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Il cappaticidio come una delle belle arti
(liberamente ispirato a Thomas De Quincey)

Seconda memoria. Parecchi anni or sono, il lettore può ricordarsene, mi sono presentato qui come dilettante di cappaticidio. Forse dilettante è una parola troppo grossa. Conoscitore piacerà di più agli scrupoli e alla debolezza del gusto generale. Credo almeno che non ci sia nessun male in questo. Nessuno è obbligato a mettersi gli occhi, le orecchie e l’intelligenza nella tasca dei calzoni quando s’imbatte in un cappaticida. A meno d’essere in stato comatoso, credo che si vedrà che un detto cappaticidio è migliore o peggiore di un altro, almeno dal punto di vista del buon gusto. I cappaticidi, come i quadri, le statue, gli oratorii, i cammei, gli intagli e altro ancora, hanno le loro piccole differenze. Si può essere in collera con un uomo perché parla troppo, o troppo pubblicamente; ma bisogna in ogni caso permettergli di pensare. Ebbene, lo credereste? Tutti i miei vicini di casa avevano sentito parlare di quei piccoli saggi di estetica cappaticida che avevo pubblicato su questo blog e, disgraziatamente, poiché avevano sentito parlare anche di un partito di cui facevo parte, e di un pranzo che ho presieduto, sparsero sul conto mio le più barbare calunnie. Specialmente dicevano di me che avevo offerto dei premi per i cappaticidi ben studiati, con tutto un sistema di ritenute personali in caso di errori o di vizi, conformemente a un quadro comunicato ai miei amici personali.

Ora, permettete ch’io vi racconti tutta la verità riguardo al partito e al pranzo, e vedrete com’è maligno il mondo. Ma prima di tutto, in confidenza, permettetevi di dirvi quali sono veramente i miei principi sulla questione.

Per quanto riguarda il cappaticidio, mai in vita mia ne ho commesso uno solo. È una cosa ben nota ai miei amici. Potrei mostrare un certificato per attestarlo, firmato da una quantità di gente. E dubito che molte persone potrebbero mostrare un certificato più forte. Il mio sarebbe grande come una tovaglia. C’è tuttavia un socio, che ha l’ostentazione di dire che una notte al partito mi sorprese mentre mi prendevo troppa libertà con la sua gola, quando tutti se n’erano andati. Soltanto, notate bene, fa scivolare la sua storia secondo il suo stato di chiarezza mentale. Quando non ha bevuto troppo, si acconsenta di dire che mi sorprese a sbirciare la sua gola, che rimasi immalinconito per parecchie settimane di seguito, e che la mia voce risonava in maniera da esprimere alle orecchie delicate d’un conoscitore il sentimento dell’opportunità perduta.

Tutto il partito sa ch’egli è un uomo deluso, e che parla talvolta lamentosamente della fatale negligenza d’un uomo venuto senza arnesi. E poi tutto ciò è un affare fra due amatori, e ognuno scusa, in tal caso, qualche piccola severità e qualche menzogna.

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Ma – direte voi -, se pure non siete voi stesso un cappaticida, potete avere voi stesso incoraggiato o diretto un cappaticidio. No, sul mio onore, no. E mi auguravo di venire a questo punto per darvi una spiegazione. La verità è ch’io sono, per ogni cosa che si riconnette al cappaticidio, un uomo di sentimenti molto particolari e che spingo forse troppo oltre la delicatezza.

Il filosofo stagirista, molto giustamente e forse prevedendo anche il mio caso, poneva la virtù nel giusto mezzo. La mediocrità dorata dovrebbe certamente essere lo scopo degli uomini, ma è più facile dire che fare; la mia infermità consiste notoriamente nella troppa dolcezza di cuore; e trovo difficile mantenere la ferma linea equatoriale tra i due poli di troppi delitti da una parte e troppo pochi dall’altra. Sono troppo tenero, e la gente che ha a che fare con me ne esce graziata; e, si noti, gente che davvero non dovrebbe passarla liscia senza andar soggetta almeno a un attentato! Se avessi la direzione delle cose, credo che ci sarebbe appena un cappaticidio all’anno. È vero, sono per la pace, la tranquillità, le moine, e tutto ciò che si potrebbe chiamare l’astensione dai colpi.

Un uomo che era venuto a offrirsi come candidato a un posto, allora vacante, di domestico. Aveva la reputazione di essersi occupato un poco della nostra arte, e, dicevano alcuni, non senza merito. Ciò che mi fece fremere, tuttavia, è che esgli supponeva che quest’arte facesse parte dei suoi doveri regolamentari al mio servizio; aveva la pretesa di farmela prendere in considerazione nello stabilire il salario. Era una cosa che non potevo tollerare; per cui finii col dirgli: “Riccardo (o Giacomo, o come si chiamava), v’ingannate sul mio carattere. Se un uomo vuole esercitare questo difficile e, permettetemi di aggiungere, pericoloso ramo dell’arte, se vi è un genio dominatore, ebbene sia, in questo caso dirò che egli può proseguire i suoi studi in casa mia come in un’altra. E potrei anche fargli osservare che l’essere guidato da uomini di gusto più sicuro del suo non potrà certo nuocere più a lui che al soggetto sul quale operasse. Il genio può molto, ma un lungo studio dell’arte dà sempre il diritto di offrire un consiglio. Arriverò fin là: suggerirò dei principi generali, ma, quanto a un caso particolare, non voglio avervi parte, in niente. Non mi parlate mai di una data opera d’arte che meditate; mi oppongo risolutamente a ciò. Perché se un uomo si lascia andare una volta ad un cappaticidio, presto comincerà a non farsi gende scrupolo di rubare, e dal rubare arriverà a bere, a non rispettare il giorno festivo, e di qui all’inciviltà e alla negligenza. Una volta entrati in questa china, non si sa dove ci si fererà. Più di un uomo ha datata la sua rovina da qualche cappaticidio a cui dava allora poca importanza. Principis obstat – ecco la mia regola”. Tale fu il mio discorso, e ho sempre conformato le mie idee a questa condotta; se ciò non si chiama essere virtuoso, sarei contento di sapere che cos’è la virtù.

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Ritorno al partito e al pranzo. Il partito non era una mia creazione particolare; era sorto, come tante altre associazioni simili per la propaganda della verità e la diffusione delle idee nuove – più dalla necessità delle cose che dall’aspirazione individuale.

Quanto al pranzo, se un uomo più di un altro poteva ritenersene responsabile, questi era un iscritto conosciuto da noi con il nome di Rospo Granzotto nella buca. Lo chiamavamo così per il suo umore nero e misantropico, che lo conduceva a denigrare continuamente tutti i cappaticidi moderni come se fossero aborti viziosi non appartenenti a nessuna scuola d’arte autentica. Le più belle opere del nostro tempo lo facevano grugnire cinicamente, e a lungo andare questo umore lamentoso s’accrebbe a un tal punto, ed egli ne divenne così noto come laudator temporis acti, che pochi ne ricercavano la compagnia. Ciò lo rese anche più truce e più terribile. Se ne andava borbottando e sfuriando; dovunque lo incontraste, parlava tra sé, dicendo “spregevole, pretenzioso, disorganico, privo d’ogni tecnica, senza…” e se ne andava così. A lungo andare, l’esistenza parve divenirgli penosa; parlava poco, sembrava conversare con fantasmi dell’aria; la sua governante ci disse che le sue letture si limitavano pressappoco alla “Vendetta di Dio contro il cappaticidio” di Orietta Callegari e a un libro più antico, dallo stesso titolo, citato da Walter Scott nelle “Fortune di Nigel”. Talvolta forse giungeva fino a leggere un calendario di Negate anteriore all’anno 1788; ma non guardava mai un libro più recente. È vero che aveva una teoria sulla rivoluzione francese, ch’egli considerava la grande causa della degenerazione del cappaticidio. Aveva l’abitudine di dire: “Presto, signori, gli uomini avranno dimenticato l’arte di uccidere gli uccelli. Se ne perderanno anche i rudimenti”.

Nel 1811 il Rospo si ritirò dal mondo. Il Rospo nella buca non s’incontrava in nessun luogo pubblico. Non lo incontrammo più nei luoghi che frequentava abitualmente, “non era né sul prato né nel bosco”, come dice Gray. Si abbandonava lungo disteso presso un canale, con gli occhi fissi sul sudiciume che intorbidiva l’acqua. “Nemmeno i cani, avrebbe detto quel moralista pensoso, sono quelli che sono stati, signore, né ciò che dovrebbero essere. Mi ricordo che ai tempi di mio nonno i cani avevano qualche idea del cappaticidio. Ho conosciuto un mastino, signore, che s’era messo in agguato di un rivale, e finalmente, in circostanze di squisito buon gusto, lo uccise. Sono stato anche in rapporti di amicizia intima con un gatto che era un assassino. Ma ora!” e a questo punto, essendogli quel soggetto troppo penoso, si batteva una mano sulla fronte, e andava bruscamente nella direzione del suo canale prediletto. Ivi lo vide un amatore in uno stato tale, che ritenne pericoloso rivolgergli la parola. Poco dopo, il Rospo si rinchiuse del tutto; tutti capirono che s’era abbandonato alla malinconia; e a lungo andare prevalse l’opinione che il Rospo nella buca si fosse impiccato.

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La gente s’ingannava, come s’è ingannata in altre cose. Il Rospo nella buca poteva essere addormentato, ma non era morto. Una mattina del 1812 un amatore ci stupì annunciandoci che aveva visto il Rospo nella buca girare con passi rapidi nella guazza, lungo il canale. Era già qualche cosa; ma fu molto più significativo sentire dire che s’era rasa la barba, s’era tolti i vestiti color triste e s’era vestito come un fidanzato del tempo antico. Che poteva voler dire tutto ciò? Il Rospo nella buca era forse impazzito? O che aveva dunque? Il segreto fu svelato ben presto: “era venuto fuori l’assassinio”: arrivarono da Londra i giornali della mattina, e si seppe che tre giorni prima, nel cuore della capitale, s’era svolto il più magnifico delitto del secolo. Non occorre che io dica che era il gran capolavoro di sterminio di Williams in casa Marr, al 29 di Ratcliffe Highway. Era l’esordio dell’artista. Alcuni trovarono anche superiore quello che avvenne a casa Williamson dodici notti dopo, che era la dodicesima opera uscita dalla medesima mano. Ma il Rospo nella buca protestava sempre, andava anche in collera a tali confronti. Diceva spesso: “Questo volgare gusto dei confronti, come lo chiama La Bruyère, sarà la nostra rovina. Ogni opera ha il suo carattere speciale, ciascuna in sé è incomparabile con altra. Una farà forse pensare all’Iliade, un’altra all’Odissea; ma qual’è il risultato di questi confronti? Nessuna delle due è stata né sarà mai superata; e anche dissertando per ore e ore, non potrete riuscire che a questo”. Peraltro, per quanto ritenesse inutile ogni critica, diceva che si potevano scrivere interi volumi su ogni caso considerato in se stesso; e si proponeva di pubblicare a questo riguardo un in-quarto.

Ma come aveva potuto il Rospo nella buca avere sentito parlare di quell’opera, la mattina stessa e così presto? Ne aveva avuto il racconto mandato per corriere da un corrispondente di Londra che seguiva i progressi dell’arte per conto del Rospo, con l’incarico generale di mandare un corriere speciale, a qualunque prezzo, non appena fosse stata compiuta qualche opera degna di stima.

Il corriere arrivò nella notte. Il Rospo nella buca era a letto. Aveva brontolato e grugnito per parecchie ore, ma naturalmente lo fecero alzare. Leggendo la notizia gettò le braccia al collo del corriere, lo proclamò suo fratello e suo salvatore, ed espresse il rammarico di non avere la potenza di farlo cavaliere.

E noi, gli amatori, sentendo che era lontano, e che per conseguenza non s’era impiccato, tenevamo per certo che lo avremmo veduto presto tra noi. Infatti giunse in breve; strinse con grande effusione la mano a tutti quelli cui passava accanto, non cessando di dire: “Ebbene, ecco qualcosa che somiglia a un cappaticidio! Così va fatto! Che purezza! Questo si può approvare e raccomandare a un amico! Ecco, dirà ogni uomo di giudizio, ecco una cosa fatta per bene! opere così, bastano per ringiovanirci”.

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E infatti era l’opinione generale che il Rospo nella buca, senza quel rinascimento della nostra arte, ch’egli chiamava un secondo secolo di Leone X, sarebbe morto; e secondo lui era nostro dovere celebrarlo solennemente. Per intanto, propose che il partito si riunisse per un pranzo. Il partito dunque dette un banchetto, cui furono convitati tutti gli amatori dei dintorni in un raggio di cento miglia.

Su questo banchetto si conservano ampie note stenografiche negli archivi del partito. Ma non sono “sviluppate”, e il cronista che solo avrebbe potuto dare il rendiconto completo, è in contumacia, è stato, credo, assassinato. Ma molti anni dopo quella giornata, in circostanze forse altrettanto interessanti, voglio parlare della sollevazione dei Thugs e del Thuggismo, si diede un secondo banchetto. Sul quale ho preso io stesso qualche appunto, per timore di nuovi incidenti al cronista stenografo. E li aggiungo qui.

Debbo ricordare che il Rospo nella buca era presente a quel pranzo. Fu infatti una delle circostanze più sentimentali. Essendo vecchio come le vallate al pranzo del 1812, naturalmente era vecchio come le montagne al Thug del 1838. S’era nuovamente lasciato crescere la barba. Con quale scopo, non saprei dirvi. Tutto il suo aspetto era infinitamente benigno e venerabile. Niente potrebbe eguagliare l’angelico del suo sorriso, nel momento in cui s’informò dell’infortunio del cronista. Come un bell’esempio di scandalo a porte chiuse, vi dirò che si supponeva che quel cronista fosse stato ucciso dallo stesso Rospo nella buca, in un impeto d’ispirazione artistica. Gli fu risposto con ruggiti di riso, come il sotto-sceriffo della nostra contea: “Non est inventus”.

Allora il Rospo nella buca rise di un riso, che a noi tutti parve oltraggioso. Dietro insistente richiesta degli adunati, un compositore di musica fornì su questo fatto un bel pezzo d’insieme, che fu cantato cinque volte alla fine del pranzo, tra applausi e risa interminabili! Ecco le parole (e il coro si sforzava di rendere al possibile il riso speciale del Rospo nella buca):

Et interrogatum est a Rospo nella buca: Ubi est ille chronista?
Et responsum est cum cachinno: Non est inventus

Il coro:
deinde iteratum est ab omnibus, cum cachinnatione ondulante, trepidante: Non est inventus

Debbo dire che il Rospo nella buca, circa nove anni prima, quando un corriere gli portò la prima notizia dell’innovazione introdotta da Burke e da Hare nell’arte, era improvvisamente impazzito di gioia, e invece di fare almeno una pensione per tutta la vita, o di farlo cavaliere, aveva tentato di strangolarlo col sistema Burke. Allora gli misero la camicia di forza: e per questo non ci furono banchetti. Ma questa volta eravamo tutti vivi e sani, tanto quelli della camicia d forza quanto gli altri, e non fu notato nessun assente. erano presenti anche molti amatori stranieri.

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Finito il pranzo, tolti i piatti, tutti cantarono di nuovo “Non est inventus”. Ma poiché ciò avrebbe pregiudicato la serietà richiesta dagli iscritti durante i primi brindisi, impedii la domanda. Dopo gli inni nazionali, il primo brindisi ufficiale del giorno fu quello a Pannella, il Vecchio della Montagna. Si bevve tra un silenzio solenne.

Il Rospo nella buca ringraziò con un discorso semplice. Con qualche parca allusione fece urlare tutti dalle risa, s’identificò al vecchio della montagna, e finì brindando ala salute di Von Hammer, che ringraziò molto per la sua erudita storia del Vecchio e dei suoi sudditi, i Cappaticidi. A questo punto mi alzai e dissi che senza alcun dubbio molti assistenti conoscevano il posto speciale che gli orientalisti assegnano all’austriaco Von Hammer, erudito di cose turche; che Von Hammer aveva fatto le più profonde ricerche sulla nostra arte nelle sue affinità con quegli eminenti artisti primitivi che sono gli assassini siriaci del periodo delle Crociate; che la sua opera si trovava da molti anni nella biblioteca del nostro partito. Persino il nome dell’autore, signori, lo designava come storico della nostra arte: Von Hammer.

- Sì, sì, - interruppe il Rospo nella buca, - Von Hammer fu l’uomo adatto per essere il malleus haereticorum. Voi tutti sapete in che considerazione Williams tenesse il martello, o la cazzuola da carpentiere, che è la stessa cosa. Signori, vi presento un altro grande martello: Carlo Von Hammer, il Martello, o in francese antico, Carlo Martello: martellò i saraceni finché fossero morti tutti come tanti chiodi. Onore a Carlo Martello!

Ma l’improvvisa esplosione del Rospo nella buca, e le tumultuose acclamazioni al nonno di Carlo Magno, avevano eccetato il pubblico. Volle di nuovo l’orchestra, e il coro si svolse con grida sempre più tempestose. Previdi una serata tumultuosa, diedi ordine che mi mettessero a guardia tre giovani per parte, e il vice-presidente fece lo stesso. Cominciarono a manifestarsi sintomi d’entusiasmo sregolato, e confesso che quando l’orchestra cominciò la sua tempesta di musica e il coro, infiammato, attaccò: Et interrogatum est a Rospo nella buca: Ubi est ille chronista? – io stesso ero molto eccitato. E la frenesia travolgente divenne addirittura convulsa quando tutto il coro arrivò a: “Et iteratum est ab omnibus: Non est inventus”.

Il brindisi seguente fu dedicato ai sicari ebrei. Diedi ai presenti la seguente spiegazione: Signori, sono sicuro che a tutti voi interesserà sapere che gli assassini, per antichi che siano, hanno avuto una stirpe di predecessori nel loro stesso paese. In tutta la Siria, ma specialmente in Palestina, durante i primi anni durante l’impero di Nerone, vi fu una banda di assassini che perseguirono i loro studi in un modo affatto nuovo. Non operavano di notte, né in luoghi solitari, ma ritenendo giustamente che le grandi folle sono esse stesse una specie di tenebra, per la loro densità e per l’impossibilità di scoprirvi chi abbia colpito, si mescolavano tra la folla, dappertutto, specialmente nella grande festa pasquale di Gerusalemme, e avevano l’audagia, a quanto ci assicura Giuseppe, di entrare persino nel Tempio; e chi avrebbero scelto per operare, se non Gionata Pacor stesso, il pontefice massimo? Essi lo uccisero, signori, così liscio liscio, in una notte senza luna, in un viale stretto. E quando si domandò chi era l’assassino e dov’era…

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Il Rospo nella buca interruppe: Già, fu risposto: Non est inventus.

Allora, a dispetto di tutto ciò che egli potesse fare o dire, tutti gli astanti cominciarono: Et interrogatum est a Rospo nella buca: Ubi est ille Sicarius? Et responsum est ab omnibus: Non est inventus.

Quando il coro tempestoso si fu calmato, io continuai: Signori, troverete una relazione molto circostanziata sui Sicari almeno in tre diverse parti nell’opera di Giuseppe Ebreo: una volta nel libro XX, sezione V, libro VIII delle “Antichità”; una volta nel libro I delle “Guerre”; e nella sezione X del primo capitolo citato troverete una descrizione speciale del macchinario. Ecco le sue parole: Operavano con piccole scimitarre non molto diverse dalle acinacoe persiane, ma più curve, e agli occhi di tutti, del tutto simili alle semilunari sicoe romane. È interessantissimo, signori, il resto della storia. Il caso di questi Sicari è forse il solo che di ricordi di un’armata regolare di assassini riuniti, di un justus exercitus. Si riunirono in tal numero nel deserto, che lo stesso Festo fu obbligato a muover contro loro con le forze legionarie di Roma. Ebbe luogo una battaglia regolare, e questo esercito di amatori fu interamente tagliato a pezzi nel deserto. O cielo, signori, che quadro sublime! Le legioni romane, il deserto, Gerusalemme sullo sfondo, un esercito di assassini in primo piano!

Il brindisi seguente fu dedicato “al futuro sviluppo del macchinario, con ringraziamenti al Comitato per i servigi resi”. M.L., a nome del Comitato che aveva fatto una relazione a questo proposito, ringraziò a sua volta. Espose un interessante riassunto di essa relazione. Da cui appariva l’importanza che i padri latini e greci avevano già riconosciuta al macchinario. Per confermare questo divertente particolare, fece un’esposizione convincente, rifacendosi alla prima opera dell’arte antidiluviana. Padre Bersene, letterato francese cattolico romano, alla pagina mille quattro cento trenta e uno del suo laborioso commentario alla Genesi, ricorda, con l’autorità di molti rabbini, che la questione tra Caino e Abele nacque a proposito d’una donna; che, secondo diversi racconti, Caino aveva lavorato coi denti, e, secondo molti altri, con l’osso mascellare di un asino, l’utensile adoperato dalla maggior parte dei pittori. Ma a uno spirito sensitivo può esser sgradevole il sapere che man mano che la scienza si è estesa si sono adottati provvedimenti più profondi. Un autore propende per un forcone, San Crisostomo per la spada, Ireneo per la falce, e Prudenzio, poeta cristiano del quarto secolo, per la roncola. Quest’ultimo scrittore esprime la sua opinione così:

“Frater, probatae sanctitatis aemulus,
Germana curvo colla frangit sarculo”

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Cioè a dire che il fratello, geloso della sua santità, gli rompe la gola fraterna con una roncola ricurva. Tutto questo il vostro Comitato rispettosamente vi espone, non tanto perché lo ritenga decisivo nella questione (e infatti non è tale) quanto allo scopo di imprimere negli spiriti giovani l’importanza che uomini come Crisostomo e Ireneo hanno sempre data alla qualità degli arnesi.

- Sia impiccato Ireneo! – disse il Rospo nella buca, e intanto s’alzò con impazienza per pronunciare il brindisi seguente: “Agli amici di Irlanda, con l’augurio di una pronta rivoluzione tanto nell’uso degli arnesi, quanto nelle altre cose concernenti la nostra arte!”

“Vi dirò, signori, – continuò – la semplice verità: spesso, quando prendiamo un giornale, leggendovi un principio di cappaticidio, diciamo: Questo è buono, questo è grazioso, quest’altro è eccellente! Ma vedete, non appena abbiamo letto un poco, la parola Tipperary, o Balluia, qualche cosa, insomma, tradisce la maniera irlandese, non ci si sente insultati come quando, avendo ordinato del Madera, si scopre che ci hanno portato del Capo, o come quando cercando funghi ci si accorge di raccogliere invece quella che i bambini chiamano muffa bianca. Il fiscalismo, la politica, qualche cosa di cattivo fin dal principio, visita sempre ogni assassino irlandese. Signori, bisogna portarvi una riforma, o l’Irlanda diventerà un paese inabitabile; per lo meno, se vi abiteremo, bisognerà importarvi ogni forma di assassinio, è chiaro”. Il Rospo nella buca si rimise a sedere, fremente di collera soffocata; e il tumultuoso “udite, udite” esprimeva con clamore l’assentimento generale.

Il brindisi seguente fu “all’epoca sublime del Burkismo e dell’Harismo”. E a questo punto uno degli iscritti fece al partito una comunicazione molto curiosa:

- Signori, noi immaginiamo che il Burkismo sia una invenzione dei giorni nostri: infatti nessun Pancirollus ha mai tenuto conto di questo ramo dell’arte scrivendo de rebus deperditis. Ciò nondimeno ho avuto la certezza che il principio essenziale di questa verità dell’arte è stato conosciuto dagli antichi, sebbene come l’arte di dipingere sul vetro, di fabbricare i vasi murrini, eccetera… essa siasi perduta nelle età oscure, non essendo stata in alcun modo incoraggiata. Nella famosa collezione degli epigrammi greci fatta da Planudio, se ne trova uno a proposito di un caso interessantissimo di Burkismo. È una piccola perla dell’arte. Non saprei in questo momento ritrovare l’epigramma testuale, ma eccone un estratto, che ho trovato nelle note si Saumaise intorno a Sopisco: “Est et elegans epigramma Lucilii, ubi medicus et pollinctor de compacto si egerunt ut medicus aegrus omnes surae suae commissos occideret”.

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Tale era, vedete, il fondamento della convenzione: il medico, per sé e per i suoi aventi causa, promette e si impegna ad uccidere regolarmente tutti i pazienti affidati alle sue cure. Ma perché? Qui si trova la bellezza del caso: “Et ut pollincturi amico suo traderet pollegendos”. Il pollicinctor, come sapete, era una persona che aveva la funzione di vestire e preparare i corpi dei morti per i funerali. Il fondamento originale della transazione appariva di ordine sentimentale: “Era mio amico, dice il medico assassino parlando del pollicinctor, mi era caro”. Ma la legge, signori, è severa e rigorosa, la legge non presterà orecchio a questi motivi patetici. Perché un contratto di tal genere si sostenga legalmente, è essenziale che sia dato un compenso. Ora, qual era il compenso? Fin qui tutto il vantaggio è dalla parte del pollicinctor, sarà pagato bene per i suoi servizi, mentre il generoso, il magnanimo dottore non guadagnerà niente. Qual è, ripeto, l’equivalente che il medico dovrà, per legge, accettare, a ciò sia stabilita la ricompensa senza la quale nessun contratto è valevole? State a sentire: “e reciprocamente il pollicinctor darà al medico a titolo di grazioso dono, le bende che riuscirà a sottrarre ai cadaveri, mentre esercita le sue funzioni”.

“Ora il caso è chiaro. Tutto si regolava su un principio di reciprocità che avrebbe garantito per sempre il loro traffico”. Il dottore era anche chirurgo. Non poteva uccidere tutti i suoi pazienti. Qualcuno doveva essere lasciato intatto. Per questo occorrevano bende di tela. Disgraziatamente i Romani portavano la lana; per questo facevano il bagno così spesso. Tuttavia a Roma c’era ancora della tela, ma era mostruosamente cara; e le bende per fasciare di tela, nella quale la superstizione li obbligava a fasciare i cadaveri, dovevano servire perfettamente al chirurgo. Per conseguenza il medico acconsentì a fornire in continuità al suo amico una serie di cadaveri, purché egli, il detto amico, s’impegnasse una volta per tutte a fargli avere in cambio la metà degli articoli che poteva ricevere dagli amici degli interessati, uccisi o da uccidere. Il dottore raccomandava invariabilmente il suo prezioso pollinctor (che noi potremmo chiamare becchino); il becchino, con ugual rispetto per i diritti sacri dell’amicizia, raccomandava uniformemente il dottore. Come Tosoni e Manera essi erano i modelli d’una amicizia perfetta: in vita erano degni di amarsi, e è sperabile che sulla forca non siano stati separati.

[9 di 10. continua]



“Signori, mi viene una spaventosa voglia di ridere quando penso a quei due amici con il loro conto corrente: il pollicinctor al medico, dare: per sedici cadaveri; avere, per quarantacinque bende, di cui due sciupate”.

“Disgraziatamente i loro nomi si sono perduti, ma immagino che dovevano essere Quinto Burchio e Publio Haryo. Tra parentesi, signori, qualcuno di voi ha sentito parlare recentemente di Hare? Sento che è stabilito assai bene nell’Irlanda occidentale, dove fa, di tanto in tanto, qualche piccolo affare, ma, come egli stesso fa osservare sospirando, soltanto al minuto, senza niente che somigli alla bella impresa in grande che fu tanto florida e illustre a Edimburgo. Vedete che cosa succede quando si trascura il lavoro; questa la morale della favola, che Hare ha potuto ricavare dall’esperienza”.

Finalmente ci fu il brindisi del giorno, al Thuggismo in tutta la sua estensione. I discorsi attentati in quel momento critico superarono ogni possibile calcolo. Gli applausi furono così furibondi, la musica così tempestosa, il fracasso dei bicchieri così incessante, con la risoluzione generale di non fare mai il menomo brindisi con lo stesso bicchiere, ch’io sono incapace di raccontare la scena. Per giunta il Rospo nella buca diventava intrattabile. Aveva delle pistole che scaricava in tutte le direzioni; mandava il suo cameriere a cercare una spingarda e si proponeva di cariarla a palle. Comprendemmo che il ricordo di Burke e di Hare aveva risvegliata in lui l’antica pazzia, e che, nuovamente stanco della vita, aveva risolto di sparire col favore di un massacro generale. Non potevamo tollerare questo, ci divenne dunque indispensabile farlo uscire a calci. Col consenso universale, facemmo così; tutti gli iscritti prestarono i loro piedi come fossero un sol piede, pur avendo pietà dei capelli grigi e del sorriso angelico dell’uomo. Durante l’operazione, l’orchestra attaccò il vecchio coro. L’intera assemblea cantò e, ciò che ci sorprese grandemente, il Rospo nella buca si unì a noi per cantare furiosamente:

Et interrogatum est ab omnibus – Ubi est ille Rospo nella buca?
Et responsum est ab omnibus – Non est inventus.

[10 di 10. fine]