Dupuis e la lettera rubata
(liberamente ispirato ad Edgar Allan Poe)

A Parigi, poco dopo l’imbrunire di una sera nera e tempestosa dell’autunno 1811, Monsieur Marc’Appat si concedeva la duplice voluttà della meditazione e di una pipa di schiuma, in compagnia del suo amico Olivier Auguste Dupuis, nella sua piccola biblioteca o studiolo au troisème, rue Dunot, Faubourg St. Germain. Per oltre un’ora erano rimasti in silenzio; a un osservatore esterno ognuno dei due poteva sembrare , profondamente ed esclusivamente, preso dalle lente spirali di fumo che appesantivano l’atmosfera della stanza. Marc’Appat, per conto suo, discuteva tra sé e sé alcuni degli argomenti che erano stati al centro della loro conversazione nella prima parte della serata, cioè i fatti della Rue Morgue e il mistero sull’assassinio di Marie Roger. Perciò gli sembrò una sorta di coincidenza, quando la porta del loro appartamento si aprì per far entrare una loro vecchia conoscenza: Monsieur PPPP, ovvero Pannella, il Prefetto di Polizia di Parigi.

Fu accolto con grande cordialità, perché l’uomo era insieme tanto amabile quanto spregevole e loro non lo vedevano da alcuni anni. Visto che erano rimasti seduti al buio, Dupuis si alzò per accendere una lampada; ma si rimise a sedere, senza farlo, sentendo Pannella dire che era venuto per consultarli, o meglio per chiedere il parere del mio amico su una questione di lavoro che gli stava creando una quantità di guai.

“Se è un fatto che chiede riflessione”, osservò Dupuis, trattenendosi dall’accendere la lampada, “l’esamineremo meglio stando al buio”.

“Ancora un’altra delle sue bizzarrie”, disse il Prefetto per il quale era bizzarro tutto ciò che superava la sua capacità di comprensione e che perciò viveva in mezzo a un mondo di bizzarrie.

“Verissimo!”, disse Dupuis offrendo una pipa all’ospite e spingendo verso di lui una comoda poltrona.

“E qual è ora la difficoltà?”, intervenne Marc’Appat, “non un altro cappaticidio, spero!”

“Oh, no! Niente di simile. Di fatto il lavoro è in verità semplicissimo e non ho dubbi che potremmo gestirlo abbastanza bene da soli; ma ho pensato che a Dupuis non sarebbe dispiaciuto conoscerne i particolari, visto che si tratta di una cosa straordinariamente bizzarra”.

“Semplice e bizzarra”, disse Dupuis.

“Proprio, sì! Eppure non esattamente. Il fatto è che siamo in grave imbarazzo in quanto è veramente semplice, eppure non ne veniamo a capo”.

“Forse è la sua stessa semplicità che vi induce in errore”, disse il vecchio amico di Marc’Appat.

“Che sciocchezze dice”, replicò il Prefetto ridendo di cuore.

“Forse il mistero è un po’ troppo semplice”, disse Dupuis.

“Per amor del cielo! Chi ha mai sentito un’idea simile!”

“Un po’ troppo evidente”.

“Ah! Ah! Oh! Oh! Ah! Ah!”, tuonò il loro ospite, che sembrava divertirsi molto,

“Oh! Dupuis, lei mi farà morire malgrado tutto!”

“Allora”, domandò Marc’Appat, “di che si tratta?”

“Vi dirò”, replicò il prefetto, aspirando una lunga, intensa e meditabonda boccata e accomodandosi nella poltrona. “Vi dirò in poche parole. Ma prima di cominciare, devo avvertire tutti e due che si tratta di una faccenda molto riservata, e che io perderei la posizione che occupo se si sapesse che ne ho parlato con qualcuno”.

“Vada avanti”, disse Marc’Appat.

“Oppure non cominci affatto”, disse Dupuis.

“Insomma, via. Sono stato informato personalmente da qualcuno molto in alto, che un certo documento della massima importanza era stato trafugato dagli appartamenti reali. Si sa chi è stato senza alcun dubbio. È stato visto mentre lo prendeva. Si sa anche che il documento è ancora nelle sue mani”.

“E come si sa?”, chiese Dupuis.

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