Seconda serie di Google fight
Schnur batte Fiume 464mila a 53.700
De Stefano batte Tortora 2 milioni a 527mila
Faccio batte turco 115mila a 105mila
Palazzolo batte Poptodorova 484mila a 1.340
Piccarco batte Dentamaro 90.900 a 1.890
Englaro batte Pietrosanti 120mila a 17.300
Rutelli batte Lensi 156mila a 153mila
Carraro batte Spena 834mila a 46mila
Negri batte Zamparutti 154mila a 11.600
Orlandi batte Corleo 515mila a 7.030
Sciascia batte Ottoni 223mila a 206mila
Salvadori batte Bagatin 267mila a 21.400
Coscioni batte Deperlinghi 64.200 a 1.500
Pisani batte Vesce 156mila a 37.500
Fischetti batte Depetro 201mila a 89.800
Manieri batte Lamedica 166mila a 89.100
Marino batte Russo 29.200 a 11.200
Tamburi batte Capriccioli 351mila a 32.700
Castaldi batte Voltolina 292mila a 109mila
Grigorova batte Colacione 32.500 a 3.170
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Nomenclatura radicale / 9 di 10 / Adel/aide, Adriano, Armando, Claudio, Daniele, Domenico, Donatella, Elio, Elisabetta, Enzo,
E per concludere i cinquanta nomi più ricorrenti ecco quelli presenti almeno due volte, che devo dividere in due post: Adele/Adelaide (rispettivamente AGLIETTA e FACCIO); Adriano (DE STEFANO, SOFRI); Armando (CROCICCHIO, DREON); Claudio (BARAZZETTA, MARTELLI); Daniela CACACE e Daniele CARCEA; Domenico (MODUGNO, SPENA); Donatella (CORLEO, PORETTI); Elio (POLIZZOTTO, VITTORINI); Elisabetta (GROSSO, ZAMPARUTTI); Enzo (CUCCO, TORTORA)
E per concludere i cinquanta nomi più ricorrenti ecco quelli presenti almeno due volte, che devo dividere in due post: Adele/Adelaide (rispettivamente AGLIETTA e FACCIO); Adriano (DE STEFANO, SOFRI); Armando (CROCICCHIO, DREON); Claudio (BARAZZETTA, MARTELLI); Daniela CACACE e Daniele CARCEA; Domenico (MODUGNO, SPENA); Donatella (CORLEO, PORETTI); Elio (POLIZZOTTO, VITTORINI); Elisabetta (GROSSO, ZAMPARUTTI); Enzo (CUCCO, TORTORA)
L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene
– Jean-Jacques Rousseau
– Jean-Jacques Rousseau
A chi appartiene la vita?
Speciale eutanasia a cura di Leon Pinese*
CASI DI RIFIUTO DI CURE
11 febbraio 2004. Muore a Porto Empedocle, provincia di Agrigento, la signora Maria, 62 anni, che rifiuta un’amputazione. Dicembre 2006. La Nuova Sardegna riporta il caso di una paziente di 41 anni, che aveva da tempo manifestato ai genitori la volontà che fosse lasciata morire nel caso le fosse accaduto qualcosa di menomante. Una scelta più volte ribadita con un cenno della testa davanti ai magistrati, funzionari e periti giunti al capezzale per verificare la sua lucidità e volontà.
TORTURA LEGALIZZATA
Abbiamo bandito la tortura dei tribunali e delle carceri (almeno in linea di principio) e perfino dei patiboli, ma poi la ripristiniamo nelle stanze asettiche degli ospedali. Stato e Chiesa ritengono loro diritto tenere in vita una persona contro la sua volontà con l’utilizzo di analgesici o altre terapie che altro non fanno che prolungare la sofferenza del malato. La vita media, in occidente, è cresciuta enormemente, e il progresso delle tecniche mediche sottrae ormai quasi completamente il momento della morte alla “natura” e lo consegna alla complessità delle terapie e dei macchinari che comportano lunghe agonie terminali. Unico giudice della propria vita è il paziente, a meno di non volerci ergere a dio noi stessi. Dio e la natura, infatti, non parlano direttamente. È sempre un umano, finito e mortale come tutti noi, che si arroga la prerogativa di essere profeta o vicario di dio, o decifrare la volontà morale della natura. Il malato terminale è oggi l’unico condannato a morte (innocente oltretutto) contro il quale ci sentiamo autorizzati a imporre la tortura (e non per qualche ora, spesso per giorni o anni) quale forma di esecuzione. Non solo, pretendiamo con questo di fare il suo bene, di tutelare la sua vita e magari la sua dignità. Se non vogliamo che il nostro medico diventi il nostro aguzzino, legalizziamo l’eutanasia!
LE CONTRADDIZIONI DELLA CHIESA CATTOLICA
Stato e Chiesa sono favorevoli all’espianto di organi ma contrari all’eutanasia. 24 febbraio 1957: dichiarazione di Pio XII a favore della liceità dell’uso di analgesici, anche quando è prevedibile che abbiano l’effetto collaterale di accelerare la fine del paziente. 11 ottobre 1992: Chiesa cattolica favorevole alla pena di morte (catechismo della Chiesa cattolica art. 2267), regnante Giovanni Paolo II, ma contraria all’eutanasia (Chiesa cattolica belga favorevole). Ma la vita ci è stata regalata da Dio e di un regalo ognuno è libero di fare ciò che vuole. Ognuno ha il diritto di pensarla come vuole: questo è vero. Ma nessuno ha il diritto di imporre il proprio pensiero agli altri: e questo è cattolico.
CASI CONTROVERSI
Elena Moroni. Uno dei casi che senza dubbio fece più scalpore in Italia fu quello di un ingegnere di Monza, Ezio Forzatti, che il 21 giugno 1998 si introdusse nel reparto di terapia intensiva dove la moglie Elena Moroni, 46 anni, si trovava ricoverata in coma irreversibile a seguito di edema cerebrale. Egli aveva con sé una pistola scarica, che usò per minacciare il personale di servizio e tenerlo a distanza mentre staccava il respiratore che teneva in vita la moglie e, una volta accertatane la morte, si lasciò arrestare dagli agenti di polizia nel frattempo sopraggiunti.
Eluana Englaro. Molto dibattuto in Italia, per le implicazioni e politiche che ha avuto, anche in relazione al dibattito sull’eutanasia e sul testamento biologico, è stato il caso di Eluana Englaro, una giovane donna di Lecco che, dopo un grave incidente stradale avvenuto nel 1992 è rimasta in stato vegetativo persistente fino alla sua morte nel febbraio 2009. A seguito della richiesta del padre della donna di sospendere ogni terapia, e dopo una lunga vicenda giudiziaria, un decreto della Corte’appello di Milano, confermato in Cassazione, ha stabilito l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale realizzato mediante alimentazione e idratazione, e ha impartito delle disposizioni accessorie circa il protocollo da seguire nell’attuazione dell’interruzione de trattamento. Tra queste, oltre la sospensione dell’erogazione di presidi medici collerati, anche la somministrazione di sedativi e antiepilettici. Prima e dopo la morte della donna, avvenuta nella clinica di Udine nella quale era ricoverata per dare attuazione alla sentenza il 9 febbraio 2009, la vicenda ha colpito fortemente l’opinione pubblica, spaccata in due, anche con roventi polemiche e strascichi politici. La lopemica ha riguardato, oltre alle questioni etiche, scientifiche, giuridiche e politiche, anche le modalità che hanno condotto alla morte della Englaro per le quali si è parlato di eutanasia in relazione al prescritto utilizzo di sedativi.
Giovanni Nuvoli. Ammalato di sclerosi laterale amiorfica e ormai completamente paralizzato, chiese più volte ai medici che gli staccassero il respiratore artificiale che lo manteneva in vita. Il medico anestesista Tommaso Ciacca, che il 10 luglio 2007 stava per eseguire le sue volontà, fu bloccato dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della procura di Sassari. A seguito di ciò, il 16 luglio 2007 Giovani Nuvoli iniziò uno scopero della fame e della sete che lo portò alla morte il 23 luglio 2007.
Piergiorgio Welby. Il dibattito sull’eutanasia si è riproposto alla fine del 2006 quando il poeta alla memoria del quale è intitolato questo log chiese che gli venisse staccato il respiratore che lo teneva in vita. Welby è morto il 20 dicembre 2006 per insufficienza respiratoria sopravvenuta a seguito del distacco del respiratore ad oper del medico anestesista Mario Riccio, di Cremona. Questi, in una conferenza stampa tenutasi il giorno dopo, ha confermato le circostanze della morte di Welby e si è autodenunciato.
Terri Schiavo. Negli Stati uniti fece scalpore il caso di Terri Schiavo, in stato vegetativo persistente (PVS) dal 1990, al cui marito Michael la corte suprema dello stato della Florida diede nel 2005 il permesso di sospendere l’alimentazione forzata. Anche in quel caso si discusse sulla correttezza dell’uso del termine eutanasia. L’esame autoptico praticato sulla donna dopo la sua morte appurò che il cervello di Terri Schiavo pesava circa la metà di quello di una donna in salute della stessa età, che gran parte delle cellule erano irrimediabilmente distrutte o danneggiate, e che essa era totalmente incapace di percepire alcun senso, tanto meno sentire o vedere.
Ramon Sampedro. A 25 anni, il 23 agosto 1968, tuffandosi in mare ha un incidente che gli procura la frattura della settima vertebra cervicale, con conseguente paralisi totale. Da allora inizia un lungo e doloroso itinerario giuridico per ottenere dai tribunali spagnoli la possibilità di ricorrere all’eutanasia. Nel gennaio del 1998, segretamente, grazie a una mano amica, ha raggiunto lo scopo. Da questa dolorosa vicenda che ebbe grande risonanza in tutto il mondo, è stato tratto nel 2004 il film Mare dentro, presentato con grande successo alla Mostra del cinema di Venezia.
È stata condannata all’ergastolo per omicidio volontario premeditato la madre britannica Francis Inglis, 57 anni, che ha somministrato una dose letale di eroina al figlio disabile di 22 anni, con l’intento di portare a termine la sua sofferenza. Secondo quanto ha raccontato lei stessa al tribunale Old Bailay di Londra, il figlio viveva “un inferno in terra” dopo che le lesioni alla testa provocate dalla caduta da un’ambulanza nel luglio 2007 lo resero disabile. La 57-enne ha descritto la “sofferenza costante” negli occhi del figlio, e ha dichiarato di “non avere avuto altra scelta” e di avere compiuto il gesto “pensando solo al suo bene”.
28 marzo 2008. Sono stati resi noti i risultati dell’autopsia: Chantal Sèbire è morta per avere ingerito una dose letale di barbiturici. Ma trattandosi di barbiturici non venduti in farmacia rimane il mistero sulla sua morte. Imago Romae si è occupato della vicenda della donna francese, affetta dal 2002 da un grave tumore deformante e alla quale il tribunale di Digione ha negato il permesso di richiedere l’eutanasia. Infatti in Francia come in Italia questa pratica non è possibile ed è considerata reato. Recentemente la donna è stata trovata morta nella sua casa di Plombières-lès-Dijon. Non vogliamo qui discutere di bioetica, ma porci una domanda: la signora è morta esattamente due giorni dopo il rifiuto del tribunale. Tragica fatalità, oppure eutanasia praticata di nascosto?
* [hanno collaborato Michele Boselli e Adriano De Stefano]
Festa del Bastardino a Conegliano
Una giornata dedicata agli amici a quattro zampe la Festa del Bastardino domenica scorsa al Parco Mozart di Conegliano. Affollati gli stand, soprattutto quelli delle adozioni dei trovatelli: sono stati infatti 22 i gatti e 9 i cani a trovare una famiglia da amare. Al pomeriggio la kermesse con i pezzi dei simpaticissimi “Marco, Antonio e gli Amici del Cabaret”, il balletto “russo” dei bimbi e, per la gioia dei tantissimi grandi e piccoli presenti, l’attesissima sfilata dei Bastardini che ha visto in “gara” 75 esemplari veramente di tutte le “razze”, dimensioni ed età. Premiati Pippo per l'atleticità, Pina per la simpatia, Spirit per la sua somiglianza al padrone e Tita per l'anzianità... Radio Veneto Uno
Una giornata dedicata agli amici a quattro zampe la Festa del Bastardino domenica scorsa al Parco Mozart di Conegliano. Affollati gli stand, soprattutto quelli delle adozioni dei trovatelli: sono stati infatti 22 i gatti e 9 i cani a trovare una famiglia da amare. Al pomeriggio la kermesse con i pezzi dei simpaticissimi “Marco, Antonio e gli Amici del Cabaret”, il balletto “russo” dei bimbi e, per la gioia dei tantissimi grandi e piccoli presenti, l’attesissima sfilata dei Bastardini che ha visto in “gara” 75 esemplari veramente di tutte le “razze”, dimensioni ed età. Premiati Pippo per l'atleticità, Pina per la simpatia, Spirit per la sua somiglianza al padrone e Tita per l'anzianità... Radio Veneto Uno
Mareno, un'altra strage di gattini, i volontari Enpa ne salvano alcuni
Ancora gattini abbandonati e recuperati dai volontari dell'Enpa: l'ultima triste scoperta è stata fatta martedì sera nei pressi del depuratore di Mareno - riporta la Tribuna di Treviso -, dove quattro dei piccoli mici erano già morti. Altri quattro sono stati tratti in salvo, curati e rifocillati dalle volontarie dell'Enpa. I piccoli si trovavano dentro ad un sacchetto. In queste ultime due settimane sono stati 37 i gatti abbandonati e salvati dall'Enpa di Treviso [...] "Chiunque abbia un gatto lo sterilizzi - l'appello lanciato da Adriano De Stefano dell'Enpa - qualora dovessero nascere dei gattini lasciateli con la mamma che si occuperà di tutto fino alla fine dello svezzamento, poi è possibile contattarci per trovare loro una famiglia al numero 347.5931683
Ancora gattini abbandonati e recuperati dai volontari dell'Enpa: l'ultima triste scoperta è stata fatta martedì sera nei pressi del depuratore di Mareno - riporta la Tribuna di Treviso -, dove quattro dei piccoli mici erano già morti. Altri quattro sono stati tratti in salvo, curati e rifocillati dalle volontarie dell'Enpa. I piccoli si trovavano dentro ad un sacchetto. In queste ultime due settimane sono stati 37 i gatti abbandonati e salvati dall'Enpa di Treviso [...] "Chiunque abbia un gatto lo sterilizzi - l'appello lanciato da Adriano De Stefano dell'Enpa - qualora dovessero nascere dei gattini lasciateli con la mamma che si occuperà di tutto fino alla fine dello svezzamento, poi è possibile contattarci per trovare loro una famiglia al numero 347.5931683
NYLON!, libro terzo
AUTOBIOGRAFIA DI ROBERTO GRANZOTTO: 1985-89
Non avendo evidentemente niente di meglio da fare, in provincia di Treviso faccio il Partito radicale. Mi aggrego a un piccolo nucleo di Treviso - Manuela Zuccarello e il suo compagno Giorgio Cossu, il fedelissimo Michele Pavan e il tesoriere-finanziatore Livio Casale, l’unico coi soldi - e il talento si vede subito: segretario dell’Associazione disarmo e giustizia di via Tommasini e in provincia si schizza subito al record di quasi cento iscritti con produttività di 3-4000 firme a referendum, cifre senza precedenti. A Conegliano scopro che i principali esponenti storici del Gruppo ecologico, cioè la consulta di associazioni ambientaliste, sono radicali: Adriano De Stefano, Leon Pinese, Giandomenico Beltrame. L’ispirazione radicale dell’epoca era molto ambientalista. Tra i referendum c’era il nucleare e più in generale c’era in atto l’operazione di mettere in piedi i verdi. La stessa Zuccarello diverrà consigliere provinciale dei verdi a Treviso, forse lo è ancora, o forse ha lasciato la politica quando ha avuto bambini. De Stefano è ancora splendidamente attivo come lega anticaccia (ma anche sui recenti referendum) e in quanto tale bestia nera dell’orrido presidente leghista Zaia. La parte più orientale e remota della provincia era da me controllata tramite Bruno Volpi ed Elisabetta Grosso, strana coppia di insegnanti cugini conviventi che ho sempre sospettato incestuosi ma non ne ho mai avute le prove, e che dovrebbero essere ancora in giro negli ambienti radicali di quelle parti. Il mio giro di amici privati, molti dei quali comunque inevitabilmente coinvolgo nelle iniziative politiche, ruota attorno a Radio Base 81, quella alternativa delle tre radio locali di Conegliano, oggi credo del circuito Radio Popolare. Alla radio conduco trasmissioni innovative quali... le interviste per strada à la Dentamaro e... la rassegna stampa. Come Dr Cornacchione sono un DJ piuttosto popolare anche con una trasmissione dalle 22 alle 24 dove dispenso notizie, opinioni, consigli e ottima musica rock, punk, dark e cantautori italiani. Sessualmente scopo Mario a Padova e Giovanna a Conegliano, la procuratrice legale dei tossici, che aveva le tette molto grandi ma era anche di costituzione piccolina, per cui sembravano enormi. Giovanna e’ una donna meridionale con una personalità molto spiccata che in modo inquietante richiama vagamente colei la quale, invece, frequentando le riunioni radicali con Emilio Vesce nel nord-est, conobbi a Venezia nel tardo 1987 per rivoluzionare le rispettive esistenze, la donna che aspettando con pazienza arrivasse finalmente questo punto dell’autobiografia ha già preparato l’equivalente di una Bibbia di invettive e improperi pronti da rovesciarmi addosso nel forum. Dora Pezzilli. Con Dora convivemmo per quattro anni a Pordenone nella montana via Monte Pelmo, la marittima via Lignano e infine, dove lei ancora abita tuttora, in via, ahinoi, Goldoni.
Commediografo italiano nato a Venezia nel 1707, Carlo Goldoni lascia la sua carriera giuridica per il teatro, raggiungendo il primo successo nel 1734 con la tragedia Belisario. All'età di quarantun'anni entra a far parte, come poeta drammatico, nella compagnia di Gerolamo Medebac di Venezia, rappresentando la sua prima commedia scritta interamente, La donna di Garbo (1743). Per la stessa compagnia e per il Teatro Sant'Angelo, il Goldoni scrisse numerose commedie, attuando quella riforma parzialmente cominciata nel 1738 con il Momolo cortesan. Con tale riforma, esposta nel Teatro Comico nel 1751, l'autore si propone di restituire dignità letteraria al teatro contrapponendo alle buffonesche improvvisazioni della commedia dell'arte il brioso e garbato studio dei costumi della sua commedia di carattere. Prendendo spunto dalla vita quotidiana ne rinnova la trama facendo uso di un linguaggio che evidenzia l'aspetto realistico delle situazioni create dai suoi personaggi oramai privi di maschere. Nel 1762 si trasferisce a Parigi a dirigere la Commédie Italienne; fu poi insegnante di italiano alle figlie di Luigi XV. Morirà a Parigi nell'anno 1793.
Mi insediai in via Monte Pelmo da Dora Pezzilli e le sue figlie primogenita Antonella, futura signora Spolaor-Dentamaro, e Francesca. La cosa è un po’ weird perché Anto è solo un anno più giovane di me, che ne ho 22, per cui verrebbe da pensare che... invece il menage a quatre funziona tranquillo - io dormo con Dora e loro nelle rispettive camerette - a parte una volta che Antonella ci tiene a mostrarsi nuda e io lì per lì non capisco il perché: infatti non ha le tette. A rifletterci bene, che senso ha vedere una donna nuda se non ha le tette? Beninteso, Antonella era ed è unanimemente ritenuta una bella giovane signora, per di più mi spiegava Gaetano che con la maternità le sono cresciute delle belle tette. Me ne sono felicitato per lui. Ricordo anche che rimasi impressionato dalla fritola molto pelosa, sia per estensione che per densità della foresta, but then again, suppongo che adesso il marito la decespugli periodicamente. Pensavo molto ad Antonella in questi giorni perché lo scorso w-e a una festa di italiani ho incontrato casualmente Bruno, il fidanzato di Antonella prima che lei conoscesse Gaetano. Vive a Londra praticamente da subito dopo che si lasciarono. Ha fatto il master qui e da 12 anni fa l’avvocato nella City ma ha appena comprato una palazzina a Kensington Gardens e mi spiega che il segreto è semplicissimo: basta guadagnare il doppio della propria età, in migliaia di sterline, dai 20 ai trent’anni, e il triplo dai 30 ai quaranta, e così via esponenzialmente. In questa maniera, con gli opportuni investimenti immobiliari, lui può annunciarmi orgoglioso che leggerò il suo nome nella prossima classifica del Times dei 500 più ricchi nel Regno unito. Mi chiede io come me la passo, per cambiare discorso gli parlo di Antonella.
- Antonella ha sposato un alto diplomatico della Farnesina, ha una vita sociale molto intensa. La si può intercettare fare la Spola sul corridoio Brussels-Montecarlo via Ginevra e Strasburgo. L’ho vista proprio la settimana scorsa nuda in spiaggia a Cannes. Adesso ha le tette. Se avesse saputo che ti avrei incontrato!
Quando Rippa scinde il partito a Genova porta con se’ i radicali di Napoli, Bari e, curiosamente, del Friuli. Tra loro Dora Pezzilli e il suo compagno co-fondatore dei consultori Aied di Pordenone e Udine, il consigliere comunale eminenza verde Mario Puiatti che ne gestisce l’amministrazione mentre Dora vi è stata l’ostetrica degli aborti e ne è la sessuologa psicoterapeuta berniana. Non avendo evidentemente niente di meglio da fare, come a Treviso anche a Pordenone armato dello strumento principe e supremo del conquistatore, il tabultato storico del tesoro romano, anche stavolta (ma in quanto tesoriere dell’Associazione per le libertà e l’antiproibizionismo, i compagni trevigiani erano delusi dalla mia defezione e ce l’avevano un po’ con la Pezzilli, ma io ero animato dalla priorità di schiacciare l’aborrita eresia) faccio in un anno il partito in un’intera provincia, popolata un terzo ma con stessa produttività di 3-4000 firme, col doppio gusto di dare fastidio a Puiatti (che per la verità fa altrettante firme e quindi grazie alla competizione da una cittadina di cinquantamila abitanti come Pordenone arrivano a Roma cifre di firme relativamente mostruose). Non resta che coordinarsi con Trieste per marciare da due direzioni su Udine e riconquistare l’intero Friuli sotto il rito pannelliano romano. Sulla sede di Trieste convergono compagni soprattutto di Firenze, ma ricordo anche Rene’ Andreani da Genova, perché ci sono le elezioni regionali ma soprattutto perché sono gli anni in cui iniziano le operazioni in ex Yugo. Da Trieste si gestiscono gli invii postali agli indirizzi copiati nel pc dagli elenchi telefonici sottratti oltre confine (la prima cosa da fare in ognuno dei paesi dove poi siamo andati), si organizzano le azioni dimostrative nonviolente, si monitora la stampa nelle lingue slave, ci si coordina con Roma sull’attività politica quotidiana. In questo senso Trieste è la prima sede radicale “all’estero”, se si eccettua per ovvi motivi Brussels: intendo la protosede del futuro trans. Il primo viaggio a Budapest avviene con Dora nell’estate 1988, per turismo. Ricordo, al ritorno, un particolarmente piacevole amplesso sul cofano della sua Polo in una boscaglia in mezzo alla puszta non lontano dal Balaton. Quella volta si era con la sua Polo, ma ero più spesso con la mia Moskvich giardinetta verde, la “Volvo sovietica”, con la quale era imbarazzante girare per Budapest perché al semaforo gli indigeni in Trabant anelanti una Golf ridevano sguaiatamente alla targa occidentale su una macchina russa. Una volta eravamo in sei - non sono sicuro ma probabilmente Dora, Massimo Lensi, Andrea Tamburi, Olivier - quindi Sandro Ottoni dovette adattarsi a viaggiare nel “baule”, quello spazio dove solitamente viaggiano il pastore tedesco o i bagagli in una station wagon, e non lo vidi mai così imbarazzato. Col Toshiba portatile di Sandro, nell’agosto del 1989 realizzai da Logodi utca il primo collegamento dall’Est alla neonata Agorà telematica. Era appena caduto il muro di Berlino ed erano già passati quattro mesi dal congresso di Budapest, che avevo avuto l’onore di essere chiamato ad aiutare organizzare. A Budapest, con grande gioia di alcuni di noi per la vicinanza alle terme del Geller, ma per la disgrazia del lettore, eravamo inizialmente alloggiati nella foresteria di Bartok Bela ut.
Musicista ungherese, Bela Bartok nacque a Nagyszentmiklos nel 1881. Questo compositore, tra i più grandi del secolo, è noto per le sue ricerche folkloristiche; il materiale raccolto in viaggi attraverso le terre Balcaniche si trova in un interessante volume di saggi. Scrisse sei quartetti, l'opera "Il Castello di Barbablù", "Balletti"," Una sonata per due pianoforti" e "Percussione", "Microkosmos" e altri 150 e più pezzi per pianoforte, varia musica da camera, tre Concerti per pianoforte e Orchestra, un Concerto per Orchestra e molte altre opere. Muore a New York nel 1945.
Dopo il congresso però, dai risultati del quale fu chiaro che saremmo rimasti a Budapest per organizzare da lì il trans all’Est, la foresteria si trasferisce nella mitica Logodi utca, dove anni più tardi Olivier avrebbe trovato sistemazione definitiva e quindi io avrei soggiornato nei miei frequenti passaggi dalla capitale magiara. Per questo, prima di proseguire, è opportuno chiarire qualcosa su Logodi utca e per fare presto facciamo così: http://uk.search.yahoo.com/search?p=logodi+utca Ma prima di lasciare Logodi utca (per ritornarvi, in un altro appartamento, un paio d’anni dopo) feci un salto indietro a Pordenone per fare insieme a Dora il Consultorio telematico. Esattamente al passaggio dagli anni ottanta ai novanta nasce il primo servizio interattivo di consulenza medico-sessuologica in Italia (coinvolgendo come partner l’Aiecs di Milano per gli aspetti medici), sul Videotel Sip, secondo in Europa dopo il primo a Lilla sul molto più sviluppato Minitel francese. Mentre io mi occupo degli aspetti tecnici e grafici del sito 5737 ConTel, su sbuffanti Amstrad dell’epoca Dora Pezzilli svolge il servizio di consulenza medesimo e scrive i contenuti del sito - ora da lungo sepolto col sistema Videotel stesso -, che sono stati recuperati e archiviati da Alessandro Depetro nel nuovo sito del mio nuovo editore Studi Pezzilli.
AUTOBIOGRAFIA DI ROBERTO GRANZOTTO: 1985-89
Non avendo evidentemente niente di meglio da fare, in provincia di Treviso faccio il Partito radicale. Mi aggrego a un piccolo nucleo di Treviso - Manuela Zuccarello e il suo compagno Giorgio Cossu, il fedelissimo Michele Pavan e il tesoriere-finanziatore Livio Casale, l’unico coi soldi - e il talento si vede subito: segretario dell’Associazione disarmo e giustizia di via Tommasini e in provincia si schizza subito al record di quasi cento iscritti con produttività di 3-4000 firme a referendum, cifre senza precedenti. A Conegliano scopro che i principali esponenti storici del Gruppo ecologico, cioè la consulta di associazioni ambientaliste, sono radicali: Adriano De Stefano, Leon Pinese, Giandomenico Beltrame. L’ispirazione radicale dell’epoca era molto ambientalista. Tra i referendum c’era il nucleare e più in generale c’era in atto l’operazione di mettere in piedi i verdi. La stessa Zuccarello diverrà consigliere provinciale dei verdi a Treviso, forse lo è ancora, o forse ha lasciato la politica quando ha avuto bambini. De Stefano è ancora splendidamente attivo come lega anticaccia (ma anche sui recenti referendum) e in quanto tale bestia nera dell’orrido presidente leghista Zaia. La parte più orientale e remota della provincia era da me controllata tramite Bruno Volpi ed Elisabetta Grosso, strana coppia di insegnanti cugini conviventi che ho sempre sospettato incestuosi ma non ne ho mai avute le prove, e che dovrebbero essere ancora in giro negli ambienti radicali di quelle parti. Il mio giro di amici privati, molti dei quali comunque inevitabilmente coinvolgo nelle iniziative politiche, ruota attorno a Radio Base 81, quella alternativa delle tre radio locali di Conegliano, oggi credo del circuito Radio Popolare. Alla radio conduco trasmissioni innovative quali... le interviste per strada à la Dentamaro e... la rassegna stampa. Come Dr Cornacchione sono un DJ piuttosto popolare anche con una trasmissione dalle 22 alle 24 dove dispenso notizie, opinioni, consigli e ottima musica rock, punk, dark e cantautori italiani. Sessualmente scopo Mario a Padova e Giovanna a Conegliano, la procuratrice legale dei tossici, che aveva le tette molto grandi ma era anche di costituzione piccolina, per cui sembravano enormi. Giovanna e’ una donna meridionale con una personalità molto spiccata che in modo inquietante richiama vagamente colei la quale, invece, frequentando le riunioni radicali con Emilio Vesce nel nord-est, conobbi a Venezia nel tardo 1987 per rivoluzionare le rispettive esistenze, la donna che aspettando con pazienza arrivasse finalmente questo punto dell’autobiografia ha già preparato l’equivalente di una Bibbia di invettive e improperi pronti da rovesciarmi addosso nel forum. Dora Pezzilli. Con Dora convivemmo per quattro anni a Pordenone nella montana via Monte Pelmo, la marittima via Lignano e infine, dove lei ancora abita tuttora, in via, ahinoi, Goldoni.
Commediografo italiano nato a Venezia nel 1707, Carlo Goldoni lascia la sua carriera giuridica per il teatro, raggiungendo il primo successo nel 1734 con la tragedia Belisario. All'età di quarantun'anni entra a far parte, come poeta drammatico, nella compagnia di Gerolamo Medebac di Venezia, rappresentando la sua prima commedia scritta interamente, La donna di Garbo (1743). Per la stessa compagnia e per il Teatro Sant'Angelo, il Goldoni scrisse numerose commedie, attuando quella riforma parzialmente cominciata nel 1738 con il Momolo cortesan. Con tale riforma, esposta nel Teatro Comico nel 1751, l'autore si propone di restituire dignità letteraria al teatro contrapponendo alle buffonesche improvvisazioni della commedia dell'arte il brioso e garbato studio dei costumi della sua commedia di carattere. Prendendo spunto dalla vita quotidiana ne rinnova la trama facendo uso di un linguaggio che evidenzia l'aspetto realistico delle situazioni create dai suoi personaggi oramai privi di maschere. Nel 1762 si trasferisce a Parigi a dirigere la Commédie Italienne; fu poi insegnante di italiano alle figlie di Luigi XV. Morirà a Parigi nell'anno 1793.
Mi insediai in via Monte Pelmo da Dora Pezzilli e le sue figlie primogenita Antonella, futura signora Spolaor-Dentamaro, e Francesca. La cosa è un po’ weird perché Anto è solo un anno più giovane di me, che ne ho 22, per cui verrebbe da pensare che... invece il menage a quatre funziona tranquillo - io dormo con Dora e loro nelle rispettive camerette - a parte una volta che Antonella ci tiene a mostrarsi nuda e io lì per lì non capisco il perché: infatti non ha le tette. A rifletterci bene, che senso ha vedere una donna nuda se non ha le tette? Beninteso, Antonella era ed è unanimemente ritenuta una bella giovane signora, per di più mi spiegava Gaetano che con la maternità le sono cresciute delle belle tette. Me ne sono felicitato per lui. Ricordo anche che rimasi impressionato dalla fritola molto pelosa, sia per estensione che per densità della foresta, but then again, suppongo che adesso il marito la decespugli periodicamente. Pensavo molto ad Antonella in questi giorni perché lo scorso w-e a una festa di italiani ho incontrato casualmente Bruno, il fidanzato di Antonella prima che lei conoscesse Gaetano. Vive a Londra praticamente da subito dopo che si lasciarono. Ha fatto il master qui e da 12 anni fa l’avvocato nella City ma ha appena comprato una palazzina a Kensington Gardens e mi spiega che il segreto è semplicissimo: basta guadagnare il doppio della propria età, in migliaia di sterline, dai 20 ai trent’anni, e il triplo dai 30 ai quaranta, e così via esponenzialmente. In questa maniera, con gli opportuni investimenti immobiliari, lui può annunciarmi orgoglioso che leggerò il suo nome nella prossima classifica del Times dei 500 più ricchi nel Regno unito. Mi chiede io come me la passo, per cambiare discorso gli parlo di Antonella.
- Antonella ha sposato un alto diplomatico della Farnesina, ha una vita sociale molto intensa. La si può intercettare fare la Spola sul corridoio Brussels-Montecarlo via Ginevra e Strasburgo. L’ho vista proprio la settimana scorsa nuda in spiaggia a Cannes. Adesso ha le tette. Se avesse saputo che ti avrei incontrato!
Quando Rippa scinde il partito a Genova porta con se’ i radicali di Napoli, Bari e, curiosamente, del Friuli. Tra loro Dora Pezzilli e il suo compagno co-fondatore dei consultori Aied di Pordenone e Udine, il consigliere comunale eminenza verde Mario Puiatti che ne gestisce l’amministrazione mentre Dora vi è stata l’ostetrica degli aborti e ne è la sessuologa psicoterapeuta berniana. Non avendo evidentemente niente di meglio da fare, come a Treviso anche a Pordenone armato dello strumento principe e supremo del conquistatore, il tabultato storico del tesoro romano, anche stavolta (ma in quanto tesoriere dell’Associazione per le libertà e l’antiproibizionismo, i compagni trevigiani erano delusi dalla mia defezione e ce l’avevano un po’ con la Pezzilli, ma io ero animato dalla priorità di schiacciare l’aborrita eresia) faccio in un anno il partito in un’intera provincia, popolata un terzo ma con stessa produttività di 3-4000 firme, col doppio gusto di dare fastidio a Puiatti (che per la verità fa altrettante firme e quindi grazie alla competizione da una cittadina di cinquantamila abitanti come Pordenone arrivano a Roma cifre di firme relativamente mostruose). Non resta che coordinarsi con Trieste per marciare da due direzioni su Udine e riconquistare l’intero Friuli sotto il rito pannelliano romano. Sulla sede di Trieste convergono compagni soprattutto di Firenze, ma ricordo anche Rene’ Andreani da Genova, perché ci sono le elezioni regionali ma soprattutto perché sono gli anni in cui iniziano le operazioni in ex Yugo. Da Trieste si gestiscono gli invii postali agli indirizzi copiati nel pc dagli elenchi telefonici sottratti oltre confine (la prima cosa da fare in ognuno dei paesi dove poi siamo andati), si organizzano le azioni dimostrative nonviolente, si monitora la stampa nelle lingue slave, ci si coordina con Roma sull’attività politica quotidiana. In questo senso Trieste è la prima sede radicale “all’estero”, se si eccettua per ovvi motivi Brussels: intendo la protosede del futuro trans. Il primo viaggio a Budapest avviene con Dora nell’estate 1988, per turismo. Ricordo, al ritorno, un particolarmente piacevole amplesso sul cofano della sua Polo in una boscaglia in mezzo alla puszta non lontano dal Balaton. Quella volta si era con la sua Polo, ma ero più spesso con la mia Moskvich giardinetta verde, la “Volvo sovietica”, con la quale era imbarazzante girare per Budapest perché al semaforo gli indigeni in Trabant anelanti una Golf ridevano sguaiatamente alla targa occidentale su una macchina russa. Una volta eravamo in sei - non sono sicuro ma probabilmente Dora, Massimo Lensi, Andrea Tamburi, Olivier - quindi Sandro Ottoni dovette adattarsi a viaggiare nel “baule”, quello spazio dove solitamente viaggiano il pastore tedesco o i bagagli in una station wagon, e non lo vidi mai così imbarazzato. Col Toshiba portatile di Sandro, nell’agosto del 1989 realizzai da Logodi utca il primo collegamento dall’Est alla neonata Agorà telematica. Era appena caduto il muro di Berlino ed erano già passati quattro mesi dal congresso di Budapest, che avevo avuto l’onore di essere chiamato ad aiutare organizzare. A Budapest, con grande gioia di alcuni di noi per la vicinanza alle terme del Geller, ma per la disgrazia del lettore, eravamo inizialmente alloggiati nella foresteria di Bartok Bela ut.
Musicista ungherese, Bela Bartok nacque a Nagyszentmiklos nel 1881. Questo compositore, tra i più grandi del secolo, è noto per le sue ricerche folkloristiche; il materiale raccolto in viaggi attraverso le terre Balcaniche si trova in un interessante volume di saggi. Scrisse sei quartetti, l'opera "Il Castello di Barbablù", "Balletti"," Una sonata per due pianoforti" e "Percussione", "Microkosmos" e altri 150 e più pezzi per pianoforte, varia musica da camera, tre Concerti per pianoforte e Orchestra, un Concerto per Orchestra e molte altre opere. Muore a New York nel 1945.
Dopo il congresso però, dai risultati del quale fu chiaro che saremmo rimasti a Budapest per organizzare da lì il trans all’Est, la foresteria si trasferisce nella mitica Logodi utca, dove anni più tardi Olivier avrebbe trovato sistemazione definitiva e quindi io avrei soggiornato nei miei frequenti passaggi dalla capitale magiara. Per questo, prima di proseguire, è opportuno chiarire qualcosa su Logodi utca e per fare presto facciamo così: http://uk.search.yahoo.com/search?p=logodi+utca Ma prima di lasciare Logodi utca (per ritornarvi, in un altro appartamento, un paio d’anni dopo) feci un salto indietro a Pordenone per fare insieme a Dora il Consultorio telematico. Esattamente al passaggio dagli anni ottanta ai novanta nasce il primo servizio interattivo di consulenza medico-sessuologica in Italia (coinvolgendo come partner l’Aiecs di Milano per gli aspetti medici), sul Videotel Sip, secondo in Europa dopo il primo a Lilla sul molto più sviluppato Minitel francese. Mentre io mi occupo degli aspetti tecnici e grafici del sito 5737 ConTel, su sbuffanti Amstrad dell’epoca Dora Pezzilli svolge il servizio di consulenza medesimo e scrive i contenuti del sito - ora da lungo sepolto col sistema Videotel stesso -, che sono stati recuperati e archiviati da Alessandro Depetro nel nuovo sito del mio nuovo editore Studi Pezzilli.
Granzotto PI e il caso Unabomber - Epilogo -
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché. “Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano.
Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola: “Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché. “Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano.
Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola: “Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
Conegliano, 3 settembre 2002. La foschia ritardava a rintanarsi nelle valli tra le dolci colline del coneglianese, sfumando i contorni del castello di Collalto là oltre la scuola di enologia fuori dalla finestra dell’ufficio del capitano De Stefano, sul cui umore quelle languide mattinate di mezza stagione producevano l’effetto di una struggente malinconia e lo inducevano a meditare sulla vacuità della natura umana.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo. “Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo. “Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata: “e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava.
Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava.
Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Pordenone, domenica 1 settembre 2002. Dopo il congresso radicale inter-regionale appena conclusosi all’hotel Moderno, il segretario nazionale Daniele Capezzone e quello provinciale Stefano Santarossa, insieme alle altre undici personalità che rappresentavano la crème del gotha dell’intellighentsia radicale veneto-friulana del tardo ventesimo secolo, erano riuniti nella pizzeria Gambrinus, a pochi passi dal tribunale in cui la procuratrice legale Elena De Rigo aveva a lungo praticato il foro con l’avvocato Paolo Mazza prima di divenire pretore a Conegliano, dove avrebbe fatto sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano De Stefano.
Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.
E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero: “Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.
E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero: “Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Granzotto e Unabomber - Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione.
La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Bob Granzotto PI e il caso Unabomber
Roberto Granzotto PI e il caso Unabomber - Il capitano De Stefano era un cinquantenne asciutto che si teneva in forma amando la natura. Acuto osservatore della realtà sociale del territorio, con un po’ più d’ambizione avrebbe potuto diventare comandante della legione di Padova, ma si trovava meglio nella tranquilla cittadina di campagna, dove sapeva risolvere col buon senso molte dispute di recinzione o di campanile che avrebbero altrimenti fatto perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrava grata facendo sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano. Proveniente da una famiglia che serviva l’Arma da due secoli, il comandante dei carabinieri di Conegliano si era però adeguato ai tempi con uno spirito liberale che non mancava mai di lasciare stupefatti i benpensanti perbenisti della bigotta cittadina veneta. De Stefano aveva istruito i suoi uomini a non perdere tempo con gli innocui fumatori di spinelli per concentrarsi invece sulla gente che andava in giro pericolosamente armata. Mai si erano visti prima, infatti, cacciatori ammanettati e scortati nel cellulare, i fucili sequestrati, per essere stati colti in flagranza di reato con delle specie protette nel carniere. Né si era mai vista così tanta gente di tutte le età oziare sulla gradinata degli Alpini che conduceva nella centrale piazza Cima, fumando tranquillamente cannabis senza essere arrestata e condotta a far perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrava grata facendo sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano.
Roberto Granzotto PI e il caso Unabomber - Il capitano De Stefano era un cinquantenne asciutto che si teneva in forma amando la natura. Acuto osservatore della realtà sociale del territorio, con un po’ più d’ambizione avrebbe potuto diventare comandante della legione di Padova, ma si trovava meglio nella tranquilla cittadina di campagna, dove sapeva risolvere col buon senso molte dispute di recinzione o di campanile che avrebbero altrimenti fatto perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrava grata facendo sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano. Proveniente da una famiglia che serviva l’Arma da due secoli, il comandante dei carabinieri di Conegliano si era però adeguato ai tempi con uno spirito liberale che non mancava mai di lasciare stupefatti i benpensanti perbenisti della bigotta cittadina veneta. De Stefano aveva istruito i suoi uomini a non perdere tempo con gli innocui fumatori di spinelli per concentrarsi invece sulla gente che andava in giro pericolosamente armata. Mai si erano visti prima, infatti, cacciatori ammanettati e scortati nel cellulare, i fucili sequestrati, per essere stati colti in flagranza di reato con delle specie protette nel carniere. Né si era mai vista così tanta gente di tutte le età oziare sulla gradinata degli Alpini che conduceva nella centrale piazza Cima, fumando tranquillamente cannabis senza essere arrestata e condotta a far perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrava grata facendo sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano.
Toc toc. Il brigadiere Polesel fece capolino nell’ufficio sobriamente arredato del capitano, che se ne stava spaparanzato in poltrona, sorseggiando un digestivo, intento a godere la siesta e la vista di un magnifico albero dalla finestra aperta su un soleggiato ma fresco pomeriggio settembrino senza crimini.
“Capità, ce sta er su’ amico infesticatore vibrato, Granzuto”.
“Chi? Ah, l’investigatore privato Granzotto! Lo faccia passare, lo faccia passare!” sorrise De Stefano pregustando il supplemento di buonumore che gli avrebbe portato il vecchio amico, e aggiunse prontamente:
“Polesel, mi dica, abbiamo mica sequestrato della cannabis recentemente?”
“Capità, avete dato voi dispusiziuni di nun seguestrare ‘a canna... ‘a canna bis, como dite voi”
“Vabbe’, ma non ne teniamo una piccola riserva per gli ospiti?” si adombrò De Stefano irrigidendosi sulla sedia in un aspetto minacciosamente marziale.
“Capità, ma pe’ voi sempre!” sorrise Polesel da un’orecchio all’altro, felice di poter rendere un servigio all’ufficiale, e scomparve nella camerata a rintracciare un partita di erba che era la fine del mondo. Nello stesso istante, con un fruscìo di mantello degno di un supereroe, si stagliò nella cornice della porta la figura elegante e imponente di Roberto Granzotto, la tesa del cappello Borsalino ad attenuarne l’intensità dello sguardo e le braccia già generosamente protese verso l’abbraccio del compagno di tante avventure, di tante indagini dai metodi talvolta poco ortodossi per non far perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrava grata facendo sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano.
Roberto Granzotto era un aitante giovanotto che somigliava straordinariamente, nell’aspetto fisico e nella velocità di pensiero, all’esponente radicale Marco Cappato, tanto che questi era ormai più noto come il Roberto Granzotto di Vedàno al Lambro. Contrariamente a quanto molti supponevano, il titolo “PI” di cui si fregiava con orgoglio non stava a significare “Private Investigator” come il Magnum o altri detective televisivi, ma più semplicemente “Perito Industriale”. Impegnato però a dividere il suo tempo tra il paracadutismo e l’epistemologia, di perizie Granzotto ne aveva fatte ben poche in vita sua, e quando ne aveva bisogno una, come quel giorno, la chiedeva per favore al nucleo scientifico comandato da De Stefano, che stavolta era veramente meravigliato.
Roberto Granzotto era un aitante giovanotto che somigliava straordinariamente, nell’aspetto fisico e nella velocità di pensiero, all’esponente radicale Marco Cappato, tanto che questi era ormai più noto come il Roberto Granzotto di Vedàno al Lambro. Contrariamente a quanto molti supponevano, il titolo “PI” di cui si fregiava con orgoglio non stava a significare “Private Investigator” come il Magnum o altri detective televisivi, ma più semplicemente “Perito Industriale”. Impegnato però a dividere il suo tempo tra il paracadutismo e l’epistemologia, di perizie Granzotto ne aveva fatte ben poche in vita sua, e quando ne aveva bisogno una, come quel giorno, la chiedeva per favore al nucleo scientifico comandato da De Stefano, che stavolta era veramente meravigliato.
“Roberto, che cosa ti ha indotto a riaprire l’indagine dopo sette anni?”
“Un terribile sospetto, Adriano. Una folgorazione totalmente inaspettata, che non riesco a scacciare dalla mente finché non l’avrò appurata, anche se preferirei di no”.
“In pratica hai solo bisogno di sapere dal laboratorio se le impronte digitali su questo bicchiere corrispondono a quelle rinvenute sulle bombe inesplose. Ma se Unabomber avesse usato dei guanti, come è probabile, nel confezionarle?”
“Allora fai fare il DNA. Ci dovranno pur essere tracce di saliva, sul bordo del bicchiere, forse anche una piccolissima pellicina del labbro screpolato. E poi qui, vedi dove è appiccicoso, una striscia di cappero quando ha ripreso il bicchiere dopo essersi messo le dita nel naso”.
“Va bene, ma se non c’è DNA sulle bombe inesplose, come lo confrontiamo?” De Stefano giocava all’avvocato del diavolo. Avrebbe certamente aiutato Granzotto, ma cercava di capire di chi sospettasse e perché non volesse confidarglielo.
“Dobbiamo provare, Adriano, dobbiamo assolutamente dissipare ogni dubbio”.
“La richiesta di riesame dei reperti insospettirà il magistrato” insistette sulla stessa linea il capitano, blandamente infastidito dal non venire messo a parte di quanto frullava nella testa dell’amico.
“Andiamo Adriano, sappiamo bene entrambi che puoi usare qualche scorciatoia - sorrise Granzotto maliziosamente - inutile far perdere tempo al pretore De Rigo, la quale se ne dimostrerà grata facendo sempre la spesa nel negozio...”
“Va bene, va bene, ho capito” lo interruppe bruscamente De Stefano abbandonando lo spinellone ad estinguersi nel portacenere con un gesto rassegnato che rappresentava l’averla data vinta a Granzotto senza essere riuscito a tirargli fuori niente in cambio, e convocò Polesel per fargli portare il bicchiere al laboratorio.
Da circa dieci anni ormai il cosiddetto “Unabomber”, il misteriosissimo micro-dinamitardo che cela i suoi dispositivi esplosivi nelle confezioni apparentemente innocue dei prodotti di largo consumo in vendita nei supermercati, faceva impazzire gli inquirenti che non riuscivano a dargli un nome e catturarlo. Neppure la sofisticatissima mente del criminologo numero uno era riuscita a venire a capo del caso, l’unico che Roberto Granzotto non avesse ancora risolto e che perciò lo tormentava tanto. C’era stato un tempo, sei anni prima, dopo il decimo attentato, in cui Granzotto credeva di avercela fatta. Tutto sembrava quadrare, o per meglio dire tutto sembrava ruotare attorno ad un individuo fortemente indiziato, al quale Granzotto era risalito studiando minuziosamente i dettagli degli attentati. I primi due ebbero luogo nel 1993 ad Aquileia e Latisana, lungo la stessa autostrada che passava da Portogruaro e sul cui monotono, rettilineo tracciato la polizia stradale aveva fatto diverse multe per eccesso di velocità ad un automobilista alla guida di una potente Volvo. Gli avvistamenti del bolide lanciato sulla corsia di sorpasso, e date e orari delle relative multe, coincidevano con gli attentati. Qualche infrazione al codice della strada non bastava però per incastrare il portogruarese Armando Dreon, appena rientrato dalla Svezia dopo avervi trascorso vent’anni a lavorare nell’industria pornografica, ma bastò ad attirargli forti sospetti e a farlo mettere sotto stretta e discreta sorveglianza. Dreon si dimostrò subito un tipo intraprendente, deciso a darsi alla politica nelle file dei radicali friulani, che cominciò a frequentare assiduamente l’anno successivo, il 1994, quando gli attentati si spostarono con lui nel pordenonese. Il 12 marzo nel capoluogo, il 21 agosto a Sacile, il 17 dicembre ancora a Pordenone e il giorno dopo ad Aviano: in tutte queste occasioni Dreon viene visto nei paraggi, talvolta filmato dalle telecamere a circuito chiuso dei supermercati colpiti. Stessa storia nel 1995. Dreon continua la sua attività politica partecipando a riunioni radicali in coincidenza delle quali avvengono esplosioni negli stessi luoghi: il 5 marzo ad Azzano X, il 30 settembre e primo ottobre nuovamente a Pordenone. Nell’agosto del 1996, Dreon è in vacanza al mare quando “Unabomber” colpisce a Bibione e Lignano. Per l’opinione pubblica è troppo, l’industria turistica teme la fuga dei tedeschi, la polizia sotto pressione non ha prove ma ha un capro espiatorio: Dreon viene arrestato con grande clamore e condannato in tutta fretta a dieci anni di galera. Per dimostrare la sua innocenza non gli resta che sperare che il vero colpevole colpisca ancora e presto, ma questi se ne guarderà bene, trattenendo il suo implulso dinamitardo per confermare la colpevolezza di Dreon e rimanere impunito mentre si placano le acque e il caso viene archiviato.Ma Granzotto non è per niente impressionato. Una tecnica simile era già emersa nel caso del mostro di Firenze e in tanti altri: è tipica delle menti criminali che colgono l’opportunità per fermarsi per un po’, consapevoli di averla fatta franca per un pelo fino a quel momento. Granzotto è un raffinato criminologo che non deve affannarsi ad accontentare il popolino con un capro espiatorio. Sa che Dreon è innocente, ma non può provarlo, e invero non ne è neppure ansioso: “uno che guida così” - ragiona Granzotto - “tutto sommato è meglio che stia in galera”.
Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione. La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Passati quattro anni, però, nel 2000 Dreon viene rilasciato in libertà provvisoria per buona condotta grazie ad un bravo avvocato liberale veneto, un tale Beppi Lamedica conosciuto anche, per via del suo aspetto luciferino, come l’Ignazio La Russa di Riese Pio X. Tra i due scocca subito una scintilla di amore e odio in una intensa relazione che si estende oltre gli aspetti di consulenza professionale in relazione al caso, per trascinarli entrambi nel vortice passionale della politica. Con Dreon anche Granzotto e talvolta perfino il capitano De Stefano partecipano ogni mercoledì alle riunioni di Veneto Liberale nel ristorante “Anita” di Castelfranco, ascoltando l’Ignazio La Russa di Trebaseleghe scatenare la sua arte retorica in auliche orazioni che ipnotizzano gli astanti. Ma come se una maledizione lo perseguitasse, al rilascio di Dreon coincide la ripresa degli attentati: il 2 marzo a San Vito al Tagliamento, il 6 luglio ancora a Lignano in piena stagione estiva, il 7 novembre proprio a Portogruaro, e un anno dopo a Motta di Livenza, di poco dentro la provincia di Treviso. Tutto sembra puntare ancora contro Dreon, ma Granzotto non è per niente convinto. All’indomito segugio del Piave non tornano i conti: se infatti fosse Dreon il colpevole, dovrebbe recarsi nei supermercati oggetto degli attentati il giorno prima per sostituire la merce con i suoi ingannevoli ordigni, ma non il giorno stesso. Dreon invece arriva quasi sempre poco prima o poco dopo l’esplosione e paradossalmente sembra perfino fortunato nel non rimanere ferito egli stesso come vittima, più che come esecutore, considerata la frequenza di sistematica coincidentalità nel trovarsi presente o nei paraggi ad ogni esplosione. La polizia brancolando nel buio non cava un ragno dal buco nell’acqua in cui non sa che pesci pigliare, e anche Granzotto è piuttosto perplesso: come un supercomputer il suo cervello non si da tregua, ma neppure la sua intelligenza superiore riesce a risolvere il mistero. Giacché è innegabile che, sia pure innocente, ma in tutta la vicenda Dreon deve per forza c’entrare qualcosa.
Pordenone, domenica 1 settembre 2002.
Dopo il congresso radicale inter-regionale appena conclusosi all’hotel Moderno, il segretario nazionale Daniele Capezzone e quello provinciale Stefano Santarossa, insieme alle altre undici personalità che rappresentavano la crème del gotha dell’intellighentsia radicale veneto-friulana del tardo ventesimo secolo, erano riuniti nella pizzeria Gambrinus, a pochi passi dal tribunale in cui la procuratrice legale Elena De Rigo aveva a lungo praticato il foro con l’avvocato Paolo Mazza prima di divenire pretore a Conegliano, dove avrebbe fatto sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano De Stefano. Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero:
“Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata:
“e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava. Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Dopo il congresso radicale inter-regionale appena conclusosi all’hotel Moderno, il segretario nazionale Daniele Capezzone e quello provinciale Stefano Santarossa, insieme alle altre undici personalità che rappresentavano la crème del gotha dell’intellighentsia radicale veneto-friulana del tardo ventesimo secolo, erano riuniti nella pizzeria Gambrinus, a pochi passi dal tribunale in cui la procuratrice legale Elena De Rigo aveva a lungo praticato il foro con l’avvocato Paolo Mazza prima di divenire pretore a Conegliano, dove avrebbe fatto sempre la spesa nel negozio gestito dalla moglie del capitano De Stefano. Questi l’accompagnava insieme al brigadiere Polesel, pure lui un fanatico dei radicali e di Capezzone in particolare, davanti al quale, in una delle sue rarissime uscite pubbliche, sedeva a capotavola come una matrona la sessuologa ebreo-cattolica Dora Pezzilli. Tra i due sedevano la di questa figlia primogenita avuta in Moldavia, l’affascinante dirigente radicale Antonella Spolaor, detta la Sarah Jessica Parker di Roveredo in Piano, accompagnata dall’influente editore “di area” Mauro Suttora, meglio noto come lo Hugh Grant di Zibido San Giacomo. E a dimostrazione che il settore dei media era saldamente in pugno a Torre Argentina, spiccavano il tycoon televisivo Gigi Di Meo, che aveva apprezzato e cominciato a frequentare gli ambienti radicali 14 anni prima - quando un militante di cui non si dice il nome aveva dimenticato un tocco di fumo negli studi della sua emittente locale TelePornoEden -, insieme al magnate australiano dei media John Fischetti, crudelmente soprannominato dai suoi invidiosi detrattori l’“emendamento a rotelle” per le mozioni d’ordine con cui sapeva abilmente ribaltare gli esiti dei congressi di partito.E c’erano naturalmente Dreon, Granzotto e Lamedica, ancora lanciato ad arringare la platea col suo erudito eloquio da Ignazio La Russa di Camposampiero:
“Quello che abbiamo in Italia è un solo partito con due nomi: democristiani di centro-destra e democristiani di centro-sinistra, entrambi controllati dagli ammuffiti conglomerati bancario-industrial-sindacali che oliano il processo politico e offrono agli elettori la scelta tra due leader che sono uguali in tutto e per tutto tranne che per differenze cosmetiche!”
Furono proprio i tuoni e fulmini di Lamedica, l’Ignazio La Russa di San Martino di Lupari, a far scattare una scintilla nella mente vulcanica del detective santalucese, mentre la conversazione si sviluppava amabilmente. Ad un cenno convenuto di Capezzone, la Spolaor si rivolse a Suttora, seduto alla sua destra, lasciandogli indovinare il capezzolo sinistro nella camicetta sbottonata:
“e dimmi, Mauro, tesoruccio, intendi dare ampio risalto a questo congresso?”
“Sto pensando di dedicargli un numero speciale di Tett..., ahehm, Sette, il supplemento del Corriere della sera, con una grossa erez..., ahehm, tiratura di un milione di copie” lasciò trapelare con noncuranza il padrone di via Solferino.
“E dimmi John, amoruccio, voi di News Corp?” si volse Spolaor verso Fischetti alla sua sinistra, lasciandogli intravvedere il capezzolo destro nella sempre più ampia scollatura.
“Noi lo speciale lo facciamo del Sun, tre milioni e mezzo di copie” - Fischetti distolse lo sguardo dal capezzolo per spiare l’invidia di Suttora - “in omaggio col Times, e apriamo anche un nuovo canale via satellite, Sky-Telezzone, con Capezzone in diretta 24 ore su 24, comprese le quattro che dorme”.
Fingendo di voler farsi accendere una sigaretta, con calcolata lascìvia la Spolaor si sporse allora verso Di Meo, davanti a lei dall’altra parte del tavolo, sventolandogli sotto il naso il capezzolo centrale: “E voi di TelePornoEden, Gigetto adorato?”
“Registriamo mezzo minuto con Santaross...”
“Santarossa non è mio parente e tantomeno mio genero! Io non lo conosco, qui nessuno è mio parente, voi non siete più miei parenti e Santarossa è un moccioso imbranato! Mauro, bel maschione, lo sai che la mia Antonella qui presente è ancora illibata? Non ci far caso alle voci che è sposata, non è vero, io non ho più parenti, e poi che te ne frega anche se è sposata, sarai mica diventato moralista? Tieni qui le chiavi della baita a Madonna di Campiglio, andate a divertirvi ragazzi, sù dai, che ai contraccettivi ci penso io come l’altra volta. A proposito Elena, tesoro, ma cos’è ’sta storia che ho sentito dire, o forse l’ho letto da qualche parte, che hai praticato il foro con Paolo Mazza?!”
Dora Pezzilli stava animando la serata, ma Granzotto rimaneva pensieroso, studiando i convenuti e rimuginando sul caso. Piano piano, con una sensazione di angoscia crescente, i tasselli del mosaico si ricomponevano nella sua materia grigia di elevato peso specifico, e ad un tratto il quadro gli fu spaventosamente chiaro. Unabomber era proprio lì, quella sera e a quel tavolo, una o uno dei dodici altri commensali, o nove escludendo Dreon e i carabinieri. Ora tutto combaciava perfettamente, aveva solo bisogno della controprova, ma lì per lì non disse niente a De Stefano. Attese invece la fine della cena, il brindisi a Capezzone, e uscì per ultimo prendendo senza farsi vedere un bicchiere rimasto sul tavolo, il bicchiere usato dall’insospettabile ma sospettosa persona che sospettava. Come sappiamo, il mattino del giorno seguente portò il bicchiere a De Stefano, e quasi contemporaneamente Unabomber colpì al Mercatone Emmezeta di Pordenone.
Conegliano, 3 settembre 2002.
La foschia ritardava a rintanarsi nelle valli tra le dolci colline del coneglianese, sfumando i contorni del castello di Collalto là oltre la scuola di enologia fuori dalla finestra dell’ufficio del capitano De Stefano, sul cui umore quelle languide mattinate di mezza stagione producevano l’effetto di una struggente malinconia e lo inducevano a meditare sulla vacuità della natura umana.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo.
“Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché.
“Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano. Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola:
“Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
La foschia ritardava a rintanarsi nelle valli tra le dolci colline del coneglianese, sfumando i contorni del castello di Collalto là oltre la scuola di enologia fuori dalla finestra dell’ufficio del capitano De Stefano, sul cui umore quelle languide mattinate di mezza stagione producevano l’effetto di una struggente malinconia e lo inducevano a meditare sulla vacuità della natura umana.
“Eh sì, caro Roberto, così è la vita. Essere o non essere?, scriveva Shakespeare, essere o avere?, gli replicava Fromm, che rispondeva sempre con una domanda. E io qui ed oggi ti dico, caro Roberto: avere o non essere? Interisti o milanisti? Democratici o nonviolenti? Bisessuali o transessuali? Cappato o Capezzone?”
Con una mano grattandosi il pizzetto ingrigito, il capitano posò l’altra sulla spalla dell’amico seduto al centro della stanza nella spasmodica ma contenuta attesa di Polesel coi risultati del laboratorio. Neanche la mente più maliziosa avrebbe potuto vedere in quel gesto niente di più che una mutua forma di conforto contro la solitudine dell’individuo nell’universo. Non sempre Granzotto capiva di cosa De Stefano gli parlasse in quei suoi cronici momenti di abbandono alla filosofite maniaco-depressiva. Il capitano possedeva l’intelligenza riflessiva del consumato giocatore di scacchi, deformata per di più da un’esperienza professionale che lo aveva portato a vederne di tutti i colori. Il detective Granzotto era invece più dotato dell’intelligenza dinamica dell’uomo d’azione. Così come la mano del capitano era posata sulla spalla di Granzotto, sulla spalla del capitano venne a posarsi un piccione entrato dalla finestra, proprio sulla mostrina di quella divisa che incuteva timore agli uomini ma non all’innocente uccelletto, rassicurato dal percepirvi battere sotto il cuore di un San Francesco contemporaneo.
“Porc!..” inveì De Stefano riavendosi improvvisamente dalla meditazione nel tentativo di agguantare l’irrispettoso volatile che gli aveva scacazzato sulla giacca scura una sbrodolata di guano in biancastro contrasto. Non era dunque un piccione qualsiasi: si trattava più probabilmente di un riuscito travestimento del dispettoso tenente Colombo.
Polesel entrò con i risultati del laboratorio. Li lessero insieme in silenzio. Purtroppo sancivano la correttezza della teoria granzottiana. Lo Sherlock Holmes di Santa Lucia di Piave aveva risolto un altro caso, il più difficile, ma questa volta non ne era per niente contento. De Stefano comprese la sua amarezza e lo congratulò senza eccessi di gioia.
“E così Dreon era davvero la vittima...”
“Sì. Era facile prevedere i suoi spostamenti perché le assemblee radicali sono annunciate pubblicamente. Quindi bastava piantare le bombette nei supermercati delle località dove Dreon si sarebbe recato, per aumentare la probabilità che esplodessero nelle mani dell’Armando”
“Un metodo un po’ contorto per eliminarlo...”
“Maldestro, Adriano, maldestro” - rispose l’enciclopedico Granzotto lasciando poi intendere la sua dimestichezza con l’esperanto – “e anche sinistro”
“Perciò si diede tanto da fare per ottenerne la scarcerazione?”
“Già, finché era dentro non poteva farlo fuori”
Non restava che procedere alla mesta incombenza dell’arresto. Sul sedile posteriore dell’Alfa guidata da Polesel, fu Granzotto a rompere il silenzio sulla domanda che aleggiava nell’aria: il movente, il perché.
“Ho una mia teoria: i suoi film pornografici. Guardandoli, non c’è maschio che non si senta umiliato dalle dimensioni del pene di Dreon, perfino io che sono superdotato”
“E’ davvero così spaventoso?” indagò il capitano.
“Una rarissima, patologica combinazione di lunghezza equina e diametro elefantiaco. Ti basti pensare che perfino Cicciolina si è sempre rifiutata di girare film porno con lui”
Varcando il ponte sul Piave si trovarono fuori dalla giurisdizione della pretura coneglianese, con parziale sollievo del capitano che avrebbe così risparmiato una brutta grana al pretore, la quale se ne sarebbe dimostrata grata continuando a fare la spesa nel negozio della moglie del capitano. Giunti sul posto, Polesel parcheggiò in una stradina laterale e si rivolse al superiore con una mano eloquentemente posata ad accarezzare la fondina della pistola:
“Capità, vulite che venco angh’io?”
“Non occorre, Polesel, sono certo che il reo non opporrà resistenza”
E non ci fu neppure bisogno di dire alcunché, quando questi aprì la porta di casa: dalle facce da funerale dei due vecchi amici, espressioni che trasudavano pena, incredulità e delusione, l’Ignazio La Russa di Carità di Villorba intuì che era tutto finito.
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