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The Polpetton Hash

Capitolo I - Il Polpetton

Il bavero dell'impermeabile rialzato, l'ispida barba incolta e gli spessi occhiali dalla montatura a professore di matematica, alle 22.19 di mercoledì 24 ottobre 2001 l'allampanato giornalista investigativo milanese scese dal puntualissimo intercity "Fogazzaro" alla stazione ferroviaria di Conegliano veneto.

Non era stato difficile, soltanto cinque ore prima in via Rizzoli, convincere il direttore ad inviarlo a intervistare i dissidenti radicali di Castelfranco veneto che come fastidiose zanzare punzecchiavano Marco Pannella con la loro trovata dei liberali veneti. "Bisogna pomparli per privare il satrapo mesopotamico del monopolio ideologico nell'area del pensiero liberale" era la linea politica del potente gruppo editoriale che possedeva l'influente settimanale Domani.

"Al diavolo i liberali veneti", pensò invece il giornalista oltrepassando la stazione di Castelfranco e pagando di tasca propria al controllore il supplemento per arrivare a Conegliano, un posto che stando alle informazioni pazientemente raccolte in mesi di certosino lavoro da infiltrato nei forum politici su internet, curiosamente brulicava di soggetti molto più interessanti sui quali investigare.

Era quella la bigotta e puttana pianura tra il Piave e il Tagliamento dove idealmente i pensiero liberale si apriva a ventaglio per abbracciare il vasto bacino di ribollore politico che da un lato scendeva oltre l'immalinconita Trieste ex mitteleuropea giù nei maledetti Balcani e dall'altro si spingeva oltre la primaverile Praga del '68 fino a disperdesi nelle sconfinate distese siberiane di hramoviana memoria.

Era da lì dove avrebbe cominciato l'indagine sui due roberti, liberi imprenditori federalisti enotecnici, che coi loro capitali tenevano saldamente in pugno il Partito radicale e se ne servivano come copertura per le loro losche attività mafiose transnazionali: Roberto Granzotto, l'ex pilota di formula uno fondatore del tentacolare impero finanziario Maletton, e Roberto Polezel, il quasi ingegnere elettronico che come il suo segretario Capezzone non si era mai laureato ma aveva fatto fortuna vendendo tecnologie robotiche ai terroristi australiani.

Un sogghigno luciferino illuminò il reporter al pensiero di come si sarebbe roso d'invidia il suo avversario di sempre, quel cremasco Sir Beppe che l'aveva umiliato con una carriera folgorante fin dai tempi della scuola, sempre primo della classe in inglese, come si sarebbe roso quando sarebbe finalmente uscito con straordinario successo il capolavoro del quale accarezzava da tempo un'idea per il titolo: "Polezel & Granzotto SRL".

A capo scoperto sotto una pioggerellina leggera, dal primo binario Mauro Suttora si diresse verso l'uscita alla ricerca dall'autista di taxi Zoppas, che non conosceva ma sapeva sostare davanti alla stazione e assomigliare molto al leader repubblicano nord-irlandese Gerry Adams.

Orietta Callegari, Polpetton - Capitolo II, La Lettera


A capo scoperto sotto una pioggerellina leggera, dal primo binario Mauro Suttora si diresse verso l'uscita alla ricerca dall'autista di taxi Zoppas, che non conosceva ma sapeva sostare davanti alla stazione e assomigliare molto al leader repubblicano nord-irlandese Gerry Adams.


Si fece accompagnare all’hotel, e lungo il tragitto non smise un momento di toccare la lettera che aveva in tasca. La sfiorava e sentiva i polpastrelli bruciare e un immaginario nodo alla gola gli impediva di deglutire, non aveva capito cosa stava succedendo e aveva fretta di arrivare nella sua camera per poter rileggere per l’ennesima volta quella dannata lettera. La pioggia continuava a scendere come una sciocca litania diabolica sul parabrezza e la danza feroce del tergicristallo dominava il suo respiro.


Finalmente nella camera dell’hotel, si rilassò e spiegò sulla piccola scrivania la lettera.


NELLA NOTTE DEI FOGLI SI PERDONO LE RIME DI UN POETA DISTRATTO CHE SCRIVE PERCHE’ AMA LE PAROLE.

NELLA NOTTE DEI FOGLI SI PERDONO LE RIME CHE NESSUNO HA MAI SCRITTO MA CHE LE PAROLE LEGGONO.


Ebbene signori, per cercare di concludere questo discorso che ormai va avanti da ben 7 righe, proporrei di sintetizzare in pochi punti i pensieri esposti dai vari teologi. In primo luogo mi sembra che tutti siamo d’accordo sul fatto che non siamo altro che un racconto. Questo è dimostrato dal fatto che siamo solo delle umili parole, formate da piccole lettere che, se messe insieme, formano frasi proprio come quella che sto pronunciando. Orbene, in un primo momento tutto sembrava chiaro ed evidente: infatti si leggeva che le rime (le parole) sono opera di un poeta (un autore) che scrive perché ama le parole (cioè noi). E per valorizzare questa prima ipotesi si disse che un autore deve esistere in quanto, altrimenti, la nostra esistenza non avrebbe alcun senso. Ma dalla terza riga cominciarono le polemiche. Non sto ad elencare tutte le varie correnti che sorsero dalla terza riga in quanto sarebbe troppo lungo, mi cimenterò piuttosto ad esporre la mia ipotesi che mi sembra del resto conclusiva. Io penso che un autore esista. Sono convinto inoltre che tutto ciò che noi parole esprimiamo non sia altro che il frutto della sua fantasia ..


Mi scusi se la interrompo! Ma quello che sta dicendo mi sembra alquanto assurdo ed improbabile, oltre che povero di contenuto e stupido, infatti da quanto lei dice si può dedurre che l’autore, se volesse, potrebbe, così senza motivo cominciare a cancell….”


Mauro Suttora fece un balzo all’indietro: “CHI, CHI, CHI sta cancellando quella dannata lettera” stava sudando paurosamente e un reflusso esofageo gli riportò in bocca il sapore del pesto “Che idea balorda” pensò “mangiare gnocchi al pesto a Conegliano veneto!” “Sto male, non mi sento bene, e non ho con me nemmeno una matita con la gomma” “CAZZO! CAZZO!” la lettera inesorabilmente continuava a cancellarsi sotto ai suoi occhi, non poteva pensare che a lui, Lui LUI!!! al vecchio potentissimo tiranno radicale … “forse è morto! Vuoi vedere che riesce a ..” “CAZZO! Il mio libro! Devo controllare il mio libro … tutte le copie del mio libro ..”


Una mostruosa flatulenza gli sconvolse i visceri, si precipitò in bagno e appena poggiò il suo flaccido deretano sulla liberatoria tavoletta il telefono prese a squillare.


Era quella militante del PRT, tal Rita Filippi, che aveva oltrepassato il ponte per abbandonare l’isola felice dove, incontrastato, dominava lui, Lui, LUI, il vecchio potentissimo tiranno radicale. Con un rantolo di voce gli disse che doveva trovarsi al caffè della Posta nella vecchia piazza del paese, l’indomani mattina.


Quando uno sbiadito sole, sbadigliando, lasciò filtrare i suoi raggi addormentati attraverso un leggera nebbia mattutina, Mauro Suttora si sedette al bar della Posta e ordinò una ricca colazione. Aveva già mangiato due cornetti e un cappuccino, quando un cannolo siciliano alla ricotta, guarnito di allegri canditi, attirò la sua attenzione e non sapendogli resistere ordinò una nuova colazione, intanto aspettava. Al tavolo vicino a lui, due giovani flirtavano in attesa dei loro caffè e leggevano complici un Millelire : “La felicità” di Seneca.


Mentre ingoiava voluttuosamente il cannolo pensando “anche questo è felicità” arrivò Rita che gli si sedette accanto e subito cominciò a parlare per metterlo al corrente di quanto di lì a poco sarebbe successo. Era ancora una bella donna, solare, piena di entusiasmo e voglia di fare; pensò alla sua nascosta orchidea e ne indovinò la fragranza che lo avvolse tutto e gli turò le orecchie, e poi ebbe una strana sensazione, come di mal di mare; guardava le labbra di Rita che rollavano ballando una musica silente, e davano il ritmo alla ricotta che ondeggiava dentro al suo stomaco. Stava fermo, immobile e respirava piano piano. Rita, che non aveva smesso un attimo di parlare, e che lui non riusciva a sentire, sembrava non si fosse accorta del suo momentaneo pallore e di quanto lui stesse male; i ragazzi invece lo stavano guardando e facendo finta di niente si nascosero dietro al libro.


E ancora una volta le parole si presero gioco di lui, “La felicità” si trasformò sotto ai suoi occhi, danzando al tempo delle labbra di Rita che non smetteva di parlare, in un lunghissimo ponte che si perdeva lontano.


La piazza andava riempiendosi di gente rumorosa e i Bla Bla arrivavano a Mauro Suttora ammortizzati, non riusciva a capire, ma sapeva che erano tutti imprenditori di zona, piccoli industriali con la fabbrichetta, tutti liberali di destra che aspettavano Qualcuno.


Non riusciva a distogliere lo sguardo dal ponte scaturito dalle parole e pensava che forse portava all’isola felice, dove il vecchio potentissimo tiranno radicale regnava incontrastabile, con una piccola minoranza di fedelissimi, a destra e a sinistra, che non lo avrebbero lasciato mai, e da dove, da sempre e per sempre, avrebbe lanciato i suoi ponti verso l’abominevole deserto di sinistra e la galattica discarica di destra.


Ed è pur vero, pensò, che ogni tanto, tra gli innumerevoli che attendevano al di là dei ponti, con una pazienza da far invidia anche al più fondamentalista dei buddisti, di vedere passare il suo cadavere, qualcuno, preso forse da un desiderio mai totalmente spento, percorreva palpitante e pieno d’ardore quei ponti per scoprire e godere il sapore della libertà. Ma durava sempre poco, immancabilmente gli squadroni della destra e della sinistra, inalberando i vessilli degli interessi e dei valori, se li venivano a riprendere al grido platonico di “Troppa libertà fa male!” facendogli ripercorrere a calci in culo, in disordine e senza speranza quel ponte che avevano, con tanto orgoglioso desiderio e tracotante coraggio, oltrepassato, e subito li facevano convinti che “mezza libertà è meglio” decidendo che ogni gruppo si sarebbe tenuto le sue peculiari libertà, e all’unanimità, che l’isola andava maggiormente allontanata per rendere sempre più difficile, a quel vecchio testardo, allungare i suoi ponti.


Ebbe un attimo di smarrimento “Che ci faccio qui?” si domandò, e poi si ricordò, “il libro!”, doveva pubblicizzare la vendita del suo libro, “si vive anche di pane!” pensò.


Orietta Callegari, Polpetton, capitolo II bis - Solo


Ebbe un attimo di smarrimento “Che ci faccio qui?” si domandò, e poi si ricordò, “il libro!”, doveva pubblicizzare la vendita del suo libro, “si vive anche di pane!” pensò.


Finalmente aveva digerito il cannolo, si sentiva bene. La piazza era affollata di gente, tra i quali molti amici, e Mauro S. pensò, distogliendo lo sguardo dai due giovani che se ne stavano andando, che mai niente lo aveva fatto sentire così “solo” come il bisbigliare piano di quei due, felici, l’uno all’orecchio dell’altro.


E la parola “solo” gli sorrise e si gettò dentro di lui e, come l’acqua con la farina, si impastò con la sua anima. Si alzò, e salutò Rita, si sentiva solo e aveva voglia di stare da solo.


SOLO!” pensò; proprio come doveva essersi sentito quel Pemo A. quando presentò la sua lista alle Elezioni On-Line, ultimo ponte lanciato dal vecchio salomonico tiranno radicale, per invogliare alla conquista dell’isola felice quanti, pur desiderandola, se ne stavano lontani per non aver a che fare con lui.


Camminava a passo svelto Mauro S., con l’intenzione di raggiungere la stazione, ma una leggera nebbia aveva cominciato ad avvolgere il paese, confondendo le case e le strade, e si sentì inghiottire dalla nebbia come catturato da un sogno. Strizzò gli occhi cercando di vedere lontano, e vide … vide Pemo nudo e selvaggio scorrazzare libero sull’isola felice.


Il ragazzo, scalpitante e irriverente, offriva l’immagine esatta del tormento giovanile e dell’ambizione senza limite e collegava l’istante di oggi con la storia passata, tanto cara al vecchio salomonico tiranno, che benevolo, ogni tanto, lo candidava, considerandolo comunque uno dei suoi figli, pur sapendo che aveva aderito, insieme a quelli “eternamente incazzati con lui, Lui LUI” e ad altri colpiti dalla sindrome “c’èpocademocrazia”, ad un altro partito radicale.


Mauro S. pensava a Pemo, solo ed infangato, quando si accorse di aver sbagliato strada. Infatti non era alla stazione, ma era davanti ad un castello, immerso in un verdeggiante giardino, ben curato con siepi all’inglese, e da dietro una di quelle siepi, spuntò fuori, con incedere elegante, trascinandosi dietro una lunghissima coda, un pavone!


Oltrepassando con lo sguardo quelle siepi e la sfida negli occhi del pavone, Mauro S. vide di nuovo Pemo, addormentato sotto alla luna.


Lo vedeva dormire il sonno tranquillo di chi è fedele solo a se stesso, mentre vipere gentili, sibilando al suo orecchio, cercavano di penetrare nel suo sogno; ma la luna lo proteggeva, e con i suoi raggi, dolcemente, gli inculcava il tarlo silenzioso del presentimento, e Libertà, che è UNA, premurosa come una madre, lo copriva con le sue ali.


Era solo nella nebbia, Mauro S., e ripensava alle copie del suo libro da vendere, e quando si mise tra le labbra una sigaretta, la debole luce del suo accendino illuminò un gigantesco cartellone pubblicitario che attirò la sua attenzione.


Polpetton, capitolo III

Era solo nella nebbia, Mauro S., e ripensava alle copie del suo libro da vendere, e quando si mise tra le labbra una sigaretta, la debole luce del suo accendino illuminò un gigantesco cartellone pubblicitario che attirò la sua attenzione. Incorniciato dai riccioli ribelli il faccione rubizzo di Roberto Granzotto campeggiava su 64 metri cubi di quel cartellone pubblicitario a rilievo. La mente affaticata dalle emozioni di Mauro si abbandono' a rievocare l'epoca in cui l'irresistibile ascesa del pasionario veneto era cominciata....

Per certi versi Roberto Granzotto lasciò Ginevra con le pive nel sacco. Correva il 7 aprile 2002 e tre giorni prima vi era arrivato per partecipare al XXXVIII congresso con la speranza di uscirne segretario del partito, forte dei sondaggi che negli ultimi mesi lo davano in costante ascesa. Ma non avrebbe mai potuto ottenere la maggioranza assoluta al primo ballottaggio senza l'appoggio del satrapo mesopotamico, il cui cinquanta per cento di voti gli era necessario per essere legittimato da una maggioranza forte.

Dovette accettare di malavoglia il compromesso impostogli dal grande vecchio: accontentarsi della direzione dei soli radicali italiani, un tempo sì glorioso tronco dal quale aveva avuto origine il partito transnazionale, ma oggi ormai rinsecchito nelle iniziative e striminzito nel numero di iscritti dall'incuria dei dirigenti più recenti.

"Ma che ne sarà di Capezzone?" indago' Granzotto fingendo di intenerirsi al pensiero del destino del più fallimentare segretario nella storia radicale, sperando di muovere a compassione il leader cosicché questi sfrattasse invece il belga dalla sedia transnazionale ch'egli bramava veramente. "Niente paura," lo aveva rassicurato il satrapo: "Daniele non si accorgerà di nulla se lo lasciamo continuare a fare quel che ha sempre fatto come segretario".

Ancora oggi infatti, quindici anni dopo, il radicale attento riconosce Capezzone distribuire volantini col menù davanti al McPizza in Piazza di Spagna. Lo pagano in nero sotto il salario minimo, ma è quel che gli basta per mantenersi nutrendosi di hamburger modificati geneticamente e conseguire una laurea con la CEPU ("Se soltanto avessi dato ascolto a Suttora, che me lo ripeteva sempre di prima laurearmi...")

Era un modo di metterlo alla prova su di una barchetta prima di metterlo al timone del partito vero - arzigogolava Granzotto cercando di abituarsi alla gavetta -, quello che aveva per interlocutori capi di stato e parlamenti di tutto il mondo, e tale prova nella provincia italiana egli doveva entrare nell'ordine di idee di disporsi ad affrontare come un bagno di umiltà nella missione di restituire fiducia ai militonti cosicché tornassero nell'ovile dove li attendevano ancora come figlioli prodighi i trentanove presidenti e due iscritti radicali rimasti in Italia. Una sfida quasi impossibile.

Atterrò a Ciampino con un piano di azione già ben delineato nella sua mente vulcanica e trovò ad attenderlo in Torre Argentina la direzione straordinaria che aveva nominato poche ore prima nello stupore della platea congressuale che lo aveva appena eletto. Tutte donne, tanto per cominciare segnalando un taglio netto col recente passato. Più che una segreteria, malignavano i maschietti silurati, un gineceo: Olivia Gatti, Silvja Vitelli, Rita Sanbernardi, Elisabetta Zamparrosto, Orietta Calamari...

Granzotto era un uomo di mondo a suo agio tra le donne (eufemismo per playboy in italiano, womaniser in inglese), e giunto nella saletta riunioni sfoderò senza indugi il suo piano rivoluzionario, contemplante al primo punto il cambiamento delle elle: quello radicale italiano sarebbe ora divenuto conosciuto come il movimento Laico, Liberale e Libertario. I liberisti si sarebbero incacchiati, se soltanto ve ne fossero rimasti, ma il nuovo tesoriere Polezel li aveva già licenziati tutti con un messaggio SMS, tra l'altro così risanando le casse del movimento in men che non si dica.

Naturalmente i liberisti avevano protestato, fondando all'uopo un sindacato, ma c'era ben poco da fare col muscoloso e irremovibile Polezel, campione di boxe formatosi allo studio Sbardolini, lo Zorro bresciano dal quale aveva appreso l'arte di micidiali link.

Agli osservatori più acuti di cose radicali, inizialmente la coabitazione forzata tra Granzotto e Polezel sembrava destinata ad essere burrascosa per rivalità campanilistiche: non soltanto erano nati nei comuni confinanti di Santa Lucia di Piave e di Mareno di Piave, ma erano cresciuti nella contesa frazione divisa a metà di Bocca di Strada (la localita' prendeva il nome da una prostituta che alleviò le pene dei soldati nella grande guerra), appartenti rispettivamente ai clan acerrimi rivali del Bar da Bano e della Pizzeria al Sole.

Col tempo però il sodalizio tra i roberti si andò gradualmente cementando fino a farne la coppia inseparabile che Suttora avrebbe poi impietosamente anatomizzato nel libro "Granzotto e Polezel SRL".

Cambiato un aggettivo e risanate le finanze con l'eliminazione dei liberisti parastatali, non restava che escogitare una grande campagna che avrebbe trainato il movimento verso luminosi traguardi, e Granzotto non esitò un istante nell'indicare la via: i nuovi radicali avrebbero lanciato 25 PdL! Non si perse molto tempo a consultare i militanti su quali PdL scegliere, ma vennero invece subito avviati ad un training professionale per svolgere un'azione efficace.

Superata la resistenza alla singolare novità, i militanti radicali invasero pacificamente le strade di tutta Italia per suonare i campanelli e presentare le 25 Proposte di Lavoretti popolari elaborate da Granzotto, che era un uomo pratico col bernoccolo del fai da te:

Lavare la macchina; Sturare il lavandino; Preparare il risotto; Passare l'aspirapolvere; Lucidare l'argenteria; Vulcanizzare la gomma della bicicletta; Stendere il bucato; Riparare l'orologio a cucù; Stirare le camicie; Rinnovare il filtro della lavatrice; Rasare l'erba; Cambiare il pannolino; Raddrizzare l'antenna; Programmare il videoregistratore; Rammendare i calzini; Fare la coda in posta; Scendere a prendere le sigarette; Passeggiare il cane; Portare a scuola i bambini; Aggiustare il telecomando; Sostituire le batterie ai vibratori; Pedinare il marito cornuto; Settare il modem; Sintonizzare radio radicale; Manicure e pedicure.

Fu un successo enorme. Un gioiosa armata di militanti entusiasti raccoglieva migliaia di iscrizioni e milioni di euro in contributi (sui quali avevano una percentuale come incentivo). Da Corso Venezia ai Parioli, da Quarto Oggiaro a Tor Pignattara la gente non faceva che parlare delle 25 Proposte di Lavoretti e di come i nuovi radicali granzottiani fossero divenuti indispensabili al funzionamento del Paese.

I sondaggi prospettavano successi elettorali inauditi e per Granzotto e Polesel fu un gioco formalizzare la loro leadership nel congresso italiano di luglio. In soli cento giorni avevano ricostruito il movimento e con l'esperienza acquisita sul campo si apprestavano ora a rivoltare l'Italia come un calzino con la Rivoluzione liberale.

Ma quella sarebbe stata un'altra storia, si riebbe intontito Suttora da quei frastornanti ricordi, e nel riprendere la sua indagine si avviò col suo incedere vissuto verso il Porno Eden, come la sua vecchia amica sessuologa Rhoda Pellizzi gli aveva insegnato ad anagrammare Pordenone...
Orietta Callegari, Polpetton, capitolo IV

Ma quella sarebbe stata un'altra storia, si riebbe intontito Suttora da quei frastornanti ricordi, e nel riprendere la sua indagine si avvio' col suo incedere vissuto verso il Porno Eden, come la sua vecchia amica sessuologa Rhoda Pellizzi gli aveva insegnato ad anagrammare Pordenone... dove avrebbe potuto soddisfare i suoi piaceri, quelli del palato per primi, e quelli del corpo poi … già si immaginava l’indomani mattina sul campo da golf a riprendersi dalle fatiche della notte.

Riuscì a rimediare un gran bel pezzo di carne, coscia e capelli lunghi, proprio come piaceva a lui, e dopo averle offerto una raffinata cena da Noncello, per socializzare non trovò di meglio che portarla al cinema.

C’era in visione la trilogia di “Guerre stellari” e Mauro era la quindicesima volta che la vedeva. Mentre pagava i biglietti alla cassa del cinema, gli capitò in mano quella lettera che andava pian piano cancellandosi, la controllò, ne era sparita quasi la metà, la ripiegò con cura e la mise nel portafoglio.

All’uscita dal cinema, Pordenone era immersa nella nebbia e Mauro, stringendo il braccio di quella che aveva rimorchiato si diresse verso Villa Ottoboni, ma passando vicino alla locandina del film si accorse che le parole, ancora le parole, si prendevano gioco di lui e la tanto odiata parola “Guerre” scivolava via dal cartellone, lentamente. Mauro stupito e anche un po’ spaventato la seguì con lo sguardo, sorprendendola strisciare per terra, fino a quando la vide nascondersi dietro all’angolo del palazzo.

Come odiava quella parola! Lo faceva stare male… e nella nebbia si materializzò un ricordo.

Libertà, con le sembianze di una vecchia militante, avanzava verso di lui dolcemente, a piedi nudi sull’erba. E l’erba, felice, partoriva piccoli fiori azzurri ad ogni suo passo. E lui era l’erba.

E ad ogni suo passo ansimavano i lunghi capelli e accarezzavano l’aria. E l’aria, felice, provocava onde fruscianti. E lui era l’aria.

Nello sguardo aveva galassie, stelle e mondi senza bandiere, e nel sorriso un porto tranquillo (sogno di ogni marinaio) dove gettare l’ancora e restare per sempre. Era bellissima e lui l’amava.

Ma ecco, alle sue spalle, con passo baldanzoso, la raggiungeva un uomo nella sua splendente alta uniforme. Negli occhi aveva tutti i mercati del mondo, e nella bocca gli uragani e le tempeste di tutti i mari.

E con fare gentile, prendendola per il gomito la sospingeva là, verso l’angolo del palazzo, dove era in agguato la tanto odiata parola.

Mauro fece un balzo per cercare di fermarli, ma non riuscì a muoversi, urlò, ma non riuscì a superare il muro del silenzio, si sentì impotente e disperato.

Libertà stava girando l’angolo del palazzo, e il gesto stizzoso di lei che cercava di liberarsi dalla presa di lui fu l’ultima cosa che vide, dopo … gli scoppiarono gli occhi.

Ebbe un fremito, un muco amaro fatto di rabbia e di rancore gli riempiva la bocca, e sputò quel veleno che prese a strisciare per terra.

Non aveva più smesso di sputare quella schifezza da quel giorno lontano, quando gli scoppiarono gli occhi … e anche il cuore.

Quel gran bel pezzo di carne pensò che stesse male, e schifata lo abbandonò sui gradini dell’albergo.

Porno Eden, un cazzo” sibilò fra i denti Mauro “un’altra serata in bianco! … fanc*** l’antimilitarismo!”

Polpetton, capitolo V.

"Porno Eden, un cazzo" sibilò fra i denti Mauro "un'altra serata in bianco! ... fanculo l'antimilitarismo!"

Ma alla reception dell'albergo pordenonese l'affascinante Jeremy Paxman di Gorgonzola trovò un inatteso pacchetto che lo avrebbe compensato della delusione. Lo avrebbe in effetti compensato di anni di minuziose ricerche: una mano misteriosa, appartenente a qualcuno che il portiere del turno di notte non aveva incontrato e quindi saputo descrivere, gli aveva recapitato ciò che, se autentico, avrebbe rappresentato il tassello mancante nelle sue indagini: i diari segreti di Roberto Granzotto!

E autentici avevano tutta l'aria di esserlo, sia pur trattandosi di una copia fotostatica, si convinceva sempre più mentre li sfogliava eccitato senza poter credere ai suoi occhi. Chi avrebbe potuto valutarlo meglio di lui, il biografo non autorizzato che di esplorare Granzotto nei suoi risvolti più intimi aveva fatto la ragione della sua esistenza? Lo stile era inequivocabilmente il suo, esultava trionfante Suttora scorrendo avidamente una lettera in cui il segretario radicale veneto descriveva a un altro Roberto, forse egli stesso o Polezel, le sue prodezze amatorie durante un lungo viaggio effettuato nel contesto della campagna che aveva lanciato per l'ingresso di Israele e Turchia nell'Unione europea.

Ankara, agosto 2002

Caro Roberto,

lei è una cameriera d'albergo armena, ama gli ebrei o meglio ci si sente afine nela comune antipatia per i musulmani, e non senza qualche ragione, visto che il suo popolo fu sterminato in un teribile genocidio. Un po' come i curdi che, pur di fede islamica, si sentono più vicini ad Israele che ai loro coreligionari, giaché per note ragioni il nemico dei loro nemici è loro amico. I turchi, pur molto soavi e straordinariamente ospitali, in alcune ocasioni storiche si sono rivelati, diciamo pure con un eufemismo, fin tropo "espansivi", in tutti i sensi e le direzioni! Questa loro estasiata gentileza al limite dell'ingenuità marca uno stridente contrasto con le sconceze che i loro generali (pascià) si sono esercitati a dirigere al di qua e al di là del Bosforo.

Giudea lo sembrerebe financo nel carateristico trato somatico che ne permete il riconoscimento a prima vista, il naso d'aquila. Curiosamente però, ciò che in tuto il mondo definiamo un profilo greco o un naso ebraico, gli armeni lo chiamano un tipico naso armeno. Non sono bastati cent'ani per cancelare la difidenza istilatasi geneticamente in cinque secoli di dominazione del'impero otomano, né nei balcanici, né tantomeno negli armeni di ogi che hano visuto senza qualche milione di noni e bisnoni.

Lei ha gli ochi neri, i più neri che si posano imaginare, dire nerisimi non è abastanza. Altretanto vale per i capeli, neri che più neri non si può, proprio come piace a me. Pecato non abia le tete, che invece a me piaciono molto, anzi diciamo pure che un bel paio di tete mi fa leteralmente impazire. Adoro palparle, baciarle, sopesarle, lecarle, suchiarle, e specialmente schiafegiarle col pene. Va bene le gambe storte - un difeto che i tachi alti e le calze sexy avrebero potuto compensare rendendola più troiesca -, ma ala mancanza di tete non c'è rimedio.

Perciò non la ho amata al cento per cento, pur aprezandone l'onestà, la lealtà, la coreteza che non conoscevo in altre done, o quantomeno lei è straordinariamente più dotata di un'etica veramente amirevole. Mi è rimasta fedele quando ci siamo separati, e ancora ogi ne conservo il ricordo di una delle mie migliori amiche. Eco: era ed è una splendida amica e verosimilmente fui io a sbagliare quando voli penetrarla per farne un'amante.

Si era a Istanbul sulla spiagia del mare e soto la luna piena, la baciai e superai il mio ribrezo per i suoi colant (odio i colant con tute le mie forze, vorei conoscerne l'inventore per rendergli l'onore di prenderlo a schiafi personalmente). Grazie al mare e ala luna, e nonostante i colant, fu una dele scopate del secolo, perchè lei, pur non esendo una beleza, era però molto troia. Poi compresi che forse voleva rifarsi della castità cui l'aveva costreta un padre dispotico, anzi fuor di metafora diciamo pure veramente stronzo. Lei aveva quasi quaranta ani, epure io fui solo il secondo esperimento sesuale nella sua vita, datandosi il predecesore a solo un ano prima.

Anche perciò voli penetrarla nonostante fose un po' brutina: con ipocrita altruismo mi asumevo l'incarico di contribuire ala sua emancipazione dal'odioso tirano paterno. Quando vene il momento di lasciarla, glie lo disi francamente: le disi che se avese desiderato un figlio avrebe dovuto scopare con molti altri, perché doveva elasticizarsi la fica, altrimenti il parto sarebe stato ancora più doloroso.

Poi, dopo una di quele noti in cui facevamo l'alba, e l'amore, in riva al mare in atesa dei giornali, ripresi l'auto e tornai qui nela capitale pervaso di paterna amareza: avevo conservato un'amicizia di quele che durano per tuta la vita, ma sapevo anche di avere perso la vulva più dolce e pulita che abia mai asaporato. Proprio grazie alla sua semi-verginità, aveva infati la vagina più gradevole ch'io abia mai conosciuto; le grandi labra dela sua vulva, ancora presoché inesplorate, s'incontravano con quele della mia boca, che solo da pochi mesi aveva imparato a lecare una fica; anzi, bisogna dire che da adolescente mi faceva schifo solo l'idea: dunque, alla matura semi-vergine dei Dardaneli va la mia gratitudine per avermi reso piacevole questa operazione sul baso ventre che prima reputavo solo uno sbrodoloso dovere per conquistare l'amata.

La rosea, soda inocenza dela carne dele sue labra vaginali mi conquistò, e per la prima volta fui volentieri indoto, con autentico piacere, a inumidire e anusare a pieni polmoni un organo sesuale feminile. Anche di ciò le sono grato, oltre ala pulizia del suo animo e del suo corpo, oltre ad una amicizia che mi riesce dificile imaginare meno che perene: questa dona di dieci ani più grande di me e che però contava nela memoria meno di un decimo dele mie esperienze sesuali, mi aveva involontariamente insegnato a lecare una fica come si deve. Mi sembra di ricordare che una volta mi abia fato un pompino, ma niente valeva il piacere di lecarle la fica.

Mauro Suttora era madido di sudore, dovette interrompere la lettura del diario di Granzotto e per distrarsi frugò disordinatamente nelle tasche per ripescare l'altra lettera, quella che ora, sfuocata, si stava scolorendo a macchia di leopardo: inforcati gli occhiali per osservarla più da vicino, scoprì attonito che erano scomparse tutte le doppie...
Orietta Callegari, Polpetton, capitolo VI - le donne


Mauro Suttora era madido di sudore, dovette interrompere la lettura del diario di Granzotto e per distrarsi frugò disordinatamente nelle tasche per ripescare l'altra lettera, quella che ora, sfuocata, si stava scolorendo a macchia di leopardo: inforcati gli occhiali per osservarla più da vicino, scoprì attonito che erano scomparse tutte le doppie... doveva scoprire il significato di quello che stava accadendo: l’occulto, diabolico significato del “doppio”, per questo aveva comprato nella piccola libreria del paese un libro che, forse, poteva aiutarlo.


Quella sera, mentre leggeva quel libro, ebbe la malaugurata idea di ordinare in camera una profumatissima tisana per la notte, e la cameriera che gliela portò lo guardò con uno sguardo così eloquente che Mauro non ci pensò su due volte, caricato anche dalla lettura dei diari del grande amatore Granzotto, la prese con forza e con rabbia, con il sottile e perverso piacere di fottere un’altra, e quella sembrava che se ne fosse accorta e che la cosa non le spiacesse affatto.


La mattina, quando un raggio obliquo di sole entrò nella stanza, Mauro si svegliò e vide quello che non avrebbe mai voluto vedere.

Quella si stava rivestendo con calma e con un sorriso appagato sulla rugosissima faccia… “cazzo! Può essere mia madre!” pensò Mauro guardandola incredulo, e il suo sguardo si soffermò sul tremolante e abbondantissimo culo, rigoglioso di cellulite … “non può essere la stessa di ieri sera!” si disse fra sé mentre indugiava lo sguardo sulle gambe e sul quel flaccido e cadente interno coscia che aveva anche baciato, se non ricordava male … “non è possibile!” gridò senza emettere suono esterrefatto, mentre la guardava infilarsi le mammelle raggrinzite e vuote in un reggiseno push up siliconato; e per coprirsi gli occhi da quell’incredibile spettacolo cercò sul comodino il libro, ma la sua mano si scontrò con qualcosa di umidiccio, solido e freddo, che scoprì essere una protesi dentaria.

Dio mio, non sarò mica diventato gerontofilo!” urlò mentalmente Mauro infilando la testa sotto le lenzuola.

Quella aveva finito di rivestirsi e per salutarlo gli scoprì la faccia e lo guardò, felice e riconoscente, negli occhi.


Fu allora che Mauro si trovò in bilico sul ciglio dell’occhio di lei, a guardare dentro la sua pupilla, giù, giù in fondo, e vide. Vide quello che tutte le donne hanno, da Eva a Maria, da Emma a ogni militante, quella loro potentissima e nascosta santabarbara piena di libertà, seppellita sotto una montagna di educazione, annegata in un mare di convenzioni, occultata sotto il maledetto burka invisibile che la nostra società ci impone: i nuovi idoli … una solida ricchezza, sesso e bellezza.


Avrebbe dovuto dirlo a Granzotto, al tombeur de femmes, al playboy, womaniser, di stare attento, perché le donne possedevano, per dono di Dio o per trasmissione naturale, la potenza di saltare con un balzo, con grazia e agilità, qualsiasi fiume, e la capacità di invadere l’isola felice, solo se lo avessero voluto. Era dunque meglio continuare ad ingannarle, con la complicità dei media, con gioielli e denari, o calci e pugni, e convincerle tutte, che il millenario burka invisibile che indossavano non esisteva, fantasia di femministe, e che la loro parte nella vita era quella di piacere agli uomini, tutte tette e ciapet o tutte casa e chiesa, affinché non scoprissero mai ciò che Mauro aveva visto nel fondo dei loro occhi: quel dono occulto, remoto e clandestino che si trasmettevano di madre in figlia nel loro DNA.


Ma molte donne, forse toccate da un presentimento, avevano cominciato a comprarsi una tessera del partito radicale, come se una improvvisa lungimirante saggezza glielo avesse suggerito. Un piccolo investimento per il futuro. Compravano tessere a piene mani, le imprenditrici e le commesse, le bigotte e le veline, le lesbiche, le casalinghe, le disoccupate, le comuniste e le fasciste, tutte compravano quelle tessere come fossero biglietti per un traghetto, per le loro madri, le loro figlie e per le amiche, e le nascondevano sotto il loro millenario maledetto burka invisibile, perché non andasse perduto per sempre il patrimonio dell’isola felice.


Mentre quella si chiudeva la porta alle spalle, Mauro ebbe un gesto di stizza e le lanciò dietro il libro che aveva sul comodino, “I racconti” di E.A. Poe, e le parole, sempre le parole che da un po’ di tempo lo stavano perseguitando, rimbalzarono sul muro e come farfalline silenziose presero a volare per la stanza, e una frase, l’ultima di W. Wilson, si ricompattò davanti ai suoi occhi, e Mauro poté leggerla chiaramente:


Tu hai vinto e io cedo. Ma tu pure, da questo momento sei morto. In me tu esistevi, e ora, nella mia morte, in questa mia immagine che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso!”.


Mauro era esausto, si abbandonò sul letto e si coprì il volto col cuscino: “Basta, basta” disse in un delirio di profezia, infatti ancora non lo sapeva, ma gli ci sarebbero voluti due anni e quattro mesi di analisi e 16.000 euro di spesa, per riprovare l’orgoglio e la soddisfazione di una novella erezione.


Mauro guardava attonito il girotondo danzante delle parole e cercava disperatamente il senso del “doppio” quando il suo computer, con quel particolare segnale, lo avvisò che aveva ricevuto posta; “Andrai a Ginevra?” diceva il messaggio …


Polpetton, capitolo VII

Mauro guardava attonito il girotondo danzante delle parole e cercava disperatamente il senso del "doppio" quando il suo computer, con quel particolare segnale, lo avvisò che aveva ricevuto posta; "Andrai a Ginevra?" diceva il messaggio.

Il mittente del messaggio era il suo collega giornalista romano Dentano Gaetamaro, che lui aveva sempre stimato ma ne era stato ricambiato solo con querula invidia per il suo successo e una risentita querela quando, violando un tacito accordo nell'ambiente radicale, aveva rivelato pubblicamente la di questi parentela con Rhoda Pellizzi, che era la sua vera suocera.

Sì, sarebbe andato a Ginevra, naturalmente. Soprattutto per conoscere di persona i grandi scrittori e le grandi scrittrici che emergevano fecondi dal brodo di coltura radicale, ma anche per promuovere il suo, di libro: il congresso avrebbe rappresentato l'opportunità ideale di lancio pubblicitario tra le migliaia di partecipanti provenienti da tutti i continenti. Ma per riuscire a terminare in tempo il suo capolavoro avrebbe dovuto lavorare di buona lena. Si dispose dunque, sia pur con disgusto, a riprendere la lettura dei diari segreti di Roberto Granzotto e delle eclatanti rivelazioni che essi contenevano sui suoi rapporti con le sei "vecchie puttane" che vi aveva elencato assegnando loro anche un voto:

Elyf Meleksyan, Armena di Turchia, Ankara 2002, voto: 5
Maria Szumska, Slovaca di Polonia, Varsavia 2003, voto: 6
Alice Romanciugy, Ungherese di Romania, Bucarest 2004, voto: 5
Katerina Marnera, Cipriota di Grecia, Atene 2005, voto: 5
Praskovia Pavlova, Serba di Macedonia, Skopje 2006, voto: 8
Milana Avramonova, Ebrea di Bulgaria, Sofia 2007, voto: 9


Varsavia, dicembre 2003

Caro Roberto,

nel'estate del 2004 conobi a Varsavia una tradutrice polaca, Maria Szumska, che però era di madre slovaca ed era lei stesa una gran slovaca. Anche lei è più vechia di me ed è quasi calva, ha le orechie a sventola e dentatura equina, colo taurino, spale da agricoltore, mani come badili, gambe da calciatore, ginochia vacine e i piedi piati.

Oltre che abastanza brutina, Maria è anche piutosto antipatica. Non ho mai conosciuto una persona più noiosa di lei quando parla di che cosa ha fato al suo club o raconta di come è andato il barbecue con i suoi stupidisimi vicini di casa. In efeti penso proprio che l'unica cosa più noiosa di lei siano proprio quegli idioti dei suoi vicini di casa con il loro danato barbecue. Non mi sono mai spiegato come sia potuto acadere, ma mi sono inamorato di Maria come mai lo ero stato di nesuna altra dona al mondo.

Dopo averle fato una corte serata durante tuto il mese di agosto, finalmente la sera del 24 si lasciava andare al primo bel bacio, nela sua auto parchegiata in Armij Ludowej. Nel'arco dela setimana ci furono due momenti di acarezamento più profondo, in uficio. Poi lei doveva partire per le vacanze col marito cornuto e il 29 mi salutò con un bel bacio in ascensore. Pasera' un mese prima che io tornasi a Varsavia il 29 setembre.

Vene a prendermi in auto a quel'aeroporto tuto rosa e si capì subito dala tensione erotica scatenatasi nel'istante steso del'incontro che sarebe suceso qualcosa. Facemo l'amore insieme per la prima volta, al quatordicesimo piano dell'hotel Mariot. Lo facemo tante volte quel giorno e il giorno seguente, col sotofondo un po' sdolcinato degli Eurythmics, Ten Sharp e Roxete... mentre gli ultimi due giorni dei miei quatro di permanenza a Varsavia lei non vole (perché?).

Durante la mia asenza per la prima volta faciamo l'amore per telefono, tre noti di seguito, due o tre volte per note per lunghe ore fino ale quatro del matino. Le parlo io, le facio dei discorsi incredibilmente osceni sul mio cazo, il suo culo, la sua fica, la chiamo troia, a lei piace, e così la terza note per la prima volta glielo meto in boca; sperimentiamo nuove posizioni, la prendo e la sbato fortisimo. Uso il cazo per acarezarle il viso e le tete, che si scuotono quando le schiafegio. Aprofondiamo l'amicizia parlando anche di altro in tenereza, lei mi susura "ti voglio" e "ho bisogno di te". Ogni nuova volta che faciamo l'amore è sempre più forte e sempre più belo.

Tre setimane trascorono così prima di rivederla a Varsavia il 24 ottobre. Maria mi dice di avere sentito una vampata di calore nela pancia al momento di reincontrarci. Faciamo l'amore nel'unico leto del nuovo apartamento. E' il primo raporto anale completo dove glielo meto dietro servendomi del buro, è il primo raporto orale in cui le leco tuto; le meto dentro anche una banana. Oh, quali amplesi e sodomie, caro Roberto, nela catolicisima Polonia!

Un altro mese paserà prima di rivederla a Varsavia, dove ormai si è fato l'inverno, col vento artico che dal mar Baltico prende velocità sula pianura polaca e ragela la cità di venti gradi soto zero. Anche Maria è più fredina, mentre ci stringiamo l'uno al'altra sula Marszalkovska in cerca di una buona bisteca. La volta precedente ho fato lo sbaglio di venirle dentro e così lei è stata angosciata due setimane senza mestruazioni. Perciò facio fatica a riconquistarla e faciamo l'amore solo due volte, una davanti e una dietro. Dopo quatro giorni riparto e 21 ne paserano prima di rivederla, ma già s'intuisce che questa storia deve finire: il marito cornuto sospeta qualcosa e la clandestinità si è fata per lei insostenibile. Con uno scambio di tenere letere aviene il tristisimo, dolorosisimo adio.

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Bucarest, setembre 2004

Caro Roberto,

per lunghi mesi non guardai altre done, ma col tempo mi ripresi e l'ano sucesivo fu sesualmente piutosto intenso: mi portò Alice Romanciugy, ungherese di Romania (Baia Mare, nel nord-est del paese), 37 ani, separata con due figlie grandicele, ativista del Partito verde, petegolisima e noiosisima, parlava in continuazione, naturalmente solo in ungherese, pur sapendo un po' di francese. Ricominciava la storia del'incomunicabilità linguistica, ma stavolta ero solo io a non poter parlare mai. Questa storia andò avanti per due o tre mesi di peraltro pregevoli fornicazioni, nonostante Alice non abia le tete, poi lei mi portò al congreso dei verdi e lì conobi una delegata bulgara, Milana, ala quale sul momento non prestai grande atenzione ma sarebe prepotentemente rientrata nela mia vita quatro ani dopo.

Nel fratempo ci fu un episodio minore con Romània Romanciugy, la figlia magiore di Alice con la quale non voli andare a fondo anche perché al'epoca era minorene, ma merita di esere menzionata perché con lei il problema linguistico ragiunse vete inconcepibili: in pratica, mentre le altre potevano balbetare una qualche lingua ma non volevano, nel suo caso Romània pretendeva di parlare inglese ma non lo sapeva...

Romània - Now go.
Roberto - Why must I go?
Romània - Go.
Roberto - Maybe you mean that YOU are going to go.
Romània - Maybe.
Roberto - Maybe what?!?
Romània - Maybe.
Roberto - Mh, I se.
Romània - This today, is concert beautiful in Sala Festival.
Roberto - Maybe you mean that tonight there wil be a nice concert.
Romània - No. Yes.
Roberto - Then?
Romània - Stay together.
Roberto - I beg your pardon?
Romània - I and you, for concert.
Roberto - Sory, it is imposible, I have a lot of work.
Romània - Why?
Roberto - Because tomorow there is plenary sesion in Parliament.
Romània - Why?
Roberto - They use to do so, on Wednesdays and Thursdays.
Romània - Why?
Roberto - I don't know, probably because of democracy, ask them.
Romània - Now go.
Roberto - Why must I go?
Romània - Go.
Roberto - Maybe you mean that YOU go.
Romània - Maybe.
Roberto - Maybe what?!?
Romània - No. Yes.
Roberto - GIVE ME A BREAK!

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Atene, novembre 2005

Caro Roberto,

Al'inizio del'ano ci fu una storia pietosa che poi lasciai decadere per noia, con una giornalista brutina e lamentosisima, ma almeno italianofona. Poi ci fu qui ad Atene un altro di quei convegni dove mi invitano a fare i saluti uficiali. Parlò per primo l'ambasciatore francese, che solo a metà dela nobile prolusione si rese conto che nesuno lo stava traducendo. A me chiesero in quale lingua avrei parlato, e disi che potevo farlo in inglese, ma volero apioparmi un'interprete d'italiano che risultò parlare italiano come tu parli svedese. Morale della favola, rispolverai il mio greco antico con grande aplauso degli astanti; solo il povero ambasciatore francese non capì.

Comunque questa Katerina Marnera, dicianovene greco-cipriota, è abastanza carina (finalmente una con le grandi tete) e molto simpatica: ogni volta che apre la boca è una barzeleta. Per esempio ti dice "Io HO stata lì dove mi SONO rubati i documenti".
Sabato scorso cambio tuti i miei orologi per il ritorno al'ora solare, poi ariva lei e mi dice: "tu sbaglio perche' cambio di ora avere essere una settimana prima".
Alora io le chiedo OTO VOLTE: "ma sei proprio SICURA?!?"
Risposta: "Sì, sì, io AVERE molto sicurissima, noi tutta nostra famiglia SIAMO cambiati gli orologi una settimana" (nota che, oltre a invertire sistematicamente il verbo ausiliare, curiosamente pronuncia le dopie come un sardo).
E vabeh, io le credo sula parola e ri-cambio i miei orologi. Poi durante la note mi asale un dubio: ma porco cane, ma com'è posibile che io sia arivato puntuale a tuti gli apuntamenti dela scorsa setimana se i miei orologi non erano agiornati?!?
Alora ariva questa ragaza e mi dice con aria inocente "io mi AVERE sbagliata". Così, come se niente fose... Morale dela favola: pigiato i botoncini degli orologi per la terza volta... Ti giuro che la sarei acopata.

Anche questa storia doveva finire ed e' suceso ieri sera quando mi ha becato a leto con la segretaria. Katerina deve avermi visto portarla al'Holiday In vicino a Iridanu, dove c'e' la sede. Giovane, simpatica, bel corpo, conoscenza italiano, ma niente feling: non ci piaciamo, faciamo l'amore solo una volta al'ano, atorno al due novembre, tanto per toglierci la sodisfazione e celebrare la ricorenza. Eros e thanatos...

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Skopje, otobre 2006

Caro Roberto,

come ben sai, e come te del resto, adoro i tachi alti. Non c'è da stupirsene, visto che è una perversione piutosto comune, spiegata da eminenti scuole di pensiero psico-sesuologico col fato che sono un simbolo falico, overo nela loro forma richiamano alla mente il pene. Totem e tabù... Insoma, piaciono sia ale femine che tra l'altro così si sentono più alte, sia ai maschi che da parte loro sono sesualmente atirati magiormente da una dona che indosa scarpe con i tachi alti perché questo significherebe che la femina in questione è più troia.

Ahimè, l'esperienza dimostra il contrario: in base ad una casistica personale ho potuto constatare che le done abigliate in modo troiesco sono generalmente più frigide dela loro calorosa controparte aparentemente anonima. Ma se questa è la regola, una piacevole ecezione mi è capitata di recente, e per onestà inteletuale bisogna essere chiari e chiamarla per nome: una gran troia, ma come se ne vedono poche in questi tempi di recesione... una machina sesuale infaticabile che mi ha leteralmente suchiato ogni energia.

Devi infati sapere che a Skopje, una caldisima sera di tarda estate del 2006, sentendo suonare il campanelo dela sede del Partito radicale mi recai ad aprire la porta e una bionda ecezionale meno che ventene parlò con voce sensuale dall'alto dei suoi tachi a spilo: "Buonasera, è qui che ci si iscrive al Partito radicale?"."A E I O U": esaurite le vocali, non sepi cos'altro dirle e mi scostai per farla acomodare e amirarla anche di dietro.

Questa Praskovia Pavlova, disidente serba di Macedonia, è una belisima super-bionda poliglota (parla anche italiano!) con gli ochi azuri, insoma una tipo Marylin Monroe legermente più ciciotela (sapesi che tete!) Come ben sai preferisco le more, ma dinanzi a tanto ben di dio non ci si può tirare indietro schizinosamente e sono afondato sbrodolando inebriato nele sue carni bianchisime. Purtropo abiamo goduto di questi intensi raporti sesuali solo in un paio di ocasioni, perché lei aveva un fidanzato francese coi soldi. Il cornuto l'ha invitata a studiare a Strasburgo e sposarlo. Fine. Una cometa che ripensandoci si fatica a credere sia capitata nela mia vita.

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La vita..., sospirò Suttora alzando lo sguardo dal diario per lasciarlo perdersi trasognato nel buio della notte oltre la finestra. Gli parve di vedere una cometa, lo scosse un brivido di solitudine nell'universo. Con Milana Avramonova, ultima delle femmes fatales granzottiane che aveva ottenuto il massimo voto nella maschilista classifica del virile erotomane, si sarebbe conclusa la lettura dei diari segreti e con essa il suo lavoro di indagine sul Granzotto medesimo.

Prima però di risprofondare nella lettura, e concludere così quella straordinaria avventura di giornalismo investigativo, doveva sistemare una vecchia faccenda che era rimasta in sospeso con Rhoda Pellizzi e Dentano Gaetamaro.

Orietta Callegari, Polpetton, capitolo VIII - Radicale!


Prima pero' di risprofondare nella lettura, e concludere cosi' quella straordinaria avventura di giornalismo investigativo, doveva sistemare una vecchia faccenda che era rimasta in sospeso con Rhoda Pellizzi e Dentano Gaetamaro.


Un senso d’inquietudine lo pervase, non era facile risolvere quel problema tra Rhoda, che sembrava possedere poteri paranormali, e Dentano, in permanente e irrecuperabile delirio di onnipotenza, una tragedia umana che avrebbe potuto essere trama di uno sceneggiato televisivo.

Mauro era famoso per le sue capacità investigative, nulla gli sfuggiva, né una lacrima, né un sospiro, e sapeva con arte e maestria, usando le parole, scuotere gli animi della gente, commuovere fino alle lacrime, raggelare le menti o riscaldare i cuori. Le parole per lui erano autentica magia.

Il sonno lo sorprese immerso in questi pensieri, e l’indomani sarebbe rientrato a Milano per il suo lavoro.


Durante la riunione di redazione, Mauro ci provò più di una volta a far passare il servizio sui due digiunatori radicali, il belga presidente del PRT in digiuno per la Cecenia e quel giovanottino dei RI che si ostinava puro e senza macchia a volere un libero mercato senza piegarsi alle regole del mercato! L’informazione era mercato! Si doveva dare alla gente quel che la gente desiderava! Infatti, Mauro partì nella stessa giornata per la riviera, per un servizio sulla prossima apertura di una sala Bingo.


Il raggio di sole, che obliquo era entrato nella sua stanza d’albergo e lo aveva svegliato, quella mattina, rallegrando la sua anima, lo aveva sorpreso felice. La lettera che aveva in tasca continuava inesorabilmente a cancellarsi, ma ormai non gliene importava più di tanto, la rigirò fra le mani e la ripose serenamente nel libro che stava leggendo.

Uscì dall’hotel soddisfatto, godendosi la ridondante bellezza dei fiori della riviera e, in attesa dell’apertura della sala del Bingo andò a un’assemblea di radicali, dove, finalmente, avrebbe conosciuto quella militante alienata e fantasiosa che di tanto in tanto appariva sul forum di discussione di quel partito.

Correva voce, fra i suoi compagni, che non capisse niente di politica, ma intanto, qualcosa che lui stesso non riusciva a spiegarsi, una curiosità nascosta nelle parole che quella scriveva, lo intrigava rendendolo a volte nervoso.

E fu là, in mezzo alla piazza davanti alla grande libreria, che la vide per la prima volta, insieme a gente conosciuta e sconosciuta che aspettava di salire nella sala delle conferenze. Le solite parole di convenienza galleggiavano nell’aria come sugheri sull’acqua imbrattando l’atmosfera, ma le parole non dette, quelle rimaste dietro agli sguardi e ai sorrisi, quelle, galleggiavano nell’aria come iceberg sull’acqua raggelando l’ambiente e gli facevano la voce roca e tremante.

Intanto non riusciva a distogliere lo sguardo da quella militante curiosa e rompiballe: era un insieme di lineamenti irregolari che formavano un tutto armonico e piacevole a guardarsi, e il vento dispettoso scapigliava i suoi capelli verdi.

Capelli verdi!” pensò sconcertato Mauro rientrando in sé e concentrandosi su quanti aveva intorno, e si stupì nuovamente vedendo che la maggior parte di quelli avevano i capelli verdi. “Ma cosa sta succedendo, son quattro giorni che non fumo niente!” pensò.

E disse ad un ragazzo che era lì vicino; “Che cavolata è questa? Tingersi i capelli di verde!” E quello: “Dunque lei riesce a vederli? Pare che solo un 2% ce li abbia, e che solo quelli che … allora anche lei dovrebbe ...”

Mauro fece un balzo all’indietro e riflessa sulla vetrina della libreria gli si parò davanti la sua immagine e lui la osservò attonito … aveva i capelli verdi!

Verdi, come la spada laser fosforescente del film “Guerre stellari”! Se lo ricordava benissimo, quella spada aveva un nome: …“LA FORZA”.

Ma … sono bellissimo!” pensò Mauro, e poi capì, “… ma non lo dirò a nessuno!”

Fu in quel momento che tutto ritornò nella piatta normalità, i colori, i suoni, i gesti della gente, e la sua immagine era scomparsa dalla vetrina e si potevano vedere i libri esposti, e, a ventaglio sui tre ripiani a sinistra, come una proterva coda di pavone, faceva bella mostra di sé, il suo libro.

Mauro sentì salire nella gola, quella schifezza animata che da tanto tempo lo tormentava, e non sapeva come fare, non gli pareva conveniente mettersi a sputare in mezzo alla gente, cercò in tasca un fazzoletto, ma non l’aveva, intanto guardava quella creativa e pungente militante che si stava allontanando per andare all’assemblea con i suoi compagni … “Non è niente!” pensò Mauro, e si inghiottì il suo sputo.


La sala del Bingo era piena di gente, altri in coda fuori attendevano di entrare, Mauro guardò fuori dalla finestra il sole che stava tramontando sul mare … sul mare!

Mauro guardò sconvolto quella enorme palla rossa che stava tuffandosi all’orizzonte … nel mare … a Sud!

Sentì brividi di freddo in tutto il corpo e ripensò alle lettere d’amore di Granzotto … il contenuto lo aveva talmente preso che non aveva fatto caso alle date … ma c’era qualcosa che non gli quadrava …le doppie si erano tutte cancellate … e poi quella lettera che si stava cancellando … non riusciva a capire cosa stava succedendo … il sole era sparito e il cielo si stava punteggiando di stelle luminose e, improbabile nella notte scura, risplendeva beffarda tra tutte … la Croce del sud!


Era confuso, sempre più confuso e anche spaventato, se ne rientrò in albergo con la voglia di controllare ancora quelle lettere, in mezzo a tutte quelle parole che si prendevano gioco di lui, avrebbe trovato la soluzione.


Polpetton, capitolo IX

Era confuso, sempre più confuso e anche spaventato, se ne rientrò in albergo con la voglia di controllare ancora quelle lettere, in mezzo a tutte quelle parole che si prendevano gioco di lui, avrebbe trovato la soluzione. Sul tavolino accanto alla poltrona l'ultimo volume dei diari segreti di Granzotto era già aperto sull'ultimo capitolo e l'ultima delle sue "puttane".

Sofia, Agosto 2007

Caro Roberto,

come poter riasumere i miei precedenti scriti a puntate e mai spediti? In una sola parola: Solitudine. Solitudine che sentivo profonda già da tanti ani, e che mi ha portato a operare senza rimpianti questa scelta di solitudine ancor più profonda che vivo atualmente nela mia permanenza nei Balcani. Apena arivato a Sofia da Atene pasavo tute le serate in solitudine, eceto qualche cena con un paio di cari compagni che poi però poi mi lasciano ancora più solo quando tornano a vivere nel contesto del loro paese, potendo seguire il telegiornale bulgaro e così via..., queste cose "normali" di vita quotidiana nele quali io non potrò integrarmi che nel corso di ani se continuerò a vivere quagiù, e lasciandomi ale spale una storia personale presoché inservibile al mio nutrimento psicologico, se non come amara malinconia di un pasato felice che non tornerà più. Questa malinconia mi porta a degli abisi di depresione che non avevo mai conosciuto prima: a Sofia talvolta mi sveglio di note pensando quasi osesivamente alla morte. Ma adeso non vorei deprimere anche te e per tirami/ci su il morale lascia che ti raconti l'ultima.

Dunque l'aprile scorso, il matino seguente ala tua partenza, mi reco alla polizia dove devo andare ogni volta che rientro nel paese per farmi metere un timbro sula Statistika Karta (normalmente lo metono gli alberghi, ma io non sto in albergo e devo andare ala polizia). Dopo le solite due ore di coda nela bolgia infernale che è la sucursale del ministero del'interno in boulevard Maria Luisa, presento tuta la documentazione: pasaporto, Statistika Karta, Molia (cioè "preghiera") in duplice copia, e contrato di afito. L'impiegata alo sportelo, che parla italiano, mi chiede però anche la ricevuta di pagamento del visto.

Roberto: "Ma, guardi, ce l'ho a casa chisà dove, sepelita tra le cartace..."
POLÌZIA: "Deve portarmela: sono qui fino alle 17"
Roberto: "Ma, guardi, sicuramente non la troverò, chisa' dov'è finita"
POLÌZIA: "Allora deve pagare il visto: fanno 40 eurodollari"
Roberto: "Ma perché devo pagare il visto, se ho già pagato il visto?"
POLÌZIA: "Io non credo che lei ha pagato il visto. Lei non l'ha pagato"
Roberto: "Invece io ho pagato il visto quando sono rientrato da Ghiueshevo alle ore 21 del 10 aprile su una Ford Orion a nolegio targata Sofia 3109-LS. Può controlare coi suoi coleghi"
POLÌZIA: "E allora perche' non ha il borderò di pagamento?"
Roberto: "Ma, guardi, è una storia complicata, ma non è esclusa l'eventualità che lei posa capire: dunque, io sono rientrato con il mio colega, il quale ha pagato lui anche il mio visto, per cui si è tratenuto il borderò per farsi rimborsare dala tesoreria dela nostra premiata dita"
POLÌZIA: "Ma lei prima mi ha detto di averlo perso, ora mi racconta un'altra storia. Io non credo che lei ha pagato il visto. Lei deve pagare il visto: fanno 40 eurodollari"
Roberto: "Ma non vedo perché devo pagare il visto, visto che ho già pagato il visto"
POLÌZIA: "E allora come facciamo?"
Roberto: "Metetemi in prigione"
POLÌZIA: "COOME?!?"
Roberto: "Metetemi in prigione. Se non ho pagato il visto metetemi in prigione. Anzi, considerato che secondo lei ho anche racontato la bugia di averlo già pagato, metetemi in prigione anche per falso"
POLÌZIA: "Mannooo'... Allora come facciamo?"
Roberto: "Metetemi in prigione. Eh!"
POLÌZIA: "Senta guardi, non mi piacciono queste discussioni. Faremo come dice lei e controlleremo con la frontiera di Ghiueshevo. Intanto per stanotte si registri in un albergo altrimenti la mettiamo in prigione veramente"
Roberto: "La ringrazio per avere superato questo picolo problema burocratico. Arivederla"
POLÌZIA: "Umpf. 'derci"

Così ho trovato una picola pensione qui in centro, e ho fato una dele cose più ridicole che mi siano mai capitate: ho fato la valigia per viagiare cento metri. C'è di buono, però, che questa pensioncina è asai carina: c'è l'acqua (a Sofia è razionata), il biliardo, e la TV satelitare che prende Italia 1, così stasera mi vedo Ajax-Milan!

Prima però, nel pomerigio vado al congreso dei verdi come (unico) ospite straniero e facio il mio discorseto di circostanza in cui spiego che il Pr è trans, che ha fato questo e quelo per l'ecologia e l'ambiente, che loro in pratica non sono nesuno e non capiscono un tubo e che invece Panela col magioritario e la Balcania di Bandineli, ecetera ecetera, insoma le solite cose per evitarmi il disturbo che mi invitino nuovamente al prosimo congreso...

Beh qui ti rivedo? La Milana Avramonova che avevo conosciuto quatro ani prima al congreso dei verdi romeni. Si parla del più e del meno e salta fuori che lei è la più grande tifosa del Milan, non solo in Bulgaria ma a livelo mondiale: portachiavi del Milan, sciarpa del Milan, calendarieto del Milan, santino di Maldini nel portafoglio, perfino l'identità: il suo vero nome e' Svetlana. Naturalmente la invito a vedere la partita con me e pasiamo una serata molto piacevole rolando grosi canoni di erba, facendo l'amore e insoma chi l'avrebe mai deto che mi sarei inamorato di una funzionaria dei verdi, considerando certe megere che abiamo in Italia...

Lei è di Ruse, la cità del grande Caneti, e come questi ebrea. Ha 26 ani, molto carina, sia di viso con gli ochi verde-cerulei un po' ravicinati, che di corpo con dele bele tetone (anche se con un culone enorme che pero' atira noi veri uomini, altro che le fotomodele anoresiche), molto porcelosa a leto, e sopratuto parla decentemente inglese. Che belo! Ma fin dal'inizio la relazione è turbolenta, anche perché io le parlo sempre male dei verdi, poi bevo tropo e sono sempre chiuso in sede a lavorare anche il fine setimana senza mai uscire con lei trane che per cena.

Durante l'estate lei conosce un francese coi soldi che la invita a studiare a Strasburgo e a sposarlo. No, non mi sto confondendo con Praskovia, si trata di un altro francese pure lui di Strasburgo e pure lui coi soldi. E pure lui cornuto. Beh, anch'io. E così finì anche con lei: partì e io rimasi nuovamente solo, in questa solitudine che mi ucide lentamente. Per la verità ho avuto dele bele aventure in questi ani, me ne acorgo rilegendo questi diari, ma niente di permanente su cui costruire un minimo di progetualità per il futuro. E poi queste sodisfazioni sesuali non bastano a confortare che la mia vanità, perché il problema, a ben guardare, è di poter contare su una amicizia, un afeto duraturo, un punto di riferimento sentimentale... Ma, sarà perché sono tropo esigente nei miei gusti, o forse non mi ricordo più come si cortegia una brava ragaza, acidenti non la trovo, e chisà se mai verà...

Così si concludevano dunque i diari segreti di Roberto Granzotto, e una lacrimuccia spuntò sulla ruvida pelle di Mauro, la prima di tante che sarebbero seguite copiose ripensando alle di questi 6 donne in 6 anni in 6 paesi... Che ci fosse un significato satanico? L'ipotesi non lo sconvolgeva più di tanto, pensava contagiato dalla peste emozionale mentre trascinava faticosamente i piedi sul lungomare, appesantito da altre letture.

Aveva portato con sé il libro, con dentro quella lettera che andava pian piano cancellandosi. Seduto sulla spiaggia in riva al mare guardava il sole tramontare e non sapeva spiegarsi il perché tanta bellezza lo facesse stare male.

Orietta Callegari, Polpetton, capitolo X - La fine


Aveva portato con sé il libro, con dentro quella lettera che andava pian piano cancellandosi. Seduto sulla spiaggia in riva al mare guardava il sole tramontare e non sapeva spiegarsi il perché tanta bellezza lo facesse stare male.

Era uno spettacolo incredibile, i giochi di luce creavano sfumature colorate di una bellezza commovente e M. aveva voglia di piangere e non aveva più voglia di pensare, mentre guardava il sole che lento scendeva sull’orizzonte insanguinando con i suoi raggi, le nuvole.

Ascoltava il frangersi sensuale dell’onda sulla riva, con voluttà e amore, così dolce e insistente il mare accarezzava la terra.

M. lasciò andare il suo pensiero lontano verso il sole che, straziandosi, fuggiva dalle catene del tempo, e lo vide scontrarsi sulle creste dell’onde con un mare di parole che avanzava verso la riva.

C’erano parole dolcissime: quelle che si sussurrano all’orecchio gli amanti, e parole che non dicono niente: quelle nei negozi e nei bar, parole che possono convincerti a credere che si ha un’anima, e altre che ti portano alla disperazione.

C’erano parole della scienza, e della matematica, parole per far ridere e altre per far piangere, parole per piegare la gente, altre per farla sollevare, parole irripetibili e sconce, parole di canzoni e di ballate.

C’erano tutte le parole, le parole dei bimbi e quelle dei folli, e quelle peggiori: stucchevoli e arroganti, della banalità, dell’ignoranza e della falsità. Parole scritte e pubblicizzate avanzavano sulla riva, come un esercito conquistatore, senza risparmiare niente e nessuno.

Un gruppetto di persone si era radunato sulla spiaggia e guardava incuriosito quel corpo violaceo, mollo e gonfio che i sommozzatori avevano ripescato.

Qui c’è un libro!” disse uno degli agenti che stavano facendo i rilievi del caso.

Vedi se ha lasciato scritto qualcosa” gli rispose quello che doveva essere un capo,

No, c’è tra le pagine un foglio piegato, ma è completamente bianco!” disse l’agente consegnando il libro al capo.

Forse lo ha usato per segnare questa pagina” e lesse la poesia:


Una parola (perché la voglio conquistare),

la parola decisiva, superiore ad ogni altra,

inafferrabile, inviata – qual è mai? – sto in ascolto;

la sussurrate voi, e da sempre, onde del mare?

E’ quella che si leva dalle vostre liquide creste e umide sabbie?

E rispondendo, il mare

senza indugiare, senza affrettarsi,

mi sussurrò nella notte, e chiaramente prima dell’alba,

mi frusciò l’umile, deliziosa parola : morte,

e poi ancora morte, morte, morte.

Cinguettò melodioso, non come l’uccello

né come il mio cuore ormai desto di bimbo,

ma avvicinandosi, come per dirlo in privato,

frusciando ai miei piedi,

e poi strisciando con calma fino al mio orecchio

lavandomi tutto dolcemente,

morte, morte, morte, morte, morte.


Il giovane agente rimase scosso da quelle parole, lui ancora non lo sapeva, ma si sarebbe dimenticato di quel turgido e tumefatto corpo che per poco non lo aveva fatto vomitare, ma ogni volta guardando il mare, fosse insieme ad una donna innamorata abbracciato sugli scogli, o giocasse a pallone con gli amici sulla riva, da allora in poi, non avrebbe mai più dimenticata la parola venuta nel vento sulla cresta delle onde, la parola dal canto più dolce di ogni altro canto, quella forte e deliziosa parola che sussurrò il mare all’orecchio di quel poeta bambino.

Morte … morte … morte.

La rinascita


Apri gli occhi Mauro … svegliati Mauro … apri gli occhi!”

Che incubo!” disse mettendosi a sedere sul letto.

Ti sei agitato tutta la notte, probabilmente non hai digerito gli gnocchi al pesto di ieri sera!” le rispose C. entrando nella camera, e la prima cosa che Mauro vide furono i suoi fluttuanti capelli che accarezzavano l’aria.

Non mi ricordo niente, ma dev’essere stato un incubo terribile, sono tutto sudato!”

Lei gli sorrise e lui pensò che quel sorriso era il porto tranquillo, tanto cercato, dove aveva gettato l’ancora per restarvi per sempre, ma continuò a non ricordare.

Anche quando sedutosi sulla liberatoria tavoletta il telefono prese a squillare, sorprendendolo nella posizione del pensatore di Rodin, ancora, non si ricordò nulla.

Neppure quando arrivò la fedele L. per le pulizie della casa, con la faccia rugosa, l’abbondantissimo culo e le rinsecchite mammelle, gli venne in mente qualcosa, e quando, aprendo il pacchetto della pasticceria che L. aveva portato per la loro colazione, gustò i cannoli siciliani alla ricotta coi canditi, nulla si ricordò.

Solo quando seduto davanti al suo computer col messaggio di un compagno che gli chiedeva “Andrai a Ginevra?” vide ben piegato in quattro un foglio completamente bianco Mauro si chiese il perché.

Non ne trovò la ragione, perché continuava a non ricordare nulla.

C. entrò con la gabbia dell’uccellino, caduto forse da un nido alla sua prima esperienza di volo, che avevano raccolto due giorni prima, perché non finisse in bocca a qualche gatto, e che avevano nutrito per tutto il weekend.

Sta male” disse facendogli notare che se ne stava appallottolato sul fondo della gabbia.

Sauro si avvicinò per vederlo meglio, fino a ritrovarsi sul ciglio dell’occhio di quel pettirosso, e fu allora che vide … vide la piccola potentissima santabarbara piena di libertà, e fu allora che si ricordò tutto, e sgomento si ritrasse da quella vista.

Prese la gabbia e la portò in terrazza e liberò l’uccello che rapido e sicuro spiccò il volo verso i rami più alti della mimosa.

Avrebbe voluto dire a tutti che la libertà anemica e anoressica, appassita e frustrata, umiliata e beffeggiata nel fondo degli occhi di ogni essere vivente rifletteva perfettamente il volto numinoso di Dio, e lui, vedendolo, ne era fuggito terrorizzato.

Dalla terrazza guardò il mare e il sole e si sentì invadere dall’impotenza e dalla disperazione, avrebbe voluto gridare “MONDO! GUARDA CHE STAI FACENDO!” ma già lo sapeva che il mondo non avrebbe risposto, era troppo distratto dall’impalpabile leggerezza della superficialità.

Aveva ragione il vecchio tiranno dell’isola felice, per troppo tempo tanti insieme a Mauro erano stati rinunciatari e avevano smesso di gridare, indebolendo fino ad esaurirlo, un grande partito. Come un sistema immunitario mal funzionante lascia spazio all’invasione dell’individuo da parte di un altro sé, così loro erano stati il cancro della libertà.

Mauro piangeva, sì, sarebbe andato a Ginevra, e avrebbe voluto trovare il coraggio di dire a tutti ciò che aveva scoperto.

Avrebbe voluto invitare tutti ad infilarsi una mano nel cuore e senza paura e con forza estirpare da quella santabarbara, che ognuno possedeva, la radice della libertà e così insanguinata mostrarla al mondo.


fine