea plenaria si dichiarò pubblicamente in questo senso: "I vescovi dichiarano legittimo che i cittadini in problemi di così vitale importanza (come il divorzio) e che toccano le coscienze di ognuno, si avvalgano, a difesa della famiglia, di tutti i mezzi democratici che offre la Costituzione Italiana: riaffermano che i fedeli in quanto cittadini guidati dalla coscienza cristiana, hanno il diritto e il dovere di impegnarsi con tutti i mezzi legittimi per tutelare quei valori che ritengono essenziali per il bene della famiglia" .
Così tra il febbraio e il maggio del 1971, grazie alla disponibilità di sezioni concesse dalla DC, furono raccolte le firme necessarie (esattamente 1.370.134) per l’indizione del referendum abrogativo ad opera di un comitato nazionale presieduto da Gabrio Lombardi, formato da cattolici dietro a cui si mosse il mondo della Chiesa e di una restia DC, sempre timorosa di spaccare la sua compattezza elettorale . Ma lo schieramento cattolico non fu così compatto come sembra: molti esponenti delle ACLI e molti sindacalisti della CISL, fra cui un alto funzionario Giuseppe De Luttis manifestarono imbarazzo se non avversione alla decisione di Gabrio Lombardi . Anche all’interno della stessa DC ci furono fermenti importanti in tal senso soprattutto nei movimenti giovanili: "...La crisi della famiglia non è certamente riconducibile all’introduzione del divorzio in Italia, ma piuttosto ad una carenza assoluta di legislazione nel campo del diritto di famiglia ed a sperequazioni sociali ed economiche...". Anche alcune riviste cattoliche come Testimonianza, Il Regno, rivendicarono la loro opposizione alla consultazione popolare voluta dalle più intransigenti correnti clericali. Anche da parte laica divorzista, che non rappresentò almeno inizialmente uno schieramento compatto, si sostenne l’inapplicabilità della verifica elettorale tramite referendum a un diritto che tutela le minoranze e, nel caso specifico, lo scioglimento del matrimonio, e pertanto fu presentato un disegno di legge di 60 parlamentari, in maggioranza socialisti, con primi firmatari Loris Fortuna e Eugenio Scalfari, che prevedeva di estendere il divieto di effettuazione del referendum popolare ai diritti civili. Tale progetto che implicava quindi la revisione costituzionale con legge apposita con l’approvazione a larga maggioranza, non ebbe successo vista la difficoltà di mettere d’accordo le principali forze politiche del paese. Anche i comunisti desiderosi del dialogo con i cattolici, non videro di buon occhio la prospettiva referendaria foriera di un nuova frattura fra i due mondi, e spinsero per una modifica parlamentare della Legge Fortuna. Anche la senatrice indipendente di sinistra Tullia Carrettoni, presentò nel gennaio del 1972 un progetto di modifica del divorzio che però non venne discusso . Così di fronte all’incognita del voto referendario e all’indecisione dei maggiori partiti nella primavera del 1972 furono sciolte le Camere, rinviando così per due anni la prova referendaria. In un epoca di piena contestazione sociale e crisi politicoistituzionale, le elezioni politiche del 7 maggio 1972 le prime nella storia dell’Italia repubblicana convocate a scadenza anticipata per uno scioglimento delle Camere dovuto soprattutto al timore del referendum, segnarono una stasi a sinistra e un’incremento a destra . Ma la sconfitta maggiore fu per coloro che maggiormente si impegnarono di più per il divorzio che non furono quasi tutti eletti . Tali risultati convinsero, anche se non completamente, le forze cattoliche a tentare la strada referendaria, e i radicali che in un primo momento si erano opposti sia a un tentativo di modifica della legge Fortuna attraverso la proposta Carrettoni che ad un referendum su tale tema , decisero di affrontare quest’ultima soluzione: "Quest’ultima scelta era la conseguenza di un’analisi politica che vedeva i radicali quasi soli e di una linea strategica che esprimeva la loro intera posizione: il carattere dirompente dei diritti civili nel contesto italiano; il paese maturo più di quanto la classe politica ne fosse consapevole...la morte del clericalismo nella coscienza della società". Il Partito Radicale, per merito di Pannella capì che quello era il momento di inserirsi nello spazio tra le grandi adunate studentesche, la crescente tensione operaia e la parte di società civile desiderosa di rinnovamento e ciò era possibile con il divorzio e la lotta per i diritti civili. Dopo le elezioni del maggio ‘72 si formò un governo Andreotti a cui, nel luglio del 1973 subentrò un governo Rumor, durante il quale continuarono le trattative iniziate mesi prima fra DC, influenzata dalle divisioni vaticane e PCI per una nuova legge sul divorzio, e soprattutto per evitare il referendum che ormai era diventato un ostacolo ingombrante nella strada del dialogo fra i due maggiori partiti. Le trattative, ultima soluzione possibile, condotte da Cossiga e dal senatore Paolo Bufalini giunsero a una conclusione: il primo sottopose al senatore comunista una proposta fortemente caldeggiata da una parte della DC, secondo cui uno dei coniugi avrebbe potuto far opposizione all’altro, rivolgendosi per l’esame del caso ad un tribunale ordinario, il quale avrebbe potuto d’ufficio, congelare la pratica per un periodo di due anni in un estremo tentativo di riappacificazione. Decorso questo termine, la parte opponente avrebbe potuto continuare la prosecuzione della pratica scegliendo, però, a sua discrezione se rivolgersi per il giudizio ad un magistrato civile oppure ad un magistrato ecclesiastico. Tale proposta rappresentò in un primo momento una soluzione felice per tutti, soprattutto per la parte meno intransigente del Vaticano che con la possibilità del giudice ecclesiastico di dirimere la controversia, non vedeva minacciata la sua posizione primaria. Il segretario della DC, Amintore Fanfani, che in un primo momento sembrava d’accordo con questa proposta, poche ore dopo cambiò idea per la conseguente posizione intransigente espressa dal Vaticano e annunciò che il suo partito avrebbe affrontato la prova referendaria; decisione che derivò dallo spostamento a destra del partito di maggioranza relativa, per un possibile giovamento elettorale dall’eventuale vittoria contro il divorzio: "Tutta la strategia del governo Andreotti è stata elaborata con il preciso scopo di imprimere all’asse politico del paese una sicura sterzata a destra...Non dimentichiamo che la DC non è ancora uscita dai traumi dell’"autunno caldo"" . Così l’opinione pubblica vide profilarsi dopo venti anni, un nuovo scontro referendario. Fra il dicembre del 1973 ed il febbraio 1974 l’istituto Doxa condusse, per conto del settimanale Panorama, un sondaggio d’opinione, che vale la pena di riportare.
Il 2 marzo del 1974 cadde il quarto Governo Rumor, e prima di dimettersi fu fissata la data del 12 maggio per il referendum. Il 12 aprile del 1974 si aprì, anche se la battaglia era già iniziata mesi prima, la campagna elettorale ufficiale sul referendum e subito lo scontro si fece aspro: il cardinale Siri, arcivescovo di Genova, si espresse a favore dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini e a sostegno dei comitati di Lombardi, radicalizzando subito la lotta: "Uno è libero di essere peccatore, assassino, ladro quanto vuole, nella stessa misura in cui uno è libero di andare all’inferno piuttosto che in Paradiso... i fedeli ora sanno come regolarsi: se voteranno NO all’abrogazione del divorzio, non credano di essere d’accordo con Dio" . I pochi sacerdoti che ebbero il coraggio di dichiararsi favorevoli al divorzio furono sospesi come nel caso di Don Colombo insegnante di Filosofia a Lecce, che nel 1970 aveva scritto un saggio "Proposte di un cattolico per il divorzio in Italia". La LID frattanto, priva di mezzi di informazione e pressochè isolata, proseguì la sua campagna ricevendo un preziosissimo aiuto dal settimanale "Il Mondo", che dal febbraio di quell’anno mise a disposizione una pagina: "Il nostro settimanale intende, con questo gesto che è proprio della sua tradizione di libertà e di laicismo, evitare per quanto possibile che si impedisca al gruppo, che prima di ogni altro si è battuto per il divorzio, di continuare la sua battaglia" . Su questa pagina poterono esprimersi laici e cattolici divorzisti; vi scriverà anche Pier Paolo Pasolini: "Io sono per un confronto diretto che porti la DC alla prima sconfitta... Non bisogna mai temere l’immaturità degli elettori..." . Il 15 aprile a sostegno della richiesta radicale e della LID di udienza al Presidente della Repubblica Leone per dimostrare le violazioni della RAI in campagna referendaria, un gruppo di radicali, fra cui Pannella, iniziò un digiuno collettivo di protesta. Anche i comunisti e i socialisti si associarono alla battaglia mettendo in campo tutta la loro forza organizzativa. Il 21 aprile nel pieno dell’azione antidivorzista organizzata dalla CEI, dal Vaticano , e dalla DC , l’istituto di sondaggi DOXA rese note alcune cifre riguardanti lo scioglimento dei matrimoni: il 60,3% delle domande di divorzio sono state presentate nel 1971, il 23,1% nel 1972, il 16,6% nel 1973. La campagna referendaria, che si svolse in un clima politicosociale incandescente per il sequestro da parte delle BR del giudice di Genova Mario Sossi e per un attentato esplosivo compiuto sulla linea ferroviaria BolognaFirenze, vide molti esponenti cattolici parteggiare per il "NO": un esempio per tutti è la dichiarazione del Professor Paolo Brezzi, ex presidente dell’Azione Cattolica di Torino, che dichiarò in un’intervista al Messaggero: "... Non sussiste il divorzio come contrapposizione all’indissolubilità del matrimonio tipica della dottrina cattolica... Il No al referendum non coinvolge convinzioni religiose. E’ un gesto umano e civile, rispettoso delle libertà altrui e consapevole della realtà attuale" . La campagna clericale e antidivorzista si fece negli ultimi giorni martellante, il PR denunciò decine di sacerdoti che fecero propaganda per il "Sì" affiggendo all’interno delle chiese delle loro diocesi manifesti antidivorzisti. Dallo schieramento divorzista che costituiva ormai un fronte compatto di tutti i partiti laici, si sottolineò per bocca del segretario del PSI Francesco De Martino che la DC si ostinava a presentare lo scontro sul referendum come una scelta fra cattolici e comunisti. La campagna antidivorzista fu infatti condotta dalla DC di Fanfani e dall’MSI di Almirante con toni violenti, cercando di incutere timore ai cittadini di un possibile insediamento al potere del PCI. L’8 maggio il Manifesto rese pubblica una clamorosa lettera di Fanfani inviata ai rappresentanti di seggio: "Caro amico, Alcide De Gasperi così scriveva ai responsabili di seggio nel ‘53: "Mi hanno riferito che tu...hai preso la responsabilità di illuminare gli elettori del tuo seggio e portarli...a votare per la DC...". Per il referendum del 12 maggiocontinuava la lettera le parole di De Gasperi tornano alla memoria. Te lo ripeto anch’io e anch’io ti ringrazio di quanto farai per portare il massimo numero di elettori a votare con la DC un chiaro sì per annullare la Legge Fortuna" . Nei giorni imminenti il voto anche l’Osservatore Romano dette un apporto alla causa antidivorzista: "E’ chiaro che ogni buon cattolico...deve votare contro la legge nel referendum. La votazione a favore del mantenimento della legge (che è in se un male) è positiva approvazione di essa. Ora non si può mai approvare il male" . L’11 maggio nel comizio conclusivo prima del silenzio elettorale il fronte divorzista radunò in Piazza del popolo a Roma migliaia di sostenitori del "NO". Tutti i leader laici, Malagodi, Nenni, La Malfa intervennero: il leader repubblicano pronunciò parole che sintetizzarono il significato della battaglia referendaria: "...Se la battaglia sul divorzio fosse perduta, l’Italia rimarrebbe l’eterno paese della controriforma, del Sillabo di Pio IX..." . Si arrivò così al termine di una dura campagna elettorale condotta con toni di guerra di religione e che ebbe vasto eco anche all’estero: "Tutti i corrispondenti esteri si dichiararono meravigliati di come nel nostro Paese si sia sentita la necessità di indire una consultazione popolare per sottoporre a ratifica democratica una legge istitutiva del divorzio che ormai era presenta in tutte le nazioni civili europee, e che non aveva causato, in esse, nè i traumi, nè i danni grottescamente profetizzati nella campagna elettorale" . Il 12 maggio del 1974 il ministro dell’Interno, il DC Taviani, dette i risultati: su 37.497.091 iscritti nelle liste elettorali votarono 33.039.217 elettori con una percentuale dell’88,1%. Il risultato fu clamoroso: Il NO vinse ottenendo il 59,1% con 19.093.929 voti; il Sì ottenne il 40,1% con 13.188.184.
Il popolo italiano si dimostrò così nettamente più maturo della classe politica e disattese clamorosamente le indicazioni del partito di maggioranza relativa: "I giovani, le classi sociali più impegnate, le città più trainanti e civili, le situazioni culturali più aggiornate e meno provinciali avevano detto "No"..." . La vittoria dello schieramento divorzista fu salutata con soddisfazione da migliaia di cittadini: "...l’immensa marea di cittadini di ogni estrazione sociale e di ogni appartenenza politica, percorse in corteo le strade della Capitale, esternando collettivamente l’entusiasmo della prima vittoria dal dopoguerra sulle forze moderate e clericali..." .
La vittoria divorzista dimostrò la fine di un processo di cristallizzazione elettorale che durava da più di venti anni. Il referendum che mise la DC in piena crisi , rilanciò lo schieramento laico e soprattutto permise la definitiva consacrazione del Partito Radicale, che iniziò praticamente isolato questa battaglia con la LID e condusse le classiche azioni dirette, volte a far conoscere ai cittadini il vero significato del referendum. Pochi anni dopo i radicali sull’onda del successo divorzista entrarono per la prima volta in Parlamento, continuando a perseguire, grazie al capo storico Pannella , proprio come strategia politica l’uso dei referendum come tecnica per creare schieramenti trasversali, e soprattutto come contatto diretto con i cittadini senza intermediazioni partitiche: "Pannella è il primo ad aver capito che i timori dei vecchi partiti rispetto al referendum possono essere volti in positivo, e che gli effetti dirompenti all’interno di schieramenti tradizionali possono creare nuove alleanze e nuove ipotesi di governabilità... infatti i referendum radicali, dal divorzio in poi, si sono caratterizzati soprattutto per la valenza antipartitica che essi sprigionavano" .
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