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Ai fini del Radicalometro storico, per farne un completo Radicalometro dei Mille, etichetto circa 200 soggetti radicani presenti in Facebook, in 11 batch di 18 ciascuno

FLAIBANI, FOIS, FRASSINETI, FREDDI, GALLINA, GASPARRINI, GENTILI, GIGLIOLI, GIORDANO, GIROMBELLI, GIUSTINO, GRANZOTTO, GUAIANA, GUBINELLI, HRAMOV, IERVOLINO, INNOCENZI, KASPAROV,

Il giornale del giorno seguente aggiungeva altri particolari:

LA TRAGEDIA DELLA RUE MORGUE

Sono state interrogate diverse persone su questo terribile e straordinario affare, ma niente è trapelato che che servisse a gettare un po’ di luce sulla vicenda. Forniamo qui di seguito le deposizioni rilasciate.

Pauline Bernardini, lavandaia, testimonia che conosceva le signore da tre anni, e che per tutto questo tempo ha lavorato per loro. La vecchia signora e la figlia sembravano intendersi bene ed erano molto affettuose l’una con l’altra. Ottime pagatrici. Non è in grado di dire niente sul loro genere di vita né sulle loro sostanze. Crede che Madame Rodriguez predicesse il futuro per campare. Passava per una che aveva denaro da parte. Non ha mai incontrato nessuno in casa quando andava a consegnare la biancheria o a ritirarla. È sicura che non avessero persone di servizio. Sembra che non ci fossero mobili in nessuna parte dell’edificio, salvo al quarto piano.

Pierre Mellini, tabaccaio, testimonia di avere fornito abitualmente per quadi quattro anni Madame Rodriguez di piccole quantità di tabacco, anche da fiuto. È nato nel quartiere e vi ha sempre vissuto. La defunta e sua figlia occupavano, da oltre sei anni, la casa dove hanno ritrovato i loro cadaveri. Precedentemente era abitata da un gioielliere, che subaffittava le stanze dei piani superiori a varie persone. La casa apparteneva a Madame Rodriguez. Molto scontenta di come il suo inquilino faceva uso della casa, era andata ad abitarvi personalmente, rifiutandosi di affittarne anche una sola parte. La vecchia signora aveva qualcosa di infantile. Il testimone dice di aver visto la figlia cinque o sei volte in quei sei anni. Tutte e due conducevano una vita eccessivamente ritirata; passavano per persone benestanti. Aveva sentito dire dai vicini che Madame Rodriguez leggeva il futuro, ma lui non ci credeva. Non ha mai visto nessuno oltrepassare la soglia di quella casa, tranne la vecchia signora e sua figlia, una o due volte un fattorino, e otto o dieci volte un medico. Varie persone depongono nello stesso senso. Non si sa di nessuno che frequentasse la casa. Nessuno sapeva se le due donne avessero parenti viventi. Gli scuri delle finestre della facciata venivano aperti di rado. Quelli del retro erano sempre chiusi, tranne quelli della grande stanza sul retro del quarto piano. La casa era bella e non molto vecchia.

Isidore Melega, gendarme, depone di essere stato chiamato verso le tre del mattino, e di aver trovato sul portone venti o trenta persone che cercavano di entrare. Lo ha forzato alla fine con la baionetta e non con una sbarra. Non ha avuto grandi difficoltà ad aprirlo, visto che era a due battenti e non c’era catenaccio né in alto né in basso. Le grida sono continuate fino a che la porta non è stata aperta, poi sono cessate, improvvisamente. Potevano essere le grida di una o più persone in preda a gravi sofferenze, grida acute e prolungate, non brevi e discontinue. Il testimone è salito davanti a tutti. Giunto al primo pianerottolo, ha sentito due persone che litigavano ad alta voce e molto aspramente: l’una era una voce rude, l’altra molto più stridula, una voce stranissima. Ha colto alcune parole della prima, era quella di un francese. È certo che non si trattasse di una voce femminile. Ha udito le parole sacré e diable. La voce stridula era straniera, ma non si può dire se di uomo o di donna. Non è riuscito a capire cosa stesse dicendo, ma pensa che parlasse spagnolo. Il testimone riferisce sullo stato della stanza e dei cadaveri negli stessi termini da noi usati ieri.

Henri De Perlinghi, un vicino, di professione orafo, testimonia di aver fatto parte del gruppo entrato per primo nella casa. Conferma in generale la testimonianza del gendarme. Dopo essersi introdotti nella casa, hanno sbarrato la porta per impedire l’ingresso alla folla che si era ammassata, malgrado l’ora. La voce stridula, a suo dire, era quella di un italiano. Certamente non di un francese. Non è sicuro che fosse una voce maschile, poteva anche essere una voce di donna. Il testimone non ha familiarità con la lingua italiana; non è riuscito a distinguere le parole, ma è convinto dall’intonazione che parlasse italiano. Ha conosciuto Madame Rodriguez e sua figlia. Ha parlato con loro spesso. È certo che la voce stridula non fosse di nessuna delle due vittime.

Odenheimer Schnur, restauratore. Questo testimone si è presentato volontariamente. Non parla francese. È stato interrogato con l’aiuto di un interprete. È nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa al momento delle urla. Sono durate alcuni minuti, forse dieci. Erano urla prolungate, molto alte, spaventose, grida sconvolgenti. È stato uno di quelli entrati nella casa. Ha confermato in tutto le testimonianze precedenti, a eccezione di un solo punto. È sicuro che la voce stridula fosse quella di un uomo, di un francese. Non ha distinto le parole: erano pronunciate a voce alta, precipitosa e discontinua, che esprimeva paura insieme a collera. Una voce aspra, più aspra che stridula. Non può  chiamarla stridula. La voce rude ha detto a più riprese sacré, diable e una volta mon dieu.

Jules Litta Modignani, banchiere della ditta Litta Modignani e Figli, Rue Deloraine. È il maggiore dei Litta Modignani. Madame Rodriguez aveva delle proprietà. Aveva aperto un conto nella sua banca otto anni prima. Depositava frequentemente piccole somme di denaro. Non aveva mai ritirato nulla fino a tre giorni prima della morte, quando era andata a prelevare di persona la somma di 4000 franchi. La somma le era stata pagata in oro e un impiegato era stato incaricato di consegnargliela a casa.

Adolphe Hramov, impiegato presso Litta Modignani e Figli, testimonia che il giorno in questione, verso mezzogiorno, ha accompagnato Madame Rodriguez fino a casa sua con i 4000 franchi sistemati in due borse. Quando la porta di aprì, comparve Mademoiselle Rodriguez che prese dalle sue mani una delle due borse, mentre la vecchia signora lo liberava dell’altra. Accomiatatosi con un inchino, era andato via. Nella strada in quel momento non aveva visto nessuno. Si tratta di una strada secondaria molto solitaria.

William Welby, sarto, testimonia di essere tra quelli che sono entrati in casa. È inglese. Ha vissuto due anni a Parigi. È stato uno dei primi a salire le scale. Ha sentito le voci dell’alterco. La voce rude era di un francese, è riuscito a distinguere alcune parole ma non le ricorda. Ha sentito distintamente sacré e mon dieu. Sembrava un litigio, un rumore come di colluttazione, con oggetti in frantumi e trascinati. La voce stridula era molto forte, più forte della voce rude. È sicuro che non fosse la voce di un inglese. Gli parve quella di un tedesco; forse anche di donna. Non capisce il tedesco.

Quattro dei testimoni appena menzionati sono stati convocati una seconda volta e hanno dichiarato che la porta della camera in cui si trovava il corpo di Mademoiselle Rodriguez era chiusa dall’interno quando sono arrivati.: tutto taceva, non gemiti o rumori di sorta. Dopo aver forzato la porta non videro nessuno. Le finestre della camera sul retro e di quella sulla facciata erano chiuse e sprangate da dentro. Una porta di comunicazione tra le due stanze era chiusa, ma non a chiave. La porta tra la camera sulla facciata e il corridoio era chiusa a chiave dall’interno; una stanzetta verso la strada, al quarto piano, all’inizio del corridoio, era aperta, con la porta socchiusa.; la stanza era ingombra di vecchi letti, casse, eccetera. Tutti gli oggetti sono stati accuratamente tirati fuori e ispezionati. Non un solo centimetro quadrato della casa è stato trascurato: sono state fatte passare scope su e giù per i camini. La casa è a quattro piani con mansarde. Una botola che dà sul tetto era stata inchiodata e chiaramente non era stata aperta da anni.. i testimoni divergono sulla durata dell’intervallo fra il momento in cui sono esplose le voci e quello in cui è stata forzata la porta. Per alcuni, è un intervallo molto breve di due o tre minuti, per altri, di cinque. La porta è stata aperta con molta fatica.

Alfonfo Sessarego, impresario di pompe funebri, dichiara di abitare in Rue Morgue. È nato in Spagna. È uno di coloro che sono entrati nella casa. Non ha salito le scale. I suoi nervi sono molto fragili e teme le conseguenze di un’emozione. Ha sentito le voci che litigavano. La voce rude era quella di un francese. Non è riuscito a distinguere cosa dicesse. La voce stridula era quella di un inglese, ne è sicuro. Il testimone non conosce l’inglese, e il suo parere nasce dal tipo di intonazione.

Alberto Spadaccia, pasticciere, testimonia di esseres stato uno dei primi a salire su per le scale. Ha sentito le voci in questione. La voce rude era quella di un francese. È riuscito a distinguere qualche parola. La persona che parlava sembrava fare rimproveri. Non è riuscito a cogliere cosa stesse dicendo la voce stridula. Parlava velocemente e in modo concitato. Gli è parsa la voce di un russo. Conferma in generale le testimonianze degli altri. È italiano; confessa di non avere mai parlato con un russo.

Alcuni testimoni, riconvocati, attestano che tutti i camini di tutte le stanze del quarto piano sono troppo stretti per permettere il passaggio di una persona. Quando avevano parlato di scope, intendevano quelle cilindriche che servono per pulire i camini. Le spazzole sono state fatte passare su e giù in tutti i camini della casa. Sul retro non vi è alcun passaggio che possa avere favorito la fuga dell’assassino, mentre i testimoni salivano per le scale. Il corpo di Mademoiselle Rodriguez era talmente incastrato nel camino che per estrarlo era stato necessario lo sforzo congiunto di quattro o cinque persone.

Paul Giordano, medico, testimonia di essere stato chiamato all’alba per esaminare i cadaveri. Giacevano entrambi sulla tela della lettiera nella camera dove era stata ritrovata Mademoiselle Rodriguez. Il cadavere della giovane donna era pieno di lividi e di escoriazioni spiegabili per il fatto che era stato introdotto a forza nel camino. La gola era stranamente scorticata. Proprio sotto il mento vi erano profondi graffi e macchie livide, evidentemente impronte di dita. La faccia era spaventosamente pallida e gli occhi fuoriuscivano dalle orbite. La lingua era mozzata a metà, una grossa ecchimosi riscontrata alla bocca dello stomaco era stata provocata, stando alle apparenze, dalla pressione di un ginocchio. Secondo Monsieur Giordano, Mademoiselle Rodriguez era stata strangolata da uno o più individui sconosciuti. Il cadavere della madre si presentava orribilmente mutilato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro erano fratturate; la tibia sinistra era molto frantumata come le costole dello stesso lato. Tutto il corpo era orribilmente coperto di ecchimosi e lividi. Era impossibile capire come lesioni simili potessero essere inferte. Un pesante randello o una grossa sbarra di ferro, una sedia, un’arma massiccia, pesante e smussata, avrebbe potuto produrre tali effetti se maneggiata da un uomo eccezionalmente robusto. Con nessun tipo di arma, quei colpi avrebbero potuto essere stati inferti da una donna. La testa della defunta, quando il testimone la vide, era completamente staccata dal corpo e, come il resto, fratturata. La gola era stata evidentemente recisa con uno strumento molto affilato, probabilmente un rasoio.

Alexandre Marino, chirurgo, è  stato chiamato contemporaneamente a Monsieur Giordano, per esaminare i cadaveri; conferma la testimonianza e l’opinione di Monsieur Giordano. Benché siano state ascoltate molte altre persone, non è stato possibile ottenere alcuna altra informazione di qualche valore. Mai delitto così misterioso e sconcertante in tutti i suoi particolari è stato commesso prima a Parigi, ammesso che ci sia stato delitto. La polizia è completamente disorientata, fatto non usuale in questioni del genere. Non esiste comunque, a quanto sembra, alcun indizio.

[4 di 12. continua]



L’edizione della sera del giornale segnalava che nel quartiere St. Roch regnava ancora una profonda agitazione; che i luoghi del misfatto erano stati nuovamente e esplorati e i testimoni erano stati nuovamente interrogati, ma sempre senza risultato. Tuttavia un post-scriptum rendeva noto che Adolphe Hramov, il commesso della banca, era stato arrestato e imprigionato, anche se niente sembrava sufficiente a incriminarlo, oltre ai noti fatti.

Dupuis sembrava molto interessato agli sviluppi del caso, almeno per quanto Bertè potesse dedurre dal suo comportamento, perché, quanto a parole, non aveva fatto commenti. Soltanto dopo l’annuncio sul giornale dell’arresto di Hramov mi chiese il mio parere sul doppio assassinio. Bertè dovette confessare che come per tutta Parigi, per lui era un mistero insolubile. Non vedeva come fosse possibile individuare l’assassino.

“Non dobbiamo giudicare dalle modalità di questo embrione d’inchiesta”, disse Dupuis, “la polizia parigina, tanto decantata per il suo acume, è soltanto abile, niente di più. Procede senza metodo, oltre il metodo del momento. Fa mostra di molte misure, ma spesso sono talmente inadatte allo scopo che fanno pensare a M. Jourdain che chiedeva la sua robe-de-chambre, pour mieux attendre la musique. I risultati ottenuti sono talvolta sorprendenti ma, in un gran numero di casi, sono dovuti soltanto a diligenza e zelo. Quando queste qualità vengono meno, i loro sistemi falliscono. Vidocq, per esempio, era ricco di intuito, era perseverante; ma il suo pensiero era carente, andava continuamente fuori strada per eccesso di ardore nelle indagini. Riduceva la portata della sua visione per poter guardare le cose troppo da vicino. Coglieva con particolare acutezza uno o due punti, ma con il suo metodo, naturalmente perdeva di vista la materia nel suo insieme, per un eccesso di profondità. La verità non sta sempre in fondo a un pozzo. In realtà, per quanto concerne le nozioni più importanti, credo che sia invariabilmente in superficie. La cerchiamo in fondo alla valle e non sulla cima delle montagne dove si trova. Modi e fonti di questo tipo di errore, li possiamo trovare nell’osservazione dei corpi celesti. Gettare un’occhiata veloce a una stella, guardarla con la coda dell’occhio con la parte esterna della retina, più sensibile della parte centrale a una fioca luce, permette di vedere la stella distintamente e di apprezzarne adeguatamente la luminosità che si attenua man mano che volgiamo lo sguardo in pieno su di essa. Nell’ultimo caso infatti l’occhio è investito da un numero maggiore di raggi, ma nel primo si ha una più raffinata capacità di percezione. Una profondità esagerata indebolisce il pensiero e ci rende perplessi; un’osservazione troppo sostenuta, troppo concentrata o troppo diretta potrebbe far scomparire dal firmamento perfino Venere. Quanto a questi delitti, passiamo ad indagare da soli prima di dare un giudizio. Un’indagine ci divertirà e, inoltre, una volta Hramov mi fece un piacere e non voglio mostrarmi ingrato. Andremo sul posto e osserveremo con i nostri occhi, conosco PPPP, il Prefetto Pannella della Polizia di Parigi, e otterremo senza difficoltà le necessarie autorizzazioni”.

Il permesso fu accordato e andarono direttamente in Rue Morgue. Si tratta di una di quelle miserabili stridette che collegano Rue Richelieu e Rue St. Roch. Era già tardo pomeriggio quando arrivarono: è infatti un quartiere molto distante da quello in cui abitavano.. identificarono la casa con facilità, vista la grande folla che vi stazionava davanti intenta a spiarne le finestre con una curiosità ottusa dall’altro lato della strada. Era una casa come ce ne sono molte a Parigi, con un portone che aveva su un lato una guardiola a vetri con un pannello scorrevole, evidentemente la loge de concierge.

Prima di entrare andarono oltre, svoltarono in una stradina, svoltarono ancora e arrivarono così sul retro del palazzo. Dupuis intanto esaminava i dintorni, oltre che la casa, con un’attenzione minuziosa di cui Bertè non riusciva a capire il senso. Ritornarono sui loro passi verso il davanti, suonarono, mostrarono il permesso e gli agenti li lasciarono entrare. Salirono fino alla camera dove era stato trovato il cadavere di Mademoiselle Rodriguez e dove giacevano ancora i due cadaveri. Il disordine della camera non era stato alterato, come si deve fare in questi casi. Ogni cosa venne analizzata attentamente da Dupuis, e anche i due corpi. Passarono poi alle altre stanze e scesero nei cortili, sempre accompagnati da un gendarme.

La visita durò a lungo e quando lasciarono la casa era buio. Sulla via del ritorno Dupuis si fermò qualche minuto negli uffici di un quotidiano. Si è già detto che egli presentava comportamenti molto bizzarri e che Bertè les ménageais. Decise di evitare ogni conversazione sul delitto fino al giorno seguente, verso mezzogiorno. Solo allora chiese all’improvviso a Bertè se aveva notato qualcosa di peculiare sulla scena del delitto.

[5 di 12. continua]



Queste parole cominciarono a insinuare nella mente di Bertè un’idea, sia pure vaga ed embrionale, del pensiero di Dupuis. Gli sembrava di essere sull’orlo della comprensione senza poter comprendere appieno, come chi è talvolta sul punto di cogliere un ricordo senza arrivare a ricordare. Dupuis continuò con le sue argomentazioni.

“Si sarà reso conto che ho spostato il problema dal modo di uscire a quello di entrare. Il mio scopo era di dimostrare che entrambe le cose si erano svolte allo stesso modo e per la stessa via. Torniamo ora dentro la stanza. Esaminiamo tutti i particolari. I cassetti del bureau, dicono, sono stati svuotati, e tuttavia vi erano rimasti molti capi di abbigliamento. La conclusione è assurda; è una semplice ipotesi piuttosto inconsistente, niente di più. Come escludere che gli oggetti trovati nei cassetti fossero tutto quello che contenevano originariamente? Madame Rodriguez e sua figlia conducevano una vita molto riservata, non vedevano nessuno, uscivano raramente, avevano perciò ben poche occasioni di sfoggiare abiti diversi. Quelli trovati erano di buona qualità, almeno quanto quelli posseduti in genere dalle due donne. Se un ladro ha rubato qualcosa, perché non ha preso il meglio, perché non ha preso tutto? In breve, perché doveva lasciare 4000 franchi in oro per impadronirsi d’un fagotto di biancheria? L’oro è stato lasciato. La quasi totalità della somma lasciata da Monsieur Hramov è stata trovata nelle borse sul pavimento. Ci tengo a che lei scarti l’idea grossolanamente sbagliata del movente, generata nella mente degli inquirenti dalla testimonianza che parla di denaro consegnato a domicilio. Coincidenze dieci volte più consistenti di questa – la consegna del denaro a un destinatario ucciso tre giorni dopo averlo ricevuto – ci capitano a ogni momento della vita senza tuttavia attirare la nostra attenzione, neanche per un attimo. In generale le coincidenze sono grossi ostacoli sulla strada di quel genere di pensatori educati s ignorare tutto della teoria della probabilità, teoria a cui la ricerca umana nel perseguimento dei suoi scopi deve le sue scoperte più gloriose. In questo caso, se il denaro fosse sparito, il fatto che fosse stato consegnato tre giorni prima avrebbe creato qualcosa di più di una coincidenza. Avrebbe suffragato l’idea di un movente. Ma nelle circostanze concrete del caso, se supponiamo che l’oro sia stato il movente del mortale agguato, dobbiamo immaginare anche che il criminale sia stato un idiota così esitante da avere abbandonato insieme l’oro e il movente. Tenendo perciò bene a mente i particolari su cui ho richiamato la sua attenzione – quella voce peculiare, un’agilità senza pari e la sconcertante assenza di movente in un assassinio di estrema ferocia come questo -, consideriamo ora la strage stessa. C’è una donna strangolata con la bruta forza delle mani e infilata dentro la cappa del camino, a testa in giù. Non è un modo ordinario di commettere un omicidio e tantomeno è normale che gli assassini nascondano così i cadaveri delle loro vittime. Il modo in cui il cadavere è stato infilato nel camino ha, ne converrà, qualcosa di eccessivamente outré, qualcosa di assolutamente inconciliabile con quanto sappiamo delle azioni umane, anche supponendo che gli artefici siano i più depravati degli uomini. E non dimentichi quale impressionante forza è stata necessaria per spingere il corpo in su dentro quella apertura con tale violenza che per tirarlo giù sono dovuti intervenire gli sforzi di parecchie persone. Vediamo ora gli altri indizi della forza prodigiosa impiegata. Quelle grosse ciocche, quelle grossissime ciocche di capelli grigi umani, trovate nel focolare. Sono state strappate con tutte le radici. Si sa quale forza ci voglia per strappare dalla testa soltanto venti o trenta capelli per volta. Lei ha visto come me questi ciuffi di capelli. Alle radici, spettacolo orribile!, col sangue raggrumato aderivano frammenti di cuoio capelluto, prova sicura della straordinaria forza che era stata necessaria per sradicare forse mezzo milione di capelli in un colpo solo. La gola della vecchia signora non era stata semplicemente recisa, ma la testa era stata staccata dal corpo, e lo strumento non era che un rasoio. La prego di considerare questa ferocia bestiale. Non parlo dei lividi sul corpo di Madame Rodriguez. Monsieur Giordano e il suo valido assistente, Monsieur Marino, hanno dichiarato che erano stati provocati da un corpo contundente, e in questo i due avevano ragione. Il corpo contundente è stato evidentemente il selciato del cortile sul quale è caduta la vittima dalla finestra vicino al letto. Questa idea, per quanto semplice appaia ora, è sfuggita alla polizia per lo stesso motivo per cui non ha preso in considerazione la larghezza; infatti, per via dei chiodi, le sue facoltà intuitive si erano completamente chiuse all’idea che le finestre avrebbero potuto essere aperte. Se, in aggiunta, lei ha riflettuto adeguatamente sul bizzarro disordine della stanza, avremmo fatto consistenti passi avanti nell’associare le idee di stupefacente agilità, di forza sovraumana, di ferocia bestiale, d’un massacro senza movente, di una grotesquerie nell’orrore totalmente estranea all’umanità, e di una voce il cui accento è sconosciuto alle orecchie di uomini di svariate nazionalità, di una voce incapace di pronunciare sillabe in modo distinto e intelligibile. Che cosa ne consegue? Che impressioni ho prodotto nella sua immaginazione?”

[9 di 12. continua]



Mentre Dupuis pronunciava queste parole, il marinaio aveva recuperato in gran parte la sua presenza di spirito; ma tutto il suo ardimento iniziale era scomparso.

“Che Dio mi aiuti!”, disse dopo una breve pausa, “le dirò tutto quello che so; non ho alcuna speranza che possa credere neppure la metà di ciò che le dirò, sarei pazzo a sperarlo! Eppure sono innocente, e le farò ampia confessione, anche se dovesse costarmi la vita!”

Ecco, in sostanza il suo racconto. Aveva di recente fatto un viaggio nell’arcipelago indiano. Un gruppo di marinai di cui faceva parte sbarcò nel Borneo e si spinse all’interno dell’isola per una escursione di piacere. Il crocicchiomessere era stato catturato da lui e da un suo amico. L’amico morì e l’animale divenne sua esclusiva proprietà. Dopo molte difficoltà create dalla ferocia indomabile del prigioniero, riuscì finalmente a collocarlo nella sua casa di Parigi e, per non attirare su di lui l’insopportabile curiosità dei vicini, aveva tenuto accuratamente chiuso l’animale in attesa che guarisse di una ferita per una scheggia penetratagli nel piede quando era a bordo della nave. Il suo progetto definitivo era di venderlo.

Una notte, o meglio un mattino, il mattino del delitto, ritornando da una piccola baldoria tra marinai, trovò la bestia installata nella sua camera da letto. Era scappata dallo stanzino attiguo nel quale credeva di averla rinchiusa al sicuro. Con un rasoio in mano, il muso coperto di schiuma da barba, era seduta allo specchio e provava a radersi, come senza dubbio aveva visto fare al suo padrone spiandolo dal buco della serratura. Atterrito dal vedere un’arma così pericolosa nelle mani di un animale tanto feroce, perfettamente capace di servirsene, l’uomo, per qualche istante, non aveva saputo che fare. Altre volte aveva domato l’animale, durante degli accessi di furia, a colpi di frusta, e volle ricorrevi anche questa volta. Ma vedendo la frusta, il crocicchiomessere sfondò la porta della camera e si precipitò per le scale e, approfittando di una finestra disgraziatamente aperta, uscì in strada.

Disperato, il francese si gettò all’inseguimento della scimmia che, tenendo sempre il rasoio in mano, ogni tanto si fermava a guardarsi indietro gesticolando verso il suo inseguitore, fino a che questi l’aveva quasi raggiunta. Allora di scatto riprendeva la fuga. Questo tipo di caccia durò a lungo. Le strade erano assolutamente deserte, potevano essere le tre del mattino.

Attraversando un vicolo dietro la Rue Morgue, l’attenzione del fuggitivo fu attratta da una luce che proveniva dalla finestra della stanza di Madame Rodriguez, al quarto piano della sua casa. Si precipitò allora verso il muro, vide il cavo del parafulmine, vi si arrampicò con inimmaginabile agilità, s’aggrappò all’imposta che era completamente spalancata e appoggiata al muro e col suo aiuto si slanciò direttamente sulla testiera del letto. Fu questione di non più di un minuto. L’imposta era stata risospinta contro il muro con un calcio dall’animale mentre si precipitava nella stanza.

Il marinaio, intanto, era perplesso e insieme sollevato. Aveva una qualche speranza di riacciuffare l’animale, che poteva difficilmente sfuggire dalla trappola in cui si era cacciato se non tramite il cavo sul quale poteva essere bloccato mentre scendeva. D’altra parte c’erano buoni motivi di inquietudine per quanto avrebbe potuto fare nella casa. Quest’ultimo pensiero incitò l’uomo a proseguire l’inseguimento del fuggitivo. Per un marinaio non è difficile arrampicarsi sul cavo del parafulmine; ma quando fu arrivato all’altezza della finestra, spostata abbastanza lontano sulla sua sinistra, si trovò in gravi difficoltà; tutto quello che poté fare fu di gettare un’occhiata all’interno della stanza.

Quello che vide gli fece orrore a tal punto che quasi mollò la presa. Fu allora che si levarono nel silenzio della notte le orribili grida che destarono dal sonno di soprassalto gli abitanti della Rue Morgue. Madame Rodriguez e sua figlia, in camicia da notte, erano occupate a sistemare delle loro carte in una cassetta di ferro, quella di cui si è parlato, e che era stata portata al centro della stanza. Ora era aperta e tutto il suo contenuto era sparpagliato sul pavimento. Le vittime voltavano certamente le spalle alla finestra e, stando al tempo intercorso tra l’ingresso della bestia e le grida, è probabile che non l’abbiano vista subito. L’urto della persiana era stato verosimilmente attribuito al vento.

Quando il marinaio guardò nella camera, il gigantesco animale aveva afferrato Mademe Rodriguez per i capelli e le stava agitando il rasoio davanti al viso, imitando i gesti di un barbiere. La figlia era a terra, immobile, svenuta. Le grida e gli sforzi della vecchia signora, durante i quali i capelli le furono strappati dalla testa, ebbero come effetto di trasformare in furore la disposizione probabilmente pacifica del crocicchiomessere. Con un micidiale colpo del braccio muscoloso, le staccò quasi la testa dal tronco. La vista del sangue trasformò il furore in frenesia. Digrignando i denti, con gli occhi fiammeggianti, si gettò sul corpo della giovane, le affondò gli artigli nella gola lasciandoveli finché non fu morta. I suoi occhi stravolti e selvaggi caddero a quel punto sulla testata del letto, al di sopra della quale potè scorgere la faccia del suo padrone, paralizzato dall’orrore.

La furia della bestia, che indubbiamente si ricordava della terribile frusta, si tramutò in paura. Sapendo di aver meritato una punizione, sembrò voler nascondere le tracce sanguinose della sua azione, e saltò in giro per la camera in una frenesia di agitazione nervosa, rovesciando e spaccando mobili nel suo movimento, e strappando il pagliericcio dalla lettiera. Finalmente, di impossessò del cadavere della figlia e lo spinse su per il camino, nella postura in cui fu trovato, poi prese quello della vecchia signora e lo scaraventò a capofitto dalla finestra.

Quando la scimmia si avvicinò con il suo mutilato fardello alla finestra, il marinaio spaventato si ritrasse, e lasciandosi scivolare lungo il cavo senza alcuna precauzione, scappò senza fermarsi fino a casa sua, temendo le conseguenze di questo atroce massacro, e terrorizzato abbandonò volentieri il crocicchiomessere al suo destino. Le voci ascoltate dalla gente per le scale erano le sue esclamazioni di orrore e di spavento miste ai diabolici mugolii della bestia.

Non c’è molto altro da aggiungere. Il crocicchiomessere era certamente fuggito dalla stanza lungo il cavo del parafulmine, poco prima che la porta fosse sfondata. Passando dalla finestra, l’aveva evidentemente richiusa. Fu ricatturato più tardi dallo stesso proprietario che lo vendette per una bella somma al Jardin des Plantes.

Hramov venne immediatamente rilasciato, dopo che Bertè e Dupuis ebbero esposto tutte le circostanze della faccenda, arricchite da qualche commento di Dupuis, nel bureau del prefetto di polizia Pannella. Questo funzionario, per quanto ben disposto verso Dupuis, non riusciva a nascondere il suo malumore nel vedere la piega che avevano preso le cose, e si lasciò andare a una o due battute sarcastiche sulle persone che cacciavano il naso negli affari di sua competenza.

“Lo lasci dire”, commentò Dupuis, che non aveva ritenuto necessario replicare. “Lo lasci chiacchierare: questo gli scaricherà la coscienza. Sono contento di averlo battuto sul suo stesso terreno. Va detto che non c’è da sorprendersi, come fa lui, che non abbia saputo sbrogliare questo mistero; in verità, il nostro prefetto è un po’ troppo scaltro per essere profondo. La sua saggezza non ha stamen. È tutto testa e niente corpo, come i ritratti della dea Laverna o, se preferisce, come un merluzzo. Ma dopo tutto è un brav’uomo. Mi è simpatico soprattutto per quel suo tocco magistrale di gergo che gli ha valso la sua reputazione di genio. Intendo il modo che ha ‘de nier ce qui est, et d’expliquer qui n’est pas’”.

[12 di 12. fine]


Nomenclatura radicale / 7 di 10 / Bruno, Eleonora, Giulio, Luca, Mauro, Matteo, Nicola, Sergio

Dal 14-esimo al 21-esimo posto ci sono 4 ciascuno di Bruno (MARTELLONE, MELLANO, ZEVI e COLACICCO che però è Bruna, anche se è bionda); le Eleonore, senza sorpresa, sono tutte donne (DE RIGO, MONGELLI, PALMA, VOLTOLINA); le Giulie (CRIVELLINI, INNOCENZI, SIMI) più Giulio MANFREDI; i Luca (BAGATIN, BOVE, FRASSINETI, PATAVINO); i Mauri (MELLINI, ROSTAGNO, SUTTORA, ZANELLA); a esaurire il Vangelo i Mattei (ANGIOLI, COLLODEL, MAINARDI, MECACCI); svariate forme di Nicola (CALABRO, HRAMOV, MAGALETTI, TOSONI); e i Sergi (D'ELIA, GIORDANO, ROVASIO, STANZANI)

Circa dieci anni fa, a cavallo del nuovo millennio, l’allora forum radicale (sul sito ufficiale dell’omonimo movimento/partito politico) conobbe il suo apice: era fervido di utenti e dei loro numerosi testi che contribuivano ad un acceso dibattito. Poi quel forum è morto, come capita a tutti. Però, grazie alla potente memoria della vostra Miss Welby, sono in grado di ricostruire l’elenco di quanti che presero parte a quell’esperienza straordinaria, almeno di coloro che dichiararono pubblicamente i loro indirizzi e-mail, che ancora conservo.

È probabile che nell’arco di un decennio alcuni o molti di questi indirizzi siano cambiati, cioè non siano più validi, ma mi piace ricordarne i nomi per riconoscere a ciascuno di loro un punto in più nel’ormai leggendario Radicalometro Storico di Granzotto (dal nome dello scienziato che in origine ne costituiva il parametro). A tale scopo devo spezzettare l’elenco in una ventina di nomi per volta (è di 20 il numero massimo di etichette per ogni post, etichette che Blogger somma automaticamente nella classifica in fondo a destra).

Procediamo dunque in ordine alfabetico nel DECIMO di 20 post.

giacomazzi sandra, gianturco gulisano adriano, giglioli daniela, giometti gino, giordano sergio, giorgetti roberto, giuliani marco, gravante ettore, grippo antonio, guaiana yuri, herling benedetto, hramov nikolay, iannarelli fabio, iervolino Massimiliano, innocenti ivan, ippolito massimo, jannuzzi roberta, kustermann cristiano


Non mi oso pensare! Armi chimiche e batteriologiche

ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale

L'Africa non aveva mai cessato di essere in cima anche ai pensieri di Georgi Paganov e la sua cricca comunista esperantista fin da quando, dopo mesi di infruottuosi tentativi con armamentari esotici, i cinesi lo avevano convinto che quella chimico-batteriologica avrebbe costituito la migliore delle distruzioni. Le bombe nucleari facevano più terrore, ma erano anche più costose da ottenere e complicate da riprodurre: troppi arabi erano stati già fregati dai russi che avevano scaricato loro per miliardi di eurodollari dei dispositivi resi praticamente inutilizzabili. Col denaro dei governi canaglia, a Varna, in piena Europa, Paganov aveva impiantato per gli scienziati del male un laboratorio chimico che non aveva nulla da invidiare a quelli delle più grandi multinazionali. Le ricerche della equipe asiatica si dimostrarono immediatamente fruttuose nella concezione di un'arma letale: trovarono il modo di diffondere il virus HIV attraverso zanzare geneticamente modificate, e l'Africa sub-sahariana si rivelò l'ambiente ideale per condurre un test su vasta scala.

Il terreno era già fertile perché fu dall'Africa che cominciò l'epidemia di Aids: affrontato lentamente dai governi dei paesi colpiti e aggravato dall'irresponsabile atteggiamento contro l'educazione sessuale della chiesa cattolica romana, il problema fu esasperato dalla povertà, la debolezza dei sistemi sanitari e soprattutto il basso status sociale delle donne. Al volgere del secolo un quarto della popolazione dell'Africa meridionale era infetta. La percentuale raddoppiò con l'introduzione delle zanzare dei criminali comunisti esperantisti. L'immunodeficenza condusse cento milioni di individui a morte prematura per polmonite, diarrea e tumori. Le aziende persero lavoratori, le fattorie agricoltori, le scuole insegnanti, la pubblica amministrazione classe dirigente. Interi paesi, il Botswana e il Malawi, rimasero quasi completamente spopolati, mentre in tutta l'area solo la società e l'economia relativamente più sviluppate del Sud Africa poterono a stento sopravvivere alla piaga. Non c'era cura, ma nei paesi sviluppati erano accessibili farmaci che rallentavano il tasso di indebolimento fino a livelli irrisori.

Fu questa la ragione per cui il satanico piano paganico fallì miseramente quando le zanzare aggredirono Israele, nel modo apparentemente di una migrazione che curiosamente risparmiò il Sudan. Ma il governo di Gerusalemme disinfettò l'intero paese al primo allarme. Paganov fu affranto, anche percheé ormai l'imminente scoperta di cure e vaccini per l'Aids avrebbe vanificato la minaccia. Tuttavia non si perse d'animo e ispirandosi alla setta apocalittica giapponese Aum Shinriyko di Shoko Asahara, che a metà degli anni 90 aveva seminato il terrore nella metropolitana di Tokio, istruì i cinesi di orientarsi in quella direzione. Dopo solo poche settimane di tentativi gli scienziati riuscirono già a creare la più virulenta forma di tossina conosciuta all'uomo, il Clostridium Botulinum che stava alla base del botulismo. Somministrato nel cibo è la sostanza più velenosa nel mondo della natura, sedici milioni di volte più forte della stricnina: un milionesimo di grammo è considerato una dose letale.

Tuttavia la tossina perdeva le sue capacità se esposta all'aria, e il primo esperimento di spruzzarla in un remoto villaggio dell'entroterra varnense nella vicina Dobrugia - Vedanov Alambrov, lo stesso dove era nato Marco Cappato -, fallì miseramente per fortuna dei suoi abitanti, che non seppero mai niente. I cinesi continuarono la ricerca per trovare una nuova sostanza e dopo aver ponderato diverse opzioni si orientarono sul Bacillus anthracus, meglio conosciuto come antrace, sviluppato come arma biologica letale durante la seconda guerra mondiale. Inalando le sue spore le vittime morivano di una morte orribile: inizialmente mostravano i sintomi di un semplice raffreddore, seguito da febbre alta e vomito, poi sul corpo si sviluppavano grosse bolle dolorose che facevano la pelle nera e dura, infine il cervello si espandeva e sanguinava, il corpo diventava blu per mancanza di ossigeno e la vittima scivolava nel coma.

Lo stesso villaggio fu spruzzato una seconda volta, ma ancora con effetti di gran lunga inferiori al previsto: morirono molte piante e del bestiame, mentre gli abitanti incredibilmente fortunati riportarono solo dolori di stromaco e lamentarono una puzza disgustosa alle autorità, che brancolarono nel buio. Per niente scoraggiati, anzi convinti di essere sulla strada giusta, e decisi ad approdare ad un'arma efficace, gli adepti paganici si dedicarono al gas nervino Sarin, scoperto da chimici tedeschi ma non sviluppato in tempo utile per usi militari durante la guerra. Fu estremamente semplice procurarsene gli ingredienti, ma molto più difficile mettere a punto la ricetta giusta. In effetti, i cinesi non ci sarebbero forse mai riusciti se Paganov non avesse acquisito come nuovo adepto Nikolay Hramov, il quale ottenne la formula dai generali russi per poche centinaia di migliaia di eurodollari, l'equivalente di un piatto di lenticchie rispetto a quanto era preziosa per i loro piani apocalittici.

Per gli abitanti del piccolo villaggio, inconsapevoli cavie di un progetto agghiacciante, non ci fu una terza ondata di fortuna. Centocinquanta persone morirono e 700 persero la vista. Erano trascorsi dieci anni di esperimenti che finalmente avevano dato i loro frutti velenosi: i comunisti esperantisti possedevano l'arma letale e la struttura per produrne una tonnellata al giorno e, a differenza dell'antrace e il botulismo, disponevano anche di un antidoto per immunizzare se stessi. Il potenziale per scatenare l'attacco era ora a disposizione per essere usato quando il capo avesse deciso, era fiero di sè Paganov. Perché anch'egli aveva un capo, era a conoscenza e al servizio di un disegno più vasto di quanto sapessero i suoi dodici "apostoli" vicepresidenti comunisti esperantisti.

L'improvvisa sparizione di alcuni tra quest'ultimi era certamente destinata a suscitare allarme, ora che al cadavere di Szikora si erano aggiunti quelli di Roberto Granzotto, Poker e Schnur, macellati e sparpargliati in vari cassonetti dell'hotel Kasprowy, naturalmente ad opera dell'efferato Michel Boselli, che nell'affrontare quel lavoro aveva veramente dovuto sudare. Il triplice omicidio in meno di dieci minuti si poteva paragonare al triplo salto mortale di un acrobata del circo, e Boselli avrebbe a lungo ricordato quella sua opera come il suo capolavoro. Quando il lugubre lampione che aveva tutta l'aria di essere Paganov partì improvvisamente dall'albergo, a Suttora non restò altra scelta che metterglisi alle calcagna con Vittorio Boselli e spedire Michel ad eliminare i tre in modo alquanto inelegante ma necessariamente rapidissimo.

L'oscuro figuro che sospettavano essere Paganov partì dall'aeroporto di Cracovia su un aereo privato, c'era da scommetterci diretto a Sofia, e a Suttora e Boselli non rimase altro che prendere un charter per Varna, altrimenti avrebbero dovuto andare a Varsavia, dalla parte opposta, per trovare un volo di linea per la capitale bulgara. in coda alle fomalità di arrivo all'aeroporto di Varna, Suttora non potè credere ai suoi occhi e anche Boselli se non fosse stato miope, ma non potè comunque credere alle sue orecchie mentre Mauro gli raccontava come nella telecronaca concitata di un evento sportivo che l'aereo sulla pista atterrato venti minuti dopo il loro era quello partito da Cracovia venti minuti prima del loro, fatto che si spiegava con la minore velocità del turboelica rispetto al piccolo bireattore Ilyushin sul quale avevano viaggiato. Ad attendere Paganov, e che di Paganov si trattasse a questo punto era ormai una certezza, c'erano gli ultimi due uomini bianchi ancora vivi dell'infausto comitato comunista esperantista, il russo Hramov e il calabro-libanese Limmondo. La loro nera limousine schizzò via dalla pista bypassando i controlli delle autorità compiacenti e Suttora e Boselli ebbero appena il tempo di saltare su un taxi con il classico Segua quell'auto! per non lasciarsi sfuggire lo straordinario colpo di fortuna.
Mi dispiace per il fiume / Sorry about the River - IV

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Da un lato del lungo tavolo il russo Nikolay Hramov, lo svizzero Livio Schnur, il tedesco Jonathan Poker, l'austriaca Martina Szikora, l'italiano Roberto Granzotto e il libanese di origine calabrese Edmondo Limmondo. Dall'altro lato del tavolo, a rappresentare la nutrita delegazione asiatica, Npa Cheung, Yee Minglong, Liao Quingchang, Chen Xingsheng, Tian Yongming e il loro fetentissimo capo nord-coreano Bu Zda Kin. In piedi a capotavola, completamente nudo tranne il cappuccio nero che gli copriva il volto, l'altissimo Georgi Paganov con un'enorme esibizione del suo priapismo. Il sangue e l'ossigeno che con esso affluiva al tessuto spugnoso di quel pene abnorme gli veniva a mancare al cervello ed egli farneticava in bulgaro come in uno stato di trance: Az sum Paganov, az sum Paganov... io sono pagano, e gli astanti cominciarono a ripetere dapprima sottovoce, poi sempre più forte: az sum paganov, io sono pagano...

Con entrambe le mani il turpe leader dei comunisti esperantisti bulgari si stimolava i testicoli gonfi come angurie mentre gli adepti si accalcavano a leccare la verga dell'anticristo finché questi eruppe in una violenta eiaculazione ed essi si contesero il seme del male per abbeverarsene avidamente. Davanti a lui, dall'altro capo del tavolo, con gli occhi sbarrati Michel Boselli schivò uno schizzo mentre osservava più incredulo che disgustato il bieco individuo riprendere fiato e il suo naturale colorito olivastro mentre gli adepti si ricomponevano ognuno al suo posto. Non avrebbe mai sospettato che colleghi criminali di quel calibro potessero appartenere a una sorta di setta occulta. Li avrebbe piuttosto immaginati nel classico cliché mafioso, razionalmente riuniti come nel consiglio di amministrazione di una multinazionale. Ma davanti a lui c'era l'evidenza della follia di un culto satanico, e in stridente contrasto con questa il loro leader prese a parlare pacatamente in esperanto, con la voce baritona e monotona che ci si sarebbe aspettati da un prete ortodosso cantare la messa.

Collettivo! Siamo qui riuniti per celebrare il Chaos. Nella sua millenaria evoluzione l'uomo si è sparpagliato nel mondo partendo dall'Africa, e dall'Africa precipitata nella spirale dell'odio si diffonderà nel mondo il virus del male, i virus delle nostre armi batteriologiche che ammorberanno l'intera specie umana tranne chi ne è immunizzato: noi qui presenti, e i pochi popoli eletti che qui rappresentiamo. L'ora della rivalsa è vicina per il grande Islam e la grande Cina tanto quanto l'ora della sofferenza immane è vicina per gli imperialisti occidentali che l'hanno finora impartita ai nostri popoli. Migliaia di guerriglieri della liberazione sono pronti a immolarsi usando le armi che forniremo loro per terrorizzare e sottomettere i vili sfruttatori. Ma bisogna agire presto, prima che l'Europa si rafforzi rendendo imbattibile l'America, e agire per impedire l'ascesa al vertice di coloro che remano contro il destino e che noi non possiamo comprare.

Questi esseri insani, questi deboli vermi potrebbero presto arrivare al potere e noi non possiamo permetterlo, non possiamo lasciare che attacchino e intacchino i nostri superiori interessi, i nostri piani gloriosi. Da tempo è ormai chiaro che il loro scopo antitetico al nostro è una rivoluzione che riarmi l'Europa neocolonialista non più assoggettata all'America ma sua pari potenza per imporre la loro pace e i loro pseudovalori, non più solo complice ma protagonista nel perpetuare l'oppressione. L'America stessa, vigliacca e sionista, impaurita dalla fulgida rinascita araba, dall'ineguagliabile potenza cinese, alimenta le scellerate ambizioni federaliste dei nostri nemici per non perdere il dominio del pianeta, il dominio che a noi spetta e ci aspetta da troppo tempo!

Oggi siamo qui riuniti per modificare a nostro favore il corso della storia deliberando l'eliminazione di uno dei due candidati alla presidenza europea, colui che se fosse eletto ci creerebbe maggiori problemi, e così aprire la via al candidato più docile col programma più affine allo svolgimento dei nostri piani. Ciò deve avvenire prima delle elezioni, in cui c'è un cinquanta per cento di probabilità che esca vincitore il puledro sbagliato: una percentuale troppo elevata per permetterci di rischiare trovarci costretti ad agire dopo, quando le misure di sicurezza attorno al presidente eletto renderebbero l'operazione troppo complessa e quand'anche avesse successo farebbe di lui un martire dal seguito moltiplicato esponenzialmente dall'ondata emotiva del popolo bue.

Collettivo! La nostra venerabile congregazione culturale non può esporsi a un eventuale fallimento che comprometterebbe irrimediabilmente i nostri altissimi obittivi, né possiamo affidarci a manovalanza rozza o dilettanti qualsiasi, L'uomo qui presente è uno stimato professionista, il migliore nel suo settore, che per un ingente compenso si assume la responsabilità di eseguire questo compito in modo competente ed elegante. Sono lieto che della sua affidabilità abbia già dato prova nella recente opera di destabilizzazione della centrale nucleare di Kozloduy, provocando il rilascio di materiale radioattivo con effetti esaltanti per la nostra causa e devastanti per il morale del nemico. Me ne rallegro e lo congratulo, auspicando che cotanta puntualità nel mantenere l'impegno si riaffermi in questa nuova e più importante occasione: l'omicidio del candidato presidenziale Olivier Dupuis!

Michel Boselli si sentiva vagamente a disagio e non potè trattenersi dall'agitarsi sulla sedia, ma la concisa fermezza dell'orazione paganica non ammetteva repliche e ottenne solo ossequiosi cenni di assenso da parte degli altri astanti silenti. Paganov concluse inappellabile l'assise con la condanna a morte del candidato democratico Olivier Dupuis per mano di Boselli entro l'alba elettorale, in caso di fallimento pena il trasferimento della pena sull'esecutore stesso. Da parte sua, altrove in Europa, mentre gli fischiavano le orecchie il candidato presidenziale sbottò in riunione col suo staff nel suo forte accento lussemburghese:

Ma no e posibile, no ho intensione di corere co Serachiani, mi rifutomi! No ci era altra scelta parquet siete teste di caso, merd! Vi ano inculato, eco, ci ano inculato! Al meno avevate li spiati! Sicurament vi siete fati spiarvi voi imbescili. E adeso come poso corere ansieme di quela bruta mortadela, hein?

Dupuis dava in escandescenze per l'abbinamento più sgradito che avrebbero potuto affibbiargli come candidata alla vicepresidenza. Ma intervenne Pannella in collegamento da Malbosc e dovette mettersi via l'incazzatura. Il leader carismatico spiegò che Barbara Serracchiani era l'unica personalità a disposizione che avrebbe potuto contenere il danno causato dalla candidatura Berlusconner a vicepresidente di Kapezzonen nel ticket avversario. Se voleva provare a vincere, concluse Pannella col tono grave di un padre non più disposto a tollerare capricci, doveva imparare a sopportare Barbara. Non era soltanto nella popolarità della pasionaria rodigina che Pannella confidava, ma soprattutto nella sua mai sopita rivalità con l'ex premier turca Zylvya Berlusconner. Le due coetanee erano cresciute studiando insieme e contendendosi il primato nei prestigiosi Fettes college di Edinburgo e London school of economics per poi intraprendere la carriera politica in partiti nazionali ai due estremi dello spettro politico, ma avevano in comune una smisurata ambizione e non avevano mai potuto vedersi. Candidare Serracchiani avrebbe creato un piccolo problema con Olivier, non sarebbe stato facile conciliare i loro due caratterini, ma un problema ancor più grosso per i popolari.

Questi in effetti si erano presi una bella rivincita rispetto al congresso dei democratici, e adesso si era molto più vicini all'elezione. Difficile immaginare un colpo basso come affiancare a Kapezzonen l'ex premier turca, moglie del miliardario televisivo Rupert Murdoch che da quel punto in poi avrebbe infuso una montagna di eurodollari nella campagna elettorale col silenzio assenso dell'amministrazione americana, ufficialmente neutrale negli affari interni di una federazione amica ma in realtà ben più propensa a spalleggiare una controparte conservatrice che avrebbe tenuto una politica più in sintonia con la loro in un mondo in cui l'occidente non costituiva ormai che un settimo della popolazione, meno della sola India o della sola Cina, ed era perciò di vitale importanza rafforzare gli strumenti della propria leadership, del proprio benessere economico come condizione indispensabile al controllo politico e militare del pianeta. O meglio viceversa.

catalogo libri mille-leva

- Danilo Quinto, PIETRO ALZA LA VOCE !
Edizioni Paoline, Citta' del Vaticano 1995.
la prefazione di Antonella Filograno spiega "...l'incommensurabile valore etico della nostra santissima verginita'..."

- Michele Boselli, DARINKA ABBASSA IL VOLUME !!!
Edizioni Radio Radicchio, Varna 1994.
dalla prefazione di Giorgio Pagano: "...finalmente anche boselli ha capito che questa storia dell'esperanto e' utile per fare iscritti..."

- Giorgio Pagano, L'ESPERANTO DA PORDENONE A FROSINONE
Guido Gentile Editore, Treviso 1994.
nella prefazione di Davide Tutino si legge: "...giorgio pagano e' molto alto..."

- Marino Busdachin, NIKOLAY KHRAMOV E' UNA TESTA DI CAZZO
Edizioni US-AID, New York 1995.
prefazione di Massimo Lensi, che approfondisce: "...nikolay khramov e' una testa di cazzo..."

- Nikolay Khramov, MARINO BUSDACHIN E' UN PEZZO D'IMMERDA
Edizioni Ostiensi, Fiumicino 1995.
prefazione di Antonio Stango, che fornisce una chiave di lettura: "...non dimentichiamo inoltre che forse io tra un po' divento importante..."

- Antonella Spolaor, LA MELONI NON PUO' FARE LA RAGAZZA PON-PON PERCHE' HA LE TETTE SOTTO LE GINOCCHIA
Edizioni Pietose, Trastevere 1995.
prefazione di AA.VV.: "...finalmente un libro di peso che tiene in considerazione la forza di gravita'..."

- Riccarda Meloni, LA SPOLAOR NON HA DELLE BELLE TETTONE COME QUELLE DELLA ZAMPARUTTI
Edizioni del Tubo, Spilimbergo 1995.
dalla prefazione di Teresa Dentamaro: "...non ho letto questo libro..."

- Michele Boselli, ANCH'IO NON HO LE TETTE PERO' MI PIACEREBBE TANTO
Edizioni Ergife, Montecitorio 1995.
prefazione di Sergio Rovasio, che scrive tra l'altro "...l'Autore e' un caso umano molto pietoso..."

- Massimo Lensi, BOSELLI SI MASTURBA MOLTISSIMO
Edizioni Logodi Utca, Budapest 1995.
prefazione di Olivier Dupuis, che specifica: "...ha ragione l'Autore a lamentarsi, io stesso non dormiro' mai piu' in una doppia con boselli, schizza come un gatto in calore..."

- Michele Boselli, LENSI E' FROCIO
Edizioni Bulgare, Sofia 1995.
prefazione di Darinka Kircheva, che precisa: "...noi comunisti bulgari siamo notoriamente molto tolleranti, ma certi omosessuali ungheresi sono davvero troppo immorali..."

- Sandro Ottoni, BOSELLI NON HA LE TETTE MA IO SI'
Edizioni Tomac, Zagabria 1995.
prefazione di Marijana Stefanic, che spiega "devo ammettere che l'Autore e' molto piu' dotato di sopra di quanto lo sia di sotto"

- Roberto Spagnoli, CHI E' ROBERTO SPAGNOLI
Edizioni Torre Argentina, Quartoggiaro 1995.
prefazione di Rita Bernardini e Maurizio Turco, che scrivono tra l'altro "...effettivamente Roberto Spagnoli esiste..."

- Emma Bonino, BOSELLI PIANTALA DI FARE IL PIRLA IN CONFERENZA
Edizioni Pericolose, Terranova 1995
prefazione di Marco Pannella: "...cose turche, anzi, bulgare..."

Le contraddizioni delle Nazioni Unite

di Alexandre Deperlinghi

Introduzione. In questo testo risalente al 1998, ma ancora molto attuale, il radicale belga Alexandre Deperlinghi affronta la questione della scarsa visibilita' del Pr nell'estenuante battaglia per il Tribunale internazionale, e piu' in generale quello dell'inadeguatezza dell'ONU rispetto alle tragedie del pianeta, per concludere proponendo questa sua bozza di programma per il rilancio del Partito radicale transnazionale.

Le guerre nel mondo, dal 1945 al 1980, hanno totalizzato lo stesso numero di morti del secondo conflitto mondiale. L'ONU, creata per mantenere la pax russo-americana, ha approvato convenzioni che vietano la tortura, il genocidio e i crimini contro l'umanita', che costringono gli stati ricchi ad aiutare i piu' poveri, ma, malgrado queste splendide conquiste del diritto internazionale ci sono stati il genocidio dei bosniaci, del Biafra, dei timoresi, dei cambogiani, degli Hutu e dei Tutsi, e di tutti quelli che abbiamo dimenticato. Il regime comunista cinese, responsabile di cento milioni di morti in cinquant'anni, ha il diritto di veto al Consiglio di sicurezza, e lo strumento che consentirebbe una vera applicazione delle convenzioni ONU, il Comitato di stato maggiore, non e' mai stato attivato. L'Organizzazione condanna il denaro sporco ma consente l'esistenza di paradisi fiscali che "ripuliscono" 2-300 miliardi di dollari l'anno. Grandi signori del calibro di Kabila, Saddam Hussein, Haffed el Assad, neo-dittatori come Lukashenko, trafficanti di droga come Gulbuddin Hykmatiar, o filantropi come Pol Pot e Suharto hanno avuto una poltrona al palazzo di vetro. L'ONU ha al suo attivo tanti testi contro la fame nel mondo e piu' di mezzo miliardo di morti di carestia al suo passivo, e grazie al principio di non ingerenza l'ONU si e' spesso rifiutata di intervenire manu militari nei conflitti interni degli stati. Il diritto dei popoli all'autodeterminazione, che in senso stretto significa il diritto dei popoli a scegliere qualsiasi sistema di governo (dittatura del proletariato, democrazie, monarchia assoluta o altro), impedisce all'ONU di approvare una convenzione a favore del diritto alla democrazia nel mondo. L'ONU elenca dei diritti che non puo' fare rispettare senza la volonta' dei potenti. Il fondamento del diritto internazionale da' la prevalenza al diritto degli stati su quello degli individui. Tutto questo conviene ai mercanti d'armi, ai trafficanti di droga, alla "petrol society" ed ai suoi complici. Le conferenze sull'ambiente consentono agli esperti di dire che il disastro si conferma, e agli stati di prendere un decimo delle misure necessarie per evitarlo. Il valore degli scritti dell'ONU va misurato alla luce delle applicazioni effettive dei diritti elencati. Quotidianamente sono sistematicamente violati per piu' di un miliardo di persone. L'ONU non da' nessun aiuto serio per porre fine a queste violazioni. Senza negare le conquiste di diritto dovute alle varie dichiarazioni sui diritti umani, le celebrazioni alle quali assistiamo vanno controbilanciate con il genocidio in Sudan, dove sono morte due milioni di persone. Nonostante l'ONU, una parte importante del mondo gode di una protezione sufficiente dei propri diritti grazie alla "pax romana atlantica", opera della NATO.

VAE VICTIS
Il tribunale di Norimberga non fu un modello di giustizia. Malgrado le assoluzioni e le procedure corrette, e' stato infatti vietato agli imputati di leggere i giornali, impedendo cosi' alla difesa di usare l'argomento dello sviluppo del sistema staliniano in Europa. Il primo capo d'imputazione (guerra d'aggressione in violazione del patto Briand-Kellog del 1928) poteva essere rivolto ai sovietici per l'attacco contro la Polonia, i paesi baltici e la Finlandia. Per cio' che riguarda il secondo capo d'imputazione (i crimini contro i principi generali delle nazioni civilizzate: il genocidio), gli stessi sovietici non hanno dovuto rispondere del massacro di 10.000 ufficiali polacchi a Katin o del terrore staliniano. I russi non furono processati semplicemente perche' erano dalla parte dei giudici. Norimberga fu un esempio di giustizia giusta, ma parziale, dei vincitori contro i vinti.

Ci sara' riconosciuto un ruolo determinante nella battaglia per la ICC (Corte penale internazionale), ma occorre rendersi conto che questa battaglia ha consumato enormi risorse umane e finanziarie, in cambio di una notorieta' all'estero ben poco gratificante per il partito, dato confermato dalle cifre del tesseramento sulle iscrizioni all'estero. La Corte penale internazionale conviene al regime ONU perche', in sostanza, non rimette in causa la sua legittimita'. L'adozione di una norma dello statuto del Tribunale per la Yugoslavia, che impedisce di processare il personale ONU, in particolare i caschi blu che frequentarono i bordelli serbi (le fanciulle musulmane erano costrette a prostituirsi prima di essere ammazzate), fu una condizione sine qua non della creazione del Tribunale per la Yugoslavia. C'e' da rimanere perplessi davanti alle pagine delle maggiori testate internazionali, riempite di editoriali a favore dell'ICC. Offriamo un programma politico talmente edulcorato che non fa piu' paura al potere come una volta, oppure il potere e' cambiato e i buoni D'Alema e la mafia degli eurosocialisti ci stanno preparando davvero "le lendemains qui chantent" (il Sol dell'avvenire di Mao Tse Tung)? Va ratificato subito il trattato della ICC, come chiede un Robert Badinter, lo stesso che presiedeva una commissione giuridica incaricata di dare un parere sull'allora nuovo conflitto in Croazia e in Bosnia e che riteneva come sola possibilita' per uscire dalla crisi di ottenere un accordo tra le parti, nel pieno rispetto del diritto internazionale (idea ripresa da Cristopher Hill per i serbi e gli albanesi). Poi le bombe americane con l'arrivo di Chirac hanno messo tutti d'accordo.

Fa piacere essere d'accordo con l'ex guardasigilli francese sulle ratifiche, ma non apparteniamo allo stesso partito, le nostre radici politiche sono diverse. Il nostro surrogato di partito transnazionale non afferma abbastanza la differenza tra radicali e socialisti come lui: la necessita' di vedere i diritti non solo enunciati, ma veramente affermati (a volte con l'uso legittimo della forza, purtroppo). Montesquieu ne "L'esprit des lois" evidenziava la tripartizione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Il trattato che istituisce la ICC crea, di fatto, un inizio di giustizia mondiale, ma quale potere legislativo ed esecutivo mondiale stabilira' le regole che consentiranno di fermare le stragi e i criminali di guerra? L'Assemblea generale dell'ONU non e' il Parlamento mondiale. La logica stessa dell'ONU impedisce di trasformarla in una assemblea democratica e, anche se questo fosse possibile, accadrebbe il giorno successivo alle calende greche, feriale. I criminali della scorsa guerra mondiale sono stati fermati con la forza: un Milosevic e il sistema nazionalserbo non hanno paura di altro (per arrestare Toto Riina furono necessari 130 uomini in loco). Sono i bombardamenti NATO che hanno calmato i serbi della Bosnia.

Un criminale come Kabila e' ospitato in tre capitali europee mentre i "Lords Justice" rimettono in causa a Londra il fondamento delle convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche, negandone l'applicabilita' anche ai capi di stato reggenti ritenuti responsabili di crimini contro l'umanita' (fra i quali la tortura). La giustizia della regina ("suprema fontana di giustizia") fa acqua e a Parigi Jacques Chirac onora dieci capi di stato africani invece di arrestarli. I padroni del nostro mondo reggono perche' nessuno rimette in causa la loro legittimita'. Le battagliette transnazionali in Italia, Europa e Germania per un seggio permanente al Consiglio di sicurezza, riformina voluta dalla neo-burocrazia europea, non sono garanzie per la pace. Sono motivate dalla vanita' dei politici, che intendono rassicurare gli elettori presentando loro la tessera di membro del Club dei potenti (non avendo la vera, l'arma nucleare). Cio' non fa che facilitare la paralisi di tutta la meccanica ONU, mentre rallentano le riforme serie della politica mondiale, come l'allargamento della NATO o dell'UE.

IL CONFINE DELL'UMANITA'
Dopo le minacce di Bagdad contro il Kuwait, gli USA avevano ribadito all'Iraq la loro indefettibile amicizia, e al governo kuwaitiano garanzie di sicurezza ("se vi attaccano arriveremo subito"). La Germania ha dato agli USA due miliardi di dollari, il Giappone cinque, gli arabi ben oltre cinque. Il materiale militare statunitense era a sei mesi dalla scadenza, le bombe buttate sull'Iraq erano destinate alla distruzione, come parte dei mezzi meccanici. Per il bilancio del govero americano "Desert storm" fu un'operazione redditizia, al di la' delle vendite di Patriot e di altri materiali militari. Saddam demonizzato, diventato dopo l'arrivo delle nostre truppe a Bassora il presidente Hussein, accetta le principali richieste dell'ONU e indossa la divisa dello "stabilizzatore" della regione, per impedire la rivoluzione degli sciiti di Bassora e del sud, e moderare le velleita' curde e iraniane. Lui e' la migliore garanzia di preservazione delle frontiere costitutite su dei tavoli europei, nell'interesse della British petroleum nel 1918-20. Il pretesto della guerra del Golfo e' stata una zona a cavallo sulla frontiera tra Iraq e Kuwait zeppa di greggio, dove fu concesso dal governo kuwaitiano, finalmente ristabilito, un contratto vantaggioso alla Texaco. Bush & Co. sono tutti figli del Texas. Il sostegno incondizionato dato dall'allora candidato Bill Clinton all'intervento armato e alla successiva politica USA nel Golfo e' stata una garanzia data all'industria degli armamenti, confermata dalle minacce di bombardare Bagdad alla vigilia della maggiore fiera regionale degli armamenti, ad Abu Dhabi. La stabilita' dei regimi dittatoriali per convenienza dei potenti della cosiddetta "comunita' internazionale" sara' la pietra tombale dell'ONU: gli USA regalano centrali nucleari ai nord-coreani in cambio del rispetto degli accordi sulla non proliferazione degli armamenti nucleari! Una stabilita' suicida, o una nuova politica un po' instabile, un po' funambolica, ma piena di ragioni e di speranze, impregnata dei valori del diritto: questa e' l'alternativa.
LE ORGANIZZAZIONI REGIONALI
La politica ONU di affidare alle organizzazioni regionali maggior potere, per risolvere le crisi ad un livello piu' basso, ha corresponsabilizzato la UE e l'ONU nel disastro balcanico. Per la guerra civile in Liberia fu dato mandato alla OUA (Organizzazione per l'unita' africana). La Nigeria, sola potenza militare della regione, e' intervenuta militarmente con la delicatezza propria dei metodi indigeni. Tre bande di criminali si disputavano il potere a Monrovia, l'OUA ne fece entrare in gioco una quarta. Il governo del Burkina chiese all'ONU di prendere sulle sue spalle la risoluzione del conflitto perche' la OUA non era all'altezza del suo mandato. L'ONU, incapace di risolvere certe crisi, non si vergogna di chiedere ad organizzazioni ancora piu' incapaci di gestire i conflitti. Spesso gli embargo del buon samaritano ONU sono dei palliativi a crisi che non riesce a risolvere. I serbi controllavano l'intero arsenale dell'esercito yugoslavo. Il Consiglio di sicurezza vieta la vendita di armi ai croati e ai musulmani, aggrediti e disarmati. Gli embargo contro l'Iraq, la Serbia ed altri non fanno che colpire popolazioni gia' vittime dei loro dittatori. Non urtano regimi dove e' cancellata la voce dell'opinione pubblica e degli elettori. Quanti iracheni sono vittime innocenti non della guerra, o di Saddam, ma dell'ONU? Gli Stati uniti hanno regolarmente scambiato petrolio contro grano ai sovietici, ma da Fidel Castro esigono la democrazia prima della fine dell'embargo americano.

La recente vittoria del tribunale cade in un quadro perdente, fallito. Spettera' ad un paio di esplosioni nucleari liquidare l'organizzazione, cosi' come la seconda guerra segno' la fine della Societa' delle nazioni. Gregor Yavlinski, uno dei pochi veri liberali russi, e il generale Lebed dichiarano ripetutamente che sono scomparse cento bombe nucleari, inclusi modeli portatili che pesano meno di sette chili, prologo di future catastrofi. Dopo il fallimento della Societa' delle nazioni, l'ONU ricevette maggiori poteri per garantire la pace. Del Consiglio di sicurezza, della NATO e del suo principale membro, chi ne e' stato il vero garante? I successi dell'ONU come l'intervento in Corea grazie alla poltrona vuota sovietica al Consiglio di sicurezza, le missioni di caschi blu ancora attive nel Golan, a Cipro, vanno misurate nel loro giusto valore. L'evoluzione del diritto internazionale, in tempo di pace, non si adegua al ritmo delle crisi. Come "affermare quei principi morali e quei valori etici che sono alla base della nostra civilta'" (preambolo alla mozione generale, assemblea dei parlamentari, Sofia 17 luglio 1993 [Notizie Radicali 5772]? Si conferma che l'ONU, come anche le cancellerie europee, era a conoscenza della preparazione del genocidio in Ruanda ben prima di agire ufficialmente. Nessuno si e' mosso.

Le pecore brucano e non si preoccupano del coltello del macellaio. I trattati europei hanno negato ai cittadini una costituzione europea. Gli stati nazionali non rinunciano alle loro prerogative spesso per fare, grazie alla "raison d'etat", quello che nessuna costituzione democratica autorizza (vendita di armi, di droga, corruzione). Il privilegio di essere uno stato sovrano non si abbandona cosi' facilmente. A meno che dei santi non prendano il potere, gli sviluppi maggiori dell'Europa democratica e dell'Europa "tout court" saranno affidati alla sola svolta storica dell'Euro, prossimo augurabile trionfante eroe, in un clima deflazionista, della rivoluzione microelettronica. La questione della Costituzione e' centrale mentre si continua solo a discutere di riformette. Il Belgio tra poco non esistera' piu' e fra qualche anno i francofoni di Bruxelles chiederanno l'indipendenza dalla Fiandra fiamminga, che gia' oggi comunica loro che saranno giusto "tollerati". L'impero sovietico si e' sciolto e quello russo non regge le centinaia di repubbliche autonome e le varie nazionalita'. Il riflesso, come nel caso della Cecenia, di usare il razzismo e la forza del potere centrale contro tutte le velleita' d'indipendenza, di convincerci che dovremmo provare a provocare lo smantellamento della Federazione russa, per proteggere i suoi popoli da un potere gia' andato troppo fuori controllo. Anche li' il regionalismo sara' il senso della storia, consentira' alla gente di controllare meglio le deviazioni antidemocratiche che hanno caratterizzato il dopo Gorbaciov.

I soldi dei contribuenti russi e occidentali sono scomparsi in un abisso profondo come l'anima russa: in tre settimane (settembre 1998) sono scomparsi 22 miliardi di dollari dati dal FMI. "Le personalita' piu' corrotte hanno mantenuto i loro posti ed e' invano che si cercano gli assassini. A causa della cinica crudelta' dei banditi, il prezzo della vita umana si riduce a zero. Con le riforme e' arrivato il tempo dei criminali. Dopo essersi impadroniti delle finanze hanno stabilito il controllo ideologico della societa'" (Aleksandr Solgenitsin). Le transizioni cilena o spagnola sono dei modelli invidiabili rispetto alla soluzione russa. L'ottanta per cento dell'economia russa e' gestito dai criminali, mentre i politici ricattano il FMI e il mondo occidentale con lo spettro di una crisi dove tutto potrebbe andare fuori controllo. L'assassinio della deputata Galina Starovoitova, liberale, firmataria del nostro appello per l'incriminazione di Milosevic, iscritta all'associazione antimilitarista di Nikolay Khramov (l'unica associazione radicale fuori dai confini italiani), promette un bruttissimo avvenire per la popolazione russa, che a volte auspica un golpe per risanare l'intero apparato! Davanti alla Lubianka la Duma ha deciso di rimettere la statua del fondatore della Ceka, Dzerzhinky, coautore del terrore staliniano. La motivazione ufficiale e' di fare paura ai criminali e simboleggiare la forza ritrovata di uno stato pronto a riprodurre il peggio della storia di questo secolo. La repressione in Cecenia fu scientificamente ignorata dai campioni della democrazia, troppo occupati a preparare gli accordi di Dayton e la bella figura del "successo diplomatico" americano, che nascondeva i soldi versati dal FMI per gli stipendi dell'esercito russo, boia di una guerra, la prima, che costo' centomila vite umane.

BOZZA DI PROGRAMMA
Qual'e' il potenziamento del tasso di efficienza dell'ONU che il Pr ha proposto nella sua ultima mozione? Il tribunale necessitera' di cinquant'anni prima di essere in grado di impedire a un altro Stalin di arrivare al Cremlino. Che altre vie ha proposto, o propone, il Pr? Se non rimettiamo in causa profondamente il sistema ONU, regime mondiale, ci ritroveremo o saremo percepiti come il prete accanto al boia invece di gridare nella folla: RIVOLUZIONE LIBERALE MONDIALE! Il cyberspazio va conquistato con tutti i mezzi (audio, video, scritto). E' tempo di creare un giornale multimedia, una TV sul Web, con un taglio giornalistico, non un elenco di comunicati stampa. Aprire un dibattito transnazionale dentro il partito e' fondamentale. E' la ragione di questo testo. Cerchiamo la "profonda revisione di mezzi, strutture, metodi di lavoro" e "l'assunzione piena di responsabilita' dirigenti e militanti da parte di nuove forze" prevista dall'ultima mozione congressuale. Va fatto lo stato politico e finanziario del partito e dell'area subito, riorganizzato, riaperto il dibattito interno al partito a la vita del partito, evitato il conflitto interno in una nuova cultura dell'organizzazione come espresso dall'Assemblea di Napoli, dove i romani erano maggioritari. Un Congresso, magari piccolo, con meno VIP e parlamentari, e piu' dibattiti, con tre lingue di lavoro per i documenti (inglese, francese, italiano) che eviti di essere una autocelebrazione di conferma di scelte perdenti precedenti (in termini di iscrizioni) va convocato presto. Possono iniziare i lavori delle commissioni congressuali con uno o due giorni di anticipo. Vanno al piu' presto analizzate e discusse in profondita' le ragioni del fallimento sia del partito transnazionale che della politica mondiale. Agora' o internet non possono rimediare a tutti i buchi della nostra strategia di comunicazione.

Il corpus legis ONU non e' applicato in tanti posti del mondo. Il Consiglio di sicurezza e' in parte in mano a dei criminali o a sistemi criminali, e invece di garantire la pace la minaccia. Va concepito il manifesto mondialista che proclama per le persone l'effettiva abolizione delle frontiere per quanto riguarda i loro diritti ad essere protetti da quelli che negano loro i diritti fondamentali, e che consente ai popoli di unirsi liberamente anche per raggiungere questo obiettivo. Una nuova Costituzione per l'Italia, l'Europa e il mondo, la stessa, va preparata. Siamo i soli in grado di compiere una sfida cosi' fondamentale, cosi' radicale e cosi' urgentemente necessaria. Il partito deve far sognare, chiudere o cambiare nome. Va fatto l'inventario del fallimento dell'ONU in tante crisi, senza negare i suoi successi, chiedendone sia la riforma che la costituzione di una federazione forte, democratica (di "cultura" liberale socialista), regionalista, dentro e attorno al continente europeo, per sopperire alle gravi lacune dell'ONU, in particolare nel difendere i diritti fondamentali degli individui. Fare convergere detta federazione verso la NATO e cercare la possibilita' di gettare in questo quadro le basi per offrire al continente americano le opportunita' di allargamento di questa nuova entita'. Il rifiuto della UE di aprire trattative con gli Stati uniti per una unione doganale e' un appuntamento mancato con la Storia. Dall'affermazione del vedere effettivamente rispettati i diritti fondamentali, il diritto alla vita, alla liberta', alla dignita', alla democrazia, a non soffrire per causa dell'ingiustizia dello stato, della fame, della guerra, dell'abolizione mondiale della leva: le battaglie possibili non mancano. E' tempo di responsabilizzare in termini finanziari il complesso petrolifero mondiale per i danni da esso causati all'ambiente. L'essere transnazionale significa rivendicare una cittadinanza mondiale. Va calcolato il costo dell'iscrizione sul PIL mondiale e non nazionale, il che semplifichera' anche il lavoro del tesseramento. Nei paesi piu' poveri possiamo regalare l'iscrizione per smettere di addizionare i centesimi con i copechi, senza modificare la gratuita' laddove l'iscrizione e' vietata dalla legge. Va chiesto un intervento militare europeo nel Congo e nel Sudan per evitare ulteriori tragedie. Vanno concepite campagne a scopo mediatico di dimensione mondiale, come la distribuzione e un lancio di preservativi gonfiati sul Vaticano, azione anticlericale ad Auschwitz dove i cattolici violano una risoluzione dell'ONU con l'erezione di croci attorno al campo di concentramento. Un nostro eurodeputato puo' farsi una canna alla Clinton, senza inalare, davanti alla Casa bianca per rilanciare la campagna del Cora. La battaglia per una convenzione ONU sul diritto alla democrazia potrebbe far parte di un pacchetto di riforme ONU da proporre per "Non c'e' pace senza giustizia". Possiamo rivendicare lo statuto ONU come partito politico che si presenta alle elezioni, o che non lo esclude.

NYLON! 2

3.

Avevo faticato non poco, seguendo la strada più diabolicastrusamente tracciata da Olivier bin Dupuis nell’infiltrarmi nei Lib-Dem per lanciare l’Opa ostile sui radicali italiani, e nel processo quasi schiantando un airbus su Roosevelt Island per poi dover evadere da Guantanamo, ma finalmente ci ero riuscito. Era il giorno del mio 39-esimo compleanno quando presi il potere nel Partito radicale per restituirlo agli antichi fasti dopo una crisi di identità decennale dovuta a una manica di inetti yes-man, e a mia volta adottandone subito la pratica partitocratica ricompensai i miei fedelissimi con succulente prebende. Infatti, come in ogni buona rivoluzione ucraina o romena, intraprendere nuove politiche non è tanto importante quanto l’urgenza di liberarsi dei culi di pietra incollati alla poltrona e “attorcigliati agli emolumenti”, definizione di Marco Pannella. Perciò comincio subito col licenziare tutti, tranne Rita Bernardini che dei bei tempi andati ha almeno conservato la capacità di riuscire a dialogare perfino con Dora Pezzilli; inoltre conosce bene le dinamiche interne del partito, come dimostra dall’essere al corrente che Angeli ha letto che Arrigoni ha letto che Manera ha letto che Tosoni ha letto la dichiarazione di Bruno Mellano; infine mi serve come mezza tesoriera. Infatti - apprendo dal manuale di istruzioni del Partito radicale “Pannella and Bonino Plc” di Mauro Suttora -, cosa me ne potrei mai fare della segreteria radicale senza il denaro per finanziarne la politica, visto che i cordoni della borsa li tiene strettamente l’oligarchia della quale lo stesso Marco Pannella sembra divenuto ostaggio? Beh, lo ammetto, francamente mi ritrovei nella stessa poco invidiabile situazzone di Capezzone blaterare a vanvera di politica internazzonale e accettare il finanzzamento pubico per trascinarmi avanti penosamente fino a vendicare l’umiliazzone riciclandomi altrove come un Vito o un Quagliarello. Io però, mantenendomi a spese mie anziché degli iscritti radicali e delle agenzie governative internazionali, sulla tastiera del mio fedele portatile sono libero di martellare le più perverse fantasie. Ciò che mi appresto a fare.

Brutalmente azzerati d’ufficio le centinaia di componenti dei vari direttorati, giunte, senati, comitati, sub-comitati, interinali e dopolavoro ferroviari, ho istituito come unico organo dirigente l’Apostolato, sul modello anglosassone del governo ombra nominando come mie più strette collaboratrici una dozzina di apostole selezionate in base al criterio che mi fa comodo (siano competenti nella loro materia, possibilmente parlino una qualche lingua e siano preferibilmente di sesso anatomico vagamente femminile) e dalle quali pretendo la massima efficienza. L’unica che ho conservato della vecchia dirigenza è appunto Bernardini, per i suddetti motivi di continuità potrà mantenere un rapporto col Danilo Quinto senza dargli fuoco al pizzetto. Se Rita non se la sente, c’è di riserva Antonella Casu e così via nella ricerca improbabile ma non impossibile di un’altra femmina. Come rappresentante delle esperantiste, nella mia segreteria il posto sarebbe andato di diritto a Lapa Orlandi, ma le ho preferito Sara Piccardo perché la diciottenne ligure è fatta di carne più fresca, soda, elastica, turgida e priva di peli. Comunque c’è da dire - in omaggio al principio per cui più ne tiro dentro e meglio mi assicuro la mia stessa poltroncina -, che ognuna delle apostole nel mio premierato avrà diritto a nominare due sottosegretari. Sara ha optato per i villosi Orlandi e quel canguro di suo marito Licheri (marito di Orlandi o Piccardo? Ai posteri interpretare l’ardua sintassi esperantista). E’ da quando Sara è nata diciotto anni fa che Quinto e Turco si vedono come il fumo negli occhi e competono in una faida pugliese per i favori del Leader, grazie alla saggezza del quale nel dividere et imperare hanno raggiunto un equilibrio per cui vanno d’amore e d’accordo nello spartirsi i rispettivi sgabelli (da cui il proverbio esperantista parakulon kaskasempr’inpiedoj). Al ministero ombra degli Affari padani ho piazzato Raffa Whites, che ha furbamente scelto come suoi vice-ministri John Patelli e Livio Schnur quando il primo si eccita alla visione di un post della ministra nel forum, prontamente il secondo gli spara una sega, e la ministra continua a farsi i cazzi suoi. Analogamente, al ministero degli Affari romani ho sistemato Baldini a prendersi cura di Welby e Bandinelli quando il primo si eccita alla visione di palline nel forum, al secondo non glie ne può fregar di meno e va a sbafarsi una trippa. Diverso il discorso per il ministero dei Froci radicali, che era storicamente decentrato a Torino ma il movimento tetturico geomosessuale verso l’Est m’impone di adeguarmi spostandolo a Padova come riconoscimento del fatto risaputo che i radicali patavini sono tutti froci. Sarà dunque Nicoletta Tosoni la membra di segreteria a rappresentare i froci radicali unici, con i suoi sottosegretari Carletto Manera e Antonio Pisani Ceretta. A Dora Pezzilli ho destinato la delega degli Affari friulani, non perché la ritenga paricolarmente adeguata, ma piuttosto perché a vedere dal forum come vanno le cose nel partito da quelle parti mi è sembrata la forumista relativamente meno fuori di testa, e lei a sua volta nomina come suoi sottosegretari quel cane di suo marito Dr Tabar Depetro e suo suocero Ser Giordano, dei quali però ci tiene a precisare non essere parente. A Silvietta Manzi ho destinato la delega per gli Affari transnazionali, e lei si è scelta come sottosegretari Olivier bin Dupuis per l’Unione europea e Nikolay bin Khramov per l’Unione di tutte le russie. Invece per il ministero delle Americhe ho accettato una raccomandazione di Severgnini e nominato Marsha Suttora. Ero un po’ dubbioso perché come tutte le fidanzate di Mauro non ha le tette, ma le gambe sono drittissime e anche tutto il resto non è fica male. Ahehm, scusate, volevo dire mica male. Per tacer del godimento nel vederla sadicamente gestire i suoi sottosegretari frustandoli a sangue, costringe Ferrara e la MGM nell’operazione archeologica di rinvenire i rispettivi organi genitali per riuscire a raccordarli. Lei continua a frustarli mentre ci provano e riprovano senza successo in 68 posizioni, poi alla successiva finalmente ci riescono ma tutti i forumisti che hanno appena mangiato preferiscono che non mi addentri nei particolari. Raffaella De Angelis non è tecnicamente femmina ma si definisce lesbico, per cui l’ho tirata dentro al governo ombra dandole mandato di fornicare De Pascalis per lasciare tranquilla l’altra sua viceministra Mattea Anniballi a cambiare la musica di Radio radicale di concerto col sottosegretario padano Patelli. Infine, a Phyllis Margaret Dyason ho destinato il Ministero dei Myallionier, con delega a scovare dove siano andati a nascondersi dalla vergogna tutti i Myallionier e, nel caso non ci riesca, i fondi per erigere il monumento al Myallionier ignoto. Come possono vedere alcuni di voi che sanno fare i conti, rimangono da assegnare una poltrona ministeriale e una mezza dozzina di sottosegretari. Questo perche’ in un magnanimo rigurgito democraticista ho pensato di lasciare questa scelta ai forumisti con la bufala delle elezioni on-line. Infine come mie due assistenti personali mi sono gia’ riservato il meglio. Vedeste l’agenda di Emma, c’è anche il numero del cellulare di Soros! Quanto a Marco, da quando è andato in pensione durante le riunioni di segreteria ci prepara certe spaghettate da mezzo chilo di frutti di mare che sono una libidine. Insomma, grazie a voi che mi avete eletto, la mia vita non va mica male, e altrettanto spero di voi militonti. Adesso che ho determinato l’assetto dirigente del partito, devo anche inventarmi una qualche politica per tirare avanti la baracca. Questo sembrerebbe più difficile ma invece risulta molto più facile. Prima regola, non fare un cazzo. Per prima cosa, nel modo più assoluto mi guarderò bene dal proporre alcuna iniziativa politica. Almeno fino al prossimo congresso. Piuttosto di degratarti a un comunicatostampificio come l’attuale Torre Argentina, imponiti di tacere, Granzotto. Stai zitto e fai silenzio nel medio termine questo tuo sprezzante atteggiamento anarchico ti conquisterà molto più interesse da parte dei media di quanto ne ottenga il lamentoso pietire quotidiano. Secondo consiglio, dormi almeno 6-7 ore contro le quattro di Capezzone, e già vedrai che con questo semplice, elementare accorgimento sparerai molte meno cazzate.
Capitolo 30 - 1990
ANTIPROIBIZIONISTI

Nel primo anno dopo la fine della guerra fredda scoppia la crisi del Golfo, e in Italia quella del Pci. In agosto Saddam Hussein invade improvvisamente il Kuwait. L’Onu decreta l’embargo contro l’Irak. Bagdad reagisce trattenendo come ostaggi centinaia di lavoratori occidentali in Irak. Pannella si schiera dalla parte degli Stati Uniti, contro Saddam e anche contro i pacifisti che tentano una mediazione per liberare gli ostaggi (perfino Roberto Formigoni va a Bagdad): "Un certo pacifismo", ammonisce, "ha costituito in questo secolo un involontario ma prezioso alleato del nazifascismo e dello stalinismo".

In Italia siamo all’apice della breve era del "Caf", l’alleanza fra Craxi, Andreotti e Forlani nata l’anno prima, ma che entrerà in crisi già dal giugno ’91, dopo la sconfitta nel referendum sulla preferenza unica. Per ora tiene banco il travaglio del Pci, al quale il segretario Achille Occhetto vuole cambiare nome. Pannella si inserisce speranzoso nel dibattito, e l’Unità gli fa scrivere due editoriali. "Volete fondare un nuovo partito o rifondare il Pci?", chiede, cogliendo il nocciolo del problema. Ancora nel 2000, infatti, tutti i massimi dirigenti diessini provengono ancora dal vecchio Pci, come nota Gad Lerner. Pannella auspicava invece che il nuovo partito nascente dalle ceneri del Pci non relegasse le forze esterne al ruolo di osservatori: "Anch’io voglio aiutare la ‘Cosa’, ma sono deluso della mancata apertura del Pci al processo costituente".

Il 3 gennaio Occhetto va a salutare il consiglio federale radicale riunito a Roma all’hotel Ergife, pronuncia un discorso di circostanza, e Cicciolina lo bacia sulla guancia. Pannella si commuove per l’iscrizione al Pr transnazionale di due deputati dell’Azerbaigian ancora sovietico: "La dolcezza e la forza della parola ‘compagno’, dopo tanti sequestri, giunga da qui fino a Mosca e Baku". In febbraio iniziano le manovre per le amministrative di giugno: i radicali propongono al Pci una contaminazione reciproca, con la candidatura della Bonino a sindaco della sua Bra e quella di Pannella nella propria regione natale, l’Abruzzo. Commenta il Psi: "Si alleano con chiunque pur di mettersi contro di noi".

Ma il Pci rifiuta l’alleanza organica con i radicali: "Per ogni voto che ci portano, ne perdiamo dieci", teme Pajetta. E allora Pannella organizza una propria lista nella sua Teramo, coinvolgendo il cantante rock Ivan Graziani. Per le comunali di Bra invece il connubio Bonino-Pci va in porto, anche se Emma non viene eletta perché la lista di sinistra perde: "Dimostrò grande competenza e una capacità di mediazione che non immaginavo", racconterà Silvio Barbero, dirigente comunista locale, a Cesare Fiumi di Sette, "capiva subito i problemi spiccioli della città. Credo che fummo sconfitti per colpa di Pannella. Si presentò in piazza per il comizio di chiusura: Emma parlò solo cinque minuti, poi cominciò lui e attaccò il mondo intero. C’era mezza Bra quella sera, e fu un vero disastro: alla fine tanta gente se ne andò, perché Pannella scontentò la sinistra e contemporaneamente fece scappare i moderati".

Ad Agrigento radicali, comunisti e verdi concordano una lista civica guidata da Domenico Modugno. "Era ansioso ed entusiasta, fraterno e ombroso, ingenuo e diffidente": così Pannella ricorda il grande cantante scomparso nel ’94. "Detestava la politica, adorando l'impegno civile e politico". In altre città singoli esponenti radicali, come l’industriale Toni Tamburlini a Udine, vengono eletti nelle liste del Pci, ma fanno la fine degli indipendenti di sinistra. In compenso, qualche dirigente del Pci si iscrive al nuovo partito radicale "transnazionale e transpartito": è il caso del giornalista Michele Serra, allora direttore di Cuore, e del sindaco di Muggia (Trieste) Willer Bordon. Quest’ultimo non smetterà più di fare il "transpartito": ne cambierà parecchi, fino ad afferrare una poltrona di ministro nel ’99.

In molti Comuni e regioni i radicali si presentano con liste verdi-arcobaleno o antiproibizioniste, come nell’89 alle europee. Ottengono però solo il due per cento, in media. In Piemonte viene eletto Enzo Cucco, in Lombardia il medico Giorgio Inzani, alla provincia di Milano Francesca Scopelliti (già compagna di Enzo Tortora), in Veneto l’ex deputato Emilio Vesce, in Emilia Carduccio Parizzi, in Liguria Vittorio Pezzuto (24 anni), in Abruzzo Pannella stesso (gli subentrerà Luigi Del Gatto), nel Lazio la giornalista di Repubblica Vanna Barenghi (sostituita nel ’92 da Paolo Guerra).

Pannella viene eletto anche nel consiglio comunale di Teramo, dove aveva preso il 20% alle europee dell’anno precedente. Ci resterà? "Dipende da voi", risponde ai concittadini, "datemi la possibilità di cambiare le cose, e io resto. Comunque, che v’importa se me ne vado? Pensate semmai agli altri, che non li smuovete più". Ma gli abruzzesi lo amano come un figliol prodigo, come un nuovo D’Annunzio. Lo invitano a cena ogni sera, e così il capo radicale raggiunge i 120 chili.

In giugno si vota finalmente per il referendum sulla caccia (abbinato a quello sui pesticidi), che era stato impedito ben due volte dalla Corte costituzionale, nell’81 e nell’87. Gli ecologisti radicali e verdi stravincono con il 92%, ma i cacciatori riescono a far scattare la trappola dell’astensione: vota solo il 43%, e così per la prima volta il quorum non viene raggiunto. Referendum annullato, doppiette salve. "Per la verità io sono per il vietato vietare", si consola Pannella, "quindi voglio una severa regolamentazione della caccia, non la sua abolizione".

Ma la macchina radicale sforna-referendum non si ferma: altri tre sono già in cantiere. I radicali, con i comitati di Mario Segni, raccolgono mezzo milione di firme per la preferenza unica, per l’elezione diretta del sindaco e per l’uninominale al Senato. Denuncia Pannella: "A guidare l’assalto contro di noi c’è un uomo di crescente autorevolezza e grande spregiudicatezza: il socialista Giuliano Amato".

Fra socialisti e radicali è il terzo anno di guerra aperta. Campo di battaglia: la droga. Craxi, il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli (psi) e quello degli Affari sociali Rosa Russo Jervolino (dc) nel 1990 riescono a far approvare la loro nuova legge sugli stupefacenti, che avrà come unico effetto quello di far scoppiare le carceri di detenuti: aumentano in pochi mesi da 30 a 50 mila, un terzo dei quali incarcerati per reati connessi alla droga. Soltanto tre anni dopo, quasi tutti dovranno ammettere che si tratta di una legge sbagliata. Ma ci vorrà il referendum del ‘93 per cancellare la galera ai tossicodipendenti: i radicali, quando la legge Vassalli-Jervolino viene varata, rimangono isolati. Neanche il Pci riesce a prendere una posizione netta contro l’ondata di isteria proibizionista fomentata dal Psi.

In febbraio, dopo il secondo congresso del Cora (Coordinamento radicale antiproibizionista), la presidente del partito radicale Emma Bonino vola a Madrid per un convegno internazionale sulla droga con il direttore dell’Economist. E il 5 novembre 1990 viene arrestata a New York con l’eurodeputato antiproibizionista Marco Taradash (che a Strasburgo è entrato nel gruppo verde) per avere distribuito in pubblico siringhe davanti al municipio. "Abbiamo compiuto quest’azione di disobbedienza civile", spiegano i radicali, "per protestare contro la drammatica diffusione dell’Aids nella metropoli statunitense, dove il 70 per cento dei 250mila eroinomani è sieropositivo e ogni dieci minuti c’è una morte per Aids". A New York e in altri dieci stati Usa, infatti, non si può neppure acquistare una siringa in farmacia senza ricetta medica, cosicché i tossici si passano lo stesso ago, contagiandosi. La pena minima prevista per il reato di "spaccio" di siringhe è di sei mesi di carcere. I volontari newyorkesi delle Aids Brigades violano spesso questa legge e Bonino e Taradash, tornando da un convegno della Drug Policy Foundation a Washington, compiono lo stesso loro gesto in segno di solidarietà. Il giudice li condanna a una pena simbolica e simpatica: pulire per un giorno la metropolitana di New York. O, a scelta, quella di Roma.

In America Emma Bonino presenta alcune parti del provider radicale Agorà (multilingue e rivoluzionario in tempi pre-Internet) all’Onu, cercando di venderne i servizi. A cena Bonino e Taradash vengono invitati a casa di Lucio Manisco, allora corrispondente del Tg3 da New York e in seguito eurodeputato di Rifondazione comunista. Mangiano spaghetti con bottarga e rievocano i tempi andati, quando manisco era una delle colonne del Messaggero divorzista. Il giorno dopo il Tg3 trasmette un lusinghiero servizio di Manisco sull’arresto di Emma.

Intanto, prosegue l’attività "transnazionale" dei radicali: vengono aperte sedi a Budapest, Praga, Budapest e in Jugoslavia. In Cecoslovacchia il "proconsole" radicale è Paolo Pietrosanti, e gli iscritti arrivano a 200. In giugno nella capitale ceca fresca di rivoluzione "vellutata" si svolge un seminario del Pr con la presenza di Pannella e Bonino: la parola d’ordine è "Stati Uniti d’Europa". "Non crediamo nella democrazia in un solo Paese", spiega Pannella nelle interviste ai giornali boemi, "in 150 anni l’Inghilterra non ha risolto il problema dell’Irlanda, la Spagna quello dei baschi. Siamo venuti a farci arrestare anche qui a Praga quando non c’era la libertà, ma oggi i piccoli stati non hanno più ragione d’esistere". E la Bonino: "Il concetto di stato nazionale è vecchio e inadeguato, i problemi ecologici ed economici non si possono risolvere a questo livello. Spero che il vostro Paese entri presto nella famiglia europea".

In Urss aderiscono ai radicali un centinaio di giovani: sono soprattutto obiettori di coscienza che finiscono in carcere, come Nicholai Kramov. Adesioni vengono raccolte nelle repubbliche baltiche in via di separazione, in Siberia e perfino ad Alma Ata (Kazahstan). "Qui lo stipendio medio è di 220 rubli al mese, l’iscrizione costa 22 rubli, ma per soli dieci minuti di telefonata in Italia ci vogliono 60 rubli", si lamenta da Mosca il triestino Marino Busdachin. A rendere più agevoli le comunicazioni c’è però Agorà, il servizio telematico pioneristico organizzato a Roma da Cicciomessere.

Gli sforzi radicali si concentrano soprattutto in Jugoslavia. In febbraio Stanzani scrive sul quotidiano della Lega dei comunisti Vjesnik che "la via nazionale alla democrazia è una tragica illusione", proponendo invece l’adesione alla Comunità europea. Insieme a Pannella e alla Bonino incontra il presidente dei comunisti sloveni Matje Ribicich e in Croazia, dove in aprile Franjo Tudjman vince le prime elezioni libere, i radicali raccolgono 55 iscrizioni. Ma ormai la secessione di Lubiana e Zagabria e la guerra con la Serbia sono alle porte.

Il peso finanziario di questa attività internazionale ricade sugli iscritti italiani, che pagano la tessera ben 182mila lire all’anno. Ma l’obiettivo di cinquemila iscritti (rispetto ai 3.179 del 1989) non viene raggiunto, e così la sede di Roma deve ridurre gli stipendiati (pagati 30 milioni annui l’uno) da 36 a sei.