3 – La mia Ex

La tirchieria del Granelli non può che evocarmi alla mente la mia ragazza dell’epoca, Virginia, una Ex con la E maiuscola. Non che lei fosse tirchia, tutt’altro: aveva le mani bucate, ma abituata a vivere in strada mi parlava spesso di come si potessero consumare gratuitamente una varietà di beni e servizi. Per esempio come viaggiare gratis in treno, auto-denunciandosi al controllore subito dopo la partenza, fingendo di essere stati derubati di denaro e documenti, per essere sbattuti giù, ma senza multa, alla fermata successiva e ricominciare col prossimo treno. Col vantaggio, tra l’altro, di poter fumare durante le soste. Io non ero tanto interessato dal punto di vista utilitaristico (non mi sognerei mai di viaggiare in quel modo, impiegando 16 ore per fare 400 km), quanto invece mi affascinava quella sua filosofia che mi sarebbe comunque stata di ispirazione nel lavoro e nella vita, perciò per quanto abbia sempre odiato il fumo le permettevo di inalare sul balcone, ascoltandola rapito. E innamorato.

Fumatrice incallita, credo che Virginia non abbia mai comprato un pacchetto di sigarette in vita sua. Le sere del fine settimana faceva il giro della ventina di affollati Bar del centro scroccandole a quelli che esibivano il pacchetto sul tavolino e non potevano certo mentirle “non fumo”. Ogni venerdì e sabato sera in meno di un’ora riusciva a mettere insieme un pacchetto per il giorno successivo, ma ci riusciva anche nei giorni lavorativi, con un altro metodo: non avendo niente di meglio da fare raccoglieva per le strade i mozziconi che avessero ancora dentro almeno un centimetro di tabacco, che recuperava buttando i filtri (nei cestini della stazione, non per terra come gli sporcaccioni sui quali parassitava), e tutto quello che doveva spendere era in cartine, giacché i filtrini se li arrotolava con un altro di quei generi che non aveva mai acquistato in vita sua: i biglietti del treno, ovviamente usati, che rinveniva nella stazione stessa, punto di riferimento universale di ogni buon vagabondo.

Tuttavia, saltuariamente e precariamente, doveva anche lei lavorare per alimentare quelli che chiamava i suoi bisogni tossici primari, cioè le altre droghe che a differenza del tabacco non c’era alternativa all’acquistarle. Infatti il mese tipico di Virginia consisteva in una settimana ad alcol, la seconda a cannabis, la terza nuovamente alcolica e l’ultima a benzodiazepine tipo Valium e Xanax, per poi ricominciare il ciclo, coincidente con quello mestruale e le fasi lunari. Tutta roba che costa e non si può scroccare, se non in minime quantità assolutamente insufficienti per lei, che pertanto prendeva dei lavoretti nei famigerati call centre.

È stato così che l’ho conosciuta. Il sistema funziona in questo modo: l’operatrice del call centre chiama una gran quantità di utenze in una tale provincia per convincere chi risponde (generalmente una casalinga) a ricevere senza impegno un nostro agente, nella fattispecie il sottoscritto, per una dimostrazione gratuita. Statisticamente, sul gran numero di chiamate riuscirà a prendermi almeno tre appuntamenti al giorno, talvolta anche 5 o 6. Questo si chiama generare una lead, ovvero una opportunità per il venditore. Lei non deve vendere niente per telefono, perciò si chiama telemarketing e non telesales. Riuscire a vendere sarà compito mio, che però sono enormemente facilitato dall’andare a visitare qualcuno già vagamente interessato o quantomeno predisposto a ricevermi, invece di suonare campanelli a casaccio.

Virginia era molto brava non solo nella quantità di lead che mi generava, ma anche nella qualità: ci si sentiva più volte al giorno e a discapito della sua infinitesimale provvigione scartava una lead consigliandomi: “guarda, per domani hai un appuntamento alle 15 nel posto X e uno alle 16 a venti km di distanza. In teoria ce la potresti fare, ma secondo me ti conviene rinunciare al primo che potrebbe farti perdere tempo arrivando in ritardo al secondo che invece suona più promettente”. Aveva la capacità non comune di sintonizzarsi sulla frequenza della persona con cui parlava e capire se accettava la visita per un effettivo bisogno dell’oggetto oppure solo per curiosità.

E curiosità fu da parte mia, per il suo ottimo lavoro e l’ormai consolidata amicizia telefonica, che mi spinse ad invitarla per conoscerci personalmente. L’indomani a metà pomeriggio, quando lo storico locale milanese è quieto e accogliente, non ancora invaso dalla folla degli aperitivisti, davanti a due birre rosse al Bar Magenta rimasi stordito dalla sua bellezza: sotto i lunghi capelli nerissimi mi abbagliavano due occhioni verdi a contornare un aquilino nasoppione giudaico-romano sopra labbra da favola. Tutto il resto del suo corpo meraviglioso l’avrei scoperto la sera stessa nel mo letto, dopo avere trascorso il pomeriggio al Parco Sempione a parlare e parlare di tutto, come se ci conoscessimo da sempre.

Nei mesi di relazione che seguirono, la sua bisessualità (o pansessualità come la chiamava lei) non mi infastidì. Finché mi tradiva con delle ragazze, l’importante era che non lo facesse con un altro uomo, e questo non accadde. La storia finì invece per il suo indomabile spirito libertario. Aveva dentro un nucleo esistenziale di sofferenza che la spingeva a scappare fisicamente da un luogo nell’illusione di riuscire a fuggire da sé stessa. Andò a Roma e ci sentimmo solo qualche volta per telefono, poi lentamente la candela della comunicazione si spense. Aveva nuovamente cambiato lavoro e città, io non ne conoscevo il nuovo indirizzo. Molti anni dopo con l’avvento dei social network appresi, ma senza osare contattarla, che aveva continuato a svolgere lavori precari nei call centre, sia in Gran Bretagna che in Italia. Per quanto inchiodata a una scrivania con delle cuffie in testa a mo’ di guinzaglio, si può dire che anche nel suo caso il lavoro mobilita.



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