Il funzionario la agguantò quasi morto di gioia, la aprì con le mani tremanti, dette uno sguardo veloce al contenuto, poi inciampando e precipitandosi alla porta, uscì senza tante cerimonie dalla stanza e dalla casa, senza aver detto una sola parola da quando Dupuis gli aveva chiesto di firmare l’assegno. Quando se ne fu andato, l’amico di Marc’Appat gli dette qualche spiegazione.

“La polizia di Parigi”, disse, “è troppo abile nel fare il suo mestiere. È perseverante, ingegnosa, furba e possiede tutte le qualità richieste dal dovere. Per questo quando PPPP stava illustrandoci nei dettagli il suo modo di perquisire il palazzo De Perlinghi, ero totalmente certo che avesse condotto un’indagine adeguata, fin dove possano le sue competenze”.

“Dove possano le sue competenze?”, domandò Marc’Appat.

“Sì”, disse Dupuis, “le misure adottate erano le migliori del loro genere e perfettamente eseguite. Se la lettera fosse stata nascosta con la logica che ispirava quella perquisizione, quei poliziotti l’avrebbero trovata, non ho dubbi”.

Marc’Appat rise, semplicemente, ma Dupuis aveva l’aria di avere parlato con grande serietà.

“Allora”, continuò, “i provvedimenti erano buoni nel loro genere e perfettamente eseguiti. Avevano un solo difetto: non erano applicabili al caso e all’uomo in questione. Il Prefetto ha la tendenza ad impiegare tutto un genere di mezzi ingegnosi che diventano il suo letto di Procuste, sul quale adatta forzatamente tutti i suoi piani. Ma sbaglia continuamente o per troppa profondità o per troppa superficialità rispetto alla materia che tratta; uno scolaro avrebbe ragionato meglio di lui. Ho conosciuto un bambino di otto anni i cui successi nel gioco del pari e dispari suscitavano generale ammirazione. Un gioco semplice, che si fa con delle palline. Uno dei giocatori tiene nel pugno chiuso un certo numero di palline e chiede all’altro se il numero è pari o dispari. Se l’altro indovina, vince una pallina; se sbaglia ne perde una. Il bambino di cui sto parlando vinceva tutte le palline della scuola. Naturalmente seguiva un criterio per indovinare; quello di osservare attentamente l’avversario, valutandone il grado di astuzia. Mettiamo il caso che l’avversario sia un sempliciotto e che sollevando la mano chiusa chieda ‘pari o dispari?’, il ragazzo risponde ‘dispari’ e sbaglia. La volta seguente indovina perché dice a sé stesso ‘questo sciocco alla prima prova aveva un numero pari, con la sua scarsa intelligenza non potrà che mettere un numero dispari la seconda; risponderò perciò: dispari; risponde dispari e vince. Con un avversario un po’ meno sempliciotto pensa: ‘poiché ho detto dispari la prima volta, la seconda questo pensa che non basta una semplice variazione da pari a dispari come ha fatto il primo sciocco giocatore; visto che un cambiamento così è troppo semplice e ripeterà il pari, dirò: pari!’ Lo dice e vince. Questo genere di ragionamento, quello che i compagni chiamano fortuna, che cosa è in ultima analisi?”.

“È semplicemente”, rispose Marc’Appat, “una identificazione dell’intelletto del giocatore con quello del suo avversario”.

“Proprio così”, disse Dupuis, “e quando chiesi al bambino in che modo raggiungeva questa perfetta identificazione che lo portava al successo, mi diede questa risposta: ‘quando voglio sapere fino a che punto qualcuno è attento o è stupido, fino a che punto è buono o cattivo, o quali sono i suoi pensieri in quel momento, atteggio l’espressione del mio viso sull’espressione del suo, il più esattamente possibile, e aspetto di sapere quali pensieri o quali sentimenti nasceranno in me, nella mente o nel cuore, per corrispondere alla espressione’. Questa risposta dello scolaro sta alla base di tutta la profondità spuria attribuita a La Rochefoucauld, a La Bougive, a Machiavelli e a Campanella”.

[6 di 11. continua]


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