ROBERTO GRANZOTTO-BORDIN (con qualche esitazione)
Ti è mai accaduto in questi ultimi anni, intendo dire quando tu eri lontano da lei, durante i tuoi viaggi, di tradirla con un’altra donna? Tradirla, intendo dire non col sentimento. Carnalmente, insomma. Ti è mai accaduto?

RICCARDO CAPPATOSONI
Sì, m’è accaduto.

ROBERTO
E che facesti?

RICCARDO
Ricordo la prima volta. Era di notte: la mia casa deserta e silenziosa. Il mio bambino dormiva là nella sua culla. Anche Orietta Berta dormiva. Io la destai e le raccontai tutto. Piangevo vicino al suo letto. Deve pur conoscere come sono fatto.

ROBERTO
Oh, Riccardo, perché hai fatto questo? Tu non sempre sei così. Quello fu per te un momento di debolezza.

RICCARDO
Ed io andavo alimentando la fiamma della sua innocenza con la mia colpa.

ROBERTO (bruscamente)
Oh, non parlare di colpa né d’innocenza. Tu l’hai fatta quella che è. Una strana e meravigliosa personalità, ai miei occhi, almeno.

RICCARDO (cupamente)
O piuttosto io l’ho uccisa nella verginità della sua anima.

ROBERTO
Ma che sarebbe ella divenuta, senza di te?

RICCARDO
Io mi sforzai di condurla verso una nuova vita.

ROBERTO
E ci sei riuscito. Una nuova e splendida vita.

RICCARDO
Ma vale quello che le ho tolto? La sua fanciullezza, le sue risa, la sua giovane bellezza, le speranze del suo cuore?

ROBERTO (decisamente)
Sì. Vale. (guarda Riccardo per qualche momento, in silenzio, poi ride un po’ aspramente). Anch’io, a quel tempo, m’ero fatto un’idea di come lei fosse una vittima. Naturalmente, io ho sempre pensato e sentito che tu eri un uomo di grande talento. E questo era ciò che ti scusava, ti giustificava agli occhi miei…

RICCARDO
E non pensi che forse è proprio adesso, in questo momento ch’io la trascuro? (stringe le mani nervosamente, poi s’inchina in avanti verso Roberto). Ecco, io non avrei altro che tacere ancora, ed ella ti si potrebbe abbandonare, intieramente e più volte.

ROBERTO (indietreggiando un poco)
Caro amico mio, io ti giuro che per nulla al mondo vorrei esserti causa di sofferenza.

RICCARDO
Ma, che accadrà quando tu diventerai nemico suo e mio, quando la sua bellezza, o ciò che ora ti sembra tale, ti avrà ormai tediato, e il mio affetto per te ti sembrerà falso e odioso?

ROBERTO
Ma questo non accadrà mai, Riccardo. Mai.

RICCARDO
E ti rivolterai allora contro te medesimo per avermi conosciuto, per aver patteggiato volgarmente fra noi due.

ROBERTO (grave)
Ma questo non sarà mai, Riccardo. Rassicurati.

RICCARDO (con aria di disprezzo)
Ciò che accada o no, poco m’importa… C’è ben altro che io temo. (mettendo una mano sul suo braccio). Immagina ch’essa sia là, morta, sul mio letto. Ecco, io guardo il suo povero corpo ch’io ho tante volte tradito, e così ignobilmente. Ch’io ho tradito, ed anche amato, e sul quale tante volte ho pianto. Ed io so che il suo corpo mi fu sempre sottomesso e leale come uno schiavo. A me, a me soltanto ella ha dato… (soffocato dall’emozione volge via il capo, incapace di proseguire).

ROBERTO (piano)
Riccardo. Non tormentarti così. Ella ti fu sempre fedele, credilo, corpo ed anima. Di che temi?

RICCARDO (si volge a lui con impeto quasi repentino)
Il mio timore non è quello che tu pensi, ma questo, ch’io dovrei rimproverare a me stesso, in quel momento, di aver preso tutto per me non potendo sopportare ch’ella donasse ad altri ciò che era pure in sua facoltà, e non mia, di donare; perché accettando io da lei la sua leale onestà, ho reso la sua vita povera d’amore. Questa la mia paura. Ch’io mi frapponessi fra lei e qualche istante di felicità che ella avrebbe potuto godere, fra lei e te, fra lei e chiunque altro, fra lei e qualunque altra cosa al mondo. Ed io, questo non voglio, non posso, né voglio. Non ardirei mai di farlo. (si abbandona sulla sedia in preda alla commozione, gli occhi sfavillanti. Roberto si alza quietamente, e sta in piedi ritto dietro di lui).

ROBERTO
Dammi retta, Riccardo. Ormai noi ci siamo detti tutto quello che dovevamo dirci. Il passato è passato.

RICCARDO (calmo ma aspro)
Aspetta, c’è dell’altro. Anche tu mi devi conoscere qual sono adesso. Poco fa ti ho detto che, oggi, nel vedere i tuoi occhi, provai una grande tristezza. In quel momento io sentii che la tua umiltà, la tua sottomissione mi univano a me in una specie di fraternità. (si volge un poco verso di lui). Ed allora ho avuto la sensazione dell’intiera nostra vita nel passato, e desiderai, sì, desiderai ardentemente di gettarti le braccia al collo.

ROBERTO (profondamente e subitamente commosso)
O quanta nobiltà da parte tua, Riccardo, a volermi perdonare!

RICCARDO (come lottando contro sé stesso)
Ti dissi ch’io non desideravo vederti tramare contro di me in quel modo falso e celato, contro di me, contro la nostra amicizia, contro di lei; che tu me l’avessi a rubare di nascosto, con l’inganno, in modo così ignobile, nel buio, di notte, tu, tu Roberto, il più caro fra i miei amici…

ROBERTO
Lo so. È nobile, ti ripeto, da parte tua.

RICCARDO (fissandolo arditamente)
No, non è nobile. È ignobile.

ROBERTO (con un gesto involontario di sorpresa)
Ma come? Perché?

RICCARDO (si volge via ancora, poi con voce più accorata)
Perché nell’intimo del mio ignobile cuore, io ti confesso che desideravo, sì, desideravo avidamente di essere tradito da te e da lei, così, nel buio, di notte, tradito con l’inganno, di nascosto, in modo abbietto. E da te, che sei il mio amico migliore, e da lei. E questo io lo desideravo con passione, ignobilmente. Sì, desideravo di essere disonorato per sempre nell’amore e nel piacere, di essere…

ROBERTO (chinandosi un poco, pone la mano davanti alla bocca dell’amico)
Basta! Basta! (toglie la mano)

RICCARDO
Desiderai di essere una svergognata creatura per poter ricostruire a nuovo la mia anima sulle rovine della mia propria vergogna.

ROBERTO
Ed è per questo che tu volevi che lei…

RICCARDO (con calma)
Ha parlato sempre della sua innocenza come io ho parlato sempre della mia colpa, umiliandomi.

ROBERTO
È per orgoglio, allora?

RICCARDO
Per orgoglio e per ignobile desiderio. Ed anche per una ragione ancor più profonda.

ROBERTO (con decisione)
Capisco. (torna a sedere al posto di prima, e si accosta a lui con la sedia). Può darsi che qui, adesso, noi ci troviamo in un momento in cui ambedue, tu ed io, possiamo liberarci per sempre dagli ultimi vincoli di ciò che gli uomini chiamano morale. La mia amicizia per te mi ha posto dei legami.

RICCARDO
Ben leggeri, in apparenza.

ROBERTO
Sì, ho tramato contro di te, nel buio, in segreto. Riccardo, hai il coraggio di lasciarmi agire d’ora innanzi, liberamente al sole?

RICCARDO
Un duello fra noi?

ROBERTO (con fervore crescente)
Una battaglia fra le nostre anime, pur diverse qual sono, contro tutto ciò che v’è di falso in esse e nel mondo. Una battaglia della tua anima contro lo spettro della fedeltà, della mia contro lo spettro dell’amicizia. Tutta la vita è conquista, Riccardo, vittoria della passione sulla prepotenza della viltà. Vuoi? Hai questo coraggio? Anche se questo avesse ad infrangere per sempre in mille frantumi la nostra buona amicizia, anche se avesse a disperdere perfino l’ultima illusione della tua vita? Un’eternità era prima che noi nascessimo, un’altra succederà dopo che saremo morti. Il momento vertiginoso della passione, della passione libera, senza vergogna, irresistibile, è la sola via di scampo per la quale possiamo fuggire le miserie di ciò che gli schiavi chiamano vita. Non è questo il linguaggio della tua giovinezza, quello che ti udii proferire proprio in codesto luogo dove stai seduto adesso? Hai forse mutato?

RICCARDO (passando una mano sopra la fronte)
Sì. Il linguaggio della mia giovinezza.

ROBERTO (con ardente intensità)
Riccardo, tu mi hai condotto a questo punto. Tanto lei che io non abbiamo ubbidito alla tua volontà. Tu, tu stesso hai provocato dentro il mio cervello queste parole. Vogliamo? Liberi? Insieme?

RICCARDO (dominando l’emozione)
Insieme, no. Combatti tu la tua battaglia da solo. Lascia che, da me, io combatta la mia.

ROBERTO (si alza deliberato)
Allora, tu mi concedi?

RICCARDO (si alza calmo)
Fatti libero da te. (s’ode bussare alla porta dell’atrio)

ROBERTO (trasalendo)
Chi è?

RICCARDO (calmo)
Orietta Berta, probabilmente. Non le hai chiesto di venire qui?

ROBERTO
Sì, ma… (guardandosi attorno). Allora, me ne vado.

RICCARDO
No, io me ne vado.

ROBERTO (disperato)
Riccardo, ti supplico, lasciami andare. Tutto è finito. Essa è tua. Tienila con te, e perdonaci, a tutti e due.

RICCARDO
Io non voglio sfruttare la tua generosità. Tu l’hai richiesta di venire qui, sola, di notte. Risolvi la cosa con lei.

ROBERTO (subitamente)
Apri la porta. Andrò ad aspettare in giardino. (va verso l’uscio). Spiegale tu, come meglio puoi. Io non posso vederla adesso.

RICCARDO
Te l’ho detto. Me ne vado. Se vuoi, aspettala pure là fuori. (esce dalla porta di destra. Roberto esce frettolosamente dall’atrio. Si sente aprire e chiudere la porta d’entrata. Riccardo entra seguito da Orienta Berta che indossa un abito bruno e un piccolo cappello rosso. Non ha né ombrello, né impermeabile).

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