Nomenclatura radicale / 9 di 10 / Adel/aide, Adriano, Armando, Claudio, Daniele, Domenico, Donatella, Elio, Elisabetta, Enzo,
E per concludere i cinquanta nomi più ricorrenti ecco quelli presenti almeno due volte, che devo dividere in due post: Adele/Adelaide (rispettivamente AGLIETTA e FACCIO); Adriano (DE STEFANO, SOFRI); Armando (CROCICCHIO, DREON); Claudio (BARAZZETTA, MARTELLI); Daniela CACACE e Daniele CARCEA; Domenico (MODUGNO, SPENA); Donatella (CORLEO, PORETTI); Elio (POLIZZOTTO, VITTORINI); Elisabetta (GROSSO, ZAMPARUTTI); Enzo (CUCCO, TORTORA)
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Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata: “e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava.
Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava.
Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Granzotto e Unabomber - Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione.
La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Da circa dieci anni ormai il cosiddetto “Unabomber”, il misteriosissimo micro-dinamitardo che cela i suoi dispositivi esplosivi nelle confezioni apparentemente innocue dei prodotti di largo consumo in vendita nei supermercati, faceva impazzire gli inquirenti che non riuscivano a dargli un nome e catturarlo. Neppure la sofisticatissima mente del criminologo numero uno era riuscita a venire a capo del caso, l’unico che Roberto Granzotto non avesse ancora risolto e che perciò lo tormentava tanto. C’era stato un tempo, sei anni prima, dopo il decimo attentato, in cui Granzotto credeva di avercela fatta. Tutto sembrava quadrare, o per meglio dire tutto sembrava ruotare attorno ad un individuo fortemente indiziato, al quale Granzotto era risalito studiando minuziosamente i dettagli degli attentati. I primi due ebbero luogo nel 1993 ad Aquileia e Latisana, lungo la stessa autostrada che passava da Portogruaro e sul cui monotono, rettilineo tracciato la polizia stradale aveva fatto diverse multe per eccesso di velocità ad un automobilista alla guida di una potente Volvo. Gli avvistamenti del bolide lanciato sulla corsia di sorpasso, e date e orari delle relative multe, coincidevano con gli attentati. Qualche infrazione al codice della strada non bastava però per incastrare il portogruarese Armando Dreon, appena rientrato dalla Svezia dopo avervi trascorso vent’anni a lavorare nell’industria pornografica, ma bastò ad attirargli forti sospetti e a farlo mettere sotto stretta e discreta sorveglianza. Dreon si dimostrò subito un tipo intraprendente, deciso a darsi alla politica nelle file dei radicali friulani, che cominciò a frequentare assiduamente l’anno successivo, il 1994, quando gli attentati si spostarono con lui nel pordenonese. Il 12 marzo nel capoluogo, il 21 agosto a Sacile, il 17 dicembre ancora a Pordenone e il giorno dopo ad Aviano: in tutte queste occasioni Dreon viene visto nei paraggi, talvolta filmato dalle telecamere a circuito chiuso dei supermercati colpiti. Stessa storia nel 1995. Dreon continua la sua attività politica partecipando a riunioni radicali in coincidenza delle quali avvengono esplosioni negli stessi luoghi: il 5 marzo ad Azzano X, il 30 settembre e primo ottobre nuovamente a Pordenone. Nell’agosto del 1996, Dreon è in vacanza al mare quando “Unabomber” colpisce a Bibione e Lignano. Per l’opinione pubblica è troppo, l’industria turistica teme la fuga dei tedeschi, la polizia sotto pressione non ha prove ma ha un capro espiatorio: Dreon viene arrestato con grande clamore e condannato in tutta fretta a dieci anni di galera. Per dimostrare la sua innocenza non gli resta che sperare che il vero colpevole colpisca ancora e presto, ma questi se ne guarderà bene, trattenendo il suo implulso dinamitardo per confermare la colpevolezza di Dreon e rimanere impunito mentre si placano le acque e il caso viene archiviato.Ma Granzotto non è per niente impressionato. Una tecnica simile era già emersa nel caso del mostro di Firenze e in tanti altri: è tipica delle menti criminali che colgono l’opportunità per fermarsi per un po’, consapevoli di averla fatta franca per un pelo fino a quel momento. Granzotto è un raffinato criminologo che non deve affannarsi ad accontentare il popolino con un capro espiatorio. Sa che Dreon è innocente, ma non può provarlo, e invero non ne è neppure ansioso: “uno che guida così” - ragiona Granzotto - “tutto sommato è meglio che stia in galera”.
Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione. La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione. La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Pordenone, domenica 1 settembre 2002.
Dopo il congresso radicale inter-regionale appena conclusosi all’hotel Moderno, il segretario nazionale Daniele Capezzone e quello provinciale Stefano Santarossa, insieme alle altre undici personalità che rappresentavano la crème del gotha dell’intellighentsia radicale veneto-friulana del tardo ventesimo secolo, erano riuniti nella pizzeria Gambrinus, a pochi passi dal tribunale in cui la procuratrice legale Elena De Rigo aveva a lungo praticato il foro con l’avvocato Paolo Mazza prima di divenire pretore a Conegliano, dove avrebbe fatto sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano De Stefano. Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero:
“Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata:
“e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava. Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Dopo il congresso radicale inter-regionale appena conclusosi all’hotel Moderno, il segretario nazionale Daniele Capezzone e quello provinciale Stefano Santarossa, insieme alle altre undici personalità che rappresentavano la crème del gotha dell’intellighentsia radicale veneto-friulana del tardo ventesimo secolo, erano riuniti nella pizzeria Gambrinus, a pochi passi dal tribunale in cui la procuratrice legale Elena De Rigo aveva a lungo praticato il foro con l’avvocato Paolo Mazza prima di divenire pretore a Conegliano, dove avrebbe fatto sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano De Stefano. Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero:
“Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata:
“e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava. Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Conegliano, 3 settembre 2002.
La foschia ritardava a rintanarsi nelle valli tra le dolci colline del coneglianese, sfumando i contorni del castello di Collalto là oltre la scuola di enologia fuori dalla finestra dell’ufficio del capitano De Stefano, sul cui umore quelle languide mattinate di mezza stagione producevano l’effetto di una struggente malinconia e lo inducevano a meditare sulla vacuità della natura umana.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo.
“Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché.
“Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano. Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola:
“Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
La foschia ritardava a rintanarsi nelle valli tra le dolci colline del coneglianese, sfumando i contorni del castello di Collalto là oltre la scuola di enologia fuori dalla finestra dell’ufficio del capitano De Stefano, sul cui umore quelle languide mattinate di mezza stagione producevano l’effetto di una struggente malinconia e lo inducevano a meditare sulla vacuità della natura umana.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo.
“Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché.
“Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano. Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola:
“Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
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