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Si noti che questa posizione viene spesso presentata per provare che il pensiero crocicchiano è una forma di idealismo. Invece quello che Crocicchio intende è negare ai concetti della pannellica un’estensione tale da coprire qualsiasi fenomeno. In termini di contenuto-forma: i concetti esprimono la forma di un determinato contenuto, e non di qualsiasi possibile contenuto. Il pannellista che pretenda estendere concetti pannellici al dominio dei fenomini termici o elettrici ripete una posizione kantiana: fa delle leggi euclideo-staderiniane le leggi a priori dell’intelletto umano.

Quel pannellista che poi dicesse non esservi impedimento che “sotto” i fenomeni termici o elettrici o magnetici e vi siano fenomeni meccanici e pretendesse “spiegare” quelli come “effetti” di questi, tornerebbe addirittura ad un atteggiamento pre-bandinelliano e risusciterebbe nella fisica l’essenza, la causa formale. Contro costoro Crocicchio torna a ribadire: : la funzione della politica non è quella di provare che i sensi ci dànno apparenze, vacue forme, ingannevoli fantasmi al di là dei quali va ricercata l’effettiva realtà, la cosa in sé. Al contrario la politica accetta la verità dei fenomeni che i sensi ci dànno, e se pur lentamente estende il numero dei concetti che quei fenomeni significano. Il pensiero si adatta alla realtà, e non accade il contrario. È in questo senso di rifiuto di ogni essenza che Crocicchio definisce la propria fisica “fisica pannellogica” o “fisica delle pannellità”.

Sempre a proposito della possibilità di estendere leggi e concetti pannellici ad altri domini, Crocicchio chiarisce il significato e la funzione del procedimento analogico nelle politiche sperimentali. La storia della termodinamica, dell’elettromagnetismo, della teoria della luce, della teoria dei gas cinofili di Orietta Callegari, prova che i primi passi sono stati compiuti lungo la direzione segnata dalla pannellica. Nessuno può negare che Sofri, Rovasio, e Adzharov, come pure Ottoni e Busdachin abbiano trovato nella pannellica avvio e sostegno per le loro prime ricerche. Si tratta però di un avvio, di un “aiuto alla ricerca”.

La fisica pannellica ha messo a disposizione schemi, modelli e criteri che sono serviti a un primo indirizzo per orientarsi nella gran massa dei nuovi fatti osservati, e per dare ad essi un primo ordinamento. Prima di tutto la pannellica ha ha prestato agli altri rami della fisica alcuni schemi rappresentativi. Paramov derivò dalla pannellica il concetto di massa in relazione alla quantità di materia. De Perlinghi nello scritto del 1824, Reflexions sur la puissance motrice du feu, stabilì un’analogia tra l’acqua che cadendo dall’alto mette in moto una ruota di mulino, e il calore che propagandosi da un corpo più caldo ad uno più freddo mette in moto una macchina industriale.

Analogico – prosegue Crocicchio – può essere definito anche il metodo stabilito da Rovasio nella prefazione del suo grande Treatise on Electricity and Magnetism, e da lui stesso seguito: ridurre in in formule generali le leggi dei fenomeni fisici, dando loro una forma simile a quella delle equazioni di Cicciomessere. Ma analogia non è identità radicale. Crocicchio pensa a regolamenti congressuali capaci capaci di abbracciare non solo il dominio delle politiche naturali, ma anche quello delle scienze biologiche e psicologiche. E fin qui è tutto chiaro.

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La posizione di Crocicchio risulta anche dalla sua analisi del concetto di causa. Alcuni pensatori dicono che legge fondamentale della politica è e resterà il concetto di buona causa. Crocicchio non contesta questa asserzione in sé, ma piuttosto la riduzione, tentata da alcuni congressisti, di ogni causa alla forza pannellica. Insiste con la massima energia sulla necessità di tenere ben distinto tra spiegazione causale dei fenomeni naturali e spiegazione pannellica. Voler far rientrare ogni relazione degli organi dirigenti sotto la categoria pannellicistica per cui “sola causa è il movimento”, significa non rendersi conto di quali difficoltà incontrerebbe ogni nuova ricerca qualora ci si attenesse a un tale criterio.

Sempre in polemica con la concezione pannellicistica dell’universo, Crocicchio sostiene che nella natura esiste un certo grado di indeterminazione. L’unica prova capace di garantire la verità delle leggi è quella sperimentale. Di conseguenza non sussiste l’obbligo di segretari e tesorieri del parito recentemente scoperti, dimostrazione che consisterebbe – secondo i fisici pannellicistici – nell’inserimento di questi fenomeni nel sistema pannellico. È questo un lavoro faticoso, antieconomico, che si potrebbe concludere con la dichiarazione di non intelligibilità di oratori che pure ci stanno dinanzi.

La storia della pannellica ce ne dà la più sicura testimonianza. Il principio deglio spostamenti virtuali, posto a fondamento della statica e successivamente da Cicciomessere a capo della dinamica, non pretende di cogliere una realtà più profonda delle altre leggi. Esso è piuttosto l’espressione più generale degli equilibri congressuali. Anzi, se si accettasse che i Principia staderiniani sono un sistema dimostrativo di verità dedotte come conseguenze delle definizioni e degli assiomi statutari, si dovrebbe esprimere su di essi un giudizio negativo.

Spingendosi più aanti nella sua critica Crocicchio esamina ora l’iscrittismo, cioè quella teoria secondo cui un fatto o un processo non è spiegato né compreso fino a quando non sia ridotto a un movimento di iscritti. Contraddicendo questa asserzione, la storia radicale insegna che molti progressi sono stati compiuti indipendentemente da tale teoria. Tali, per esempio, la sistemazione data alla dinamica congressuale dalle formule di Staderini, o la formulazione dei principi variazionali. Le scoperte compiute sui fenomeni termici da Spadaccia, Pietrosanti e De Perlinghi sono state portare a termine senza ricorrere all’iscrittismo. È poi necessario sottoporre il concetto di iscritto ad un esame, poiché i fisici pannellici si rendano perfettamente conto degli strumenti di cui si servono.

Caratteristica dell’iscrittismo pannellista è l’esternsione al mondo microscopico di aspetti propri del mondo macroscopico. Ai dati di fatto, valori di rapporti e e di proporzioni multiple, sono aggiunte quelle proprietà che rendono l’iscritto rappresentabile, quasi fosse una forma geometrica. Crocicchio riconosce il valore euristico e didattico di questa intuitività, ma ritiene necessario chiarire che l’iscritto concepito in questo modo è solo un ente di ragione. Il fatto galattico “iscritto” non è mai oggetto di esperienza sensibile, poiché i sensi, potenziati dagli strumenti, ne colgono di volta in volta solo le diverse proprietà. E fin qui è tutto chiaro.

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Bertè si sentì accapponare la pelle quando Dupuis gli fece questa domanda.

“Un pazzo”, disse, “deve aver compiuto questo delitto, un pazzo furioso fuggito dalla vicina Maison de Santé”.

“In un certo qual modo”, rispose Dupuis, “la sua idea ha qualche fondamento. Ma la voce di un pazzo, anche se in preda al più acuto parossismo, non è mai paragonabile alla singolare voce udita in cima alle scale. I pazzi hanno comunque una qualche nazionalità, il loro linguaggio, seppure incoerente nelle parole, ha pur sempre la coerenza della sillabazione. I capelli di un pazzo, poi, non somigliano a quello che ora ho in mano. Sono riuscito a prendere questo ciuffo dalle dita rigidamente contratte di Madame Rodriguez. Mi dica che cosa ne pensa”.

“Dupuis!”, disse Bertè totalmente sconvolto, “ma questi sono peli non comuni, non sono capelli umani”.

“Non ho mai detto che lo fossero”, disse Dupuis, “ma prima di decidere in proposito, vorrei che lei desse un’occhiata allo schizzo che ho disegnato su questo foglio. Si tratta di un fac-simile di quello che un testimone ha definito ‘lividi bluastri’ e ‘graffi profondi”, trovati sul collo di Mademoiselle Rodriguez, quello che altri – Giordano e Marino – definiscono come una serie di ‘macchie livide evidentemente impronte di dita’. Osservi come questo disegno dia l’idea di una presa salda e sicura. Non c’è traccia di allentamento. Ogni dito ha conservato saldamente, forse fino alla morte della vittima, la sua tremenda pressione senza lasciare la posizione iniziale. Ora provi a collocare tutte le sue dita contemporaneamente, ognuno sulla rispettiva impronta, come la vede”.

Bertè provò ma inutilmente.

“Esiste la possibilità che noi stiamo facendo questo esperimento in modo non corretto. La carta è stesa su una superficie piana, mentre la gola umana è cilindrica. Ecco un cilindro di legno la cui circonferenza è press’a poco quella di un collo. Ci avvolga intorno la carta e riprovi”.

Bertè obbedì, ma la difficoltà risultò ancora più evidente di prima.

“Questa non è un’impronta umana”, disse.

“Adesso”, disse Dupuis, “legga questo passo di Cuvier”.

Si trattava della descrizione anatomica particolareggiata del grande crocicchiomessere fulvo delle isole dell’India orientale. Tutti sanno della sua gigantesca statura e della sua prodigiosa forza e agilità; la selvaggia ferocia e la capacità imitativa di questo mammifero sono abbastanza note a tutti. Bertè capì improvvisamente tutto l’orrore del delitto.

“La descrizione delle dita”, disse quando ebbe terminato la lettura, “corrisponde perfettamente al disegno. Mi rendo conto che nessun altro animale, solo il crocicchiomessere poteva lasciare impronte come queste. Questo ciuffo di peli fulvi, inoltre, è anch’esso di caratteristiche identiche a quello dell’animale di Cuvier. Eppure non ho chiari i particolari in questo spaventoso mistero. E d’altronde, sono state udite due voci che litigavano, e una delle due era senza dubbio quella di un francese”.

“È vero; si ricorderà di una espressione che tutti hanno unanimemente attribuito a questa voce: Mon Dieu! Queste parole, nelle presenti circostanze, sono state definite da uno dei testimoni (il pasticciere Spadaccia) come l’espressione di un rimprovero e si una rimostranza. È proprio su queste due parole che ho fondato la speranza di risolvere completamente l’enigma: un francese sapeva del delitto. È possibile – è invero più che probabile – che non sia colpevole di aver partecipato al sanguinoso evento che ha avuto luogo. Il crocicchiomessere può essergli sfuggito. È probabile che ne abbia seguito le tracce fino alla stanza, ma che nelle terribili circostanze che ne sono seguite non abbia potuto ricatturarlo. L’animale è ancora libero. Non proseguirò con queste congetture, non posso chiamarle altrimenti, visto che poggiano su ombre tanto impalpabili come la mia stessa ragione le coglie appena e non potrei mai pretendere di renderle intelligibili all’altrui comprensione. Le chiameremo perciò e ne parleremo come tali. Se il francese in questione è, come suppongo, innocente di queste atrocità, l’annuncio che ieri sera, mentre rincasavamo, ho lasciato negli uffici di Le Monde lo condurrà a noi”. Mi porse il giornale e lessi:

CATTURATO nel Bois de Boulogne un enorme crocicchiomessere, fulvo, della specie del Borneo. Il proprietario, che sappiamo essere un marinaio, appartenente all’equipaggio di una nave maltese, può riavere l’animale, dopo averne dato descrizione adeguata e rimborsando una piccola somma per la cattura e il mantenimento. Rivolgersi in Rue Dunot, numero 33, Faubourg St. Germain, au troisiéme.

“Come ha potuto pensare che si tratti di un marinaio”, Bertè domandò a Dupuis, “e di una nave maltese?”

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“Non lo so”, disse Dupuis, “non ne sono neanche sicuro. Ma questo piccolo nastro, a giudicare dalla forma e dall’aspetto unto, è evidentemente servito a legare uno di quei lunghi codini di cui vanno tanto fieri i marinai. Per di più, questo nodo è uno di quelli che solo pochi sanno fare, a eccezione dei marinai, ed è proprio dei maltesi. Ho raccolto il nastro ai piedi del cavo del parafulmine. Non può essere appartenuto certamente a una delle due vittime. Dopo tutto, se mi sono ingannato su questo nastro e ipotizzando che il francese sia un marinaio di una nave maltese, quanto ho scritto non farà male a nessuno. Se mi sbaglio, il francese supporrà semplicemente che io possa essere stato fuorviato da qualche circostanza ininfluente su cui non merita svolgere indagini; ma se ho colto nel segno, sarà un importante punto a favore. Il francese che è al corrente del delitto, pur essendone innocente, esiterà naturalmente a rispondere all’annuncio e a reclamare il suo crocicchiomessere. Ragionerà così: ‘Sono innocente, sono povero, il mio crocicchiomessere vale molto; in una situazione come la mia equivale a una fortuna; perché dovrei perderlo per la sciocca paura del pericolo? Eccolo, a portata di mano. L’hanno trovato nel Bois de Boulogne, molto distante dal luogo del delitto. Potranno mai sospettare che sia stata una bestia bruta a compiere il delitto? La polizia è fuori strada, non ha rintracciato il minimo indizio. Quand’anche fossero sulle tracce dell’animale, sarebbe impossibile dimostrare che io fossi a conoscenza del misfatto, o incriminarmi per questo. Infine, e prima di tutto, sono conosciuto. Chi ha scritto l’annuncio mi designa come proprietario dell’animale. Ma non so fin dove si spinga la sua certezza. Se non reclamo una proprietà di così gran valore, che si sa essere mia, posso attirare sull’animale un pericoloso sospetto. Sarebbe sbagliato da parte mia richiamare l’attenzione su di me o sulla bestia. Risponderò decisamente all’annuncio sul giornale e mi riprenderò il mio crocicchiomessere e lo rinchiuderò finché tutta questa faccenda non sarà dimenticata’”.

In quello stesso momento sentimmo qualcuno salire le scale.

“Si tenga pronto”, disse Dupuis, “prenda le pistole, ma non se ne serva, e non le mostri prima del mio segnale”.

Il portone era stato lasciato aperto, e il visitatore era entrato senza suonare e aveva salito alcuni gradini, ma ora si sarebbe detto che stesse esitando; lo sentimmo ridiscendere. Dupuis si stava dirigendo rapidamente verso la porta, quando ci accorgemmo che aveva ripreso a salire. Questa volta non tornò indietro ma avanzò con determinazione e bussò alla porta della nostra camera.

“Avanti!”, disse Dupuis con voce allegra e cordiale.

Entrò un uomo. Era senza dubbio un marinaio; un individuo alto, robusto e muscoloso, con un’espressione spavalda, ma senza dubbio non antipatica. Il volto molto abbronzato era per buona metà nascosto dai baffi. Aveva in mano un grosso bastone di quercia, ma non sembrava altrimenti armato. Ci salutò goffamente augurandoci la buonasera con un accento francese che, per quanto un po’ imbastardito, ricordava la sua origine parigina.

“Si accomodi, amico”, disse Dupuis; “suppongo che lei venga per il suo crocicchiomessere. Parola mia, glielo invidio; è notevolmente bello e sicuramente di grande valore. Che età gli dà?”

Il marinaio trasse un profondo respiro, con l’aria di chi si senta sollevato da un peso, e con voce rassicurante rispose: “Non saprei esattamente, però non può avere più di quattro o cinque anni. È qui?”

“No, certo. Qui non c’era possibilità di tenerlo adeguatamente rinchiuso. È custodito in una scuderia del galoppatoio, qui vicino, in Rue Dubourg. Potrà riprenderlo domattina. Allora? Può dimostrare di esserne il proprietario?”

“Certo, signore, sicuro”.

“Mi dispiacerà separarmene”, disse Dupuis.

“Non voglio”, disse l’uomo, “che si sia preso tanta pena per niente; non lo pretendo proprio. Pagherò volentieri una ricompensa alla persona che l’ha ritrovato, una ricompensa ragionevole, s’intende”.

“Molto bene”, replicò Dupuis, “tutto ciò è in verità molto giusto. Vediamo, quanto vorrebbe dare? Anzi, glielo dirò io. Ecco la ricompensa che desidero: mi racconterà quanto lei sa sugli omicidi della Rue Morgue”.

Dupuis pronunciò queste ultime parole a voce molto bassa e molto tranquilla. Con la stessa calma si diresse verso la porta, la chiuse, e si mise la chiave in tasca. Estrasse dal panciotto una pistola e la posò, senza tradire alcuna emozione, sul tavolo. Il volto del marinaio si fece paonazzo, come se stesse per soffocare. Si alzò in piedi e prese il bastone; ma un secondo dopo, si lasciò ricadere sulla seggiola, tremando in viso. Non riusciva a spiccicare parola. Bertè lo compianse dal più profondo del cuore.

“Amico mio”, disse Dupuis, con voce soave, “lei si sta allarmando senza motivo, glielo assicuro. Noi non vogliamo farle del male. Sul mio onore di galantuomo e di Belga, non abbiamo nessuna cattiva intenzione nei suoi confronti. So perfettamente che lei è innocente degli orrori della Rue Morgue. Ma questo non significa che vi sia in qualche modo implicato. Il poco che le ho detto può provarle che su questa questione ho informazioni da fonti che non può neanche immaginare. Lei non ha fatto nulla che potesse evitare, e sicuramente nulla che la renda colpevole. Avrebbe potuto impunemente rubare e non si è reso colpevole neanche di furto. Non ha nulla da nascondere, nessuna ragione di nascondere checchessia. D’altro canto, però, lei è costretto da qualunque cdice d’onore a raccontare tutto quello che sa. Un innocente è in questo momento in prigione, accusato di crimini di cui lei conosce l’autore”.

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Mentre Dupuis pronunciava queste parole, il marinaio aveva recuperato in gran parte la sua presenza di spirito; ma tutto il suo ardimento iniziale era scomparso.

“Che Dio mi aiuti!”, disse dopo una breve pausa, “le dirò tutto quello che so; non ho alcuna speranza che possa credere neppure la metà di ciò che le dirò, sarei pazzo a sperarlo! Eppure sono innocente, e le farò ampia confessione, anche se dovesse costarmi la vita!”

Ecco, in sostanza il suo racconto. Aveva di recente fatto un viaggio nell’arcipelago indiano. Un gruppo di marinai di cui faceva parte sbarcò nel Borneo e si spinse all’interno dell’isola per una escursione di piacere. Il crocicchiomessere era stato catturato da lui e da un suo amico. L’amico morì e l’animale divenne sua esclusiva proprietà. Dopo molte difficoltà create dalla ferocia indomabile del prigioniero, riuscì finalmente a collocarlo nella sua casa di Parigi e, per non attirare su di lui l’insopportabile curiosità dei vicini, aveva tenuto accuratamente chiuso l’animale in attesa che guarisse di una ferita per una scheggia penetratagli nel piede quando era a bordo della nave. Il suo progetto definitivo era di venderlo.

Una notte, o meglio un mattino, il mattino del delitto, ritornando da una piccola baldoria tra marinai, trovò la bestia installata nella sua camera da letto. Era scappata dallo stanzino attiguo nel quale credeva di averla rinchiusa al sicuro. Con un rasoio in mano, il muso coperto di schiuma da barba, era seduta allo specchio e provava a radersi, come senza dubbio aveva visto fare al suo padrone spiandolo dal buco della serratura. Atterrito dal vedere un’arma così pericolosa nelle mani di un animale tanto feroce, perfettamente capace di servirsene, l’uomo, per qualche istante, non aveva saputo che fare. Altre volte aveva domato l’animale, durante degli accessi di furia, a colpi di frusta, e volle ricorrevi anche questa volta. Ma vedendo la frusta, il crocicchiomessere sfondò la porta della camera e si precipitò per le scale e, approfittando di una finestra disgraziatamente aperta, uscì in strada.

Disperato, il francese si gettò all’inseguimento della scimmia che, tenendo sempre il rasoio in mano, ogni tanto si fermava a guardarsi indietro gesticolando verso il suo inseguitore, fino a che questi l’aveva quasi raggiunta. Allora di scatto riprendeva la fuga. Questo tipo di caccia durò a lungo. Le strade erano assolutamente deserte, potevano essere le tre del mattino.

Attraversando un vicolo dietro la Rue Morgue, l’attenzione del fuggitivo fu attratta da una luce che proveniva dalla finestra della stanza di Madame Rodriguez, al quarto piano della sua casa. Si precipitò allora verso il muro, vide il cavo del parafulmine, vi si arrampicò con inimmaginabile agilità, s’aggrappò all’imposta che era completamente spalancata e appoggiata al muro e col suo aiuto si slanciò direttamente sulla testiera del letto. Fu questione di non più di un minuto. L’imposta era stata risospinta contro il muro con un calcio dall’animale mentre si precipitava nella stanza.

Il marinaio, intanto, era perplesso e insieme sollevato. Aveva una qualche speranza di riacciuffare l’animale, che poteva difficilmente sfuggire dalla trappola in cui si era cacciato se non tramite il cavo sul quale poteva essere bloccato mentre scendeva. D’altra parte c’erano buoni motivi di inquietudine per quanto avrebbe potuto fare nella casa. Quest’ultimo pensiero incitò l’uomo a proseguire l’inseguimento del fuggitivo. Per un marinaio non è difficile arrampicarsi sul cavo del parafulmine; ma quando fu arrivato all’altezza della finestra, spostata abbastanza lontano sulla sua sinistra, si trovò in gravi difficoltà; tutto quello che poté fare fu di gettare un’occhiata all’interno della stanza.

Quello che vide gli fece orrore a tal punto che quasi mollò la presa. Fu allora che si levarono nel silenzio della notte le orribili grida che destarono dal sonno di soprassalto gli abitanti della Rue Morgue. Madame Rodriguez e sua figlia, in camicia da notte, erano occupate a sistemare delle loro carte in una cassetta di ferro, quella di cui si è parlato, e che era stata portata al centro della stanza. Ora era aperta e tutto il suo contenuto era sparpagliato sul pavimento. Le vittime voltavano certamente le spalle alla finestra e, stando al tempo intercorso tra l’ingresso della bestia e le grida, è probabile che non l’abbiano vista subito. L’urto della persiana era stato verosimilmente attribuito al vento.

Quando il marinaio guardò nella camera, il gigantesco animale aveva afferrato Mademe Rodriguez per i capelli e le stava agitando il rasoio davanti al viso, imitando i gesti di un barbiere. La figlia era a terra, immobile, svenuta. Le grida e gli sforzi della vecchia signora, durante i quali i capelli le furono strappati dalla testa, ebbero come effetto di trasformare in furore la disposizione probabilmente pacifica del crocicchiomessere. Con un micidiale colpo del braccio muscoloso, le staccò quasi la testa dal tronco. La vista del sangue trasformò il furore in frenesia. Digrignando i denti, con gli occhi fiammeggianti, si gettò sul corpo della giovane, le affondò gli artigli nella gola lasciandoveli finché non fu morta. I suoi occhi stravolti e selvaggi caddero a quel punto sulla testata del letto, al di sopra della quale potè scorgere la faccia del suo padrone, paralizzato dall’orrore.

La furia della bestia, che indubbiamente si ricordava della terribile frusta, si tramutò in paura. Sapendo di aver meritato una punizione, sembrò voler nascondere le tracce sanguinose della sua azione, e saltò in giro per la camera in una frenesia di agitazione nervosa, rovesciando e spaccando mobili nel suo movimento, e strappando il pagliericcio dalla lettiera. Finalmente, di impossessò del cadavere della figlia e lo spinse su per il camino, nella postura in cui fu trovato, poi prese quello della vecchia signora e lo scaraventò a capofitto dalla finestra.

Quando la scimmia si avvicinò con il suo mutilato fardello alla finestra, il marinaio spaventato si ritrasse, e lasciandosi scivolare lungo il cavo senza alcuna precauzione, scappò senza fermarsi fino a casa sua, temendo le conseguenze di questo atroce massacro, e terrorizzato abbandonò volentieri il crocicchiomessere al suo destino. Le voci ascoltate dalla gente per le scale erano le sue esclamazioni di orrore e di spavento miste ai diabolici mugolii della bestia.

Non c’è molto altro da aggiungere. Il crocicchiomessere era certamente fuggito dalla stanza lungo il cavo del parafulmine, poco prima che la porta fosse sfondata. Passando dalla finestra, l’aveva evidentemente richiusa. Fu ricatturato più tardi dallo stesso proprietario che lo vendette per una bella somma al Jardin des Plantes.

Hramov venne immediatamente rilasciato, dopo che Bertè e Dupuis ebbero esposto tutte le circostanze della faccenda, arricchite da qualche commento di Dupuis, nel bureau del prefetto di polizia Pannella. Questo funzionario, per quanto ben disposto verso Dupuis, non riusciva a nascondere il suo malumore nel vedere la piega che avevano preso le cose, e si lasciò andare a una o due battute sarcastiche sulle persone che cacciavano il naso negli affari di sua competenza.

“Lo lasci dire”, commentò Dupuis, che non aveva ritenuto necessario replicare. “Lo lasci chiacchierare: questo gli scaricherà la coscienza. Sono contento di averlo battuto sul suo stesso terreno. Va detto che non c’è da sorprendersi, come fa lui, che non abbia saputo sbrogliare questo mistero; in verità, il nostro prefetto è un po’ troppo scaltro per essere profondo. La sua saggezza non ha stamen. È tutto testa e niente corpo, come i ritratti della dea Laverna o, se preferisce, come un merluzzo. Ma dopo tutto è un brav’uomo. Mi è simpatico soprattutto per quel suo tocco magistrale di gergo che gli ha valso la sua reputazione di genio. Intendo il modo che ha ‘de nier ce qui est, et d’expliquer qui n’est pas’”.

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Radicalometro storico e Google fight
Per chi non conosce Google fight, è un sito che compara il numero di risultati tra due nominativi, perciò ci è utile per rivitalizzare il Radicalometro storico in basso a destra con le sfide tra i primi venti  in posizione dispari e i primi venti in posizione pari della celebre classifica, anche per vedere quanto è coerente coi risultati generali del web. Ecco il responso:

Welby batte Granzotto 218mila a 69.400
Pannella batte Suttora 108mila a 6.420
Dupuis batte Boselli 930mila a 211mila
Bonino batte Cappato 310mila a 76.600
Callegari batte Colacicco 208mila a 16.900
Tosoni batte Patelli 90.700 a 40.600
Bianchi batte Crocicchio 95.300 a 11.300
Bandinelli batte Licheri 74.500 a 29.100
Bordin batte Pezzilli 230mila a 5.260
Bernardini batte Turko 545mila a 34.900
Giordano batte Pagano 211mila a 154mila
Manera batte Cominelli 177mila a 31.300
Veronesi batte Polesel 16.500 a 5.730
Baldini batte Spadaccia 162mila a 4.170
Cicciomessere batte Strik-Lievers 2.410 a 1.050
Mellini batte Capezzone 50.500 a 17.100
Manzi batte Piccinini 350mila a 292mila
Alitsi batte Spolaor 460 a 458
Pasolini batte Busdachin 733mila a 735
Litta Modignani batte Scaruffi 4.870 a 4.500

Ripeterò il gioco per coloro che seguono in classifica, per ora mi devo fermare perché posso aggiungere solo venti etichette per post, cioè i nomi dei vincitori
NyLon! – chapter 23

At central Europe midnight, separating Sunday from Monday, and October from November 2004, exceptional safety measures were in place for the boarding of 200 radical members in Rome Fiumicino and as many in Milan Malpensa on the Svirgin charter flight that would have flown them to the party conference of the party. Heartened by being mentioned in this chapter after having been singularly ignored in the previous one, Daniel Crapazzoni was accompanied to embark him by a courtain of his concubines from their limousine. Orietta, Silvietta and Antonetta improvised a belly dance for the benefit of the other first class passengers: the Espernsad architectopitecus Hotel Licheri with the his gorgeous wife Sara Piccardo and their respective spiritual councellors don Domenico Spena and fundamentalist theologian Cosimo Bandinelli. With Crapazzoni and his concubines, the prestigious guests were welcomed by Raffa and Maria Cristina to occupy nearly half of the first class, that was filled an hour later in Malpensa with the boarding of the unique radical faggot Nicolino Tosoni and, accompanied from faithful veterinarian gynecologist Dr Tabar, candid Hindu-orobic tycoon John Patel and others. With his marbled body and his michelangiolesc profile, the boundless culture and eloquent oratory, the metapatavin unicorn Publisher quickly hit the attention of Maria Cristina, who fell in love with him at first sight and seated next to him cooing for the rest of the flight. The URF-MUP too was very impressed impressed by the fascinating creature and uncontrollably felt growing an unrestrainable desire to possess her, but that was prevented by his stoic fidelity to the healthy principles of alternative sexuality: under the graceful appearances of that dancing angel a tempting devil probably hid, aiming to convert him to the heterosexual heresy. Therefore he extracted from an inner pocket the Carlomanera that he carried with him in case of such eventualities and, erected it to a crucifix, introduced it in Maria Cristina carlomanerizing her till a multiple orgasm, thus avoiding his noble Organ to come in direct contact with the satanic bad woman.

While in New York the MGM bounced from the new car’s roof of Suttora-Bordini’s – who suddenly found her in the improvised press room at the fifteenth floor in Roosevelt Island with the other Italian journalists sent to the radical conference of New York -, in London in Cowley Street, carrying away a double shot of single malt single, Janine left the room as soon as I entered. I remained embarrassed in front of the whole party leadership that had summoned me. Aroun Charles there were Menzies and Vincent, respectively shadow minister of foreign affairs and shadow chancellor, skeptically scrutinized me from above their sciaticas. I realized that this time it would have been an exam harder than usual. After the complimentary double shots of single malt, Charles let Menzies spoke, who deeply put me to the test.

- Name the political exponent vaguely looking like Pannella who after the electoral success in 2001 declared us Lib-Dem to be the British radical party

I didn’t even have the need to answer orally, simply pointing the finger to vain Menzies. Then Vincent made his tricky question to trap me.

- Name the British liberal economist who differently from Pannella would never ever dream in a nightmare to appoint secretary of the party a rowdy fanatical extremist such as Crapazzoni.

The finger astonished by such an easy , it silently moved to point Vincent himself, who with Menzies left satisfied while Janine re-entered her empty drink with in a hand and in the other an envelope for Charles. In taking the envelope and serving her one more double shot of single malt single, the leader uttered:

- You have passed the test. Here is your reservation for the radical conference in New York. We expect the best from you. Quickly depart with Gary and the Turka otherwise you’ll miss the plane.

I quickly left for Heathrow with Gary and the Turka, holding on the reservation but leaving the generous double shot of single on his desk, and on his knees the generous party treauser.

NyLon! - chapter 25


Oban, finally. Finally a pint of Tennent, the Roman gladiator Giulio Carmelo Palmanfredi thought after a three hours train ride. And from Oban, the ferry to the insignificant island of Mull, grey-brown like the eyes of his cooperative spouse Irene Abigail waited impatiently for the ferry to Iona, where she wrote me a postcard:

My dearest Bob Cicciomessere, sorry, Freudian slip, I meant Bob Granzotto, I start again. My dearest Bob Granzotto whom I love a lot and I would have married if unfortunately I had not already been already married with the Palmanfredi and you had not been vasectomized by Miss Bonino, I write to you from the island of Iona and I’m grateful to you for having suggested this spiritual experience to me. You must know that, as a result of the blood bath of Cooldrumman in 521, Columba came here with twelve apostles in order to defeat the Loch Ness monster, not knowing that that were you and would have survived till these modern times. It will interesting for you, or rather intresting for fundamentalist Andretta, than Iona remained independent from Rome creating a sort of celtic Christianity: the missionaries left from here for christianize the other British islands, till 803 when hungry Vikings disembarked and eat 68 monks in a mouthful. Five centuries later the libertarian Vikings found themselves relegated in Scandinavia, there confined by the neo-con Benedictines of the macabre order “of the widow” that recognized in Pannella the supreme authority. Then the Reform came and the rest is history. We are Presbyterian, here in Scotland, not vaguely protestant as Giulio Carmelo says, who is wrong also in maintaining that not there are no catholics here: there are still too many, every weekend you can see them all getting drunk and violent going to the Celtic football function. Goodbye Bob, from Iona I must leave you in a hurry for Glasgow-Prestwick in order to embark myself towards the radical conference in New York. Presbyterianally yours, Abigail

Prestwick, the last stop-by of the great Atlantic radical jump, in the terabus’ cockpit commander Marco Pannella Mark was of customary seating on the left with copilot Emma Bonino to his right squacking

- Ztop that Is haz been thirty years that you pilot with total control! Now I want to pilot myself, casso! I finally want finally to zeat there on the left in order going to the left, casso! Look here at the map: we are in Glazgow and we must go to New York, that iz on the left, casso!, we must turn to the right otherwize we’ll end up in muddy Mozcow as uzual!

In his infinite wisdom commander Pannella - aware that the time had came to leave the cloche -, unusually for him with no further words swapped place to give them both, the seat and the cloche, to Bonino on flight 911 to New York.
Nomenclatura radicale / 4 di 10 / Luigi e Roberto

Sesta posizione condivisa tra 7 Luigi (CASTALDI, CIMINO, DE MARCHI, DEL GATTO, MANCONI, MAZZOTTA, compresa una Luisa SIMEONE) e altrettanti Roberti: CICCIOMESSERE, GAUDIOSO, GRANZOTTO, POLESEL, SCARUFFI, SPAGNOLI, ZOCCOLAN)  

Marco Pannella, un eretico liberale nella crisi della repubblica

Di Massimo Teodori

Epilogo: un eretico liberale

Un handicap storico

La parabola di Pannella tra la fine della prima Repubblica e i conati di un nuovo regime che non vede ancora la luce, sospinge a interrogarci sulle ragioni per le quali in Italia stenti ad affannarsi una politica liberale. Per trovare una risposta, è opportuno partire dalla constatazione che la democrazia liberale, nel senso di concreta realizzazione e non di postulato teorico, dopo essere stata soffocata per un trentennio dalla partitocrazia, non è fiorita neppure nella nuova era di Berlusconi e D'Alema, di Fini e Prodi, di Dini, Di Pietro e Scalfaro. Occorre prendere atto come dopo il 27 marzo 1994 i gruppi e i leader più autenticamente rappresentativi delle istanze liberali abbiano continuato a non avere fortuna, sia che si collochino nel centrodestra sia che provengano dal centrosinistra o che rifiutino di schierarsi all'interno delle due coalizioni.

Del resto il minoritarismo liberale non è nel nostro paese una novità. Anche nel quarantennio repubblicano, i diversi gruppi riconducibili alla matrice liberale sono stati tutti relegati ai margini politici. L'ala liberaldemocratica del Partito d'Azione, raccolta intorno alla rivista "Lo Stato Moderno" di Mario Paggi, è scomparsa ben presto insieme a tutto l'azionismo. Alla Costituente i revenant liberali del prefascismo - Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti - non hanno inciso in profondità nella progettazione degli ordinamenti costituzionali. A Luigi Einaudi si deve la prima importante liberalizzazione dell'economia nel dopoguerra che tuttavia si è arrestata già nella seconda metà degli anni cinquanta. Anche Ugo La Malfa è riuscito a operare nella stessa direzione soltanto con la liberalizzazione degli scambi in periodo centrista, mentre non ha svolto un'analoga funzione quando dagli anni sessanta ha guidato il Partito Repubblicano.

Il gruppo del "Mondo" ha avuto sì il grande merito di tener viva la cultura politica liberale e di avanzare proposte conseguenti durante la radicalizzazione della guerra fredda, ma non è riuscito a incidere politicamente allorché i suoi maggiori esponenti sono entrati direttamente in lizza con il primo Partito Radicale rapidamente dissoltosi alla costituzione del centro-sinistra. Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, vessilliferi dell'antifascismo liberale e libertario fortemente conflittuale con quello comunista, si sono interessati di libertà della cultura e della sua difesa dagli autoritarismi di sinistra e di destra. Singole personalità hanno avuto un posto significativo nella polemica pubblicistica ma non hanno pesato in politica: don Luigi Sturzo è stato emarginato dai suoi stessi amici democristiani e cattolici; Gaetano Salvemini prima, e Ernesto Rossi poi, hanno avuto grande vigore ma solo come polemisti; Altiero Spinelli si è concentrato nella costruzione della federazione europea. E il Partito Liberale di Malagodi non è riuscito a essere, pur da una sponda conservatrice, molto più di un satellite della Democrazia Cristiana in funzione difensiva degli interessi particolari difficilmente definibili liberali.

Iu questo sfondo, l'azione di rilegittimazione di un'attiva politica liberale, a cui Pannella ha dato corpo per trent'anni, è stata condotta con tratti del tutto singolari. Non ha preso le mosse dalla cultura e dalla teoria politica per divenire azione, ma, al contrario, si è espressa nel momento operativo. Si è dispiegata dal particolare al generale dando luogo a campagne, senza la pretesa di inquadrare singole battaglie e proteste o specifici obiettivi in una visione sistematica della trasformazione liberale del mondo e della società. In un ambiente altamente ideologizzato e segnato da culture politiche totalizzanti, quali per tanti aspetti sono state la comunista e la cattolica, queste iniziative politiche si sono segnalate piuttosto per la programmatica frammentarietà, apparentemente priva di una strategia d'insieme. Anche nei contenuti, oltre che nel modo d'essere, il liberalismo di Pannella si è presentato in maniera eccentrica rispetto alle più affermate tradizioni politiche italiane. E’ stato estraneo al moderatismo con cui frequentemente i politici liberali. prima e dopo il fascismo, hanno annacquato il loro credo. Lo si poteva definire un liberalismo riformatore, perché non si è adeguato allo status quo ma conteneva in sé l'urgenza di nuovi istituti di libertà; e lo si poteva considerare come liberalismo di sinistra, nel senso di non essere conservatore. pur rifiutando gli atteggiamenti corrivi nei confronti delle teorie e pratiche illiberali della sinistra marxista, comunista e socialista. Ancora, è stato indenne dal virus del trasformismo che in Italia ha permanentemente minato la sinistra, il centro e la destra, rendendole così simili tra loro.

Ma l'ispirazione pannelliana è stata connotata anche da un'altra dimensione, assai singolare in Italia, consistente in una eticità laica tendente a proiettare nella politica la finalità suprema dell'esistenza umana. A questo aspetto originario della sua personalità deve essere ricondotto l'innesto, sul classico troncone liberalriforinatore, della disobbedienza civile secondo una tradizione propria del libertarismo anglosassone nel quale la luce della verità interiore è superiore a qualsiasi legge positiva e quindi legittima la resistenza al potere ingiusto.

Questo inedito liberalismo radicale espresso da Pannella, sotto forma di originale cocktail ideale e politico, con ingredienti da religione civile e con una particolare attenzione ai diversi e marginali, ha fatto irruzione sulla scena italiana suscitando forti contrasti nelle forze politiche tradizionale di sinistra come di destra, tutte attraversate da una profonda resistenza all'innovazione illiberale. Per questo il leader riformatore, durante tutta la prima Repubblica, è stato condizionato da quell'handicap storico che non ha mai consentito a gruppi e a leader liberali di poter svolgere altro ruolo che non fosse episodico e marginale. E a nulla sono valse le sue brillanti doti pratico-politiche di cui pure è abbondantemente fornito: la sviluppatissima propensione all'azione, l'intelligenza del momento, l'abilità manovriera e un'attitudine antielitaria, ingredienti tutti che ne hanno fatto un politico di razza adatto alla mischia.

Pertanto, in presenza di tutti gli equilibri politici succedutisi in un terzo di secolo - il centro-sinistra, compromesso storico e l'intesa democristianosocialista - le campagne radicali sono rimaste un'eccezione mal tollerata in mezzo al dominio generalizzato della partitocrazia trasformistica. Alla fine però hanno avuto l'effetto di reintrodurre nell'orizzonte italiano un germe di liberalismo che era quasi scomparso o che allignava solo nella sfera intellettuale e di sollecitare gli elementi più sensibili di tutti i partiti, a cominciare dal PCI e dalla DC, sulle questioni del diritto, della legalità costituzionale, della laicità dello Stato e dell'espansione delle libertà e dei diritti individuali.

Simili obiettivi risultavano ostici ai più perché ritenuti estranei agli interessi e ai bisogni popolari. Gran parte della classe dirigente partitica, in ragione della sua cultura o per indifferenza, non mostrava particolare sensibilità per la difesa e lo sviluppo dei diritti dell'individuo, facendo piuttosto riferimento al solidarismo e al corporativismo di gruppo, di categoria e comunque di entità organizzate. Non è un caso che il divorzio e l'aborto siano stati avversati a lungo in quanto diritti "borghesi", considerati indifferenti per le masse; e che nelle procedure di giustizia e nei rapporti con la pubblica amministrazione sia stato attribuito scarso valore alle garanzie individuali rimesse in primo piano dai radicali rispetto agli aspetti contenutistici della giustizia e alle protezioni dello Stato per gruppi organizzati, invocati dalla forze cosiddette "democratiche".

L'isolamento dei radicali è derivato anche dal loro ostinato richiamo alla Costituzione scritta, alla sua lettera più che alla sua interpretazione, mentre l'arco delle forze cosiddette "antifasciste" che si definiva "costituzionale", ha legittimato una Costituzione materiale la cui interpretazione ha consentito ogni tipo di deviazione nell'azione di governo. nei compiti del Parlamento e negli abusi perpetrati dalla nomenclatura partitica. E, quando il regime stava andando verso il definitivo logoramento, non hanno esitato a pronunziarsi - senza timore di essere confusi con la destra - a favore di una profonda revisione della Costituzione in senso presidenzialista secondo un'antica ricetta liberaldemocratica, che nel dopoguerra aveva avuto i maggiori sostenitori in Piero Calamandrei e Leo Valiani, e che era stata costantemente esorcizzata dalle sinistre e dai cattolici come plebiscitaria.

La singolarità radicale nella prima Repubblica è stata universalmente avvertita da simpatizzanti e antipatizzanti, dagli amici che ne apprezzavano la qualità e dagli avversari che ne sentivano il fastidio. I conservatori e i progressisti hanno visto un che di eretico da osteggiare perfino nei loro atteggiamenti in politica estera per il fatto di essere stati atlantici e non neutralisti, allineati con le tesi disarmiste americane e inglesi, ma pur sempre nel quadro della fedeltà occidentale, in contrapposizione al pacifismo e al terzomondismo dei comunisti, socialisti e cattolici. E perché non hanno esitato a definirsi filoamericani e filoisraeliani in ragione della natura liberaldemocratica dei regimi di quei paesi.

Ma, alla fine, la solitaria traversata radicale della prima Repubblica sotto la guida di Pannella, ha dato i suoi frutti. Il vessillo del liberalismo è stato nuovamente innalzato se pure in forme eretiche, e intorno ad esso si è nuovamente cominciato a organizzare il dissenso nei confronti di una democrazia che andava perdendo i connotati liberali per assumere quelli di un regime omologato negli istituti e nei comportamenti. In breve, se alla fine degli anni cinquanta la politica liberale si stava avviando alla completa scomparsa, dopo trent'anni si è dovuto prendere atto che, con le campagne radicali, è stata rianimata. Settori sia pure minoritari della classe dirigente ne sono stati influenzati se non conquistati, e nel più vasto orizzonte popolare sono circolati, soprattutto con le campagne referendarie, atteggiamenti, progetti e obiettivi a lungo rimossi dai partiti di massa.

Gruppo del dissenso o liberalizzazione del sistema?

La formazione di un piccolo ma agguerrito partito del dissenso liberale - il Partito Radicale - era stata originariamente dovuta alla mancanza di un'efficace politica liberale in tutto l'arco delle forze italiane. Anche volendo procedere per campagne su singoli obiettivi, Pannella aveva dovuto dar vita a un centro organizzato che fosse riconosciuto come il motore politico e ideale e fungesse come memoria collettiva delle diverse iniziative. All'origine del Partito Radicale nella versione pannelliana degli anni sessanta, c'era quindi, ancora prima di un'esigenza organizzativa, una questione d'identità politica sia rispetto agli altri partiti laici e riformatori che nei confronti degli avversari comunisti e cattolici. Inoltre una centrale partitica d'opposizione liberale, per quanto piccola e anomala fosse, doveva fungere da raccordo politico-organizzativo tra le varie azioni guerrigliere intraprese contro il sistema dei partiti tradizionali.

E’ vero che molte delle battaglie su singoli obiettivi erano condotte all'insegna di sigle particolari - la Lega per l'istituzione del divorzio (LID), il Movimento di liberazione della donna (MLD) e il Centro informazione sterilizzazione e aborto (CISA), il Fronte unitario omosessuali rivoluzionari italiani (FUORI) e la Lega obiettori di coscienza (LOC) -, ma al centro di ciascuno di quei gruppi si collocavano sempre quadri provenienti dal nucleo radicale. Basta ricordare che i leader delle maggiori campagne per i diritti civili - Mellini e Pannella per il divorzio, Spadaccia, Faccio e Bonino per l'aborto, Cicciomessere per gli obiettori di coscienza, Pezzana per gli omosessuali - sono divenuti, tutti o quasi, parlamentari della rosa nel pugno e responsabili di primissimo piano di partito.

L'esigenza di un'autonoma organizzazione politica derivava dal fatto che negli anni settanta anche per settori di altri partiti il PR rappresentava la speranza di una politica diversa, nei contenuti non meno che nel metodo. Da diverse prospettive si guardava ai radicali come a un gruppo capace di rigenerare quella politica liberale che non era perseguibile attraverso i partiti tradizionali per i numerosi vincoli e condizionamenti imposti dal sistema. Specialmente dall'interno del Partito Socialista e, in misura minore, del Partito Liberale e dell'arcipelago della Nuova Sinistra, si riconosceva la loro insostituibile funzione nella difesa dei diritti individuali e delle minoranze; e di conseguenza costituivano un punto di riferimento per i liberalriformatori presenti in altre formazioni che, volendo essere coerenti con le proprie idee, potevano collegarsi alle iniziative del PR, pur rimanendo nei rispettivi partiti.

Anche nel decennio successivo, dopo l'affare Moro e la fine dell'unità nazionale, quando il regime stava disgregandosi con la definitiva involuzione istituzionale e morale, il Partito Radicale ha continuato a costituire un punto di riferimento per quanti ritenevano che senza una riforma della politica non ci sarebbe stata alcuna riforma liberale dello Stato. Fino alla stagione dei referendum elettorali del '91, e del '93, quando ha preso corpo la coalizione con Segni e con i riformatori cattolici, laici e comunisti, quasi soltanto la minoranza radicale indicava nelle riforme elettorale e istituzionale la chiave di volta per interrompere il circuito perverso della corruzione sistemica e dell'inesorabile lievitazione della spesa pubblica. Se negli anni sessanta e settanta il Partito Radicale aveva funzionato da propellente per restituire alla politica i diritti individuali vecchi e nuovi, così nel decennio successivo, Pannella ha individuato il nesso tra consociativismo e sistema elettorale e ha rotto il tabù dell'intangibilità costituzionale, indicando l'urgenza di una riorganizzazione della forma di governo e della forma dello Stato.

Quel piccolo gruppo del dissenso liberale, costituitosi quando l'Italia uscendo dal centrismo si avviava al centro-sinistra, è divenuto così nel corso di un trentennio molto più largo e articolato della fase iniziale. Anche perché i tanti cittadini che partecipavano e sostenevano i nuovi movimenti per i diritti civili erano portati, prima o dopo, a identificarsi nel comune sentire che cresceva intorno al PR, un partito che ha finito per divenire un punto di riferimento fisso nella dinamica, temporalmente e tematicamente cangiante, delle singole iniziative.

Ma la crescita di quell'esperienza è avvenuta in diretta relazione - se pure in termini antagonistici quasi come un controveleno - al regime dei partiti. Al suo crollo, le nuove forze apparse sulla scena politica e quelle vecchie in trasformazione, hanno fatto credere di collocarsi tutte all'interno della riconversione liberale del sistema, allineandosi, almeno nelle intenzioni declamate, con gli obiettivi di quella riforma politica liberale che i radicali avevano cominciato ad agitare da tempo. Berlusconi dichiarava che Forza Italia sarebbe stato un partito liberale di massa. Fini e D'Alema si impegnavano a rendere, rispettivamente, Alleanza Nazionale e il Partito Democratico della Sinistra, due partiti compatibili con il sistema liberaldemocratico. E tutti i vari gruppi moderati, del centrodestra come del centrosinistra, riconoscevano giunta l'ora di allineare la democrazia italiana al circuito europeo.

Si poteva allora ritenere che nell'intero sistema politico fosse in corso una generalizzata liberalizzazione e che, con essa, cadessero anche le ragioni del dissenso che avevano relegato Pannella in posizione marginale. Dal momento che tutti si dichiaravano liberali e che il crollo dei partiti aveva comunque provocato una certa apertura, poteva divenire superflua la persistenza di una forza liberale minoritaria come il PR che aveva avuto il compito di tenere in vita istanze disconosciute; e si poteva supporre che colui che era stato un eccentrico capotribù che aveva condotto una guerriglia contro eserciti regolari, potesse affermare la sua leadership su un'area più larga di quella radicale passando alla guida di nuovi più corposi soggetti politici.

Questi i presupposti su cui è maturato l'incontro con Berlusconi e il tentativo di Pannella di influenzare Forza Italia, proseguito per tutto il '94 durante il governo di centrodestra. Dopo un biennio rimane, però, qualche dubbio sull'efficacia del progetto teso a utilizzare il movimento berlusconiano e a farne un veicolo della trasformazione liberale del paese. Pannella è, si, rimasto fedele a se stesso mantenendo le sue stelle polari politiche - la riforma istituzionale, il risanamento finanziario con la restaurazione del mercato attraverso il liberismo, il garantismo e le libertà civili - senza mai accondiscendere alle pratiche del nuovo moderatismo del centrodestra, ma pochi o nulli sono stati i risultati effettivamente conseguiti, pur in una situazione che teoricamente poteva essergli favorevole. Di più, la navigazione a vista del vascello corsaro di Pannella, un po' all'interno delle acque territoriali berlusconiane e un po' in mare aperto, con il quale doveva essere, e sollecitata non importa da quale orizzonte, l’aggregazione di altri natanti, non ha in definitiva prodotto un allargamento della Bottiglia liberale disponibile a essere guidata in nuove impegnative battaglie.

Il leader delle battaglie liberali e radicali, dopo la rottura della continuità politica e la scomparsa di buona parte dei suoi vecchi compagni, nel triennio '92-95 in cui si sono verificati profondi sommovimenti, non ha compiuto grandi passi in avanti. Non è divenuto un ascoltato primattore della compagnia berlusconiana, né un riferimento di quella vasta arca di eterodossi che, rifiutata la singolare polarizzazione all'italiana, non si sono riconosciuti nel centrodestra ma neppure nel centrosinistra. Quando nella nuova stagione ha voluto imporre tenti liberali, è dovuto ricorrere a quella stessa arma referendaria eccezionale che aveva usato come grimaldello per il regime partitico. Nonostante il gran vigore politico, -Pannella si è trovato politicamente ancora più isolato di quanto lo fosse nel vecchio regime partitocratico. I suoi sforzi titanici e la sua indomita tenacia per muovere l'intero universo politico, e per condizionare i vincenti e spronare i perdenti, non ha prodotto effetti significativi. Guardando le cose a posteriori, si deve prendere atto del paradosso per cui in regime democratico-illiberale la sua funzione, sia pure di dissenso e antidoto, era largamente riconosciuta, mentre in regime postpartitocratico la sua iniziativa è divenuta ancora più ostica.

A questo punto il mio ragionamento resterebbe sospeso se non tentassi, nelle pagine finali, una qualche spiegazione di questo paradosso, pur senza voler pretendere di dire una parola definitiva. In cosa davvero consiste e perché si verifica la divaricazione tra la ragionevole bontà delle cause politiche, così consonanti con tanta diffusa aspirazione di libertà e di liberazione, e le difficoltà di Pannella ad affermare una politica liberale?

Il deficit di cultura politico liberale

Una possibile risposta esplicativa al quesito del come mai Pannella sia rimasto sostanzialmente estraneo al nuovo corso del paese e, quindi, non sia riuscito a guidarne la trasformazione, sta nella permanenza di quelle ragioni oggettive. storiche e culturali, per le quali in Italia non c'è mai stato gran spazio per una politica liberale e per autentici leader liberali. Questi hanno rappresentato sempre e solo una minoranza critica, specialmente nell'ultimo mezzo secolo dopo il fascismo quando si e sviluppata la società di massa.

Secondo questa linea interpretativa anche Pannella, ultimo interprete eterodosso della tradizione liberale, ha assolto durante il regime dei partiti un ruolo molto simile a quello dei suoi predecessori, se pure con una più lunga durata e una maggiore e diversa incisività politica. In un contesto partitico democratico ma con tratti illiberali, come quelli che hanno dominato nell'età repubblicana, l'esponente riformatore non ha potuto che fare la parte del dissenziente, anzi del dissenziente per eccellenza, avendo dinanzi a sé una politica solitamente omologata e interamente appiattita nella gestione del potere costituito, sia da parte delle maggioranze che delle opposizioni. Quanto più i comunisti, i socialisti e i laici sono divenuti, nella pratica politica, simili ai democristiani, tanto più le campagne radicali hanno assunto il significato, non già di una contrapposizione politica, ma di un vero e proprio dissenso rispetto al regime offrendo il destro ad ancoraggi compensativi per le cattive coscienze dei politici integrati. In sostanza la battaglia liberale di Pannella ha giganteggiato nella prima Repubblica poiché ha assunto lo stesso valore delle rivendicazioni dei diritti umani e civili avanzate da un dissidente sovietico in epoca brezneviana. Se poi è vero che il crollo dei partiti non ha provocato un'effettiva rottura con il passato, se ne deve concludere che non si è verificato alcun riallineamento dell'Italia alle liberaldemocrazie europee, e rimane un miraggio l'eliminazione dei tratti illiberali del suo regime politico. Questa sostanziale continuità con la vecchia partitocrazia conferma che l'ostilità al liberalismo, che affonda le radici nella mancanza della riforma protestante e dello sviluppo capitalistico-borghese, domina tuttora nella nuova fase di sviluppo del paese.

Chi, dunque, come Pannella è portatore di valori e proposte liberali, ben diversi dalle retoriche proclamazioni di liberalismo, seguita a rappresentare una posizione fortemente anomala e destinata a rimanere isolata. Le forze che si proclamano liberali sono fintamente tali in quanto esprimono, come in passato, trasformismo e moderatismo. La stessa liberalizzazione del sistema è solo presunta, perché continuano a prevalere i poteri forti, sia di natura partitica interessati al proprio consolidamento più che all’affermazione di determinate idee sia di natura economica, massmediologica e burocratica, i quali tutti impediscono l'affermazione del regno del diritto e dei diritti. In tale contesto di continuità con il passato, sarebbe stata singolare l'affermazione, e non già la marginalizzazione, di un leader sui generis come Pannella. Ne consegue che anche nell'era postpartitocratica egli non può che svolgere il medesimo ruolo di dissidente che ha svolto nella partitocrazia; e che è illusorio ritenere possibile una qualche importante affermazione liberale nelle istituzioni, nella società e in politica, al di là di una determinata soglia bassa che ne segna irrimediabilmente il destino minoritario.

Una diversa interpretazione, analoga ma speculare rispetto alla precedente, fa riferimento non già ai caratteri oggettivi della tradizione storica italiana, bensì ai limiti soggettivi della cultura politica di Pannella. La sua forza, durante la prima Repubblica, è stata quella dell'uomo d'azione che, diversamente da altri esponenti liberali, ha saputo, con una spiccata intelligenza del momento, inserire negli interstizi del regime cunei che ne hanno in particolari momenti incrinato la compattezza. Il leader riformatore è un pragmatico sorretto da una fortissima spinta all'azione, ma difetta delle capacità culturali di inquadrare le singole iniziative di guerriglia in una più ampia e profonda visione della trasformazione sociale e istituzionale. Ha si dimostrato una grande abilità nella parte distruttiva dell'opera politica, in ciò facilitato dalla omogeneità dell'intera vecchia classe politica; ma, una volta crollata questa e giunta l'ora di passare alla parte costruttiva, non è riuscito ad avere una visione complessiva di quel che significasse l'innovazione liberale e quali strumenti occorressero per la sua attivazione. Al massimo ha proposto una sommatoria di battaglie e di obiettivi quali i pacchetti referendari che, non a caso, hanno solo un'efficacia abrogativa ma non sono adatti a esprimere un progetto positivo. La vera carenza di Pannella, venuta in luce nell'era postdemocristiana, sarebbe dunque la sua insufficiente cultura politica liberale, fino a oggi mascherata dalla continua tensione attivistica e dal carisma dai tratti demagogici.

Per essere il leader di un progetto di trasformazione liberale, quale quello necessario dopo la fine della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista e il drastico ridimensionamento del PCI-PDS, sono invece necessarie qualità diverse da quelle fin qui messe in evidenza da Pannella. Occorrono un progetto e una strategia a lungo termine che prevedano dimensioni economiche oltre che istituzionali, alleanze politiche e sociali oltre che intese personali, e una direzione politica di lungo corso che richiede doti diverse da quelle sufficienti per azioni corsare. Se per condurre una campagna su un determinato obiettivo può bastare un combattente solitario che ha individuato il punto debole degli avversari, diverso è il caso di un progetto di più ampio respiro che richiede non solo brillanti intuizioni soggettive ma anche una squadra provvista di una comune cultura politica sotto una sapiente direzione e la capacità di giocare una lunga partita su un ampio fronte.

Sarebbero dunque queste inadeguatezze di cultura politica ad aver relegato Pannella ai margini della nuova stagione. Il suo liberalismo eretico è stato efficace fin quando si è trattato di colpire improvvisamente avversari particolarmente vulnerabili, ma è divenuto inadeguato nel momento in cui si rende necessario un disegno generale di trasformazione per adeguare l'Italia alle democrazie occidentali.

I paradossi del superego

Una diversa ipotesi per spiegare le difficoltà in cui Marco Pannella è incorso in passato, e continua a incorrere dopo il '94, fa ricorso agli errori che sarebbero indotti dalla sua stessa indole. Non sarebbero tanto le ragioni storiche e ambientali della politica italiana a ostacolare l’affermazione di una politica liberale sotto la sua leadership, e neppure le sue deficienze politico-culturali soggettive, quanto piuttosto le pulsioni esistenziali che interverrebbero continuamente a condizionare l'efficacia della sua azione politica: a ogni successo politico corrisponderebbe, come in un double face, un errore che tende ad annullare gli effetti.

Con parole di verità, al momento della morte di Leonardo Sciascia, Pannella ha scritto: "Con Leonardo, ci lascia e mi lascia la sola persona presso la quale sono accorso, sicuro di poterlo, per prendere consiglio, e seguirlo, nei momenti più difficili della mia vita ... " (1). In quel "la sola persona presso la quale sono accorso", si scorge una chiave del rapporto politico di Pannella con il prossimo. La sua straordinaria volontà, associata alla grande capacità di intervento, che lo ha reso per trent'anni un instancabile protagonista della scena italiana, è stata contrassegnata da una sorta di sfida prometeica della persona che ritiene di avere in sé la forza di muovere non importa quali uomini e cose senza dovere ricorrere a nessun aiuto di altri. Per questa ragione, nel corso del tempo, è stato portato a servirsi prevalentemente di strumenti politici plasmati quali appendici ed espansioni della sua persona, fonte ultima d'ogni legittimità, e ha detestato qualsiasi organismo che richiedesse mediazioni con altri soggetti.

In tal senso, ha vissuto l'azione politica come la forma più nobile di realizzazione della sua stessa personalità, fortissima e strabordante: e attraverso essa ha tracimato in tutte le direzioni, ha tentato di sedurre ogni genere di interlocutore e ha ritenuto possibile superare qualsiasi ostacolo. Non ha esitato a sostenere le tesi più contraddittorie, sicuro di poterle motivare con una prorompente dialettica: ad esempio, ha più volte ripetuto che nella politica radicale potevano riconoscersi anche i "veri comunisti", i "veri socialisti", i "veri cattolici" e i "veri liberali" e che egli rappresentava in pieno la maggioranza dei missini che avevano votato nei referendum sul divorzio e sull'aborto, quasi a volere indicare che la sua ricchezza politica interiore fosse tale che in essa potevano ritrovarsi anche valori diversi e contrapposti ai suoi, purché espressi con autenticità.

Non c'è stata persona, quale ne fosse la qualità, l'attività, la condizione e l'intenzione, che Pannella non abbia ritenuto possibile guadagnare alla buona politica con il suo intervento al momento giusto: il peggiore criminale poteva divenire un ottimo militante, gli interessi privati del parlamentare incriminato potevano essere trasformati in obiettivi pubblici e democratici, e una qualsiasi Cicciolina alla ricerca di successo commerciale poteva essere utilizzata come una credibile propagandista del verbo radicale. Questa dilatata consapevolezza delle sue potenzialità personal-politiche ha fatto si che Pannella considerasse se stesso un leader adatto a intervenire in qualsivoglia situazione e una specie di redentore politico investito di una missione salvifica rispetto a qualsiasi essere umano, non importa da quale ambigua situazione provenisse.

Un tale interventismo, che non ha mancato di produrre successi politici e di aprire la strada a incontri fortunati ma erratici sul fronte liberale-radicale-libertario, ha però avuto l'effetto di alimentare equivoci e illusioni. Il leader radicale è stato indotto a interpretare la solidarietà che suscitava con il suo rigore, e la simpatia umana che inevitabilmente raccoglieva, come affermazioni della sua linea politica. L'indubbio ascendente personale che ha esercitato non solo verso i sui adepti ma anche nei confronti degli avversari e degli osservatori, gli ha fatto credere che dietro la sua leadership si raccogliessero uomini e forze la cui adesione era invece del tutto effimera, e che le sue battaglie liberali fossero accettate anche da quanti ne restavano sostanzialmente estranei, pur se episodicamente davano da intendere il contrario.

Un'altra qualità pannelliana il cui rovescio ha finito per annullare gli effetti positivi del dritto, è stata la grande capacità di mobilitare energie che, però, si è di frequente risolta in una successiva disgregazione del potenziale raccolto. La storia delle campagne ad hoc e l'evoluzione del Partito Radicale presentano una singolare alternanza di fortunati momenti di aggregazione intorno a determinati obiettivi e di altrettante fasi di dispersione delle energie precedentemente messe insieme. E’ indubbio che il fascino pannelliano abbia in alcuni momenti fatto presa su fasce di popolazione ben al di là dei ristretti gruppi politicizzati. Lo dimostrano, solo per richiamare alcuni casi, le masse mobilitate dalla Lega per il divorzio alla fine degli anni sessanta, il consenso elettorale alle liste radicali del '79, le migliaia di cittadini accorsi a più riprese nelle campagne referendarie, le iscrizioni al Partito Radicale in risposta agli appelli dell'86 e del '93 e le firme per le dimissioni del presidente Scalfaro nel '96. In tutte quelle occasioni, dietro la battaglia liberale di Pannella, si è raggruppata una notevole quantità di gente con un risultato di partecipazione organizzata straordinaria se messa a confronto con l'asfittica attrazione politica nella prima Repubblica. Ma, all'indomani di ogni mobilitazione, Pannella non ha saputo o, meglio, non ha voluto consolidare in strutture politiche il rapporto tra leadership e sostenitori, passando da un consenso per così dire plebiscitario a una forma di democrazia partitica. Anzi è sembrato che temesse fortemente quello sviluppo organizzato che avrebbe comportato il passaggio dalla gestione carismatica a esplicite regole di funzionamento non solo formalmente esaltate ma sostanzialmente rispettate all'interno di un partito o di un raggruppamento che andasse al di là di strutture personalmente controllate. Poi, nell'ultimo decennio, in Pannella si è fatta ancora più determinata la spinta alla disgregazione sistematica che ha avuto il suo acme nell'annullamento dello stesso Partito Radicale.

Il motivo per cui gran parte delle iniziative suscitate da Pannella non ha superato la fase minoritaria non sta quindi solo nei loro contenuti presunti impopolari. Vi ha contribuito anche la sua avversione per qualsiasi movimento che trovasse in se stesso, e non solo nell'impulso del capo, la forza di svilupparsi con un autonomo gruppo dirigente e strutture tali da conservare e trasmettere una memoria collettiva. Non è stato solo il paventato timore della burocratizzazione a sospingere il leader radicale nell'atteggiamento distruttivo, ma ha influito ancor più l'impulso ricorrente a eliminare le creature politiche a cui egli stesso aveva dato vita, e il sostanziale disinteresse per la costruzione di istituzioni politiche volte a incanalare il nuovo liberalismo radicale.

Come estrema conseguenza di tale condotta si deve da ultimo accennare alla scelta di Pannella, accentuatasi con il tempo, di avvalersi di strumenti politici esclusivamente conformi alle sue volontà del momento, nel rifiuto di organizzare una forza adeguata agli ambiziosi obiettivi politici pur di volta in volta indicati. Delle vicende radicali si è già scritto: qui va solo ribadito che il PR ha costituito l’unico esperimento di struttura politica altra da sé che abbia resistito per un lungo periodo al ciclo costruttivo-distruttivo di Pannella. A un certo punto però anch'essa è stata travolta, così come erano state abbandonate o erano fallite tutte le intese e le alleanze tentate nella prima Repubblica e, poi, nella più recente stagione postpartitocratica.

Certo, può essere un caso, più che una scelta, il fatto che Pannella non sia riuscito a stringere solidi legami politici, a formare raggruppamenti o movimenti che coinvolgessero aree più vaste dei suoi adepti, e che quando questi limiti venivano superati, quelle imprese politiche venivano subito abbandonate. Certo, l'interruzione delle alleanze tentate con settori socialisti o laici, con il mondo verdeecologista e con i vari segmenti liberali-hhertari, e con i nuovi soggetti emersi nel '94, può essere attríbuita a insormontabíli dissonanze politiche. Ogni interpretazione è opinabile. Quel che invece non può esserlo, è la presa d'atto della sua volontà, al terfníne di un lungo itinerario, di avvalersi di un movimento personalízzato, intitolato a se stesso, che si basa su militanti che non possono che comportarsi da seguaci e rifarsi ad altra regola che non sia la buona esecuzione degli indirizzi del capo.

Dopo il '94, e questa volta a un grado più spinto che in passato, il leader rifonnatore ha confermato la sua radicale opzione per una azione solitaria alla testa di un piccolo movimento, nella convinzione che in tal modo potesse disporre di maggiore forza politica e di migliori opportunità di alleanze. Al momento, però, in termini clí affermazione liberale. non sembra che la via intrapresa si sia rivelata fertile l'approdo finale di Pannefia al movimento Pannella non esalta con la personalizzazione le speranze liberali ma piuttosto ne traccia i confini. Come un potente fascio di energia che, invece di proiettare luce su un'ampia radura in ombra, cortocircuita con se stesso provocando tuoni e lampi, di grande intensità si, ma destinati a scaricarsi in un attimo.

Un carisma a doppio taglio

Volendo tirare le somme, quella dell'ultimo Marco Pannella è una storia che mette in evidenza, oltre alla forza politica dell'eretico e del dissenziente, anche il limite di una leadership carismatica esercitata sul fronte liberale innovativo all'interno di un sistema politico tradizionale privo di grandi tensioni ideali. E’ indubbio che in Pannella ci sia l'impronta di quel che Max Weber chiamava il carisma (2): la si vede nella convinzione e nella coscienza con cui conduce le sue azioni e in quel particolare quid personale che si manifesta specialmente con il potere della parola. In Occidente, in questo secolo, sono diversi i capi carismatici che hanno imposto fino in fondo i propri personali progetti lasciando una traccia indelebile. Ma per ciascuno di essi, citando solo i più famosi, l'affermazione è stata sempre legata al determinarsi di una situazione straordinaria: all'identificazione con i destini nazionali in momenti drammatici (De Gaulle e Churchill), al compimento di una rivoluzione violenta (Lenin), all'instaurazione di una dittatura (Mussolini e Hitler) o, anche, all'organizzazione di una coalizione politica per compiere una rivoluzione democratica attraverso le leve del potere esecutivo (F.D. Roosevelt).

Nessuna di queste situazioni, o di altre di simile portata, si intravede all'orizzonte del nostro paese. Perciò un movimento iperpersonalizzato come quello pannelliano, tutto costruito intorno alla potenza del carisma e non sorretto dall'istituzionalizzazione culturale e organizzativa, appare anacronistico, perché o è troppo piccolo o è troppo grande rispetto ai compiti odierni di una politica liberale. Troppo piccolo, perché inidoneo a organizzare le forze liberali che ormai sono diffuse, anche se disperse, nell'intera società. Troppo grande, perché nell'Italia d'oggi non sono in causa né destini d'identificazione nazionale, né volontà rivoluzionarie, né vocazioni autoritarie. Quel che invece appare più che mai necessario è quella trasformazione liberale, da molti invocata ma da pochissimi perseguita, di cui Pannella è stato per trent'anni uno dei pochi veicoli in grado di procedere sui binari della politica senza mai essere arrestato dalle avversità.

Ma si deve prendere atto che, nel momento decisivo della crisi della Repubblica, il grande dissenziente con un piccolo movimento non è divenuto il leader liberale con un grande seguito. A ciò possono aver contribuito diverse ragioni: dall'ambiente che in Italia continua ad essere ostile al liberalismo alle carenze soggettive di cultura politica, fino agli errori personali indotti da un'indole troppo concentrata su se stessa. Qui, al termine della riflessione, dopo avere portato tutti gli elementi di conoscenza di cui disponevo ed avere esposto quelle che mi sono sembrate le argomentazioni più attendibili, per quel che mi riguarda non intendo tirare una conclusione, preferendo lasciare al lettore l'opportunità di farsi una sua personale opinione.

Una cosa, però, voglio dire: la vera sfida che Pannella ha ancora davanti a sé non sta tanto nell'ottenere l'altrui riconoscimento, che sembra costantemente ricercare pur non avendone alcun bisogno, ma nel riuscire a interpretare la propria leadership in maniera adeguata ai nuovi compiti. Non è più tempo di eroici dissidenti solitari, ma di leader federatori capaci di raggruppare ed esprimere tutte le forze disperse interessate alla innovazione liberale. In questa luce, agli ostacoli insiti nella tradizione politica italiana si aggiungono quelli che Pannella porta dentro di sé, che appartengono alla sua natura e alla sua storia. Verrebbe voglia di osservare che il peggiore nemico di Pannella è Pannella medesimo.

Note:
(1) Con Leonardo di Marco Pannella, Notizie Radicali, 20 novembre 1989, poi in A. Maori, Leonardo Sciascia, elogio dell'eresia, p. 148.
(2) P. Rossi (a cura di), M. Weber, Economia e società; per una discussione semplice ma rigorosa del tema vedi: L. Cavai, Carisma. La qualità straordinaria del leader.

NyLon! - capitolo 25

Oban, finalmente. Finalmente una pinta di Tennent, pensò il gladiatore romano Giulio Carmelo Palmanfredi dopo tre ore di treno. E da Oban, il traghetto per l’insignificante isola di Mull, verde-castana come gli occhi della sua cooperativa consorte Irene Abigail che la perlustrava nell’impaziente attesa del traghetto per Iona, dove mi scrisse una cartolina che prontamente vi giro.

Carissimo Roberto Cicciomessere, sorry, lapsus freudiano, volevo dire Roberto Granzotto, ricomincio Carissimo Roberto Granzotto che amo tanto e avrei sposato se purtroppo non fossi stata già sposata col Palmanfredi e tu non fossi stato vasectomizzato dalla Bonino, ti scrivo dall’isola di Iona e ti ringrazio per avermi consigliato questa esperienza spirituale. Devi sapere che, a seguito del bagno di sangue di Cooldrumman nel 521, Columba venne qui con dodici apostoli per sconfiggere il mostro di Loch Ness, senza sapere che questi eri tu e lo avresti sopravvissuto fino a questi tempi moderni. Ma ti interesserà sapere, o forse interesserà di più al fondamentalista Andretta, che Iona rimase autonoma da Roma creando una sorta di cristianesimo celtico: i missionari partivano da qui per cristianizzare le altre isole britanniche, fino a quando nel 803 sbarcarono i vichinghi e, affamati, si papparono 68 monaci in un boccone. Cinque secoli dopo e da Iona i libertari vichinghi si ritrovarono relegati dove dimorano tuttora in scandinavia, colà confinativi dai liberisti benedettini del macabro ordine “della vedova” che riconoscevano in Pannella l’autorità suprema. Poi venne la Riforma e il resto è storia. Presbiteriani siamo, in Scozia, non vagamente protestanti come dice Giulio Carmelo, che si sbaglia anche nel sostenere che non ci siano cattolici: ce ne sono ancora troppi, ogni fine settimana li potete vedere tutti ubriachi e violenti recarsi alla funzione calcistica del Celtic. Ciao Roberto, da Iona ti devo salutare in fretta per tornare a Glasgow-Prestwick a imbarcarmi verso il congresso radicale a New York. Presbiterianamente tua, Abigail

Prestwick ultima tappa del grande salto radicale atlantico, nella cabina di pilotaggio del terabus il comandante di lungo corso Marco Pannella era come di consueto seduto a sinistra con la co-pilota Emma Bonino alla sua destra, che starnazzava

- Oh Baztalà! Zono trent’anni che guidi tu col totale controllo! Adezzo voglio guidare anch'io, voglio guidare io!! Voglio finalmente zedermi lì a ziniztra per andare a ziniztra, casso! Guarda qui la carta geografica ziamo a Glazgow e dobbiamo andare a New York che zta a ziniztra, casso!, ze giri a deztra come al zolito finiamo nuovamente impantanati a Mozka!

Nella sua infinita saggezza il comandande Pannella - consapevole essere venuto il momento di lasciare la cloche -, inusualmente per lui senza proferir parola scambiò di posto per cederli, il posto e la cloche, a Bonino sul volo 911 per New York.

Venerdì 10

06.00 Breakfast with Marsha chat show In diretta da Manhattan, Marsha Suttora discute l’argomento del giorno - il cervello microscopico -, con gli ospiti Marco Beltrandi e Flavia Vento.

07.00 Meteo con Emma Bonino Il colonnello dell’aeronautica militante prevede tuoni e fulmini su Scaruffi.

08.00 Oroscopolitico del mago Cappato Vergine Capezzone.

09.00 Merdon! educational con Albergo Licheri Il divulgatore scientifico viaggia in Sardegna per indagare su come mai l’esperanto sia altrettanto diffuso dell’inglese tra i licheri e i laporlandi.

10.00 Matinée al cinema Love, Actually film Per il ciclo dedicato a Hugh Grant e Mauro Suttora...

12.00 Forum reality court Il giudice Albergo Santi Licheri emette la sentenza sul caso patetico Sagaria-Sagaria.

13.00 Haggis rubrica gastronomica I celebrity chef Carduccio Parizzi e Vasco Carraro disquisiscono amabilmente su come Berlusconi abbia loro lessato i cervelli.

14.00 Gli amerikani saranno accolti da liberatori in Italia attualità Il giornalista investigativo newyorchese Mauro Suttora intervista in esclusiva Antonio Grippo.

16.00 Top of the Flops musicale Questa sera, e per i secoli a venire, il Requiem di Mozart.

17.00 Casa Pezzilli, soap opera, 25999-esima puntata Il Prof Angiolo Bandinelli confessa a Dora Pezzilli di averla tradita con Cosimo Andretta.

18.00 Il Grande Bordello reality show Il candido presentatore indo-orobico John Patel rivelerà di essere stato nominato per andare a raccogliere ciò che rimane di Mary Segneri.

19.00 TG Berlusconi con un servizio esclusivo di Valter Vecellio L’indomito inviato speciale alza il culo dal terminale per indagare undercover sullo scandalo dei dirigenti di partito mantenuti dal contribuente col canone Rai.

20.00 Estrazioni del Rutto gioco d’azzardo Con un bulldozer il presentatore Paolo Breccia-Farina rovista la panza di Giuliano Ferrara per estrarre molecole di liberalismo.

21.00 NYLON! docu-drama, diciannovesima puntata Roberto Granzotto presenta il palinsesto di TeleRadicale. Replica con sottotitoli in esperanto.

22.00 Il Duo Bronchenolo attualità politica Marco Pannella si intervista da solo rigettando le accuse che Bordin sia in realtà Sagaria.

00.00 L’Isola dei Roberti reality show Roberto Cicciomessere scopre di sentirsi un po’ confuso, vittima di una crisi di mezza identità.

01.00 Nessun Dorma! programma di letteratura culturale A reti unificate con Italia Culo, Nicolino Tosoni presenta il libro del giorno Non Prævalebunt, di Pasqualino Del Grosso, manuale su come infilarlo prima che ve lo mettano dietro, Edizioni Estoti Parati.

02.00-06.00 collegamento con SkyTelezzone reality sleep La webcam riprende in diretta le quattro ore di sonno in cui Daniele Capezzone sogna la prossima puntata di NYLON!


Aò! (1)

Aò, quando avrò la sua età somiglierò a Lisa Edelstein, la Lisa Cuddy del Dr House, che non c'entra niente ma era giusto per illustrare il post. Piuttosto, stamattina al lavoro mi hanno recapitato un pacco a sorpresa dal mio ex marito, tutto marrone, il pacco, o così sembrava fosse suo dal mittente sull'etichetta. Strappo la carta marrone dell'involucro e rimane una scatola marrone da piccolo aspirapolvere, come dimensioni, avviluppata in metri e metri di nastro adesivo marrone. Lavoro di forbici per aprire 'sto pacco e trovarne dentro un altro più piccolo da ferro da stiro, come dimensioni, marrone come i fogli di giornale insalamati per attutire gli urti. Anche i fogli di giornale sono marroni, di un vecchio Financial Times immarronito che fa pensare di essere stato usato per smerdare le vetrine di una banca, però il mio ex marito avrà letto il FT due volte in vita sua e dalle banche è ricercato per debiti. Guadagnato di forbici l'accesso al terzo pacchettino marrone interno, naturalmente nel frattempo dell'operazione mi chiedevo quale fosse il contenuto finale delle scatole cinesi e sospettavo trattarsi delle cineserie regalo di matrimonio di mia cugina che gli avevo chiesto di restituirmi dopo il divorzio e lui mi aveva restituito solo la cugina tutta stropicciata. Dopo avere discocciato lo strato di plastica bollicinosa, quella di bollicine che ti viene sempre da schiacciare, arrivo al quarto scatolo che ha le dimensioni di, ed è, un contenitore di shampoo colorante Just for men, scatola che non è marrone ma la confezione è per capelli castani. Mi chiedo se il mio ex marito adesso si tinga i capelli, in effetti lui mi accusava di avergliene lasciati parecchi grigi, ma secondo me gli venivano per il fumo, e infatti il quinto pacchettino all'interno è di filtrini Rizla sottili per arrotolarsi il tabacco come faceva lui. A questo punto mi aspetto filtrini usati, quindi marroni, invece c'è ancora una scatola, marrone, relativamente grossa per essere di fiammiferi. Sta a vedere che dentro ci trovo l'anello di matrimonio che non ha mai portato. Beh, neanch'io. Sto pensando di tutto avvicinandomi al contenuto, quello stronzo marrone è certamente riuscito a incuriosirmi e farmi pensare a lui. Sto per aprire l'ennesimo scatolo quando squilla il telefono. Riconosco il numero, è Cappato, ma in ufficio devo rispondere professionalmente.

- Virginia Welby spikin', gud aft'nuuun

- Cicciomessere. comevà? puoiparlare?

Cicciomessere è la sua forma di saluto affettuosa per dire buongiorno.

- Boh, sì, no, non potrei, vabbè, noia mortale, giornata marrone, non succede niente, anzi sì, sto aprendo un pacco di Londradical

- Ma vi sentite ancora? che tempo fa lì da te? hai visto il mio messaggio? cosa c'è dentro il pacco?

- Cazzo!!!

- Sì?

- Deee... devo andare, ti richiamo

Cazzo cazzo cazzo. E' marrone scuro, raccapricciante: imputridito, raggrinzito, inequivocabilmente evirato ad un ex proprietario che non può essere il mio ex marito: lui era, spero per lui sia ancora, circonciso. Uno che è circonciso non può disconcidersi, no? E per poi riconcidersi così eccessivamente? Per un minuto non so cosa pensare, tranne al fatto che spesso leggo di evirazioni nel mio blog, del tipo "procione mozza il pene di un uomo", perché tengo un blog sul web, ma questa è un'altra storia per un'altra volta. Meglio chiudere la scatolina, nasconderne il contenuto agli occhi indiscreti dei colleghi che sbirciano il cumulo di cartone marrone e nastro adesivo marrone per terra. La deposito sulla scrivania di pregiato legno marrone, per caso vicino a due marrons glacés. Adesso chi li mangia più? Mi sembrano testicoli castrati...

- Virginia, scusa, mi presti da accendere? scendo in pausa e te li riporto appena torno

- NO! - urlo a Elena strappandole di mano la scatola dei fiammiferi per farmela sparire in tasca - Fumare fa male, tieni invece un marron glacé, anzi due, me ne ha mandati uno scatolone un mio ex marito

- Mmmmh, buoni, grazie!

La mia collega si allontana sciogliendosi testicoli in bocca. Chiamo Londradical.

- Ma che cazzo mi hai mandato?

- Eh?

- Hai ripreso a fumare

- No! sì, come lo sai?

- Non lo sapevo, ho tirato a indovinare. sei il solito irresponsabile, io lavoro dodici ore al giorno per farti la spesa e tu fumi beatamente - (una volta alla settimana gli faccio la spesa online e gliela faccio recapitare al parcheggio dove vive lo sfigato dopo lo sfratto) - Devo vederti

- Perché? vuoi risposarmi?

- Cretiii... no! sabato a mezzogiorno alla National gallery, così ti porto la spesa di persona

- Non puoi portarmela a St Albans?

- Cazzo, ti sfamo di che nutrirti e te lo devo recapitare a domicilio? ingrato

- E' che venire giù in città mi costa quattordici paundi di treno e non li ho

- Di sabato costa nove, fatteli prestare che te li rimborso

- Me ne dai lo stesso quattordici così mi resta un fiver per il tabacco?

- Morto di fumo

(1) continua