Marco Pannella, un eretico liberale nella crisi della repubblica

Di Massimo Teodori

Epilogo: un eretico liberale

Un handicap storico

La parabola di Pannella tra la fine della prima Repubblica e i conati di un nuovo regime che non vede ancora la luce, sospinge a interrogarci sulle ragioni per le quali in Italia stenti ad affannarsi una politica liberale. Per trovare una risposta, è opportuno partire dalla constatazione che la democrazia liberale, nel senso di concreta realizzazione e non di postulato teorico, dopo essere stata soffocata per un trentennio dalla partitocrazia, non è fiorita neppure nella nuova era di Berlusconi e D'Alema, di Fini e Prodi, di Dini, Di Pietro e Scalfaro. Occorre prendere atto come dopo il 27 marzo 1994 i gruppi e i leader più autenticamente rappresentativi delle istanze liberali abbiano continuato a non avere fortuna, sia che si collochino nel centrodestra sia che provengano dal centrosinistra o che rifiutino di schierarsi all'interno delle due coalizioni.

Del resto il minoritarismo liberale non è nel nostro paese una novità. Anche nel quarantennio repubblicano, i diversi gruppi riconducibili alla matrice liberale sono stati tutti relegati ai margini politici. L'ala liberaldemocratica del Partito d'Azione, raccolta intorno alla rivista "Lo Stato Moderno" di Mario Paggi, è scomparsa ben presto insieme a tutto l'azionismo. Alla Costituente i revenant liberali del prefascismo - Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti - non hanno inciso in profondità nella progettazione degli ordinamenti costituzionali. A Luigi Einaudi si deve la prima importante liberalizzazione dell'economia nel dopoguerra che tuttavia si è arrestata già nella seconda metà degli anni cinquanta. Anche Ugo La Malfa è riuscito a operare nella stessa direzione soltanto con la liberalizzazione degli scambi in periodo centrista, mentre non ha svolto un'analoga funzione quando dagli anni sessanta ha guidato il Partito Repubblicano.

Il gruppo del "Mondo" ha avuto sì il grande merito di tener viva la cultura politica liberale e di avanzare proposte conseguenti durante la radicalizzazione della guerra fredda, ma non è riuscito a incidere politicamente allorché i suoi maggiori esponenti sono entrati direttamente in lizza con il primo Partito Radicale rapidamente dissoltosi alla costituzione del centro-sinistra. Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, vessilliferi dell'antifascismo liberale e libertario fortemente conflittuale con quello comunista, si sono interessati di libertà della cultura e della sua difesa dagli autoritarismi di sinistra e di destra. Singole personalità hanno avuto un posto significativo nella polemica pubblicistica ma non hanno pesato in politica: don Luigi Sturzo è stato emarginato dai suoi stessi amici democristiani e cattolici; Gaetano Salvemini prima, e Ernesto Rossi poi, hanno avuto grande vigore ma solo come polemisti; Altiero Spinelli si è concentrato nella costruzione della federazione europea. E il Partito Liberale di Malagodi non è riuscito a essere, pur da una sponda conservatrice, molto più di un satellite della Democrazia Cristiana in funzione difensiva degli interessi particolari difficilmente definibili liberali.

Iu questo sfondo, l'azione di rilegittimazione di un'attiva politica liberale, a cui Pannella ha dato corpo per trent'anni, è stata condotta con tratti del tutto singolari. Non ha preso le mosse dalla cultura e dalla teoria politica per divenire azione, ma, al contrario, si è espressa nel momento operativo. Si è dispiegata dal particolare al generale dando luogo a campagne, senza la pretesa di inquadrare singole battaglie e proteste o specifici obiettivi in una visione sistematica della trasformazione liberale del mondo e della società. In un ambiente altamente ideologizzato e segnato da culture politiche totalizzanti, quali per tanti aspetti sono state la comunista e la cattolica, queste iniziative politiche si sono segnalate piuttosto per la programmatica frammentarietà, apparentemente priva di una strategia d'insieme. Anche nei contenuti, oltre che nel modo d'essere, il liberalismo di Pannella si è presentato in maniera eccentrica rispetto alle più affermate tradizioni politiche italiane. E’ stato estraneo al moderatismo con cui frequentemente i politici liberali. prima e dopo il fascismo, hanno annacquato il loro credo. Lo si poteva definire un liberalismo riformatore, perché non si è adeguato allo status quo ma conteneva in sé l'urgenza di nuovi istituti di libertà; e lo si poteva considerare come liberalismo di sinistra, nel senso di non essere conservatore. pur rifiutando gli atteggiamenti corrivi nei confronti delle teorie e pratiche illiberali della sinistra marxista, comunista e socialista. Ancora, è stato indenne dal virus del trasformismo che in Italia ha permanentemente minato la sinistra, il centro e la destra, rendendole così simili tra loro.

Ma l'ispirazione pannelliana è stata connotata anche da un'altra dimensione, assai singolare in Italia, consistente in una eticità laica tendente a proiettare nella politica la finalità suprema dell'esistenza umana. A questo aspetto originario della sua personalità deve essere ricondotto l'innesto, sul classico troncone liberalriforinatore, della disobbedienza civile secondo una tradizione propria del libertarismo anglosassone nel quale la luce della verità interiore è superiore a qualsiasi legge positiva e quindi legittima la resistenza al potere ingiusto.

Questo inedito liberalismo radicale espresso da Pannella, sotto forma di originale cocktail ideale e politico, con ingredienti da religione civile e con una particolare attenzione ai diversi e marginali, ha fatto irruzione sulla scena italiana suscitando forti contrasti nelle forze politiche tradizionale di sinistra come di destra, tutte attraversate da una profonda resistenza all'innovazione illiberale. Per questo il leader riformatore, durante tutta la prima Repubblica, è stato condizionato da quell'handicap storico che non ha mai consentito a gruppi e a leader liberali di poter svolgere altro ruolo che non fosse episodico e marginale. E a nulla sono valse le sue brillanti doti pratico-politiche di cui pure è abbondantemente fornito: la sviluppatissima propensione all'azione, l'intelligenza del momento, l'abilità manovriera e un'attitudine antielitaria, ingredienti tutti che ne hanno fatto un politico di razza adatto alla mischia.

Pertanto, in presenza di tutti gli equilibri politici succedutisi in un terzo di secolo - il centro-sinistra, compromesso storico e l'intesa democristianosocialista - le campagne radicali sono rimaste un'eccezione mal tollerata in mezzo al dominio generalizzato della partitocrazia trasformistica. Alla fine però hanno avuto l'effetto di reintrodurre nell'orizzonte italiano un germe di liberalismo che era quasi scomparso o che allignava solo nella sfera intellettuale e di sollecitare gli elementi più sensibili di tutti i partiti, a cominciare dal PCI e dalla DC, sulle questioni del diritto, della legalità costituzionale, della laicità dello Stato e dell'espansione delle libertà e dei diritti individuali.

Simili obiettivi risultavano ostici ai più perché ritenuti estranei agli interessi e ai bisogni popolari. Gran parte della classe dirigente partitica, in ragione della sua cultura o per indifferenza, non mostrava particolare sensibilità per la difesa e lo sviluppo dei diritti dell'individuo, facendo piuttosto riferimento al solidarismo e al corporativismo di gruppo, di categoria e comunque di entità organizzate. Non è un caso che il divorzio e l'aborto siano stati avversati a lungo in quanto diritti "borghesi", considerati indifferenti per le masse; e che nelle procedure di giustizia e nei rapporti con la pubblica amministrazione sia stato attribuito scarso valore alle garanzie individuali rimesse in primo piano dai radicali rispetto agli aspetti contenutistici della giustizia e alle protezioni dello Stato per gruppi organizzati, invocati dalla forze cosiddette "democratiche".

L'isolamento dei radicali è derivato anche dal loro ostinato richiamo alla Costituzione scritta, alla sua lettera più che alla sua interpretazione, mentre l'arco delle forze cosiddette "antifasciste" che si definiva "costituzionale", ha legittimato una Costituzione materiale la cui interpretazione ha consentito ogni tipo di deviazione nell'azione di governo. nei compiti del Parlamento e negli abusi perpetrati dalla nomenclatura partitica. E, quando il regime stava andando verso il definitivo logoramento, non hanno esitato a pronunziarsi - senza timore di essere confusi con la destra - a favore di una profonda revisione della Costituzione in senso presidenzialista secondo un'antica ricetta liberaldemocratica, che nel dopoguerra aveva avuto i maggiori sostenitori in Piero Calamandrei e Leo Valiani, e che era stata costantemente esorcizzata dalle sinistre e dai cattolici come plebiscitaria.

La singolarità radicale nella prima Repubblica è stata universalmente avvertita da simpatizzanti e antipatizzanti, dagli amici che ne apprezzavano la qualità e dagli avversari che ne sentivano il fastidio. I conservatori e i progressisti hanno visto un che di eretico da osteggiare perfino nei loro atteggiamenti in politica estera per il fatto di essere stati atlantici e non neutralisti, allineati con le tesi disarmiste americane e inglesi, ma pur sempre nel quadro della fedeltà occidentale, in contrapposizione al pacifismo e al terzomondismo dei comunisti, socialisti e cattolici. E perché non hanno esitato a definirsi filoamericani e filoisraeliani in ragione della natura liberaldemocratica dei regimi di quei paesi.

Ma, alla fine, la solitaria traversata radicale della prima Repubblica sotto la guida di Pannella, ha dato i suoi frutti. Il vessillo del liberalismo è stato nuovamente innalzato se pure in forme eretiche, e intorno ad esso si è nuovamente cominciato a organizzare il dissenso nei confronti di una democrazia che andava perdendo i connotati liberali per assumere quelli di un regime omologato negli istituti e nei comportamenti. In breve, se alla fine degli anni cinquanta la politica liberale si stava avviando alla completa scomparsa, dopo trent'anni si è dovuto prendere atto che, con le campagne radicali, è stata rianimata. Settori sia pure minoritari della classe dirigente ne sono stati influenzati se non conquistati, e nel più vasto orizzonte popolare sono circolati, soprattutto con le campagne referendarie, atteggiamenti, progetti e obiettivi a lungo rimossi dai partiti di massa.

Gruppo del dissenso o liberalizzazione del sistema?

La formazione di un piccolo ma agguerrito partito del dissenso liberale - il Partito Radicale - era stata originariamente dovuta alla mancanza di un'efficace politica liberale in tutto l'arco delle forze italiane. Anche volendo procedere per campagne su singoli obiettivi, Pannella aveva dovuto dar vita a un centro organizzato che fosse riconosciuto come il motore politico e ideale e fungesse come memoria collettiva delle diverse iniziative. All'origine del Partito Radicale nella versione pannelliana degli anni sessanta, c'era quindi, ancora prima di un'esigenza organizzativa, una questione d'identità politica sia rispetto agli altri partiti laici e riformatori che nei confronti degli avversari comunisti e cattolici. Inoltre una centrale partitica d'opposizione liberale, per quanto piccola e anomala fosse, doveva fungere da raccordo politico-organizzativo tra le varie azioni guerrigliere intraprese contro il sistema dei partiti tradizionali.

E’ vero che molte delle battaglie su singoli obiettivi erano condotte all'insegna di sigle particolari - la Lega per l'istituzione del divorzio (LID), il Movimento di liberazione della donna (MLD) e il Centro informazione sterilizzazione e aborto (CISA), il Fronte unitario omosessuali rivoluzionari italiani (FUORI) e la Lega obiettori di coscienza (LOC) -, ma al centro di ciascuno di quei gruppi si collocavano sempre quadri provenienti dal nucleo radicale. Basta ricordare che i leader delle maggiori campagne per i diritti civili - Mellini e Pannella per il divorzio, Spadaccia, Faccio e Bonino per l'aborto, Cicciomessere per gli obiettori di coscienza, Pezzana per gli omosessuali - sono divenuti, tutti o quasi, parlamentari della rosa nel pugno e responsabili di primissimo piano di partito.

L'esigenza di un'autonoma organizzazione politica derivava dal fatto che negli anni settanta anche per settori di altri partiti il PR rappresentava la speranza di una politica diversa, nei contenuti non meno che nel metodo. Da diverse prospettive si guardava ai radicali come a un gruppo capace di rigenerare quella politica liberale che non era perseguibile attraverso i partiti tradizionali per i numerosi vincoli e condizionamenti imposti dal sistema. Specialmente dall'interno del Partito Socialista e, in misura minore, del Partito Liberale e dell'arcipelago della Nuova Sinistra, si riconosceva la loro insostituibile funzione nella difesa dei diritti individuali e delle minoranze; e di conseguenza costituivano un punto di riferimento per i liberalriformatori presenti in altre formazioni che, volendo essere coerenti con le proprie idee, potevano collegarsi alle iniziative del PR, pur rimanendo nei rispettivi partiti.

Anche nel decennio successivo, dopo l'affare Moro e la fine dell'unità nazionale, quando il regime stava disgregandosi con la definitiva involuzione istituzionale e morale, il Partito Radicale ha continuato a costituire un punto di riferimento per quanti ritenevano che senza una riforma della politica non ci sarebbe stata alcuna riforma liberale dello Stato. Fino alla stagione dei referendum elettorali del '91, e del '93, quando ha preso corpo la coalizione con Segni e con i riformatori cattolici, laici e comunisti, quasi soltanto la minoranza radicale indicava nelle riforme elettorale e istituzionale la chiave di volta per interrompere il circuito perverso della corruzione sistemica e dell'inesorabile lievitazione della spesa pubblica. Se negli anni sessanta e settanta il Partito Radicale aveva funzionato da propellente per restituire alla politica i diritti individuali vecchi e nuovi, così nel decennio successivo, Pannella ha individuato il nesso tra consociativismo e sistema elettorale e ha rotto il tabù dell'intangibilità costituzionale, indicando l'urgenza di una riorganizzazione della forma di governo e della forma dello Stato.

Quel piccolo gruppo del dissenso liberale, costituitosi quando l'Italia uscendo dal centrismo si avviava al centro-sinistra, è divenuto così nel corso di un trentennio molto più largo e articolato della fase iniziale. Anche perché i tanti cittadini che partecipavano e sostenevano i nuovi movimenti per i diritti civili erano portati, prima o dopo, a identificarsi nel comune sentire che cresceva intorno al PR, un partito che ha finito per divenire un punto di riferimento fisso nella dinamica, temporalmente e tematicamente cangiante, delle singole iniziative.

Ma la crescita di quell'esperienza è avvenuta in diretta relazione - se pure in termini antagonistici quasi come un controveleno - al regime dei partiti. Al suo crollo, le nuove forze apparse sulla scena politica e quelle vecchie in trasformazione, hanno fatto credere di collocarsi tutte all'interno della riconversione liberale del sistema, allineandosi, almeno nelle intenzioni declamate, con gli obiettivi di quella riforma politica liberale che i radicali avevano cominciato ad agitare da tempo. Berlusconi dichiarava che Forza Italia sarebbe stato un partito liberale di massa. Fini e D'Alema si impegnavano a rendere, rispettivamente, Alleanza Nazionale e il Partito Democratico della Sinistra, due partiti compatibili con il sistema liberaldemocratico. E tutti i vari gruppi moderati, del centrodestra come del centrosinistra, riconoscevano giunta l'ora di allineare la democrazia italiana al circuito europeo.

Si poteva allora ritenere che nell'intero sistema politico fosse in corso una generalizzata liberalizzazione e che, con essa, cadessero anche le ragioni del dissenso che avevano relegato Pannella in posizione marginale. Dal momento che tutti si dichiaravano liberali e che il crollo dei partiti aveva comunque provocato una certa apertura, poteva divenire superflua la persistenza di una forza liberale minoritaria come il PR che aveva avuto il compito di tenere in vita istanze disconosciute; e si poteva supporre che colui che era stato un eccentrico capotribù che aveva condotto una guerriglia contro eserciti regolari, potesse affermare la sua leadership su un'area più larga di quella radicale passando alla guida di nuovi più corposi soggetti politici.

Questi i presupposti su cui è maturato l'incontro con Berlusconi e il tentativo di Pannella di influenzare Forza Italia, proseguito per tutto il '94 durante il governo di centrodestra. Dopo un biennio rimane, però, qualche dubbio sull'efficacia del progetto teso a utilizzare il movimento berlusconiano e a farne un veicolo della trasformazione liberale del paese. Pannella è, si, rimasto fedele a se stesso mantenendo le sue stelle polari politiche - la riforma istituzionale, il risanamento finanziario con la restaurazione del mercato attraverso il liberismo, il garantismo e le libertà civili - senza mai accondiscendere alle pratiche del nuovo moderatismo del centrodestra, ma pochi o nulli sono stati i risultati effettivamente conseguiti, pur in una situazione che teoricamente poteva essergli favorevole. Di più, la navigazione a vista del vascello corsaro di Pannella, un po' all'interno delle acque territoriali berlusconiane e un po' in mare aperto, con il quale doveva essere, e sollecitata non importa da quale orizzonte, l’aggregazione di altri natanti, non ha in definitiva prodotto un allargamento della Bottiglia liberale disponibile a essere guidata in nuove impegnative battaglie.

Il leader delle battaglie liberali e radicali, dopo la rottura della continuità politica e la scomparsa di buona parte dei suoi vecchi compagni, nel triennio '92-95 in cui si sono verificati profondi sommovimenti, non ha compiuto grandi passi in avanti. Non è divenuto un ascoltato primattore della compagnia berlusconiana, né un riferimento di quella vasta arca di eterodossi che, rifiutata la singolare polarizzazione all'italiana, non si sono riconosciuti nel centrodestra ma neppure nel centrosinistra. Quando nella nuova stagione ha voluto imporre tenti liberali, è dovuto ricorrere a quella stessa arma referendaria eccezionale che aveva usato come grimaldello per il regime partitico. Nonostante il gran vigore politico, -Pannella si è trovato politicamente ancora più isolato di quanto lo fosse nel vecchio regime partitocratico. I suoi sforzi titanici e la sua indomita tenacia per muovere l'intero universo politico, e per condizionare i vincenti e spronare i perdenti, non ha prodotto effetti significativi. Guardando le cose a posteriori, si deve prendere atto del paradosso per cui in regime democratico-illiberale la sua funzione, sia pure di dissenso e antidoto, era largamente riconosciuta, mentre in regime postpartitocratico la sua iniziativa è divenuta ancora più ostica.

A questo punto il mio ragionamento resterebbe sospeso se non tentassi, nelle pagine finali, una qualche spiegazione di questo paradosso, pur senza voler pretendere di dire una parola definitiva. In cosa davvero consiste e perché si verifica la divaricazione tra la ragionevole bontà delle cause politiche, così consonanti con tanta diffusa aspirazione di libertà e di liberazione, e le difficoltà di Pannella ad affermare una politica liberale?

Il deficit di cultura politico liberale

Una possibile risposta esplicativa al quesito del come mai Pannella sia rimasto sostanzialmente estraneo al nuovo corso del paese e, quindi, non sia riuscito a guidarne la trasformazione, sta nella permanenza di quelle ragioni oggettive. storiche e culturali, per le quali in Italia non c'è mai stato gran spazio per una politica liberale e per autentici leader liberali. Questi hanno rappresentato sempre e solo una minoranza critica, specialmente nell'ultimo mezzo secolo dopo il fascismo quando si e sviluppata la società di massa.

Secondo questa linea interpretativa anche Pannella, ultimo interprete eterodosso della tradizione liberale, ha assolto durante il regime dei partiti un ruolo molto simile a quello dei suoi predecessori, se pure con una più lunga durata e una maggiore e diversa incisività politica. In un contesto partitico democratico ma con tratti illiberali, come quelli che hanno dominato nell'età repubblicana, l'esponente riformatore non ha potuto che fare la parte del dissenziente, anzi del dissenziente per eccellenza, avendo dinanzi a sé una politica solitamente omologata e interamente appiattita nella gestione del potere costituito, sia da parte delle maggioranze che delle opposizioni. Quanto più i comunisti, i socialisti e i laici sono divenuti, nella pratica politica, simili ai democristiani, tanto più le campagne radicali hanno assunto il significato, non già di una contrapposizione politica, ma di un vero e proprio dissenso rispetto al regime offrendo il destro ad ancoraggi compensativi per le cattive coscienze dei politici integrati. In sostanza la battaglia liberale di Pannella ha giganteggiato nella prima Repubblica poiché ha assunto lo stesso valore delle rivendicazioni dei diritti umani e civili avanzate da un dissidente sovietico in epoca brezneviana. Se poi è vero che il crollo dei partiti non ha provocato un'effettiva rottura con il passato, se ne deve concludere che non si è verificato alcun riallineamento dell'Italia alle liberaldemocrazie europee, e rimane un miraggio l'eliminazione dei tratti illiberali del suo regime politico. Questa sostanziale continuità con la vecchia partitocrazia conferma che l'ostilità al liberalismo, che affonda le radici nella mancanza della riforma protestante e dello sviluppo capitalistico-borghese, domina tuttora nella nuova fase di sviluppo del paese.

Chi, dunque, come Pannella è portatore di valori e proposte liberali, ben diversi dalle retoriche proclamazioni di liberalismo, seguita a rappresentare una posizione fortemente anomala e destinata a rimanere isolata. Le forze che si proclamano liberali sono fintamente tali in quanto esprimono, come in passato, trasformismo e moderatismo. La stessa liberalizzazione del sistema è solo presunta, perché continuano a prevalere i poteri forti, sia di natura partitica interessati al proprio consolidamento più che all’affermazione di determinate idee sia di natura economica, massmediologica e burocratica, i quali tutti impediscono l'affermazione del regno del diritto e dei diritti. In tale contesto di continuità con il passato, sarebbe stata singolare l'affermazione, e non già la marginalizzazione, di un leader sui generis come Pannella. Ne consegue che anche nell'era postpartitocratica egli non può che svolgere il medesimo ruolo di dissidente che ha svolto nella partitocrazia; e che è illusorio ritenere possibile una qualche importante affermazione liberale nelle istituzioni, nella società e in politica, al di là di una determinata soglia bassa che ne segna irrimediabilmente il destino minoritario.

Una diversa interpretazione, analoga ma speculare rispetto alla precedente, fa riferimento non già ai caratteri oggettivi della tradizione storica italiana, bensì ai limiti soggettivi della cultura politica di Pannella. La sua forza, durante la prima Repubblica, è stata quella dell'uomo d'azione che, diversamente da altri esponenti liberali, ha saputo, con una spiccata intelligenza del momento, inserire negli interstizi del regime cunei che ne hanno in particolari momenti incrinato la compattezza. Il leader riformatore è un pragmatico sorretto da una fortissima spinta all'azione, ma difetta delle capacità culturali di inquadrare le singole iniziative di guerriglia in una più ampia e profonda visione della trasformazione sociale e istituzionale. Ha si dimostrato una grande abilità nella parte distruttiva dell'opera politica, in ciò facilitato dalla omogeneità dell'intera vecchia classe politica; ma, una volta crollata questa e giunta l'ora di passare alla parte costruttiva, non è riuscito ad avere una visione complessiva di quel che significasse l'innovazione liberale e quali strumenti occorressero per la sua attivazione. Al massimo ha proposto una sommatoria di battaglie e di obiettivi quali i pacchetti referendari che, non a caso, hanno solo un'efficacia abrogativa ma non sono adatti a esprimere un progetto positivo. La vera carenza di Pannella, venuta in luce nell'era postdemocristiana, sarebbe dunque la sua insufficiente cultura politica liberale, fino a oggi mascherata dalla continua tensione attivistica e dal carisma dai tratti demagogici.

Per essere il leader di un progetto di trasformazione liberale, quale quello necessario dopo la fine della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista e il drastico ridimensionamento del PCI-PDS, sono invece necessarie qualità diverse da quelle fin qui messe in evidenza da Pannella. Occorrono un progetto e una strategia a lungo termine che prevedano dimensioni economiche oltre che istituzionali, alleanze politiche e sociali oltre che intese personali, e una direzione politica di lungo corso che richiede doti diverse da quelle sufficienti per azioni corsare. Se per condurre una campagna su un determinato obiettivo può bastare un combattente solitario che ha individuato il punto debole degli avversari, diverso è il caso di un progetto di più ampio respiro che richiede non solo brillanti intuizioni soggettive ma anche una squadra provvista di una comune cultura politica sotto una sapiente direzione e la capacità di giocare una lunga partita su un ampio fronte.

Sarebbero dunque queste inadeguatezze di cultura politica ad aver relegato Pannella ai margini della nuova stagione. Il suo liberalismo eretico è stato efficace fin quando si è trattato di colpire improvvisamente avversari particolarmente vulnerabili, ma è divenuto inadeguato nel momento in cui si rende necessario un disegno generale di trasformazione per adeguare l'Italia alle democrazie occidentali.

I paradossi del superego

Una diversa ipotesi per spiegare le difficoltà in cui Marco Pannella è incorso in passato, e continua a incorrere dopo il '94, fa ricorso agli errori che sarebbero indotti dalla sua stessa indole. Non sarebbero tanto le ragioni storiche e ambientali della politica italiana a ostacolare l’affermazione di una politica liberale sotto la sua leadership, e neppure le sue deficienze politico-culturali soggettive, quanto piuttosto le pulsioni esistenziali che interverrebbero continuamente a condizionare l'efficacia della sua azione politica: a ogni successo politico corrisponderebbe, come in un double face, un errore che tende ad annullare gli effetti.

Con parole di verità, al momento della morte di Leonardo Sciascia, Pannella ha scritto: "Con Leonardo, ci lascia e mi lascia la sola persona presso la quale sono accorso, sicuro di poterlo, per prendere consiglio, e seguirlo, nei momenti più difficili della mia vita ... " (1). In quel "la sola persona presso la quale sono accorso", si scorge una chiave del rapporto politico di Pannella con il prossimo. La sua straordinaria volontà, associata alla grande capacità di intervento, che lo ha reso per trent'anni un instancabile protagonista della scena italiana, è stata contrassegnata da una sorta di sfida prometeica della persona che ritiene di avere in sé la forza di muovere non importa quali uomini e cose senza dovere ricorrere a nessun aiuto di altri. Per questa ragione, nel corso del tempo, è stato portato a servirsi prevalentemente di strumenti politici plasmati quali appendici ed espansioni della sua persona, fonte ultima d'ogni legittimità, e ha detestato qualsiasi organismo che richiedesse mediazioni con altri soggetti.

In tal senso, ha vissuto l'azione politica come la forma più nobile di realizzazione della sua stessa personalità, fortissima e strabordante: e attraverso essa ha tracimato in tutte le direzioni, ha tentato di sedurre ogni genere di interlocutore e ha ritenuto possibile superare qualsiasi ostacolo. Non ha esitato a sostenere le tesi più contraddittorie, sicuro di poterle motivare con una prorompente dialettica: ad esempio, ha più volte ripetuto che nella politica radicale potevano riconoscersi anche i "veri comunisti", i "veri socialisti", i "veri cattolici" e i "veri liberali" e che egli rappresentava in pieno la maggioranza dei missini che avevano votato nei referendum sul divorzio e sull'aborto, quasi a volere indicare che la sua ricchezza politica interiore fosse tale che in essa potevano ritrovarsi anche valori diversi e contrapposti ai suoi, purché espressi con autenticità.

Non c'è stata persona, quale ne fosse la qualità, l'attività, la condizione e l'intenzione, che Pannella non abbia ritenuto possibile guadagnare alla buona politica con il suo intervento al momento giusto: il peggiore criminale poteva divenire un ottimo militante, gli interessi privati del parlamentare incriminato potevano essere trasformati in obiettivi pubblici e democratici, e una qualsiasi Cicciolina alla ricerca di successo commerciale poteva essere utilizzata come una credibile propagandista del verbo radicale. Questa dilatata consapevolezza delle sue potenzialità personal-politiche ha fatto si che Pannella considerasse se stesso un leader adatto a intervenire in qualsivoglia situazione e una specie di redentore politico investito di una missione salvifica rispetto a qualsiasi essere umano, non importa da quale ambigua situazione provenisse.

Un tale interventismo, che non ha mancato di produrre successi politici e di aprire la strada a incontri fortunati ma erratici sul fronte liberale-radicale-libertario, ha però avuto l'effetto di alimentare equivoci e illusioni. Il leader radicale è stato indotto a interpretare la solidarietà che suscitava con il suo rigore, e la simpatia umana che inevitabilmente raccoglieva, come affermazioni della sua linea politica. L'indubbio ascendente personale che ha esercitato non solo verso i sui adepti ma anche nei confronti degli avversari e degli osservatori, gli ha fatto credere che dietro la sua leadership si raccogliessero uomini e forze la cui adesione era invece del tutto effimera, e che le sue battaglie liberali fossero accettate anche da quanti ne restavano sostanzialmente estranei, pur se episodicamente davano da intendere il contrario.

Un'altra qualità pannelliana il cui rovescio ha finito per annullare gli effetti positivi del dritto, è stata la grande capacità di mobilitare energie che, però, si è di frequente risolta in una successiva disgregazione del potenziale raccolto. La storia delle campagne ad hoc e l'evoluzione del Partito Radicale presentano una singolare alternanza di fortunati momenti di aggregazione intorno a determinati obiettivi e di altrettante fasi di dispersione delle energie precedentemente messe insieme. E’ indubbio che il fascino pannelliano abbia in alcuni momenti fatto presa su fasce di popolazione ben al di là dei ristretti gruppi politicizzati. Lo dimostrano, solo per richiamare alcuni casi, le masse mobilitate dalla Lega per il divorzio alla fine degli anni sessanta, il consenso elettorale alle liste radicali del '79, le migliaia di cittadini accorsi a più riprese nelle campagne referendarie, le iscrizioni al Partito Radicale in risposta agli appelli dell'86 e del '93 e le firme per le dimissioni del presidente Scalfaro nel '96. In tutte quelle occasioni, dietro la battaglia liberale di Pannella, si è raggruppata una notevole quantità di gente con un risultato di partecipazione organizzata straordinaria se messa a confronto con l'asfittica attrazione politica nella prima Repubblica. Ma, all'indomani di ogni mobilitazione, Pannella non ha saputo o, meglio, non ha voluto consolidare in strutture politiche il rapporto tra leadership e sostenitori, passando da un consenso per così dire plebiscitario a una forma di democrazia partitica. Anzi è sembrato che temesse fortemente quello sviluppo organizzato che avrebbe comportato il passaggio dalla gestione carismatica a esplicite regole di funzionamento non solo formalmente esaltate ma sostanzialmente rispettate all'interno di un partito o di un raggruppamento che andasse al di là di strutture personalmente controllate. Poi, nell'ultimo decennio, in Pannella si è fatta ancora più determinata la spinta alla disgregazione sistematica che ha avuto il suo acme nell'annullamento dello stesso Partito Radicale.

Il motivo per cui gran parte delle iniziative suscitate da Pannella non ha superato la fase minoritaria non sta quindi solo nei loro contenuti presunti impopolari. Vi ha contribuito anche la sua avversione per qualsiasi movimento che trovasse in se stesso, e non solo nell'impulso del capo, la forza di svilupparsi con un autonomo gruppo dirigente e strutture tali da conservare e trasmettere una memoria collettiva. Non è stato solo il paventato timore della burocratizzazione a sospingere il leader radicale nell'atteggiamento distruttivo, ma ha influito ancor più l'impulso ricorrente a eliminare le creature politiche a cui egli stesso aveva dato vita, e il sostanziale disinteresse per la costruzione di istituzioni politiche volte a incanalare il nuovo liberalismo radicale.

Come estrema conseguenza di tale condotta si deve da ultimo accennare alla scelta di Pannella, accentuatasi con il tempo, di avvalersi di strumenti politici esclusivamente conformi alle sue volontà del momento, nel rifiuto di organizzare una forza adeguata agli ambiziosi obiettivi politici pur di volta in volta indicati. Delle vicende radicali si è già scritto: qui va solo ribadito che il PR ha costituito l’unico esperimento di struttura politica altra da sé che abbia resistito per un lungo periodo al ciclo costruttivo-distruttivo di Pannella. A un certo punto però anch'essa è stata travolta, così come erano state abbandonate o erano fallite tutte le intese e le alleanze tentate nella prima Repubblica e, poi, nella più recente stagione postpartitocratica.

Certo, può essere un caso, più che una scelta, il fatto che Pannella non sia riuscito a stringere solidi legami politici, a formare raggruppamenti o movimenti che coinvolgessero aree più vaste dei suoi adepti, e che quando questi limiti venivano superati, quelle imprese politiche venivano subito abbandonate. Certo, l'interruzione delle alleanze tentate con settori socialisti o laici, con il mondo verdeecologista e con i vari segmenti liberali-hhertari, e con i nuovi soggetti emersi nel '94, può essere attríbuita a insormontabíli dissonanze politiche. Ogni interpretazione è opinabile. Quel che invece non può esserlo, è la presa d'atto della sua volontà, al terfníne di un lungo itinerario, di avvalersi di un movimento personalízzato, intitolato a se stesso, che si basa su militanti che non possono che comportarsi da seguaci e rifarsi ad altra regola che non sia la buona esecuzione degli indirizzi del capo.

Dopo il '94, e questa volta a un grado più spinto che in passato, il leader rifonnatore ha confermato la sua radicale opzione per una azione solitaria alla testa di un piccolo movimento, nella convinzione che in tal modo potesse disporre di maggiore forza politica e di migliori opportunità di alleanze. Al momento, però, in termini clí affermazione liberale. non sembra che la via intrapresa si sia rivelata fertile l'approdo finale di Pannefia al movimento Pannella non esalta con la personalizzazione le speranze liberali ma piuttosto ne traccia i confini. Come un potente fascio di energia che, invece di proiettare luce su un'ampia radura in ombra, cortocircuita con se stesso provocando tuoni e lampi, di grande intensità si, ma destinati a scaricarsi in un attimo.

Un carisma a doppio taglio

Volendo tirare le somme, quella dell'ultimo Marco Pannella è una storia che mette in evidenza, oltre alla forza politica dell'eretico e del dissenziente, anche il limite di una leadership carismatica esercitata sul fronte liberale innovativo all'interno di un sistema politico tradizionale privo di grandi tensioni ideali. E’ indubbio che in Pannella ci sia l'impronta di quel che Max Weber chiamava il carisma (2): la si vede nella convinzione e nella coscienza con cui conduce le sue azioni e in quel particolare quid personale che si manifesta specialmente con il potere della parola. In Occidente, in questo secolo, sono diversi i capi carismatici che hanno imposto fino in fondo i propri personali progetti lasciando una traccia indelebile. Ma per ciascuno di essi, citando solo i più famosi, l'affermazione è stata sempre legata al determinarsi di una situazione straordinaria: all'identificazione con i destini nazionali in momenti drammatici (De Gaulle e Churchill), al compimento di una rivoluzione violenta (Lenin), all'instaurazione di una dittatura (Mussolini e Hitler) o, anche, all'organizzazione di una coalizione politica per compiere una rivoluzione democratica attraverso le leve del potere esecutivo (F.D. Roosevelt).

Nessuna di queste situazioni, o di altre di simile portata, si intravede all'orizzonte del nostro paese. Perciò un movimento iperpersonalizzato come quello pannelliano, tutto costruito intorno alla potenza del carisma e non sorretto dall'istituzionalizzazione culturale e organizzativa, appare anacronistico, perché o è troppo piccolo o è troppo grande rispetto ai compiti odierni di una politica liberale. Troppo piccolo, perché inidoneo a organizzare le forze liberali che ormai sono diffuse, anche se disperse, nell'intera società. Troppo grande, perché nell'Italia d'oggi non sono in causa né destini d'identificazione nazionale, né volontà rivoluzionarie, né vocazioni autoritarie. Quel che invece appare più che mai necessario è quella trasformazione liberale, da molti invocata ma da pochissimi perseguita, di cui Pannella è stato per trent'anni uno dei pochi veicoli in grado di procedere sui binari della politica senza mai essere arrestato dalle avversità.

Ma si deve prendere atto che, nel momento decisivo della crisi della Repubblica, il grande dissenziente con un piccolo movimento non è divenuto il leader liberale con un grande seguito. A ciò possono aver contribuito diverse ragioni: dall'ambiente che in Italia continua ad essere ostile al liberalismo alle carenze soggettive di cultura politica, fino agli errori personali indotti da un'indole troppo concentrata su se stessa. Qui, al termine della riflessione, dopo avere portato tutti gli elementi di conoscenza di cui disponevo ed avere esposto quelle che mi sono sembrate le argomentazioni più attendibili, per quel che mi riguarda non intendo tirare una conclusione, preferendo lasciare al lettore l'opportunità di farsi una sua personale opinione.

Una cosa, però, voglio dire: la vera sfida che Pannella ha ancora davanti a sé non sta tanto nell'ottenere l'altrui riconoscimento, che sembra costantemente ricercare pur non avendone alcun bisogno, ma nel riuscire a interpretare la propria leadership in maniera adeguata ai nuovi compiti. Non è più tempo di eroici dissidenti solitari, ma di leader federatori capaci di raggruppare ed esprimere tutte le forze disperse interessate alla innovazione liberale. In questa luce, agli ostacoli insiti nella tradizione politica italiana si aggiungono quelli che Pannella porta dentro di sé, che appartengono alla sua natura e alla sua storia. Verrebbe voglia di osservare che il peggiore nemico di Pannella è Pannella medesimo.

Note:
(1) Con Leonardo di Marco Pannella, Notizie Radicali, 20 novembre 1989, poi in A. Maori, Leonardo Sciascia, elogio dell'eresia, p. 148.
(2) P. Rossi (a cura di), M. Weber, Economia e società; per una discussione semplice ma rigorosa del tema vedi: L. Cavai, Carisma. La qualità straordinaria del leader.

Nessun commento: