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Corriere di Pordenone

[ricevo da Londradical e volentieri pubblico]

Adorabile mia frìtola succosa di sorellina incestuosa Miss Welby,

così come non lo fu il mio ITALIANI IN BULGARIA, neanche il CORRIERE DI PORDENONE è uno scherzo. Fu un quotidiano che realmente esistette nel 1988, del quale ero l'inviato di punta e del quale il suo direttore Giorgio Zicari, un simpatico fascistone piduista, mi spediva a fare, a me radicale, le inchieste di maggiore rilievo (per 30.000 lire ad articolo) mentre i giornalisti "professionisti" con stipendio fisso e inchiodati in redazione alla telescrivente o al telefono con la questura si rodevano dall'invidia mentre io stabilivo dei record come tre articoli in apertura di prima pagina. Vedi in proposito le testimonianze dirette su Nell'inferno dell'Aids e Aspettare la morte con dignità. Sono solo una decina di articoli che ti omaggio dopo il successo che hanno riscontrato il centinaio che ti mandai settimana scorsa dal mio archivio di ITALIANI IN BULGARIA, e il peggio per te e per i tuoi lettori è che nelle prossime settimane sto per mandarti un'altra valanga di roba mia e altra gente bulgara e belga.

Sempre roba, beninteso, pubblicata su periodici di altrettanta grossa tiratura (non ci metto Radio radicale perché ogni tanto supera i centomila ascoltatori).
Testimonianze dirette
NELL’INFERNO DELL’AIDS
Una giovane che ha contratto il morbo narra la sua vicenda

[articolo di Michele Boselli in apertura del Corriere di Pordenone del 7 agosto 1988]

È molto bella, un viso dolce sul quale la malattia ha steso una patina di mestizia, i capelli biondi raccolti sulla nuca. Ha ventinove anni, un diploma di segretaria d’azienda, si chiama G., abita in città. È malata di Aids ed è disposta a raccontare come e perché si può finire in quel buio tunnel che porta nel pianeta degli incurabili. Unica condizione: che non si scriva il suo nome. Pubblichiamo la sua drammatica testimonianza nella convinzione che nella battaglia contro la terribile malattia, questo brandello di realtà sia più efficace di qualsiasi campagna pubblicitaria.

L’appuntamento è in una zona frequentata dai tossicodipendenti e dagli spacciatori. La ragazza indossa una camicetta scollata e semitrasparente, jeans, sandali, anelli e braccialetti di foggia orientale, simboli della cultura alternativa. Si dev’essere bucata da poco perché appare tranquilla: ha cominciato a drogarsi a diciannove anni. “Purtroppo – racconta – qualche anno fa sono rimasta contagiata da una siringa sporca. La diagnosi fu terribile: sei sieropositiva – mi dissero – e puoi prendere l’Aids. E l’ho preso. Mi dissero che la malattia era incurabile e che nei rapporti sessuali avrei dovuto usare i profilattici. Poi mi hanno tolto una ghiandola sotto l’ascella, senza neanche dirmelo prima. Poi per molto tempo mi hanno fatto esami su esami, la linfografia e la Tac. Successivamente è iniziata la serie di ricoveri al Cro di Aviano, brevi ma frequenti, sempre per fare esami. Nessuno sapeva dirmi se per me c’era speranza: la disinformazione per il malato è la cosa peggiore. Spesso ho pensato di suicidarmi senza trovare il coraggio per farlo. Due anni fa, quando avevo già preso la malattia, è morta mia madre. Mio padre l’avevo perso quando avevo dieci anni. È stato un bruttissimo anno, quello. Molti ricoveri, sempre per esami e piccoli interventi, molti dei quali secondo me inutili e dolorosi. Esami fatti come su una cavia, senza tenere conto cioè del numero di piastrine molto basso: per me è inferiore di 10-20 volte al normale. È per questo che bisogna pensarci bene prima di aprirmi: il mio sangue non coagula. Quando mi hanno fatto la lombare sono stata male per molti giorni e lo stesso è accaduto ad alcuni miei amici sieropositivi. Tutto è stato molto doloroso. Cosa avessi in realtà l’ho scoperto troppo tardi. Prima andavo al Gruppo operativo tossicodipendenze per avere il metadone, nella speranza di disintossicarmi. Poi non me l’hanno più dato perché dal Cro li avevano avvertiti che avevo anche problemi polmonari. Per cercare di curarmi sono finita a Trieste, unico centro in regione che accetta malati di Aids. Lì dopo quattro mesi sono riuscita, grazie all’impegno dei medici, a risolvere i problemi ai polmoni”.

Chiediamo alla giovane come mai, con un diploma di segretaria d’azienda, non abbia cercato di cambiare vita in tempo e di trovarsi un lavoro. “Avevo trovato un lavoro – risponde – perché volevo cambiare vita. È stato quando mi hanno chiesto un certificato di sieronegatività che ho scoperto la malattia. Ho preferito licenziarmi spontaneamente per non essere sputtanata. Mi piaceva il lavoro all’aperto e per un po’ ho fatto l’operaia agricola, ma dovevo assentarmi continuamente per gli esami medici. Poi sono finita in carcere (per droga, ndr) per qualche giorno e ho perso anche quel lavoro”. Come si comportano gli altri, nei confronti di un malato di Aids? “Non si capisce bene come, ma la gente lo viene a sapere – risponde la giovane – e sono guai. La settimana scorsa, in piazza XX settembre, una conoscente mi ha gridato ‘Impestata! Impestata di Aids!’ Non ho reagito. E come avrei potuto? È vero. D’altra parte, anche a lasciar perdere, mi rodo dentro. Non c’è via d’uscita. Nel bar vicino a casa mi trattavano cordialmente, ora avverto una netta diffidenza. Mi salutano a malapena. Ma la vera vittima è stata mia madre: prima di morire mi ha difesa con tutte le sue forze e si è trovata esclusa dai vicini e dalle amiche. È morta sola, povera donna! Io, per quanto mi riguarda, mi sono abituata all’idea della morte che cerco di vedere con distacco, come in quella canzone di Guccini”. Canta i suoi versi: “… non so se desto in loro la curiosità o il timore… vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire, se presto hai dovuto morire… spendere i tuoi anni migliori se presto hai dovuto partire”. E prosegue: “Viaggio in questa odissea sentendomi sempre meno parte del mondo che mi circonda, sempre meno parte del mio ambiente. Nel contempo mi ci attacco con le unghie. Non so più se smettere di ‘farmi’ nell’illusione vana di migliorare, di guadagnare qualche giorno di vita o di continuare per godermi quanto mi rimane. Non so quanto mi resta. Non posso pensare al futuro. È impossibile. Ho cominciato a credere in Dio da quando mi sono ammalata”.

Testimonianze dirette
ASPETTARE LA MORTE CON DIGNITA’
L’ospedale che li accoglie è fatiscente, pochi infermieri

[articolo di Michele Boselli in apertura del Corriere di Pordenone del 7 agosto 1988]

La stessa ragazza che ha accettato di raccontare la sua esperienza ci accompagna all’ospedale La Maddalena, a Trieste, dove ci sono alcuni suoi amici, anch’essi malati di Aids, in condizioni gravi. Perché Pordenone – chiediamo alla giovane – è la città più colpita dal fenomeno droga in tutta la Regione? Ci viene data la seguente risposta: “I tossicodipendenti pordenonesi sono più ‘internazionali’. Vanno a cercare la droga in altre città ed anche all’estero. Il problema più serio è che i farmacisti si rifiutano di darci la siringa nell’orario di chiusura. Non dico di notte, ma nell’intervallo tra le 13 e le 16. è proprio l’orario in cui molti trovano la roba e sentono il bisogno di bucarsi. Ci mandano via senza la spada, con la beffa del manifesto di prevenzione dell’Aids esposto in vetrina. Così accade che uno si arrangia con siringhe già usate. Basterebbe qualche distributore automatico di siringhe e molti problemi sarebbero risolti”.

L’ospedale La Maddalena ospita attualmente cinque giovani affetti dal terribile morbo. Dal corridoio esterno parliamo con un ragazzo di 26 anni della provincia di Pordenone, che da un mese la malattia ha reso quasi cieco e calvo. “Temo che capiranno chi sono – dice – ma voglio ringraziare i medici che mi stanno curando con molta umanità, non tralasciando l’aspetto psicologico. Debbo lamentarmi però per la mancanza di personale. I pochi infermieri fanno quello che possono ma ho provato a stare qui un mese e mezzo senza che fosse pulito il water. Da due notti dormo con la flebo nel braccio ma occorre un’infermiera diplomata per per togliere e rimettere l’ago e le infermiere sono sempre meno. Il cibo arriva qui due volte alla settimana surgelato dall’ospedale di Gattinara: sono sempre le stesse cose riscaldate fino alla carbonizzazione. Qui dentro mi manca l’aria e la temperatura è sempre molto elevata. Nella mia stanza, come nelle altre, non c’è armadio e tengo le mie cose in una valigia. Nel bagno non c’è il bidet né la doccia. La vasca è stretta e profonda”.

Che rapporto ha con la morte? “Morire è inevitabile ma mi pesa molto vivere in queste condizioni. Posso accettare di morire giovane, ma vivendo bene quel che mi resta”. Poco più in là c’è un altro malato, un gay di 40 anni. È originario della provincia di Pordenone. Sta attraversando una fase critica: è inchiodato al letto con dolori lancinanti. È estremamente magro. La voce è flebile e si lamenta perché da giorni nessuno gli taglia la barba. Due stanze più avanti è ricoverata una ragazza di Pordenone, W., 30 anni. Non riesce più ad alzarsi. Ogni volta che parla, urla. È la giovane che ha espresso come ultimo desiderio quello di riavere la patente che le venne ritirata dalla questura. La sensazione che si ricava in questo ospedale è quella di un lazzaretto, un parcheggio per moribondi. Il reparto è isolato: non dispone né di radiologia, né di un laboratorio di analisi e non si può dire che ci sia molta igiene.

RADICALI, UN APPELLO PER REPERIRE FONDI

[articolo di Michele Boselli in prima pagina del Corriere di Pordenone del 7 agosto 1988]

La parlamentare radicale Adelaide Aglietta, presente in città per una visita al carcere, ha lanciato un appello “per una immediata sottoscrizione straordinaria a sostegno delle iniziative politiche del partito”.
“Il progetto di trasformare il Pr nel primo partito transnazionale della storia politica europea – ha affermato Adelaide Aglietta – rischia d’infrangersi di fronte alla mancanza di mezzi finanziari. I validi programmi rischiano di essere messi in crisi dalle cifre”.
Le iniziative per gli Stati uniti d’Europa, per la Yugoslavia nella Cee, per i diritti umani dall’Est, per la campagna contro il proibizionismo e la droga, rischiano di restare sulla carta. “Siamo ancora in tempo per impedire – ha concluso l’onorevole Aglietta – il fallimento e la liquidazione del progetto radicale”.


EDILIZIA POPOLARE

[articolo di Michele Boselli da un Corriere di Pordenone del 1988]

Pordenone, via San Vito. Un grande complesso di case popolari con quasi mille abitanti, prevalentemente operai e molti pensionati che dispongono di un centro sociale. C’è anche un asilo, ma i bambini lamentano la mancanza di un campo di calcio e alcuni giovani si dolgono dello scarso contatto umano con i vicini, spesso sconosciuti. Ma il problema più diffuso sembra quello delle macchie di umidità e, nel caso particolare di un fabbricato, della scarsa esposizione alla luce diurna, aggravata dalle poche finestre.

Nel comune di Fontanafredda, il quartiere satellite di Villadolt. Vivono qui operai, artigiani, disoccupati e alcuni americani, tra i quali l’unico bambino di colore, scernito dai piccoli amici ma anche insultato da alcuni “adulti”. Il moderno quartiere è all’avanguardia per il verde pubblico, le scuole e i servizi sportivi, mentre è poco frequente l’autobus per il capoluogo (otto corse al giorno che dimezzano in estate). Anche qui infiltrazioni d’acqua, fessure nei serramenti e affitti poco popolari, sui quali incide in misura notevole il riscaldamento. Frustrante consuetudine è subire il furto delle biciclette: non c’è rimedio perché mancano i garage, promessi da anni come il “serpentone”, il centro commerciale mai costruito.

Esempi significativi di una politica edilizia ormai superata, come spiega il presidente provinciale (e nazionale) dell’istituto autonomo per le case popolari, Giuseppe Bertolo: “Si sono spesi fiumi di miliardi per costruire e portare i servizi in periferia. Ora la tendenza a livello europeo è di recuperare i centri”. L’ultimo bando di concorso è l’occasione per fare il bilancio di 18 anni di attività dello Iacp provinciale: partendo da una situazione disastrosa di 2.000 domande, oggi sono scese a 700 (in città) rispetto alle 600.000 a livello nazionale. Del resto il patrimonio edilizio regionale è superiore del 50% alla media italiana, con circa 1,7 vani per abitante (comprese però le seconde case).

I criteri per determinare il punteggio nella graduatoria per l’assegnazione delle case tengono conto di fattori quali il reddito, le condizioni igieniche e il sovraffollamento, la distanza dal luogo di lavoro, il rimpatrio di emigrati, la condizione di sfratto. Sono avvantaggiati pensionati, vedove, invalidi. Pregi della recente legge regionale 75, che fa del Friui Venezia Giulia un tranquillo appartamento nel caotico condominio nazionale, e su cui tuttavia incombe la crisi. “C’è una flessione consistente del mercato edilizio, dovuta all’esaurimento della ricostruzione post-terremoto”, afferma il geometra Pignat dell’Associazione delle piccole imprese, indicando una soluzione nell’estensione dell’antisismicità a tutti gli edifici e ai lavori di manutenzione straordinaria per il contenimento energetico.

Una soluzione che, per quanto riguarda il settore pubblico (25% del mercato), trova ben disposto il presidente Bertolo, che lancia la sua proposta: lo strumento del piano di recupero urbano descrittivo (ovvero entro precisi vincoli senza spazio per leziose esercitazioni di stile) da affrontare attorno a un tavolo con i rappresentanti di tutti i soggetti interessati: comune, imprese, cooperative, privati e operatori del terziario. Sulla linea del restauro e del recupero urbano è anche il sindacato, che pone l’accento sulla necessità di interventi contro le barriere architettoniche, discriminatorie verso i disabili e i sempre più numerosi anziani. Per capirlo basta contare i gradini della Casa del mutilato…

La nuova tendenza della politica edilizia vuole, insomma, abbandonare la logica dei compartimenti stagni in modo che il recupero dei centri risulti una operazione duratura, utile alle esigenze collettive ed economicamente valida.


STRANIERI A PORDENONE

[articolo di Michele Boselli da un Corriere di Pordenone del 1988]

Pordenone, ingiustamente ritenuta priva di identità, perché non sta in Veneto né in Friuli, ha invece trovato una sua identità anche per questo motivo, che l'ha portata ad essere aperta ad altre culture. Quella meridionale in primo luogo. I famigerati "terroni" vivono in pace con i pordenonesi, tanto da faticare a distinguerli. I non pochi milanesi stanno bene: ritrovano infatti il traffico, e scoprono l'aria pulita, con una spruzzatina di radon per non sentire nostalgia dell'inquinamento. Poi sono arrivati loro, gli "stranieri". Alcuni di loro molto tempo fa, come gli americani della base o gli yugoslavi. Altri come insegnanti della loro lingua: inglesi e tedeschi. Altri ancora, da Cina, Iran, america centrale, per trovare speranza e lavoro, come hanno fatto tanti
friulani all'estero.

Così Pordenone conta ora oltre 200 "stranieri", lo 0.4 per cento della popolazione. Contrariamente a quello che si può pensare, non sono molti gli americani; essi sono più numerosi ad Aviano, Roveredo, Budoia. Molti sono gli yugoslavi e i tedeschi, e sono anche quelli residenti in modo stabile in città da diversi anni. Seguono inglesi e francesi, per lo più insegnanti in istituti di lingue privati. Spesso questi insegnanti ruotano fermandosi pochi mesi. Tra gli affezionati troviamo invece due iraniani, un greco, un olandese, due signore spagnole. Arrivati più recentemente sono diversi immigrati dall'America latina. Ecco dunque, che cosa hanno detto al Corriere di Pordenone alcuni di questi pordenonesi "transnazionali":

Thaer Djafari, 32 anni, iraniano: "Sono a Pordenone da quattro anni e sto bene. Prima ero a Urbino, dove ho studiato. Ora faccio il tirocinio di sociologo, ma ho fatto venti lavori, dal manovale al commesso. Ho molti amici italiani e mi trovo da dio in questo paese di cultura elevata"

Ernest Fleury, 76 anni, francese: "Ho poche amicizie, ma sto bene a Pordenone, sono qui da dodici anni"

James Addlesberger, americano dell'Ohio: "Lavoro alla base da quattro anni. Non ho contatti con italiani perché non parlo la vostra lingua. Però mi trovo bene. Tutti gli americani si trovano bene qui. All'inizio ci lamentiamo del cibo, ma poi diventiamo matti per pizza e spaghetti!"

Petra Kloetzner, 28 anni, di Lipsia (DDR), insegnante: "Vivo qui da otto anni, ho sposato un italiano e non posso lamentarmi della mia condizione di straniera. Piuttosto, delle condizioni della scuola italiana..."

Ljuba Karapeova, 41 anni, di Skopje (Yugoslavia): "Sono qui da 19 anni, ho sempre lavorato alla Seleco. Sono sposata con un italiano e ho due figli. I miei amici sono tutti italiani"

Vassilis Kyprianidis, 34 anni, greco: "In Italia mi sono laureato in veterinaria e vivo a Pordenone da quattro anni, sposato con una consulente finanziaria italiana. Non  ho problemi di contatti umani"

Maria Enriqueta Rodriguez Gomez, 51 anni, pensionata, spagnola di Cadice: "Vivo a Pordenone da quattro anni. Prima sono stata a Genova, che ricordo per il buon clima, e a Milano. Mio marito è di Pavia. Mi sono sempre trovata bene"

Il viaggiatore che si trovasse a passare per Pordenone e facesse sosta, tra l'autostrada e la stazione Fs, all'albergo Santin (nome tipicamente veneto), entrando nel bar-ristorante dell'hotel rimarrebbe a dir poco sorpreso: barista, cameriere, maitre e gestore sono tutti cinesi. Le famiglie Lyn, Zhu e Wu, unite da un complesso sistema di parentele, sono originarie di Zhe Jiang, un paese vicino alla grande metropoli Shanghai. Dopo un breve periodo a Bologna, diciotto mesi fa sono approdati a Pordenone.  "Sto bene a Pordenone" dice Zhu Hua (rosa di pera), una ragazza di 20
anni che si fa chiamare Monica "Nessuno mi ha mai preso in giro, ma ho pochi amici italiani perché parlo ancora male la lingua". Consultata la carta stradale per rassicurarsi sull'ubicazione della nostra città, il viaggiatore consulterà poi la carta dei cibi per scegliere una leccornia (dal pollo ubriaco alla birra cinese) da consumare in un ambiente caratteristico nell'atmosfera dell'ospitalità orientale.


INCIDENTI STRADALI

[articoli di Michele Boselli da due Corriere di Pordenone del 1988]

Spettacolare incidente a Pordenone in via Monte Canin alle 18.15 di ieri giovedì, per fortuna senza conseguenze per gli occupanti delle due autovetture coinvolte: Franco Golin di Portogruaro e Gianni Cristin di S.Giorgio di Nogaro, entrambi 41enni. Quest'ultimo usciva da viale Venezia sulla sua Panda e anche il primo ha pensato bene di fare altrettanto con la sua 127. Invece bisognerebbe fare questa operazione uno per volta.

Dora Pezzilli è rimasta ferita in uno scontro frontale avvenuto domenica alle 14 in località Collalto, comune di Susegana (TV). Sulla sua VW Polo, condotta da un amico, viaggiava anche lo psichiatra Carlo Rizzo di Pordenone. Percorrendo una strada non asfaltata a 20 km/h, in una stretta curva incrociavano una Opel Corsa che procedeva a forte velocità e perdeva il controllo frenando sulla ghiaia. Seguiva in un istante il violento impatto. Dora Pezzilli è stata trasportata all'ospedale di Conegliano dagli amici che la seguivano per trascorrere la domenica sul Piave. La prognosi è di 10 giorni salvo complicazioni per le ferite al capo e alle gambe. 10 giorni di convalescenza pure per Carlo Rizzo. Sono illesi gli occupanti della Corsa, il conducente Dino Granzotto e il proprietario Claudio Zambon, entrambi di Susegana, che dal bar tornavano a casa per guardare il G.P. di F1 in TV. Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Fontanelle, che hanno verbalizzato l'ammissione di torto del Granzotto e le altre testimonianze. Il 21 marzo scorso, la sfortunata Dora aveva subito un incidente dalle conseguenze analoghe in prossimità della sua abitazione.


IL CENTRO DI RIFERIMENTO ONCOLOGICO DI AVIANO

[articolo di Michele Boselli da un Corriere di Pordenone del 1988]

Cancro: difficile la diagnosi, difficile la prognosi, difficile la cura. Con tutto quello che essa comporta: anche la delicata questione della ricerca di nuovi farmaci e nuove terapie. Proprio per questo, in quasi tutti gli istituti dei tumori d'Italia, esiste un comitato etico per la sperimentazione clinica. Al Cro di Aviano il comitato è presieduto dal dottor Silvio Monfardini, primario della divisione di oncologia medica e direttore scientifico del centro. Gli altri componenti sono un oncologo medico, un oncologo chirurgo, una radioterapista, un oncologo sperimentale, un anatomo-patologo, uno statistico ed un segretario, tutti medici interni all'istituto. Ci sono poi quattro membri non medici, di cui uno appartenente al centro, un giudice, un avvocato ed un moralista, rappresentato dalla figura di un prete. Chiediamo al dr. Monfardini quali sono le funzioni del comitato.

"Le sue funzioni sono essenzialmente etiche, ma anche tecniche, di valutazione della fattibilità della terapia. Pur non essendoci ancora una legge generale valida per tutta Italia, è necessario che ogni direzione scientifica si avvalga di un parere etico relativo all'opportunità della nuova terapia". Non dobbiamo dimenticare che si parla di sperimentazione di nuove tecniche per combattere il male. "Esiste sempre il pericolo" prosegue il dottore "che pur con le buone intenzioni, il ricercatore venga affascinato dall'entusiasmo, e quindi bisogna garantirsi da questo rischio. Ogni procedura diventa un protocollo scritto che il comitato deve vagliare ed approvare".

Il paziente viene a conoscenza del suo protocollo?
"Il paziente deve essere informato prima dell'inizio del trattamento. Questo naturalmente deve essere fatto in maniera tale da non traumatizzare il malato, che deve essere consenziente su quello a cui verrà sottoposto. Il fine del nostro istituto di ricerca è quello di indagare su nuove modalità terapeutiche e diagnostiche, confrontandole con quanto già esiste ed aprendo la strada a qualcosa che potrebbe essere migliore: nuovi farmaci, nuove terapie. A questo fine proviamo a volte a verificare che cosa si ottiene randomizzando un trattamento intensivo piuttosto di uno standard".

Che cosa significa randomizzare?
"Il termine indica la scelta casuale del trattamento..."

Ma il paziente sa che viene sottoposto a questa scelta casuale e che ci potrebbero essere altre possibilità di trattamento?
"E' un argomento molto molto delicato... Gli si spiega che entra in un determinato protocollo, che ciò implica questo e quest'altro, ma va usata una certa cautela nel comunicargli che ciò che viene fatto è casuale. In una persona che non comprende tutto il meccanismo si può ingenerare una situazione di sfiducia. All'interno del mondo scientifico questa è una questione dibattutissima: c'è chi sostiene che al paziente debba essere detto anche questo e chi è contrario".

Quindi per il momento è il comitato che decide?
"Il problema non Š ancora risolto. Il consenso informato viene dato, ma ci vuole qualcuno che prima, a monte, si assuma la responsabilità. Alcuni dicono che ci vorrebbe un comitato più perfetto, comprensivo anche dei pazienti e dei loro parenti. Io penso che il nostro sia un sistema imperfetto e che sia difficile possedere la formula della perfezione. Si tratta di una malattia mortale... appunto per questo, molte volte è difficile dire proprio tutto al paziente".

Che cosa non gli si dice?
"Il paziente viene informato sulla diagnosi. Per quanto riguarda la prognosi, il grado d'informazione è sempre commisurato su quello che il malato può ricevere. Dicendo ad una persona tutta la verità si rischia di farla piombare nella depressione più nera. Quindi, dal momento che non tutto può essere messo in mano al paziente, è necessario che ci sia un vaglio etico che approvi l'utilità della terapia. Ecco l'importanza del comitato, costituito essenzialmente per valutare la sperimentazione di nuovi farmaci, ma anche di nuovi mezzi diagnostici e metodiche terapeutiche. Ci deve essere la sicurezza che il protocollo di sperimentazione sia scritto e messo in pratica secondo determinate regole"

Quante volte si riunisce il comitato e come decide?
"Si riunisce quando si verifica la necessità, ogni due-tre mesi, precisamente quando arrivano i protocolli che, prima di essere applicati devono venire approvati. Si discute e dibattendo si cerca di raggiungere una decisione all'unanimità".

Nell'ambito della ricerca, con quali organismi siete in contatto?
"Noi partecipiamo ad un gruppo di lavoro dell'OERTC, che è quello degli early clinical trials groups (gruppi di prove cliniche precoci), che si occupa dello sviluppo di nuovi farmaci. Attualmente, per esempio, stiamo sperimentando la diossicoformicina, molto attiva nella leucemia dalle cellule capellute. Questo è un farmaco difficile da maneggiare, specie per i suoi effetti collaterali, diversi da quelli degli altri farmaci. Stiamo tentando di valutarne l'efficacia ed il lavoro prosegue in collegamento con tutti gli altri".

Ecco spiegato il significato del "difficile" annunciato sin dall'inizio. Una difficoltà che supera i confini tecnico-scientifici ed invade prepotentemente la sfera ben più delicata della psiche di medici e pazienti.


PROFESSIONE DETECTIVE

[articolo di Michele Boselli da un Corriere di Pordenone del 1988]

Bruno Busetto è un uomo asciutto coi capelli imbiancati. solo i baffetti tradiscono il suo mestiere, e la sua voce sospirata, forse per deformazione professionale. Lo Sherlock Holmes pordenonese fa questo mestiere da oltre vent'anni, nell'istituto mercurio che lui dirige, e non ha mai fatto altro altro: l'occhio di lince, il detective privato. la sede del suo istituto, traboccante di computer, non ha niente di scalcinato alla maniera dell'investigatore fallito né di iper-lussuoso alla Nero Wolfe. Insomma, delusione per chi si aspetta qualcosa di simile alle hard-boiled o spy-stories, ma piuttosto ha l'aspetto decoroso di una avviata attività commerciale. E proprio nel settore del commercio e dell'industria il cav. Busetto fa i suoi affari migliori, offrendo servizi che vanno dal telecontrollo dei protesti alla selezione del personale, dalle indagini fallimentari fino alle ricerche di mercato.

I tempi cambiano e l'economia detta legge, ma nel delicato campo delle "corna" i tempi non cambiano mai e Busetto conta migliaia di questi casi nella sua carriera. Cosa fa il marito? Dove va la moglie? gli angosciosi quesiti provengono per lo più dallo strato sociale medio borghese, in uguale misura da uomini e da donne, e nella grande maggioranza dei casi, il tradimento c'è. Scoprirlo dipende dall'accortezza del pedinato. Problemi morali, Busetto non ne ha, convinto di fare il suo mestiere con correttezza, rifiutando di infilare microfoni in luoghi privati e comportandosi "non solo da investigatore, ma da consigliere che analizza il problema". La lezione l'ha imparata da giovane, quando avventatamente sentenziò: "Signora, suo marito è irrecuperabile", mentre la coppia in questione convive tuttora felicemente.

Qualche episodio curioso insaporisce la noiosa routine. Come quel signore che, sospettato dalla moglie di farsela con un'altra donna, una madre, perché desiderava un
figlio, in realtà soddisfaceva il suo senso paterno appartandosi con dei militari di leva. Tutto si risolse con l'annullamento della sacra rota. Più di uno i casi in cui il marito, informato che la moglie andava con il suo migliore amico (un classico), dichiarava di saperlo già e che non glie ne importava nulla. Strana umanità… Ma il caso più curioso riguarda forse quel consigliere comunale (non di Pordenone) che diede l'incarico a Busetto di indagare sul passato degli altri consiglieri. Risultarono tutti "puliti" tranne, guarda un po', il committente, che faceva il macellaio senza l'autorizzazione sanitaria.


ADOZIONE COMPLICATA

[articolo di Michele Boselli da un Corriere di Pordenone del 1988]
                                                           
È la storia di una adozione tanto desiderata quanto lunga a venire, tra tanti trabocchetti burocratici, quella vissuta dai coniugi pordenonesi Fatima Bomben, impiegata statale, e Mario Rinaldi, maresciallo dell'esercito. Nel 1983 inoltrano la domanda di adozione al Tribunale dei minori e da quel momento cominciano gli accertamenti per verificare se la coppia possiede i necessari requisiti. Una continua altalena tra la Provincia, competente per legge, e il Tribunale dei minori di Trieste, le cui perizie dichiarano alternativamente adatta e inadatta la giovane coppia, come documenta il fascicolo di pratiche accumulato in questi anni da Rinaldi, convinto che a ritardare tutto abbia contribuito un errore giudiziario di cui rimase vittima nel 1986.

Una donna americana fu picchiata a Roveredo e Mario Rinaldi si ritrovò rinviato a giudizio senza sapere niente. Per fortuna il vero colpevole risultò da indagini più accurate e lui fu assolto. Da qualche mese è arrivata in casa Rinaldi-Bomben una piccola bambina tamil, che vive in salute coccolata dai genitori. Ora si trova in condizione di pre-affidamento e l'adozione, ora che si è stabilito essere di competenza del tribunale dei minori dovrebbe divenire definitiva un anno dopo, ossia entro il prossimo febbraio. Ma una nuova minacciosa nube si profila all'orizzonte: il permesso di soggiorno scadrà proprio il 10 febbraio, e se l'adozione non sarà ancora definitiva, sarà rispedita in India.


A caccia di umori tra ambientalisti e… sparatori
UCCELLI D’ITALIA LA CACCA S’E’ DESTA

[articolo di Michele Boselli da La Ciotola del 1 ottobre 1987]

Domenica 20 settembre, svegliato dalle fucilate, sono partito per la mia prima battuta di caccia ai cacciatori con una accompagnatrice di rispetto: la segretaria del Wwf Conegliano, Emma Modena, che insieme a poche altre guardie venatorie dedica il suo tempo libero a perlustrare le campagne ed elevare verbali ai numerosi cacciatori irregolari. “L’infrazione più comune – mi spiega Emma – è l’inosservanza della distanza minima di 150 metri dalle abitazioni, che costa ogni anno parecchi morti”. L’Italia detiene il triste record mondiale del più alto numero di cacciatori rispetto alla popolazione e alla superficie del territorio: 7,3 cacciatori per chilometro quadrato, comprese città, laghi, alte montagne e il nostro condominio. Un veloce confronto con altri paesi europei ci fa arrossire di vergogna: 3,9 in Francia (distanziata al secondo posto); 1,5 in Germania federale; 0,9 in Gran Bretagna. Le regioni italiane con più cacciatori sono Emilia, Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e sopra a tutti la Toscana, con oltre 300.000 dei due milioni di doppiette italiane. Ma chi è il cacciatore?

L’aggressività di chi va a sterminare per gioco gli animali è sempre conseguenza di frustrazione, una sorta di impotenza per cui lo sparare col fucile è spesso l’unico forma di attività “sessuale” di cui il cacciatore è capace. A tale proposito lo studioso Roheim parla di nessi tra pene e arma da fuoco come simboli di autoaffermazione e tra arma fallica e la caccia come simboli del coito. Una nota a parte meritano i cacciatori di falco pecchiaiolo sullo stretto di Messina: la tradizione vuole che la cattura di questo rapace sia la prova della fedeltà della moglie. Tuttavia, è facile osservare che le prolungate assenze da casa di questi cacciatori producono piuttosto l’effetto contrario, spesso ad opera di seducenti ambientalisti.

Seduti alla Guizza davanti a un tè, Emma mi racconta di uno degli aspetti più incivili della questione: l’uccellagione, e della sua incredibile vicenda legislativa. Dopo anni di battaglie degli ambientalisti e proteste dei paesi europei che vedono estinguersi il patrimonio di uccelli migratori pur rispettandoli, l’uccellagione veniva abolita per legge nel marzo del 1969. Ma, soltanto sette mesi dopo, il governo soddisfaceva il prurito dell’Anuu (Associazione nazionale uccellatori e uccellinai) e ripristinava la macabra pratica delegando la materia alle regioni. La giunta del Friuli – Venezia Giulia, cui non faceva difetto una ridicola precisione, stabilì il numero massimo di uccelli catturabili in 4.647.585 esemplari. Una cifra simile di firme di cittadini europei fu raccolta da un comitato amburghese anticaccia, ma valsero meno di 15.000 uccellatori dell’Anuu. Costoro sono anche convinti di dare un contributo fondamentale alla scienza ornitologica con la cattura di esemplari rari. Riviste oscene come Uccelli d’Italia riportano nell’assoluta impunità i resoconti degli ornitologi calibro 12.

Prendo un numero a caso e leggo il triste elenco degli impagliati: una cicogna bianca a Susegana, diversi pivieri tortolini sul Pizzoc e sul Visentin, un verdone a Campolongo,  nove zigoli di Lapponia a Mareno di Piave (per limitarci alla nostra zona). Ora le cicogne snobbano la penisola e migrano sorvolando Spagna o Turchia, e non è da trascurare che la caccia ci costa ogni anno un bel po’ di turisti sensibili alla campagna Keine Reisen in das Land des Vogelmordes: niente viaggi nel paese degli assassini d’uccelli. Ma tant’è: in materia di caccia l’Italia si colloca con orgoglio venatorio tra i paesi del quinto mondo, prendendo lezioni di civiltà da Somalia e Uganda. Da noi la caccia sembra intoccabile. Nel 1980 vennero raccolte 865.000 firme per il referendum anticaccia, ma la Corte costituzionale lo respinse. Va ricordato che la Costituzione repubblicana recita: Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia ed indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, materie queste che i sommi magistrati, nella loro imperscrutabile onniscienza, hanno ritenuto molto affini alla caccia. L’anno scorso i radicali ci hanno riprovato con Dp, Verdi e L’Espresso, ma anche questa volta gli augusti giudici hanno gettato nel cestino la volontà popolare (fu raccolto il doppio delle firme sufficienti) in ossequio alle associazioni venatorie e agli armieri venali.

E allora che fare? Mi soccorre Manuela Zuccarello, ex consigliere provinciale verde, con una anteprima in esclusiva per i lettori de La Ciotola: “Raccoglieremo le 50.000 firme necessarie per il referendum regionale. Sto contattando i Verdi e le altre associazioni radicali del Veneto”. Ma torniamo alla nostra battuta di caccia. D’improvviso Emma mi ferma con il braccio: a pochi metri da noi, oltre un cespuglio, un cacciatore spara all’alzarsi in volo di un variopinto uccello. Mancato il bersaglio, il cacciatore spara una seconda volta, quasi in verticale, e fulmineo si porta una mano all’occhio destro che mirava nel cielo, bestemmiando. Il beffardo volatile ha scagazzato in volo e colpito nell’acuta pupilla il nemico, che perde l’equilibrio e rovina su una strepitosa bovassa depositata ad arte da un sapiente bovino. Sul viso di Emma si dipinge un sorriso amaro: con la stagione della caccia si è aperta anche quella della cacca.