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PREZIOSE RELIQUIE

MI SOFFIO IL NASO e perfino le orecchie per espellere tutto il muco accumulato nei raffreddori invernali, che è molto. Infatti - oltre all'abbondante muco bianco e colloso come lo sperma di un adolescente alle prime pippe -, nel liberare le vie respiratorie ne scatarro anche di giallognolo variegato da sfumature verde-maroni, e più denso, che sputo direttamente nel barattolo di vetro riciclato dove accumulo il tutto, quasi tre etti finora. 

CIO' MI RICORDA un paio di occasioni in cui nell'estrarre (naturalmente con le dita) fastidiosi capperi dal naso, questi ne sono dolorosamente usciti appiccicati a dei pelazzi particolarmente lunghi, di circa tre centimetri e forse più, bianchissimi nell'ultimo tratto e nerissimi in quello iniziale col bulbo ad ancorare la radice (da cui il dolore dello strappo). Uno di questi peli memorabili rimase vent'anni fa nei Balcani nell'amorevole custodia di un'amica e l'altro, pure avvolto nella stagnola come preziosa reliquia, in tempi pIù recenti donai ad una amante friulana con la quale le cose finirono male, per cui adesso usa il mio pelo del naso sul balcone di casa per misurare direzione e forza del vento, generalmente gelida bora triestina.

NELLA GALASSIA radicale si notano spesso analoghi fenomeni piliferi: hanno fatto scuola il Cappero di Cappato così come i peli crescere a vista d'occhio come arbusti di foresta pluviale nelle orecchie di Bandinelli, una istintiva forma di difesa dell'udito durante le frequenti prolusioni di Pannella negli allucinati comitati radicali. Bandinelli ha assunto due assistenti comitanti, uno per ogni orecchio (Granzotto e Bordin) che gli siedono a lato per potargli questi tumble-weeds che altrimenti gli fugirebbero dai timpani per saturazione di tessuti arabili, spinti dalla bora rotolando in salita verso Montecitorio (bora a Roma?! ma che cazzo scrivo) ad inseguire la loro ritrovata e sacrosanta libertà pilifera.

TORNIAMO A CAPPATO col secondo spot pubblicitario in tanti anni di questo blog (il primo fu Pubblicità mirata), nel quale doneremo visibilità anche ad altri Cappati d'Italia meno conosciuti. L'elenco del telefono comincia male, fornendoci degli inquietanti CAPPATO ADOLFINA (Cuneo) e ben due CAPPATO BENITO (Ferrara e Rovigo). Speriamo che costoro, Adolfina e i Beniti, non si incrocino in un cappatincesto guerresco, forse già manifestatosi nell'Armagheddon del crocicchiano CAPPATO ARMANDO a Torino, mentre tra i Cappati più originali (dal noto cappato originale) emergono CAPPATO EVARISTO (Vercelli), CAPPATO GLAUCO (Biella), CAPPATO GUALTIERO (Milano), CAPPATO GUGLIELMO (Rovigo) e addirittura tre CAPPATO ISIDORO di cui un pregevole CAPPATO ISIDORO GASTONE (Milano), e a seguire un diminutivo ITALINO CAPPATO (Rovigo), un congruente LIBERO CAPPATO (Torino), per finire con un umile MODESTO CAPPATO (ancora Rovigo). 

MA SONO LE PAGINE GIALLE a restituirci i Cappati più interessanti: eccone di seguito una selezione per categorie merceologiche che riporto senza commenti, giacché molti dei nomi e indirizzi che hanno scelto ci dicono pressoché tutto dei Cappati: ci sono un paio di XX Settembre con un altrettanto pregevole XXV Aprile; in geografia una Roma e una Trieste più una Europa, poi un Cristoforo Colombo (l'esagerato Cappato pannellato ha ereditato la vanitato), senza però far torto a Togliatti e.. nientemenoché l'introduzione nella politica italiana di multipli Alfani! Non ho parole, se non ci credete controllate voi stessi:

Agenzie immobiliari
EMMECI IMMOBILIARE AGENZIA IMMOBILIARE CAPPATO MICHELE
27, Piazza Vittorio Emanuele III - 26025 Pandino (CR) - tel: 0373 90468

Alberghi
NUOVA MOVIDA DI CAPPATO ALESSANDRO & C. S.A.S.
86, Viale Trieste - 09123 Cagliari (CA) - tel: 070 7544939

Assicurazioni
ITALIAN MARINE SURVEYORS DI RICCARDO CAPPATO E C.
20, Via Venti Settembre - 16121 Genova (GE) - tel: 010 5951803

Erboristerie
L'ALBERO DELLA VITA DI CAPPATO SILVIA
Via Rossini Gioacchino 15 - 45014 Porto Viro (RO) - tel: 0426 324185

Farmacie
FARMACIA SAN LUCA CONTERIO DELLA DOTT.SSA CAPPATO BARBARA SARA
79, Via Roma - 10080 Locana (TO) - tel: 0124 83112

Giardinaggio
CAPPATO ALBERTO
76, VIA XXV APRILE - 45030 Pontecchio Polesine (RO) - tel: 0425 492466

Giornalai
EDICOLA PULCE DI CAPPATO
Via Galletta - 40068 San Lazzaro Di Savena (BO) - tel: 051 6251111

Librerie
LA QUARTA DIMENSIONE DI CAPPATO ROBERTO
99/R, Via Degli Alfani - 50121 Firenze (FI) - tel: 055 287791

Motociclette
CR MOTORSPORT DI CAPPATO RICCARDO
11, Via Europa - 36050 Cartigliano (VI) - tel: 0424 598820

Parrucchieri
MARINA PARRUCCHIERA UOMO DONNA DI CAPPATO MARINA
9, Via Togliatti Palmiro - 45010 Papozze (RO) - tel: 0426 990211

Perizie e consulenze
GIORGIO CAPPATO & C. SAS
20, Via Venti Settembre - 16121 Genova (GE) - tel: 010 565268

Stabilimenti balneari
BAGNI ANTONIO DI CAPPATO FLAVIO E ZUNINO ORNELLA S.N.C.
Lungo Mare Colombo Cristoforo Snc - 17053 Laigueglia (SV) - tel: 0182 690895

Tabaccherie
CAPPATO AUGUSTO
2/E, Via Nuova - 40127 Bologna (BO) - tel: 051 512352

“Che è un peccato che il suo direttore Bordin non sia nato pappagallo”, replicò Dupuis, “sarebbe stato il pappagallo più illustre della sua razza. Non ha fatto altro che ripetere punto per punto tutti gli articoli già pubblicati; un impegnativo lavoro di raccolta, un po’ da questo e un po’ da quel giornale. Dice…”

È chiaro che quegli oggetti si trovavano in quel luogo da tre o quattro settimane, almeno… Non ci sono dubbi: è stato scoperto il luogo dove è stato commesso questo efferato delitto.

“Quello che Le Soleil riafferma non rimuove nessuno dei miei dubbi al riguardo, esamineremo questo problema più tardi in relazione a un altro contesto e molto minuziosamente. Al momento è il caso di occuparci di altre indagini. Avrà fatto caso all’estrema superficialità con cui è stato esaminato il cadavere. Certo avranno rapidamente risolto il problema dell’identità, o avrebbero dovuto; ma anche altri sono i punti da chiarire. Il corpo era stato derubato? La defunta aveva gioielli indosso quando è uscita di casa? Se è così, li indossava ancora quando è stata ritrovata? Interrogativi importanti che nessuno si è posto durante le deposizioni, come altri di uguale gravità cui non si è prestata attenzione. Per una risposta dovremo condurre personalmente una indagine. Deve essere riesaminato il caso Strik-Lievers. Non ho sospetti su di lui. Ma procediamo con metodo. Bisognerà verificare la validità del suo alibi per la giornata di domenica: su tali affidavit grava sempre il rischio della mistificazione. Tuttavia, se non c’è nulla che non vada, elimineremo Strik-Lievers dalle nostre investigazioni. Il suo suicidio, che solleverebbe sospetti se negli affidavit vi fosse inganno, senza inganno non è inspiegabile o tale da farci deviare dalla direzione della nostra indagine. Nella analisi che farò ora, trascureremo i punti centrali della tragedia per occuparci di tutti gli aspetti collaterali. L’errore più ricorrente in indagini del genere è quello di limitare l’inchiesta all’immediato trascurando i fatti periferici o circostanziali. Per una pessima abitudine dei tribunali, testimonianze e dibattito vengono circoscritti alle cose che sembrano avere importanza. L’esperienza al contrario ha mostrato – e la vera filosofia mostrerà sempre -, che una vasta parte, forse la principale, della verità nasce da particolari che sembrano insignificanti. Perciò nello spirito di questo principio, se non proprio nella lettera, la scienza moderna ha deciso di calcolare l’imprevisto. Ma forse lei non mi comprende? La storia della conoscenza umana ha dimostrato che siamo ininterrottamente debitori a fatti collaterali, o incidentali o accidentali si numerosissime scoperte, e le più importanti: alla fine è diventato indispensabile perciò, in una prospettiva di progresso, tener conto nella massima misura delle invenzioni nate dal caso e che sono molto al di fuori dell’ambito del prevedibile. Ormai non è più logico basarsi su quello che è  stato, per una visione di ciò che sarà. Il caso è accettato come parte della struttura portante. Abbiamo la possibilità di calcolare il caso e sottoporre l’inatteso e il non immaginato a formule matematiche scolastiche. Che la maggior parte della verità scaturisca da cause collaterali, è un fatto; seguendo questo principio devio la mia ricerca dal terreno battuto e, fino a questo momento, non produttivo dell’avvenimento in sé, per spostarmi su circostanze concomitanti. Mentre lei accerterà la validità delle deposizioni, io esaminerò più a fondo i giornali. Finora abbiamo sondato il campo delle indagini; sarebbe strano che una analisi come io la intendo, dei giornali, non ci offrisse quei particolari minuti che potrebbero indirizzare la nostra indagine”.

Con questi suggerimenti di Dupuis, Bertè prese a esaminare, con grande scrupolo, le deposizioni. Il risultato fu la certezza della loro validità e, di conseguenza, l’innocenza di Strik-Lievers. Nello stesso tempo il suo amico era immerso in un esame, di una scrupolosità che gli sembrava del tutto eccessiva, degli archivi di tutti i giornali.


[14 di 22. continua]



ESULI RADICALI
(liberamente ispirato a James Joyce)

Personaggi
RICCARDO CAPPATOSONI, scrittore
ORIETTA BERTA CALLEGARI IN CAPPATOSONI, sua moglie
ARCICROCICCHIO CAPPATOSONI, loro figlioletto di otto anni
ROBERTO GRANZOTTO-BORDIN, giornalista
BEATRITA BERNARDINI, sua cugina, maestra di musica
BRIGIDA BONINO, vecchia domestica della famiglia Cappatosoni

Nel salotto di Riccardo Cappatosoni, sul davanti, a destra, un caminetto con basso parafuoco. Sopra la mensola del camino uno specchio con cornice dorata. Dietro, verso il fondo, una porta a due battenti che conduce alla sala da pranzo e alla cucina. Nella parete di fondo, a destra, un uscio, che dà nello studio, a sinistra di questo, una credenza, e sopra di essa, appeso alla parete, un disegno a carboncino, raffigurante il ritratto di un giovine. Più in là, a sinistra, una porta a vetri che conduce in giardino. Nella parete di sinistra una parete che dà sulla strada. Più avanti, nella stessa parete, una porta che dà accesso all’atrio e alla parte superiore della casa. Tra finestra e porta, piccola scrivania a ridosso del muro. Accanto, una sedia a vimini. Nel mezzo della stanza una tavola tonda con delle sedie intorno avvolte in un panno verde sbiadito. A destra, sul davanti, un tavolino con accessori per fumare, un seggiolone e una sedia a sdraio. Stuoie davanti al caminetto e alla porta. Pavimento a parquet. La porta a vetri che dà sul giardino e l’altra a destra hanno portiere con frange ricamate, scostate a metà. Il vetro più basso della finestra è rialzato, e sulla finestra pendono pesanti costine di velluto. La persiana di fuori è calata giù, fino al livello del vetro alzato. È un caldo pomeriggio di giugno, e la stanza è invasa da una molle luce che a poco a poco dilegua.

1 di 12. continua

Brigida Bonino e Beatrita Bernardini entrano dalla porta di sinistra. Brigida è una donna attempata, di bassa statura e capelli grigi. Beatrita è una sottile figura di donna bruna, sui ventisette anni. Indossa un abito assai ben tagliato, blu marino, e un cappello di paglia nera, semplice ed elegante.

BRIGIDA BONINO
La signora e il signorino sono ancora al bagno. Non vi aspettavano. Avete forse scritto che ritornavate, Miss Bernardini?

BEATRITA BERNARDINI
No, sono arrivata poco fa.

BRIGIDA (additando il seggiolone)
Accomodatevi, intanto andrò ad avvertire il padrone che siete qui. (Beatrice siede). Il signorino Arcicrocicchio ha ricevuto la vostra cartolina, colla veduta di Yougal! Sarete stanca del viaggio…

BEATRITA
Oh, no… Il signorino ha fatto un po’ d’esercizi di piano durante la mia assenza?

BRIGIDA (ridendo)
Esercizi, proprio! Figuratevi che adesso è mezzo impazzito dietro al cavallo del lattaio. Avete avuto bel tempo laggiù, Miss Bernardini?

BEATRITA
Piuttosto umido.

BRIGIDA (mestamente)
E anche qui a giorni pioverà. (Si avvia verso lo studio). Andrò ad avvertirli del vostro arrivo.

BEATRITA
Non disturbarlo, Brigida. Se non tardano molto, posso star qui ad aspettarli, finché tornano.

BRIGIDA
Ho visto mentre entravate che c’era qualche cosa nella cassetta delle lettere. (Va alla porta dello studio, discosta un poco il battente e chiama). Signor padrone, c’è qui Miss Bernardini, per la lezione del signorino Arcicrocicchio.

Riccardo Cappatosoni entra dalla parte dello studio e avanza verso Beatrita tendendole le mani. È un giovane alto, di statura atletica, dall’aria un poco stanca. Capigliatura e mustacchi bruni e fini. Porta occhiali. Indossa un abito di lana grigia.

RICCARDO CAPPATOSONI
Benvenuta.

BEATRITA (si alza, gli stringe la mano arrossendo)
Buongiorno, Mr Cappatosoni. Veramente io non volevo che Brigida vi disturbasse.

RICCARDO
Disturbarmi? Per carità.

BRIGIDA
Signor padrone, c’è qualcosa dentro la cassetta delle lettere.

RICCARDO (trae di tasca un piccolo mazzo di chiavi e gliele dà)
Tieni. (a Miss Bernardini). Prego, sedetevi, Orietta Berta sarà qui a momenti. (Brigida esce dalla porta e rientra con due giornali)

RICCARDO
Lettere?

BRIGIDA
Soltanto questi giornali italiani.

RICCARDO
Disponili, per favore, sulla mia scrivania.

BRIGIDA (gli ridà le chiavi, porta i giornali nello studio e scompare per la porta di destra)

RICCARDO
Già cominciavo a pensare che non sareste più tornata. Sono passati dodici giorni da che foste qui.

BEATRITA
Anch’io non credevo di dover ritornare, invece eccomi qua.

RICCARDO
Avete ripensato a ciò che vi dissi l’ultima volta?

BEATRITA
Molto.

RICCARDO
Io vi dissi anche che non vi avrei mostrato ciò che vi ho scritto, se non quando me l’avreste richiesto. Vi ricordate?

BEATRITA
E io non ve lo richiederò.

RICCARDO (piegandosi in avanti e appoggiando i gomiti sui ginocchi e giungendo le mani)
Avreste piacere di leggere quelle mie pagine?

BEATRITA
Molto.

RICCARDO
Perché parlano di voi?

BEATRITA
Sì, ma non soltanto per questo.

RICCARDO
Perché le ho scritte io? Per questo? Anche se ciò che vi troverete là dentro, vi sembrerà qualche volta… crudele?

BEATRITA (timidamente)
Questa è una cosa che riguarda il vostro spirito, Mr Cappatosoni.

RICCARDO
Allora è il mio spirito che vi attrae. Non è così?

BEATRITA (esitante, lo fissa un momento)
Per quale motivo credete che io sia venuta qui?

RICCARDO
Molti motivi; anzitutto la lezione di Arcicrocicchio. Poi noi ci conosciamo da tanti anni; fin dalla fanciullezza. Roberto, voi, ed io: non è  vero? Voi vi siete sempre interessata a me, prima che io partissi, e anche durante la mia lontananza. Poi le lettere che ci siamo scambiate intorno al mio libro. Adesso il libro è pubblicato. Forse voi immaginate che nuove impressioni, nuove idee si vanno raccogliendo nel mio spirito; forse sentite che potreste conoscerle. Non è questo il motivo?

BEATRITA
No.

RICCARDO
E quale allora?

BEATRITA
Perché in altro modo non avrei potuto vedervi. (lo fissa un istante e si volge bruscamente)

RICCARDO
Perché in altro modo non avreste potuto vedermi?

BEATRITA (d’un tratto confusa)
Non tornano. (si alza). È meglio che me ne vada.

RICCARDO (tendendo le braccia)
Ma voi fuggite. Oh, rimanete, vi prego. Ditemi che avete inteso significare con quelle vostre parole? Avete timore di dirmelo?

BEATRITA
Timore? No.

RICCARDO
Non avete un po’ di confidenza in me? Non vi pare di conoscermi un poco?

BEATRITA
Difficile conoscere uno che non sia noi stessi.

RICCARDO
Vi è difficile conoscermi? Vi mandai da Roma i capitoli del mio libro, man mano che li andavo scrivendo, e lettere, poi, lettere per nove lunghi anni.

BEATRITA
Ricordo. La vostra prima lettera mi arrivò quasi un anno dopo la vostra partenza.

RICCARDO
E voi m’avete risposto subito; e da allora m’avete seguito poi sempre nella mia lotta. (congiunge le mani in modo impetuoso). Ditemi, Miss Bernardini, non sentiste che ciò che voi leggevate era scritto per i vostri occhi? Che voi, voi sola me l’avete ispirato? Che io esprimevo in quelle lettere, in quelle pagine, nella mia vita medesima, qualche cosa che era pure nella vostra anima?e che voi non potevate o per orgoglio o per disprezzo…

BEATRITA
Non potevate…

RICCARDO (inclinandosi verso di lei)
Non potevate perché non osavate… È questo il perché?

BEATRITA (assentendo)
Sì.

RICCARDO
Per timore degli altri o per mancanza di coraggio?

BEATRITA (sommessamente)
Di coraggio.

RICCARDO
E così, voi mi avete sempre seguito, avendo nel cuore l’orgoglio e il disprezzo.

BEATRITA
E la solitudine (volge via la faccia, china il capo fra le mani. Riccardo si leva, va lentamente alla finestra di sinistra, poi ritorna verso di lei e le siede accanto)

RICCARDO
Lo amate ancora?

BEATRITA
Non so.

RICCARDO
Era questo, vedete, che mi rendeva così esitante verso di voi, allora. Anchorché io sentissi che voi vi interessavate a me, che io ero qualcosa nella vostra vita…

BEATRITA
Sì, lo eravate.

RICCARDO
Eppure questo ci divideva. Sentivo di essere una terza persona. I vostri nomi li ho sempre sentiti proferire insieme: Roberto, Beatrita.

BEATRITA
Eravamo primi cugini. Nulla di strano che fossimo spesso insieme.

RICCARDO
Egli m’ha raccontato della segreta promessa che vi siete scambiati. Roberto non ha segreti con me. Immagino che lo sappiate.

BEATRITA (impacciata)
Quel che avvenne fra noi da tanto tempo ormai è accaduto. Io ero una ragazza ingenua, allora.

RICCARDO (sorride con malizia)
Ne siete sicura? La cosa avvenne, vi ricordate? Nel giardino di mia madre (accenna al giardino), laggiù. E voi saldaste, come si dice, la vostra fede con un bacio e gli donaste anche la vostra giarrettiera. Permettete che vi ricordi tutto questo?

BEATRITA (con qualche ritenutezza)
Se credete sia cosa degna di essere ricordata…

RICCARDO
Immagino non l’abbiate dimenticato. (stringendosi le mani quietamente). Non riesco a comprendere questa strana cosa. Pensai pure che, dopo che io fui partito… Avete sofferto per la mia partenza?

BEATRITA
Sapevo bene che un giorno o l’altro ve ne dovevate andare. Non sofrii. Mi trovai mutata

RICCARDO
Verso di lui?

BEATRITA
Ogni cosa era mutata. La sua vita, il suo spirito. Sì, anche il mio spirito parve mutare, dopo quel tempo.

RICCARDO (meditando)
Sì, io compresi che voi eravate mutata quando ebbi la vostra prima lettera, dopo un anno; e dopo la vostra malattia anche. Me lo dicevate nella vostra lettera

BEATRITA
Quella malattia mi aveva ridotto quasi in punto di morte. Mi fece vedere la vita sotto altro aspetto da quel di prima.

RICCARDO
E così, a poco a poco, vi siete raffreddati l’un verso l’altro, non è vero?

BEATRITA (socchiudendo gli occhi)
Ma non così, d’un tratto. Io vedevo in lui un pallido riflesso di quel che eravate; poi anche quello svanì.

RICCARDO (con impeto trattenuto)
Perché quell’accento accorato? La cosa non può essere stata tanto tragica.

BEATRITA (calma)
Oh, niente affatto tragica, e riebbi vita e salute senza poterne usare. Sono convalescente.

RICCARDO (garbato)
E nulla ha potuto darvi pace?

BEATRITA
Se la nostra religione avesse conventi, sarebbe là che la troverei.

RICCARDO (scuote il capo)
No, Miss Bernardini, non la trovereste nemmeno là. Voi non potete donarvi interamente e liberamente.

BEATRITA
Cosa difficile donare sé stessi interamente, liberamente, ed essere felici.

RICCARDO
Anche voi sentite che tale felicità è la migliore, la più grande che ci sia consentita.

BEATRITA (con fervore)
Sì, credo che lo sentirei.

RICCARDO (piegandosi indietro, le mani intrecciate al capo)
Oh, se sapeste quanto soffro in questo momento! E anche per cagion vostra. Ma, più di tutto, per cagion mia (con amara veemenza), e come vorrei che mi fosse concessa ancora quell’asprezza d’animo di mia madre morta! (Beatrice si alza, lo guarda intensamente, poi va verso la porta del giardino. Ma si volge, lo fissa ancora e s’avvicina a lui standogli accanto, con una mano sullo schienale del seggiolone).

BEATRITA
Ha chiesto di voi prima di morire?

RICCARDO
Chi?

BEATRITA
Vostra madre.

RICCARDO (la fissa intensamente)
Dunque s’andava dicendo eh? Ch’ella m’avesse mandato a chiamare prima di morire e ch’io non ci fossi andato

BEATRITA
Sì.

RICCARDO (freddamente)
No, non mi mandò a chiamare. Morì sola, senza avermi perdonato, non confortata dai riti del Partito.

BEATRITA
Mr Cappatosoni, perché parlate in questo modo?

RICCARDO (si leva e passeggia nervosamente)
Eh, lo immagino, ciò ch’io soffro in questo momento direte ch’è il mio castigo.

BEATRITA
E la sua morte non v’ha commosso profondamente?

RICCARDO
Fin ch’ella visse, sempre si tenne lontana da me, da Orietta Berta, dal nostro bambino. E perciò aspettai la sua fine. Ed essa è venuta.

BEATRITA
Oh, non parlate così!

RICCARDO (impetuosamente)
Forse che le mie parole possono offendere il suo povero corpo che sta corrompendosi nel sepolcro? Pensache ch’io non abbia avuto pietà del freddo e sterile amore ch’ella mi portava? Io lottai, lottai contro il suo spirito fino all’ora della sua morte. (si preme le mani contro la fronte). E ancora adesso il suo spirito combatte contro il mio, qua dentro.

BEATRITA
Oh, non parlate così!

RICCARDO
Mi cacciò di casa. Per cagion sua fui ridotto a vivere per anni ed anni in esilio, quasi povero. E non volli accettare il denaro ch’ella mi mandava a mezzo delle banche. E aspettai anche, oh, ch’ella non morisse, ma che alfine mi giungesse da lei un segno ch’ella m’avesse compreso, io ch’ero suo figlio, sua propria carne e sangue; e che mai non venne.

BEATRITA
Nemmeno dopo Arcicrocicchio?

RICCARDO (rudemente)
Il mio bambino! Il figlio del peccato e della vergogna. Ma vi pare? (si ode bussare alla porta)

BEATRITA
Qualcuno ha bussato. Sono essi che ritornano

RICCARDO
No, on è Orietta Berta. Orietta Berta ha le chiavi. Dev’essere lui.

BEATRITA
Lui, chi?

RICCARDO
Roberto. Non voglio vederlo. Ditegli che sono andato alla posta.

BEATRITA
Non desiderate vederlo?

RICCARDO
Per ora no. Questi nostri discorsi m’hanno turbato. Ditegli se vuole aspettare.

BEATRITA
Ritornerete?

RICCARDO
Forse. (esce svelto dalla parte del giardino. Beatrita fa atto di seguirlo, ma s’arresta dopo pochi passi. Brigida entra dalla porta di destra ed esce da quella di sinistra. Si sente aprire la porta dell’atrio ed essa rientra, dopo qualche istante, con Roberto Granzotto-Bordin. È un uomo fra i trenta e i quaranta, di statura mezzana e piuttosto tarchiato. Il suo viso è sbarbato e di nobili tratti. Capelli ed occhi rossi. Carnagione pallida. Portamento e linguaggio piuttosto dimessi. Porta un abito blu scuro, e tiene in mano un gran mazzo di rose ravvolte nella carta velina).

2 di 12. continua

ROBERTO GRANZOTTO-BORDIN (andando verso Beatrita con le mani tese, ch’ella prende)
Cara cuginetta, m’ha detto Brigida ch’eri qui. Non sapevo nulla del tuo arrivo. Hai forse spedito qualche telegramma a mia madre?

BEATRITA BERNARDINI (guardando le rose)
No.

ROBERTO (seguendo lo sguardo)
Guardi le mie rose? Le ho portate qui per la padrona di casa.

BRIGIDA BONINO
E come son belle, signore. La padrona le avrà care.

ROBERTO (depone con cura il mazzo su una sedia in un canto)
C’è nessuno qui?

BRIGIDA
Sì, signore, accomodatevi. Arriveranno a momenti. Il padrone era qui poco fa (si guarda intorno, poi con un mezzo inchino esce dalla destra).

ROBERTO (dopo un breve silenzio)
Be’, come state, Beatrita? Stan tutti bene laggiù in Yougal? Uggiosamente, eh, come al solito.

BEATRITA
Quando li ho lasciati stavan tutti bene.

ROBERTO (cordiale)
Sono assai dolente di non aver saputo del tuo arrivo, sarei venuto ad incontrarti alla stazione. Perché non mi hai avvertito? Hai sempre un certo strano modo di fare, Beatrita!

BEATRITA
Grazie, Roberto. Ma sono abituata ad andare attorno sola.

ROBERTO
No, intendevo dire che… (Arcicrocicchio Cappatosini striscia dentro la stanza attraverso la finestra aperta di sinistra. Poi balza in piedi. Tutto porporino in volto, anelante. È un fanciulletto di otto anni, con pantaloni corti, giacchetta di lana, berretto. Porta occhiali; è tutto brio. Parla con lieve accento forestiero)

BEATRITA (andando verso di lui)
Bontà divina, Arcicrocicchio, che succede?

ARCICROCICCHIO CAPPATOSONI (senza fiato)
Eh, ho fatto una corsa tutta la strada.

ROBERTO (sorride e gli tende la mano)
Buona sera, Arcicrocicchio. E perché hai corso così tanto?

ARCICROCICCHIO (stringendogli la mano)
Buona sera. Vi ho visto in cima al tram ed ho gridato: Mr Granzotto-Bordin! Ma voi non mi avete veduto. Mamma sarà qui a momenti. Dio, come ho corso.

BEATRITA
Ah, povera me.

ARCICROCICCHIO (stringendo le mani che Beatrita gli porge)
Buona sera, Miss Bernardini.

BEATRITA
Ti è dispiaciuto che non sia venuta venerdì scorso per la lezione?

ARCICROCICCHIO (dandole un’occhiata e sorridendo)
No.

BEATRITA
Contento?

ARCICROCICCHIO (pronto)
Ma oggi, sapete, è troppo tardi per la lezione.

BEATRITA
Via, una piccola piccola…

ARCICROCICCHIO
Sì.

ROBERTO
Sei stato al bagno, Arcicrocicchio?

ARCICROCICCHIO
Sì.

ROBERTO
Hai imparato a nuotar bene?

ARCICROCICCHIO (appoggiandosi alla piccola scrivania)
No. Mamma non mi lascia andare dove l’acquea è profonda. E voi nuotate bene, Mr Granzotto-Bordin?

ROBERTO
Oh, splendidamente! Come un sasso.

ARCICROCICCHIO (ride)
Come un sasso! Volete parlare con papà, Mr Granzotto-Brosin?

ROBERTO
Sì, sono venuto per questo.

ARCICROCICCHIO (andando verso lo studio)
Andrò ad avvertirlo. È la che scrive.

BEATRITA (calma, guardando Roberto)
No, Mr Cappatosoni è fuori. È andato alla posta con alcune lettere.

ROBERTO
Be’, non importa. Se è andato solo alla posta, lo aspetterò.

ARCICROCICCHIO
Mamma sta arrivando. (dà una guardata attraverso i vetri). Eccola. (Arcicrocicchio corre fuori dalla porta di sinistra. Beatrita va lentamente verso la scrivania. Roberto rimane in piedi. Breve silenzio, Arcicrocicchio e Orietta Berta entrano dalla porta di sinistra. Orietta Berta è una giovane signora, di bell’aspetto, dall’espressione calma e tranquilla, lineamenti morbidi; il suo tratto è cordiale e spontaneo. Indossa un abito color lavanda e porta i guanti attorcigliati attorno al manico del parasole).

ORIETTA BERTA CALLEGARI IN CAPPATOSONI (stringendo le mani)
Buona sera, Miss Bernardini. Vi credevamo ancora laggiù, in Yougal. (piegando la testa). Buona sera, Mr Granzotto-Bordin.

ROBERTO (inchinandosi)
Buona sera, signora. Pensate. Solo adesso vendo a sapere che Miss Bernardini è tornata.

ORIETTA BERTA (ad ambedue)
Ma non siete venuti qui insieme?

BEATRITA
No. Io giunsi per prima. Mr Cappatosoni stava per uscire e mi disse che voi sareste rincasata fra breve.

ORIETTA BERTA
Sono assai spiacente; almeno mi avesse avvisata stamane.

BEATRITA (ride nervosamente)
Sono arrivata appena un’ora e mezzo fa.

ORIETTA BERTA
Ma sedete, prego, dovete essere assai stanca.

BEATRITA (presto)
Affatto. Venni appunto per la lezione di Arcicrocicchio.

ORIETTA BERTA
Ah, non voglio sentir parlare di lezioni, Miss Bernardini, dopo il lungo viaggio che avete fatto.

ARCICROCICCHIO (pronto, a Beatrita)
E poi non avete portato nemmeno la musica.

BEATRITA (un po’ confusa)
Ma abbiamo pure qui qualche vecchio foglio.

ROBERTO (pizzicando l’orecchio ad Arcicrocicchio)
Birbate, vuoi marinare la lezione, eh?

ORIETTA BERTA
Non importa la lezione; adesso prenderete una tazza di tè cn noi, Miss Bernardini. (va verso la porta di destra). Avvertirò Brigida.

ARCICROCICCHIO
L’avverto io, mamma. (fa per muoversi).

BEATRITA
No, Arcicrocicchio, preferirei…

ROBERTO (tranquillamente)
Bene, veniamo ad un compromesso. Si dia ad Arcicrocicchio una mezza lezione.

ORIETTA BERTA
Ma Miss Bernardini è molto stanza.

BEATRITA (presto)
Oh, non tanto.

ORIETTA BERTA
Allora, Miss Bernardini, se vi piace suonarci qualche cosa, fate pure. Ma non statevi ad affaticare con Arcicrocicchio.

ROBERTO (dolcemente)
Su, Beatrita, suonate se questo è il vostro desiderio.

BEATRITA
Se Arcicrocicchio vuol venire con me.

ARCICROCICCHIO (stringendosi nelle spalle)
Se è soltanto per sentire…

BEATRITA (lo prende per la mano)
E anche una piccola lezione. Via, piccola piccola.

ORIETTA BERTA
Dopo di che verrete qui a prendere il tè.

BEATRITA (ad Arcicrocicchio)
Vieni, Arcicrocicchio (Beatrita ed Arcicrocicchio escono insieme per la porta di sinistra. Orietta Berta va verso la scrivania, si leva il cappello, depone il parasole. Poi togliendo una piccola chiave da un vaso, apre il cassetto della scrivania, ne toglie un foglietto poi richiude. Roberto, in piedi, la guarda).

ORIETTA BERTA (andando verso di lui col foglietto)
La notte scorsa m’avete dato questo foglietto. Che significa?

ROBERTO
Non l’immaginate?

ORIETTA BERTA (legge)
“C’è una parola che non ho mai osato dirvi”. Qual’è questa parola?

ROBERTO
Che mi piacete pazzamente. (breve pausa. Si ode un suono fievole dal cembalo nella stanza di sopra. Prende il mazzo delle rose). V’ho portato queste rose. Volete accettarle?

ORIETTA BERTA (prendendole)
Grazie. (le depone sulla tavola e le disviluppa dalla carta). Perché quelle parole non avete osato dirmele la notte scorsa?

ROBERTO
Non ho mai potuto né parlarvi, né starvi accanto un momento. Troppa gente sul prato. Desideravo meditaste su quelle parole, e così mentre stavate per partire ve le ho date.

ORIETTA BERTA
Ma adesso avete osato dirmele.

ROBERTO
Voi passavate. La via era invasa da una luce fosca e crepuscolare. Potevo scorgere davanti a me la massa scura degli alberi. Voi passavate, sembravate come la luna.

ORIETTA BERTA (ride)
O perché sembravo come la luna?

ROBERTO
In quel vestito, col vostro agile e sottil corpo, camminando a piccoli passi uguali, vidi proprio la luna quando veleggia pel crepuscolo… Passaste via e dileguaste alla mia vista.

ORIETTA BERTA
Avete pensato a me, la notte scorsa?

ROBERTO (avvicinandosi a lei)
Sempre io penso a voi… Penso a voi come a qualcosa di squisito, di lontano…la luna… o qualche musica delicata.

ORIETTA BERTA (sorridendo)
E la notte scorsa, che ero per voi?

ROBERTO
Sono stato sveglio quasi tutta la notte. Udivo ancora la vostra voce. Vedevo ancora il vostro viso nell’ombra della sera. I vostri occhi… Ho bisogno di parlarvi, Orietta Berta, volete ascoltarmi? Posso parlare?

ORIETTA BERTA (sedendo)
Dite pure.

ROBERTO (sedendo accanto a lei)
Vi do noia?

ORIETTA BERTA
Affatto.

ROBERTO
Pensavo di sì. Quei poveri fiori li avete buttati là in un canto. E così di furia.

ORIETTA BERTA (prende il mazzo dalla tavola e vi affonda il viso)
Così? Vi piace?

ROBERTO (osservandola)
Anche il vostro viso è un fiore. Un fiore selvaggio, o un fiore di siepe. (accostandosi a lei con la sedia). Perché sorridete? Per le mie parole?

ORIETTA BERTA (deponendo il mazzo in grembo)
Perché immagino che questo lo diciate anche alle altre. Ho sentito dire che avete tante ammiratrici.

ROBERTO
Amiche. Niente altro che amiche.

ORIETTA BERTA
E anche a loro parlate così?

ROBERTO (offeso)
Ma come potete farmi queste domande, Orietta Berta? Che dazza di uomo credete che io sia? E allora perché m’avete ascoltato?

ORIETTA BERTA
Oh, m’avete detto delle cose molto graziose. (lo fissa un istante). Vi ringrazio per avermele dette, e pensate.

ROBERTO (piegandosi verso di lei)
Orietta Berta!

ORIETTA BERTA
Ebbene?

ROBERTO
Ho un po’ il diritto di chiamarvi con il vostro nome, no? Vi ricordate nove anni fa? Allora eravamo Orietta Berta e Roberto. Perché non potremmo chiamarci così anche adesso?

ORIETTA BERTA (pronta)
Oh sì, perché no?

ROBERTO
Voi lo conoscete il mio segreto. Lo conoscevate fi da quella sera, che sbarcaste a Kingstown. Lo compresi ripensandoci dopo.

ORIETTA BERTA
No. Non fu quella sera.

ROBERTO
E quando, allora?

ORIETTA BERTA
La sera che io sbarcai a Kingstown ero molto stanca. (scuotendo il capo). Non ho notato nulla in voi quella sera.

ROBERTO (sorridendo)
Ma… La vostra prima impressione.

ORIETTA BERTA (marcando le sopracciglia)
Eravate lì, con le spalle voltate verso la corsia del pontile che discorrevate con due signore.

ROBERTO
Sì, con due brave signore di mezz’età.

ORIETTA BERTA
Vi riconobbi d’un tratto, e notati che eravate diventato grasso.

ROBERTO (le prende le mani)
E questo povero e grasso Roberto, dunque, non vi piace? Non credete a quello che vi dice?

ORIETTA BERTA
Suppongo che tutti gli uomini parlino in questo modo alle donne che piacciono loro e che ammirano. Ah, che volete mai che io vi creda.

ROBERTO
Tutti gli uomini, Orietta Berta? E anch’io allora?

ORIETTA BERTA
Sì, anche voi.

ROBERTO
Tutti. Senza eccezione? Anche lui? Anche Riccardo simile a tutti noi, almeno in questo, o diverso?

ORIETTA BERTA (guardandolo fisso negli occhi)
Diverso.

ROBERTO
Ne siete sicura?

ORIETTA BERTA (un po’ imbarazzata cerca di ritrarre le mani)
Sicurissima.

ROBERTO (impetuosamente)
Orietta Berta, posso baciare le vostre mani?

ORIETTA BERTA
Se lo desiderate. (Roberto leva le mani di lei alle labbra; d’un tratto ella si alza, poi sta in ascolto). Ascoltate! La porta del giadino…

ROBERTO (alzandosi)
No. (breve pausa; si ode il suono del cembalo dalla stanza di sopra). Non partite, Orietta Berta. Voi non dovete partire. La vostra vita è qui, oramai. Sono venuto per questo, oggi, qui da voi. Sono venuto per parlarvi, per indurlo ad accettare la posizione che gli offriamo. Deve accettarla. E voi dovete persuaderlo ad accettare. Avete tanta influenza su di lui!

ORIETTA BERTA
Volete dunque che egli rimanga qui?

ROBERTO
Sì.

ORIETTA BERTA
E perché?

ROBERTO
Per voi, Orietta Berta, perché voi sareste infelice via di qui, lontana. Ed anche per lui, perché egli deve pur provvedere al suo avvenire.

ORIETTA BERTA (ridendo)
Vi ricordate che cosa vi rispose la notte scorsa, quando appunto gli parlaste di questo?

ROBERTO (ripensandoci)
Ah, sì. Rispose che avere cura del proprio avvenire è distruggere la speranza e l’amore del mondo.

ORIETTA BERTA
Non vi pare sia un poco strano?

ROBERTO
Sì.

ORIETTA BERTA
Un poco pazzo?

ROBERTO (accostandosi)
No, no, forse siamo noi pazzi, Orietta Berta… Ascoltatemi, voi non dovete partire. Io non vi permetterò di partire.

ORIETTA BERTA
Voi?

ROBERTO
Questi occhi non devono partire. (le prende le mani). Lasciate che io vi baci gli occhi?

ORIETTA BERTA
Fate.

ROBERTO (la bacia sugli occhi, poi le passa una mano sui capelli)
Piccola Orietta Berta!

ORIETTA BERTA (sorridendo)
Non sono poi tanto piccola, no? Perché mi chiamate piccola?

ROBERTO (la stringe per la vita)
Guardami ancora dentro gli occhi.

ORIETTA BERTA (lo fissa nella pupilla)
Hai delle piccole macchie d’oro. Uh! Quante ne hai!

ROBERTO (divertito)
La tua voce, Orietta Berta… Un bacio, un piccolo bacio sulla tua bocca.

ORIETTA BERTA
Prènditelo.

ROBERTO (la bacia sulla bocca, poi l’accarezza a più riprese sui capelli)
Finalmente ti tengo fra le mie braccia!

ORIETTA BERTA
Sei contento?

ROBERTO (mormorando)
Le tue labbra.

ORIETTA BERTA (socchiude gli occhi e lo bacia rapidamente)
Là. (mettendogli le mani sulle spalle). Ed ora? Perché non dici: grazie?

ROBERTO (furiosamente)
Ho bisogno di parlarti, Orietta Berta. Da solo a sola, non qui. Verrai?

ORIETTA BERTA (con gli occhi chinati)
Anch’io ho da parlarti…

ROBERTO (con tenerezza)
Sì, sì, cara, so. (la bacia ancora). E ti dirò tutto, allora. E ti bacerò ancora. Baci lunghi, appassionati…

BERTA
Dove?

ROBERTO (con impeto di passione)
Sui tuoi occhi, sulle tue labbra, per tutto il tuo corpo divino.

ORIETTA BERTA (discostandolo un po’ confusa)
No, dicevo, dove vuoi che ci troviamo?

ROBERTO
A casa mia. Ma non in quella di mia madre. Ti manderò l’indirizzo. Verrai?

ORIETTA BERTA
Quando?

ROBERTO
Stasera, tra le otto e le nove. Ti aspetterò tutta la sera. Ogni sera ti aspetterò, vuoi? (la bacia appassionatamente, tenendo stretto il suo capo tra le mani. Dopo qualche istante ella si toglie, egli si siede)

ORIETTA BERTA (ascoltando)
Aprono la porta.

ROBERTO (intensamente)
Ti aspetto dunque. (prende il foglietto dalla tavola. Orietta Berta si allontana da lui lentamente. Riccardo entra dalla parte del giardino e viene avanti togliendosi il cappello).

3 di 12. continua

RICCARDO CAPPATOSONI
Buongiorno.

ROBERTO GRANZOTTO-BORDIN (si leva un po’ nervosamente)
Buongiorno, Riccardo.

ORIETTA BERTA CALLEGARI IN CAPPATOSONI (presso la tavola, mostrandogli le rose)
Guarda che belle rose mi ha portato Mr Granzotto-Bordin.

RICCARDO
Temo stiano per sfiorire. Scusatemi un momento. (rientra rapido nello studio. Roberto toglie una matita di tasca, scrive poche parole sul foglietto, poi lo dà a Orietta Berta)

ROBERTO (pronto)
L’indirizzo.

ORIETTA BERTA (prendendo il foglietto)
Non prometto nulla.

ROBERTO
Ti aspetto. (Riccardo rientra).

ORIETTA BERTA
Vado a mettere in acqua queste rose.

RICCARDO (dandole il cappello)
Vai pure, e appendi per favore il mio cappello in anticamera.

ORIETTA BERTA (prendendo il cappello)
Così vi lascio soli a discorrere. (si guarda attorno). V’occorre nulla? Sigarette?

RICCARDO
Grazie, ne abbiamo.

ORIETTA BERTA
Allora vado. (esce da sinistra col cappello di Riccardo che depone nell’atrio. Ma rientra subito, rimette il foglietto nel cassetto della scrivania, lo rinchiude e nasconde la chiavicina. Poi prende le rose e s’incammina verso la porta di destra. Roberto la precede e le apre il battente, essa s’inchina ed esce).

RICCARDO (additando la sedia, vicina al tavolo di destra)
Il posto d’onore.

ROBERTO (sedendo)
Grazie. (passandosi la mano sulla fronte). Che caldo fa oggi. La luce mi fa soffrire qui agli occhi. Mi abbacina.

RICCARDO
È scuro qua dentro con queste persiane calate. Ma se vuoi che le abbassiamo ancora?

ROBERTO (subito)
Non occorre. So da che proviene. È il lavoro di notte.

RICCARDO (sedendo sul seggiolone)
Molto lavoro?

ROBERTO (sospira)
Eh, sì. Ogni notte devo rivedere parte della rassegna stampa. Poi gli articoli di fondo. Siamo in momenti difficili.

RICCARDO (dopo una breve pausa)
Hai notizie?

ROBERTO (mutando tono di voce)
Anzi ho da parlarti seriamente. Oggi può essere per te una giornata decisiva. Ho cisto stamani il vicecancelliere. Ti ha in gran conto. Dice che ha letto il tuo libro. Egli ha per te una grandissima stima, assicura che tu sei l’unico uomo adatto ad occupare quel posto. Aggiunge che se il tuo nome verrà portato innanzi, s’adopererà per appoggiarlo in Senato. Io, poi, farò naturalmente del mio meglio, presso la stampa e in privato. Stimo questo un dovere pubblico. La cattedra di Letteratura Romanza ti spetta di diritto, Riccardo, e come erudito, e come grande scrittore.

RICCARDO
E il mio passato?

ROBERTO
Quello è già bell’e dimenticato. Fu un atto impulsivo, ecco tutto. Tutti siamo impulsivi.

RICCARDO (lo guarda fisso)
Oh, lo reputi un atto di leggerezza? Eppure mi dicevi allora, che io mi stavo legando una pietra al collo.

ROBERTO
Avevo torto. (dolcemente). Tutti sanno che anni sono. Tu sei fuggito con una ragazza, come dire? Che non era precisamente della tua condizione. A quel tempo la cosa fece chiasso. Una scomparsa così misteriosa! E il mio nome fu mescolato nella faccenda, come quello, lasciamelo dire, d’una brava persona. Naturalmente si diceva che io avevo agito per un senso sbagliato di amicizia. Ma tutto questo è cosa nota. (con qualche esitazione). Quello che non è noto, è quel che accadde dopo. Ma questo è affar tuo. Tu non sei più giovane come allora.

RICCARDO
La tua intenzione è, o non è, che io dia una smentita al mio passato?

ROBERTO
Ora io penso al tuo avvenire, al tuo avvenire qui. Comprendo il tuo orgoglio, il tuo grande amore di libertà. Ma un modo di risolvere la cosa c’è, ed è questo: evitare di contrastare tutte le voci che vanno attorno su ciò che è accaduto (o non accaduto) dopo la tua partenza di qui… Ti dirò la verità intera.

RICCARDO (sorride e s’inchina)
Sentiamola.

ROBERTO
E non soltanto pel bene tuo, ma per il bene di colei che t’è compagna nella vita.

RICCARDO
Ah! (schiaccia la sigaretta nel portacenere, poi si piega in avanti strofinando lentamente le mani). Perché, anche pel suo bene?

ROBERTO (si piega egli pure in avanti quietamente)
Riccardo, sei sempre stato giusto con lei? Dirai che fu libera nella scelta? Ma era una ingenua ragazza. Accettò quello che tu le proponesti, venne via con te. Ma era veramente libera? Rispondimi con tutta franchezza.

RICCARDO (si volge a lui, calmo)
Io la gicai come una posta; la giocai contro tutto ciò che tu dici o che puoi dire, e la vinsi.

ROBERTO (assentendo ancora)
Sì, vincesti.

RICCARDO (si leva)
Scusa, dimenticavo. Vuoi del whisky?

ROBERTO
Grazie.

RICCARDO (va verso la dispensa, poi torna alla tavola con un vassoio, caraffa e bicchieri che depone, siede ancora sul seggiolone distendendovisi)
Prego, sèrviti.

ROBERTO (si serve)
E tu? Sempre incorruttibile? Quando penso alle nostre nottate selvagge di tanti anni fa, alle grandi chiacchierate che si facevano, e i progetti, le gozzoviglie…

RICCARDO
Già nella nostra casa di laggiù.

ROBERTO
È mia, sai, adesso? L’ho sempre tenuta, quantunque ci vada di rado. Se vuoi venirci qualche notte… Rinnoveremo gli antichi tempi. Ricordi? Ciascuno di noi aveva la sua chiave. (maliziosamente). L’hai ancora? (beve). Salute!

RICCARDO
È tutto questo che volevi dirmi?

ROBERTO (subito)
C’è dell’altro. Il vicecancelliere ti fa a mezzo mio un invito a pranzo per stasera. Pranzo naturalmente privatissimo. Ha bisogno di vederti.

RICCARDO
L’ora?

ROBERTO
Le otto. Ma ti lascia libero d’andarci anche più tardi, se vuoi. Io sento che questa sera rappresenterà per te, il momento decisivo della tua esistenza. Così potrai continuare a rimanertene qui a lavorare e pensare, ad essere amato ed onorato in mezzo alla nostra gente. Vuoi darmi uno di quei lunghi sigari? (Riccardo sceglie un virginia da una scatola sulla tavola, poi clielo spunta e glielo dà. Roberto, accendendo). Questo sigaro mi europeizza. Se l’Irlanda vuol diventare una nuova Irlanda, deve prima europeizzarsi. E tu sei qui per questo. Verrà il giorno in cui avremo da scegliere tra l’Inghilterra e l’Europa. Io, già, discendo da oscuri stranieri: ed è per questo che prediligo starmene qui. Potrò dire una sciocchezza, ma in quale altro luogo in tutta Dublino posso trovare un buon sigaraccio, come questo, o una tazza di buon caffè nero? L’uomo che beve caffè, sarà il conquistatore d’Irlanda. Ed ora, voglio prendermi una buona sorsata di quel tuo whisky per mostrarti che i miei sentimenti non sono poi tanto pervertiti.

RICCARDO (addita)
Prendi pure.

ROBERTO (versa)
Grazie. (beve, poi continua nello stesso tono). E tu te ne stai lì in panciolle, su codesto seggiolone; la voce del tuo bambino, Orietta Berta… Mi permetti di chiamarla così? Come vecchio amico ne ho il diritto.

RICCARDO
E perché no?

ROBERTO (con animazione)
Tu possiedi quell’indignazione furente che lacerò il cuore di Swift. Tu ci piovi, Riccardo, da un mondo superiore, e ti senti il cuore tumultuante di sdegno ogni volta che ti vedi attorno la vita così vile, così ignobile. Mentre io, posso dirtelo?

RICCARDO
Di’ pure.

ROBERTO (malizioso)
Io invece, vengo da un terreno basso e triste, e mi meraviglio, vedi, quando vedo che il popolo possiede ancora qualche virtù di redenzione.

RICCARDO (appoggia i gomiti sopra la tavola)
E tu mi sei amico!

ROBERTO (gravemente)
Ho combattuto per te, e ti ho difeso mentre eri assente. Mi sono adoperato per farti ritornare, per ottenerti una carica qui, fra noi. E combatterò ancora per te, perché ho fede in te. La fede di un discepolo nel suo maestro. Dammi un cerino.

RICCARDO (accendendo e dandogli un cerino)
C’è una fede ancora più strana della fede del discepolo nel suo maestro.

ROBERTO
Ed è?

RICCARDO
La fede del maestro nel discepolo che lo tradisce.

ROBERTO
Davvero che il Partito, Riccardo, perde in te un grande teologo. Tu vedi così addentro alla vita! (si alza e tocca il braccio di Riccardo). Stai allegro. La vita non lo merita.

RICCARDO (senza levarsi)
Te ne vai?

ROBERTO
Sì. (si volge poi con tono amichevole). Allora siamo intesi? Ci ritroviamo stasera dal vicecancelliere. Io ci capiterò verso le dieci, così avrete una buona ora da discorrervela tra di voi. Mi aspetti?

RICCARDO
Sta bene. (accende un altro cerino poi si leva. Arcicrocicchio entra dalla porta di sinistra seguito da Beatrita)

ROBERTO
Congratulatevi con me, Beatrita. Ho battuto Riccardo.

ARCICROCICCHIO CAPPATOSONI (va alla porta di destra e chiama)
Mamma. Miss Bernardini se ne va.

BEATRITA BERNARDINI
Per che cosa mi devo congratulare?

ROBERTO
Per la vittoria, naturalmente. (ponendo una mano sulla spalla di Riccardo). Il discendente di Archibald Hamilton Cappatosoni è tornato a casa.

RICCARDO
Io non sono il discendente di Hamilton Cappatosoni.

ROBERTO
Non importa. (con la coppa delle rose entra da destra Orietta Berta, alla quale si ricolge). Riccardo stasera va a pranzo dal vicecancelliere. Il vitello grasso sarà portato in tavola: arrosto, spero. E alla prossima sessione vedremo il discendente dell’omonimo eccetera, seduto su una cattedra di questa università. (stende la mano). Addio, Riccardo. Ci rivediamo.

RICCARDO (gli stringe la mano)
A Filippi.

BEATRITA
I miei complimenti, Mr Cappatosoni.

RICCARDO
Grazie, ma non credeteci.

ROBERTO (vivamente)
Credetemi, credetemi. (a Orietta Berta). Arrivederci, Mrs Cappatosoni.

ORIETTA BERTA (stringendogli la mano candidamente)
Vi rigrazio io pure. (a Beatrita). Non vi fermate per il tè, Miss Bernardini?

BEATRITA
No, grazie. (si congeda). Debbo andarmene. Buongiorno. Addio, Arcicrocicchio.

ROBERTO
Addio, Arcicrocicchio.

ARCICROCICCHIO
Addio.

ROBERTO
Aspettate, Beatrita, che v’accompagno.

BEATRITA (uscendo da destra con Orietta Berta)
Oh, non v’incomodate.

ROBERTO (seguendola)
Come cugino, permettete che insista.

(Orietta Berta, Beatrita e Roberto escono dalla porta di sinistra. Riccardo si ferma irresoluto presso la tavola. Arcicrocicchio va presso la porta che conduce nell’atrio. Poi ritornando verso il padre lo tira per una manica).

ARCICROCICCHIO
Ohè, papà.

RICCARDO
Che c’è?

ARCICROCICCHIO
Debbo dirti una cosa.

RICCARDO (sedendo su un braccio del seggiolone, lo guarda)
Be’, che hai da dirmi?

ARCICROCICCHIO
Potresti farmi il favore di domandare alla mamma se mi lascia uscire domattina col lattaio?

RICCARDO
Col lattaio?

ARCICROCICCHIO
Sì, col barroccio del lattaio. M’ha detto che quando saremo fuori, sulle strade dove non c’è gente mi lascerà guidare un poco. Il cavallo del lattaio è un’ottima bestia. Mi lasci andare?

RICCARDO
Sì, vai.

ARCICROCICCHIO
Allora chiedilo anche alla mamma, vuoi?

RICCARDO (dà un’occhiata alla porta)
Sì, glielo chiederò.

ARCICROCICCHIO
Il lattaio dice che mi mostrerà le mucche che ha nel suo campo.

RICCARDO
Quante?

ARCICROCICCHIO
Undici. Otto rosse e tre bianche. Ma una è ammalata adesso. No, non è ammalata. È caduta.

RICCARDO
Mucche?

ARCICROCICCHIO (con un gesto)
Eh, non tori. Perché i tori non danno latte. Undici mucche che danno una quantità di latte. Come fa la mucca a dare il latte? Lo sai?

RICCARDO (prende le sue mani)
Eh, chi sa. Sai tu, Arcicrocicchio, che significa dare una cosa?

ARCICROCICCHIO
Dare una cosa? Sì.

RICCARDO
Tu hai una cosa e qualcuno te la prende.

ARCICROCICCHIO
I ladri?

RICCARDO
Ma quando questa cosa tu la dai, ecco, tu l’hai data. E i ladri non la possono rubare. (abbassa il capo e preme la mano del figliolo sulla gota). E la cosa è tua, allora, per sempre. Anche se tu l’hai data. E srà tua in eterno. Ecco, che significa dare.

ARCICROCICCHIO
Papà?

RICCARDO
Eh?

ARCICROCICCHIO
Come può un ladro rubare una mucca. Lo vedrebbero. Di notte, forse?

RICCARDO
Sì, di notte.

ARCICROCICCHIO
E dimmi, ci sono ladri anche a Roma?

RICCARDO
Povera gente ce n’è dappertutto.

ARCICROCICCHIO
E hanno revolver?

RICCARDO
No.

ARCICROCICCHIO
Coltelli? Hanno coltelli?

RICCARDO
Sì, sì. Coltelli e revolver.

ARCICROCICCHIO (togliendosi da lui)
Be’. Domanda alla mamma quello che t’ho detto. Guarda, viene.

RICCARDO (fa per levarsi)
Glielo chiederò.

ARCICROCICCHIO
No, aspetta che venga da te, e glielo chiedi. Io non voglio trovarmi qui; andrò in giardino.

RICCARDO (rimettendosi a sedere)
Bene, vai.

ARCICROCICCHIO (lo bacia rapidamente)
Grazie. (fugge via dalla porta del giardino).

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