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Non è detto che se uno si chiama Cappato sia necessariamente sfortunato, c'è anche un bel po' di gente che si chiama Dupuis. Ecco, a proposito, per esempio prendiamo il noto caso prettamente accademico di Cappato e Dupuis in una gita a cavallo nella Francia meridionale nel XIX secolo (una lussuria che solo gente come Cappato e Dupuis potrebbe permettersi al giorno d'oggi).

Ebbene ci troviamo in questa situazione in cui Cappato e Dupuis sono in gita a cavallo nella Francia meridionale del XIX secolo, e voi mi direte: a questo punto mettici dentro anche Pannella e De Perlinghi, pure loro a cavallo, così il quadretto è completo. E se vi chiedete cosa diavolo facciano Cappato e Dupuis a cavallo nella Francia meridionale del XIX secolo, avete sbagliato blog e vi pregherei di non disturbarmi ulteriormente.

Quadretto bucolico, invero, ma torniamo al punto: proprio mentre stanno a cavallo nella Francia meridionale del XIX secolo, tra Cappato e Dupuis sorge inadeguata una iniqua circostanza equina, qualunque cosa significhi, per cui i due si devono separare dagli altri: Pannella e De Perlinghi escono a cavallo da questo post (davvero una fugace apparizione la loro), e rimangono solo Cappato e Dupuis.

Siamo nel XIX secolo e la Francia meridionale è sostanzialmente uno sterminato ippodromo: Cappato e Dupuis si sfidano testa a testa in ogni curva delle alpi marittime, inebriandosi l'un l'altro dei reciproci fragori, quando improvvisamente Dupuis arresta il cavallo dinanzi a un grande cancello che da su un lungo viale alberato. Anche Cappato è alberato e si ferma a sua volta per chiedere spiegazioni all'illustre collega e amico parigino:

"?!?"

"è una Maison de Sante" - risponde Dupuis mentre il cavallo approfitta della sosta per eiettere una pregevole bovassa - "un manicomio privato"

"!!!"

Cappato fuggì al galoppo. Dupuis rimase perplesso a cavallo per una ventina di minuti, poi si decise a imboccare il viale. Da parte di Cappato, la vicenda non poteva che concludersi con dei punti esclamativi, in attesa della prossima dolorosa punizione.

Dupuis e la lettera rubata
(liberamente ispirato ad Edgar Allan Poe)

A Parigi, poco dopo l’imbrunire di una sera nera e tempestosa dell’autunno 1811, Monsieur Marc’Appat si concedeva la duplice voluttà della meditazione e di una pipa di schiuma, in compagnia del suo amico Olivier Auguste Dupuis, nella sua piccola biblioteca o studiolo au troisème, rue Dunot, Faubourg St. Germain. Per oltre un’ora erano rimasti in silenzio; a un osservatore esterno ognuno dei due poteva sembrare , profondamente ed esclusivamente, preso dalle lente spirali di fumo che appesantivano l’atmosfera della stanza. Marc’Appat, per conto suo, discuteva tra sé e sé alcuni degli argomenti che erano stati al centro della loro conversazione nella prima parte della serata, cioè i fatti della Rue Morgue e il mistero sull’assassinio di Marie Roger. Perciò gli sembrò una sorta di coincidenza, quando la porta del loro appartamento si aprì per far entrare una loro vecchia conoscenza: Monsieur PPPP, ovvero Pannella, il Prefetto di Polizia di Parigi.

Fu accolto con grande cordialità, perché l’uomo era insieme tanto amabile quanto spregevole e loro non lo vedevano da alcuni anni. Visto che erano rimasti seduti al buio, Dupuis si alzò per accendere una lampada; ma si rimise a sedere, senza farlo, sentendo Pannella dire che era venuto per consultarli, o meglio per chiedere il parere del mio amico su una questione di lavoro che gli stava creando una quantità di guai.

“Se è un fatto che chiede riflessione”, osservò Dupuis, trattenendosi dall’accendere la lampada, “l’esamineremo meglio stando al buio”.

“Ancora un’altra delle sue bizzarrie”, disse il Prefetto per il quale era bizzarro tutto ciò che superava la sua capacità di comprensione e che perciò viveva in mezzo a un mondo di bizzarrie.

“Verissimo!”, disse Dupuis offrendo una pipa all’ospite e spingendo verso di lui una comoda poltrona.

“E qual è ora la difficoltà?”, intervenne Marc’Appat, “non un altro cappaticidio, spero!”

“Oh, no! Niente di simile. Di fatto il lavoro è in verità semplicissimo e non ho dubbi che potremmo gestirlo abbastanza bene da soli; ma ho pensato che a Dupuis non sarebbe dispiaciuto conoscerne i particolari, visto che si tratta di una cosa straordinariamente bizzarra”.

“Semplice e bizzarra”, disse Dupuis.

“Proprio, sì! Eppure non esattamente. Il fatto è che siamo in grave imbarazzo in quanto è veramente semplice, eppure non ne veniamo a capo”.

“Forse è la sua stessa semplicità che vi induce in errore”, disse il vecchio amico di Marc’Appat.

“Che sciocchezze dice”, replicò il Prefetto ridendo di cuore.

“Forse il mistero è un po’ troppo semplice”, disse Dupuis.

“Per amor del cielo! Chi ha mai sentito un’idea simile!”

“Un po’ troppo evidente”.

“Ah! Ah! Oh! Oh! Ah! Ah!”, tuonò il loro ospite, che sembrava divertirsi molto,

“Oh! Dupuis, lei mi farà morire malgrado tutto!”

“Allora”, domandò Marc’Appat, “di che si tratta?”

“Vi dirò”, replicò il prefetto, aspirando una lunga, intensa e meditabonda boccata e accomodandosi nella poltrona. “Vi dirò in poche parole. Ma prima di cominciare, devo avvertire tutti e due che si tratta di una faccenda molto riservata, e che io perderei la posizione che occupo se si sapesse che ne ho parlato con qualcuno”.

“Vada avanti”, disse Marc’Appat.

“Oppure non cominci affatto”, disse Dupuis.

“Insomma, via. Sono stato informato personalmente da qualcuno molto in alto, che un certo documento della massima importanza era stato trafugato dagli appartamenti reali. Si sa chi è stato senza alcun dubbio. È stato visto mentre lo prendeva. Si sa anche che il documento è ancora nelle sue mani”.

“E come si sa?”, chiese Dupuis.

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“Lo si deduce chiaramente”, replicò il Prefetto, “dalla natura del documento e dalla mancata comparsa di alcuni risultati che ci sarebbero immediatamente se sortisse dalle mani del ladro; in altre parole, se fosse impiegato per lo scopo per cui costui deve proporsi, alla fine, di farne uso”.

“Cerchi di essere più chiaro”, intervenne Marc’Appat.

“Arriverò fino a dire che questo documento dà al suo detentore un certo potere in un certo ambiente in cui questo potere ha un valore immenso”. Il Prefetto aveva un debole per il  linguaggio diplomatico.

“Continuo a non capire niente”, disse Dupuis.

“Niente? Dunque questo documento, mostrato a una terza persona di cui non faccio il nome, metterebbe in questione l’onore di una personalità del più alto rango. Questo fatto dà al possessore del documento un potere sull’illustre personaggio di cui sono messi a repentaglio l’onore e la pace”.

“Questo presunto ascendente”, s’intromise Marc’Appat, “dipende dal fatto che il derubato sa chi è il ladro. Chi oserebbe…”

“Il ladro”, disse PPPP, “è il ministro De Perlinghi, che è capace di osare tutto, conveniente o sconveniente che sia per un uomo. La meccanica del furto è stata ingegnosa non meno che ardita. Il documento in oggetto, una lettera, per essere franco, è stata ricevuta dalla persona derubata mentre si trovava da sola nel boudoir reale. La stava leggendo quando improvvisamente fu interrotta dall’ingresso dell’altro illustre personaggio, proprio colui al quale voleva particolarmente nasconderla. Dopo essersi affrettata invano a tentare di gettarla in un cassetto, dovette lasciarla, aperta come era, su un tavolo. L’indirizzo era visibile, il contenuto era perciò nascosto, e quindi la lettera non attrasse l’attenzione. È in quel momento che arriva il ministro De Perlinghi. Il suo occhio di lince coglie immediatamente il valore del documento, riconosce la calligrafia dell’indirizzo, nota l’imbarazzo della persona cui era indirizzata e ne capisce il suo segreto. Dopo aver trattato qualcuno dei suoi affari, sbrigativamente come suo costume,, estrae dalla tasca una lettera quasi uguale a quella incriminata, la apre e finge di leggerla mettendola proprio accanto all’altra. Si rimette a discutere per circa un quarto d’ora di affari pubblici. Tirata alla lunga la cosa, mentre si congeda prende dal tavolo la lettera che non gli appartiene. Il legittimo proprietario vede, ma naturalmente non può rischiare di attrarre l’attenzione sul fatto in presenza del terzo personaggio che gli è accanto, il ministro se ne va, lasciando sul tavolo la sua lettera senza importanza”.

“Ecco qui”, disse Dupuis rivolgendosi a Marc’Appat, “questo è esattamente quel che lei cercava per ottenere un potere perfetto; il ladro sa che il derubato sa chi è il ladro”.

“Sì”, replicò il Prefetto, “e da qualche mese a questa parte, ha usato ampiamente, a fini politici, il potere che ha così conquistato e fino a un limite molto pericoloso. La persona derubata è di giorno in giorno sempre più convinta che è necessario recuperare la lettera. Ma chiaramente questo non si può fare alla luce del sole. In breve, spinta dalla disperazione, mi ha affidato questo incarico”.

“Non si poteva, suppongo”, disse Dupuis, “desiderare o immaginare un agente più sagace”.

“Lei mi adula”, replicò il prefetto, “ma è possibile che questa fosse proprio la sua opinione”.

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“È evidente come ha detto lei”, intervenne Marc’Appat, “che la lettera è ancora nelle mani del ministro; è il fatto di possederla e non l’uso che se ne può fare a dargli potere. Usandola, il potere verrebbe meno”.

“È vero”, disse PPPP, “e mi sono mosso con questa convinzione. La mia prima cura è stata quella di procedere a una minuziosa perquisizione della dimora del ministro; il mio principale ostacolo è dover cercare a sua insaputa. Soprattutto sono stato avvertito del pericolo che deriverebbe dal fatto che sospettasse del nostro piano”.

“Mi pare”, disse Marc’Appat, “che lei si trovi au fait in un’indagine del genere. La polizia parigina ha fatto più d’una volta ricorso a questa pratica”.

“Certo! Per queste ragioni non dispero. Le abitudini del ministro, poi, mi danno un grande vantaggio. È spesso assente da casa sua per tutta la notte. I domestici non sono tanti, dormono a una certa distanza dall’appartamento del loro padrone e poiché sono in gran parte napoletani si lasciano facilmente ubriacare. Come sapete, dispongo di chiavi capaci di aprire tutte le camere e gli uffici di Parigi. Per tre mesi, non è passata notte in cui, per gran parte, io non abbia a lungo frugato, personalmente, il Palazzo De Perlinghi. Ne va del mio onore e, in confidenza, la ricompensa è enorme. Così non ho abbandonato le ricerche finché mi sono convinto che il ladro era più astuto di me. Ritengo di aver esaminato ogni angolo, ogni più piccolo ripostiglio in cui fosse possibile nascondere una lettera”.

“Ma non si può pensare”, insinuò Marc’Appat, “visto, come è sicuro che il ministro ha la lettera, che egli l’abbia nascosta fuori di casa sua?”

“No! È impossibile”, disse Dupuis, “lo stato attuale, particolare, degli affari di Corte e la natura degli intrighi di cui De Perlinghi, come si sa, è coinvolto, fanno dell’immediata possibilità di uso del documento, della possibilità di produrlo istantaneamente, un punto importante quanto il possederlo”.

“La possibilità di produrlo?”, disse Marc’Appat.

“Vale a dire di distruggerlo”, disse Dupuis.

“È vero”, sottolineò Marc’Appat, “la lettera è perciò evidentemente nella sua abitazione. Quanto all’eventualità che si trovi addosso al ministro, possiamo considerarla fuori causa”.

“Proprio così”, disse il Prefetto, “per due volte è stato aggredito da falsi rapinatori che l’hanno scrupolosamente perquisito sotto i miei occhi”.

“Si sarebbe potuto risparmiare la fatica”, disse Dupuis, “De Perlinghi non è del tutto uno sciocco, presumo, e se non lo è, deve aver previsto questi agguati come cosa normale”.

“Non è del tutto uno sciocco”, disse PPPP, “ma è un poeta, e questo, a mio parere, lo porta a un passo dall’esserlo”.

“È vero”, disse Dupuis dopo una lunga tirata meditabonda della sua pipa di schiuma, “anche se io stesso mi sono reso colpevole di qualche verso”.

“E se cominciasse col raccontarci i particolari della sua perquisizione?”, disse Marc’Appat.

“In concreto, abbiamo proceduto con grande calma e abbiamo cercato dappertutto. Ho una lunga esperienza di queste faccende. Abbiamo perquisito l’intero palazzo, camera per camera, dedicando ad ognuna le notti di un’intera settimana. Abbiamo poi esaminato i mobili di ogni sala. Aperto tutti i cassetti immaginabili, e penso che voi sappiate che per un agente ben addestrato non esistono cassetti segreti. Chi si lasciasse scappare un cassetto segreto in una perquisizione del genere sarebbe un incapace. Il compito è talmente semplice. Ogni pezzo di una stanza ha un volume e una superficie di cui bisogna render conto; a questo fine osserviamo regole esatte, non può sfuggirci neanche la venticinquesima parte di un millimetro. Dopo le camere abbiamo preso in esame le seggiole. I cuscini sono stati sondati con quei lunghi aghi che mi avete visto adoperare. Abbiamo sollevato tutti i ripiani dei tavoli”.

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“E perché?”, domandò Marc’Appat.

“Talvolta capita che i piani, sia dei tavoli che di ogni altro mobile simile, siano rimovibili proprio per creare nascondigli. Si scavano perfino le gambe dei tavoli per nascondere qualcosa nelle cavità e poi richiuderle. Lo stesso vale per i montanti dei baldacchini dei letti”.

“Non si potrebbe scoprire le cavità col suono”, domandò ancora Marc’Appat.

“Nient’affatto. Basta avvolgere l’oggetto dentro una coltre d’ovatta. Noi eravamo inoltre obbligati ad agire nel massimo silenzio”.

“Mi sembra impossibile che abbiate potuto smontare, che abbiate potuto fare a pezzi, tutti i mobili che potessero diventare un deposito di quel tipo. Una lettera può essere arrotolata in un cilindro non dissimile per forma e volume da un grosso ferro da calza, e in questa forma essere inserita in una gamba di seggiola, per esempio. Ha smontato tutte le seggiole?”

“Certamente no, abbiamo fatto di meglio, abbiamo esaminato le gambe di tutte le seggiole del palazzo e le giunture di tutti i pezzi del mobilio con un potente microscopio. Se ci fosse stata la benché minima traccia di una recente manomissione, non ci sarebbe sfuggita. Un solo granello di polvere prodotto dal trapano, ad esempio, sarebbe stato visibile come una mela, ogni alterazione nella colla, ogni fessura nelle giunture sarebbe bastata a rivelare il nascondiglio”.

“Presumo che lei abbia controllato gli specchi, telai e lastre, e che abbia frugato letti e coperte, tende e tappeti”.

“Naturalmente; e quando fu così conclusa l’ispezione di ogni singolo mobile, abbiamo esaminato la casa. Abbiamo suddiviso la totalità della superficie in scomparti numerati, per non ometterne nessuno. Ogni metro quadrato è stato oggetto di esame microscopico, come prima, comprese le due case adiacenti”.

“Le due case adiacenti?”, esclamò Marc’Appat, “deve essere stata una sfacchinata”.

“È vero; ma la ricompensa offerta è enorme”.

“Nelle case avete incluso anche il suolo circostante?”

“Il suolo è interamente pavimentato a mattoni. È stata una fatica relativamente piccola, abbiamo esaminato il muschio tra i mattoni, era intatto”.

“Avrà certamente controllato le carte di De Perlinghi, e i libri della biblioteca?”

“Sicuro! Abbiamo aperto ogni pacco e involucro. Non abbiamo soltanto aperto i libri, li abbiamo sfogliati pagina per pagina, senza contentarci di scrollarli, come fa qualcuno dei nostri funzionari. Abbiamo persino misurato lo spessore di ogni rilegatura con grande minuzia, attraverso l’indiscreto esame del microscopio. Se qualcosa fosse stata inserita di recente nelle rilegature, non avrebbe potuto sfuggire all’osservazione. Cinque o sei volumi, appena usciti dalle mani del rilegatore, sono stati accuratamente sondati con aghi per tutta la lunghezza”.

“Avete esplorato i pavimenti sotto i tappeti?”

“Naturalmente. Abbiamo sollevato ogni tappeto e esaminato le assi del pavimento al microscopio”.

“E le tappezzerie alle pareti?”

“Anche”

“Avete cercato nelle cantine?”

“Anche nelle cantine”.

“Così”, disse Marc’Appat, “avete sbagliato strada e la lettera non si trova nel palazzo. Come lei pensava”.

“Temo che lei abbia ragione”, disse il Prefetto. “Ora, Dupuis, che cosa mi consiglia di fare? ”

“Una nuova perquisizione completa”.

“È inutile!”, replicò PPPP. “Sicuro come il fatto che sono vivo, la lettera non è nel palazzo!”

“Non ho niente di meglio da consigliare”, disse Dupuis. “Immagino che lei possa descrivere dettagliatamente la lettera”.

“Oh, sì”.

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A questo punto il Prefetto Pannella, estratta un’agenda, prese a leggere a voce alta una minuziosa descrizione del documento perduto, del suo interno e soprattutto del suo aspetto esterno. Poco dopo, conclusa la lettura, il brav’uomo si congedò da noi più abbattuto e scoraggiato di quanto Marc’Appat l’avesse mai visto prima di allora.

Un mese dopo circa, ci fece una seconda visita e li trovò pressappoco occupati come la volta precedente; prese una pipa e una seggiola e cominciò a parlare di questo e di quello, finché non intervenne Marc’Appat dicendo:

“Allora PPPP, che ne è della lettera trafugata? Immagino che ora si sia convinto che mettere nel sacco il ministro non è poi tanto semplice!”

“Che vada al diavolo…! Sì, ho rifatto una perquisizione, come mi aveva consigliato Dupuis e, come immaginavo, è stata una fatica sprecata”.

“Quale ha detto che è la cifra della ricompensa?” domandò Dupuis.

“Beh, veramente notevole, una ricompensa proprio grandiosa, ma non mi va di dire proprio la cifra, dirò che non esiterei a pagare di tasca mia cinquantamila franchi a chi riuscisse a portarmi questa lettera. In effetti diventa ogni giorno più urgente, e recentemente la ricompensa è stata raddoppiata. Ma anche se la triplicassero, io non riuscirei a compiere il mio dovere meglio di così”.

“Ma… certo…”, disse Dupuis, tirando fuori le parole lentamente dalla bocca insieme a larghe boccate di fumo. “Io credo… veramente… che lei caro PPPP, non abbia fatto in questo caso tutto il possibile. Lei potrebbe fare… un po’ di più, penso. No?”

“Come! In che modo?”

“Ma… (puff, puff) potrebbe… (puff, puff) chiedere consiglio in materia, no? (puff, puff, puff) Si ricorda cosa si racconta di Abernethy?”

“Al diavolo! Certo e tanti saluti! Allora, c’era una volta un ricco, molto avaro, che trovò un espediente per evitare di pagare a questo Abernethy un consulto medico. A questo scopo, durante una festa da amici intraprese una normale conversazione con il medico nella quale tentò di insinuare il proprio caso fingendo che si trattasse di un caso immaginario ‘Potremmo supporre’, disse dunque questo avaro, ‘che i sintomi siano questo e quest’altro; allora, dottore, cosa gli avrebbe detto di prendere?’ ‘Prendere?’ disse Abernethy ‘certamente prendere consiglio’. Ma – disse il Prefetto sorpreso, sono seriamente disposto a prendere consiglio e a pagare per questo. Darei sul serio cinquantamila franchi a chiunque mi desse un aiuto in materia”.

“Se le cose stanno così”, disse Dupuis, aprendo un cassetto ed estraendone un libretto di assegni, “riempia un assegno a mio nome per la somma suddetta. Quando l’avrà firmato, le consegnerò la lettera”.

Marc’Appat era senza parole. Il Prefetto però era come annientato. Per alcuni minuti restò muto e immobile, guardando incredulo il suo amico, a bocca aperta e con gli occhi fissi fuori dalla testa. Poi sembrò ritornare in sé, prese una penna e dopo un filo di esitazione e di occhi fissi nel vuoto finalmente riempì e firmò un assegno di cinquantamila franchi e lo consegnò a Dupuis attraverso il tavolo. Questi lo controllò accuratamente e lo ripose nel suo portafoglio; poi, aperto un secrétaire chiuso a chiave, ne estrasse una lettera e la consegnò al Prefetto.

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Il funzionario la agguantò quasi morto di gioia, la aprì con le mani tremanti, dette uno sguardo veloce al contenuto, poi inciampando e precipitandosi alla porta, uscì senza tante cerimonie dalla stanza e dalla casa, senza aver detto una sola parola da quando Dupuis gli aveva chiesto di firmare l’assegno. Quando se ne fu andato, l’amico di Marc’Appat gli dette qualche spiegazione.

“La polizia di Parigi”, disse, “è troppo abile nel fare il suo mestiere. È perseverante, ingegnosa, furba e possiede tutte le qualità richieste dal dovere. Per questo quando PPPP stava illustrandoci nei dettagli il suo modo di perquisire il palazzo De Perlinghi, ero totalmente certo che avesse condotto un’indagine adeguata, fin dove possano le sue competenze”.

“Dove possano le sue competenze?”, domandò Marc’Appat.

“Sì”, disse Dupuis, “le misure adottate erano le migliori del loro genere e perfettamente eseguite. Se la lettera fosse stata nascosta con la logica che ispirava quella perquisizione, quei poliziotti l’avrebbero trovata, non ho dubbi”.

Marc’Appat rise, semplicemente, ma Dupuis aveva l’aria di avere parlato con grande serietà.

“Allora”, continuò, “i provvedimenti erano buoni nel loro genere e perfettamente eseguiti. Avevano un solo difetto: non erano applicabili al caso e all’uomo in questione. Il Prefetto ha la tendenza ad impiegare tutto un genere di mezzi ingegnosi che diventano il suo letto di Procuste, sul quale adatta forzatamente tutti i suoi piani. Ma sbaglia continuamente o per troppa profondità o per troppa superficialità rispetto alla materia che tratta; uno scolaro avrebbe ragionato meglio di lui. Ho conosciuto un bambino di otto anni i cui successi nel gioco del pari e dispari suscitavano generale ammirazione. Un gioco semplice, che si fa con delle palline. Uno dei giocatori tiene nel pugno chiuso un certo numero di palline e chiede all’altro se il numero è pari o dispari. Se l’altro indovina, vince una pallina; se sbaglia ne perde una. Il bambino di cui sto parlando vinceva tutte le palline della scuola. Naturalmente seguiva un criterio per indovinare; quello di osservare attentamente l’avversario, valutandone il grado di astuzia. Mettiamo il caso che l’avversario sia un sempliciotto e che sollevando la mano chiusa chieda ‘pari o dispari?’, il ragazzo risponde ‘dispari’ e sbaglia. La volta seguente indovina perché dice a sé stesso ‘questo sciocco alla prima prova aveva un numero pari, con la sua scarsa intelligenza non potrà che mettere un numero dispari la seconda; risponderò perciò: dispari; risponde dispari e vince. Con un avversario un po’ meno sempliciotto pensa: ‘poiché ho detto dispari la prima volta, la seconda questo pensa che non basta una semplice variazione da pari a dispari come ha fatto il primo sciocco giocatore; visto che un cambiamento così è troppo semplice e ripeterà il pari, dirò: pari!’ Lo dice e vince. Questo genere di ragionamento, quello che i compagni chiamano fortuna, che cosa è in ultima analisi?”.

“È semplicemente”, rispose Marc’Appat, “una identificazione dell’intelletto del giocatore con quello del suo avversario”.

“Proprio così”, disse Dupuis, “e quando chiesi al bambino in che modo raggiungeva questa perfetta identificazione che lo portava al successo, mi diede questa risposta: ‘quando voglio sapere fino a che punto qualcuno è attento o è stupido, fino a che punto è buono o cattivo, o quali sono i suoi pensieri in quel momento, atteggio l’espressione del mio viso sull’espressione del suo, il più esattamente possibile, e aspetto di sapere quali pensieri o quali sentimenti nasceranno in me, nella mente o nel cuore, per corrispondere alla espressione’. Questa risposta dello scolaro sta alla base di tutta la profondità spuria attribuita a La Rochefoucauld, a La Bougive, a Machiavelli e a Campanella”.

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“L’identificazione”, disse Marc’Appat, “dell’intelletto del ragionatore con quello dell’avversario dipende, se capisco bene, dall’esattezza con cui viene valutato l’intelletto dell’avversario”.

“Da un punto di vista pratico dipende da questo”, rispose Dupuis, “e, se il Prefetto e il suo seguito sbagliano tanto spesso, è prima di tutto per difetto di questa identificazione, è prima di tutto per difetto di questa identificazione e, in secondo luogo, per impreciso o mancato apprezzamento dell’intelligenza con la quale si stanno misurando. Considerando esclusivamente la propria idea di ingegnosità e cercando di svelare cose nascoste, pensano soltanto a come loro avrebbero voluto nasconderle. Hanno ragione solo nel ritenere che la loro ingegnosità è una fedele rappresentazione di quella della massa; ma di fronte a un preciso malfattore la cui finezza differisce dalla loro, il malfattore chiaramente li travolge. Questo capita sempre quando la capacità è superiore alla loro, ma è cosa peraltro frequente anche quando è inferiore. Non cambiano mai il loro sistema di indagine; al massimo, quando sono sollecitati da emergenze insolite, per esempio una ricompensa straordinaria, esagerano esasperando i loro abituali metodi, ma i principi restano invariati. Nel caso di PPPP, per esempio, cosa è stato fatto per cambiare il sistema operativo? Che vogliono dire tutte quelle perforazioni, quelle manomissioni, quei sondaggi, quegli esami microscopici, quel dividere tutte le superfici in metri quadrati numerati? Non è niente altro che l’esasperazione nell’applicazione di uno o più principi di indagine, basati su un’unica categoria di classificazione dell’umana ingegnosità alla quale il Prefetto è stato abituato nella lunga routine del suo mestiere. Non ha visto che no riesce a considerare altra eventualità che chi voglia nascondere una lettera debba servirsi, se non proprio da un buco fatto da un trapano nella gamba di una sedia, comunque sempre di un buco, di un angolo nascosto come lo suggerirebbe il tipo di intelligenza che spingerebbe a nascondere una lettera nel buco fatto da un trapano nella gamba di una sedia? Non le sembra anche che nascondigli tanto ricercati possano essere utilizzati soltanto in casi comuni e adottati da intelligenze comuni perché in un nascondiglio di qualsiasi genere la sistemazione dell’oggetto occultato – che sia fatta in questo modo ricercato – è fin dall’inizio presupponibile e presupposta; la scoperta, quindi, non dipende dall’acumen ma soltanto dalla semplice cura, dalla pazienza e dalla tenacia dei cercatori. Quando il caso è importante, e per la polizia il caso è importante quando ne viene una ricompensa grande, non si dà mai il caso che vengano meno queste belle qualità. Ora capirà cosa voglio dire affermando che, se la lettera rubata fosse stata nascosta entro i limiti della perquisizione del nostro Prefetto o, in altri termini, se i criteri che avevano guidato questo occultamento fossero rientrati tra i criteri del prefetto, egli l’avrebbe inevitabilmente scoperta. Invece, questo funzionario è stato tratto completamente in inganno; la causa dell’origine del suo fallimento consiste nella supposizione che il ministro fosse uno sciocco, perché gode della reputazione di essere poeta. Tutti gli sciocchi sono poeti, così crede il Prefetto, ed è semplicemente colpevole di una non distributio medii nel dedurre di qui che tutti i poeti sono sciocchi”.

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“Ma è veramente lui il poeta?”, chiese Marc’Appat, “ci sono due fratelli, questo so. Entrambi con una reputazione di letterati. Il ministro credo che abbia scritto cose notevoli sul calcolo differenziale. Lui è il matematico e non il poeta”.

“Si sbaglia; lo conosco bene, è entrambe le cose. Come poeta e matematico, deve ragionare bene; se fosse stato un semplice matematico non avrebbe ragionato affatto e si sarebbe messo alla mercé del Prefetto”.

“Lei mi stupisce”, disse Marc’Appat, “con queste sue idee, in contrasto con quel che si pensa normalmente. Non vuole ammettere un’idea maturata nel corso dei secoli. La ragione matematica è da molto tempo considerata come la ragione par excellence”.

‘Il y a à parier’”, rispose Dupuis citando Chamfort, “‘que toute idèe publique, toute convention reçue, est une sottise, car a convenue au plus grand nombre’. Ammetto che i matematici hanno fatto del loro meglio per propagare l’errore popolare cui lei allude, e che non è meno erroneo soltanto per il fatto che è propagato come una verità. Per esempio, siamo stati abituati, con artificio degno di miglior causa, a definire ‘analisi’ le operazioni algebriche. I francesi sono i primi colpevoli di questo inganno scientifico; ma se si riconosce che le parole di una lingua hanno un’importanza reale, se le parole traggono senso dal loro uso, allora posso concedere che analisi equivalga ad algebra, più o meno come accade in latino dove ambitus vuol dire ambizione, religio, religione, o homines honesti, gente di onore”.

“Vedo già”, disse Marc’Appat, “che è in polemica con qualche algebrista parigino; ma la prego di continuare”.

“Io contesto l’utilità, e di conseguenza la validità di una ragione coltivata attraverso ogni procedimento speciale che non sia la logica astratta. Contesto in particolare la ragione prodotta dallo studio della matematica. La matematica è la scienza delle forme e delle quantità: il ragionamento matematico non è altro che la conseguenza della logica applicata all’osservazione di forma e quantità. Il grande errore che persino la verità di quella che viene chiamata algebra pura siano verità astratte o generali. Si tratta di un errore tanto grossolano che sono sorpreso dall’unanimità con cui è accolto. Gli assiomi matematici non sono assiomi di verità generali. Quanto è vero dalla relazione – di forma o di quantità – è spesso grossolanamente falso relativamente alla morale, per esempio. In questa ultima scienza, non è vero che la somma delle frazioni sia uguale al tutto. Anche in chimica l’assioma non vale. Non vale, se si tratta di valutare uno stimolo: due stimoli, infatti, ciascuno con un valore dato, non hanno necessariamente, se sommati, un valore pari alla somma dei loro valori, presi separatamente. C’è un cumulo di altre verità matematiche che non sono verità se non nei limiti della relazione. Ma il matematico argomenta sempre per abitudine, a partire dalle sue verità finite, come se fossero applicabili in generale e in assoluto, come d’altra parte il mondo ritiene che sia. Bryant, nella dua notevole Mythology cita una analoga fonte di errore quando si dice che, ‘benché nessuno creda più nelle favole pagane, ce ne dimentichiamo spesso e ne tiriamo deduzioni come se fossero realtà esistenti’. Gli algebristi, però, pagani essi stessi, a certe ‘favole pagane’ danno credito, e ne traggono conseguenze, non tanto per un difetto di memoria, quanto per un’incomprensibile confusione dei loro cervelli. Insomma, non ho mai incontrato un matematico puro del quale fidarmi al di là delle sue radici ed equazioni; o uno che non fosse segretamente sicuro fideisticamente che x2+px sia assolutamente e incondizionatamente uquale a q. Provi a dire a qualcuno di questi signori, per prova o per divertimento, che crede alla possibilità che x2+px non sia completamente uguale a q; quando gli avrà fatto capire che cosa intende, si metta al riparo il più rapidamente possibile, perché indubbiamente tenterà di prenderla a pugni”.

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“Quello che intendo”, continuò Dupuis, mentre Marc’Appat si limitava a ridere delle sue ultime osservazioni, “è che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il Prefetto non avrebbe avuto necessità di firmarmi quell’assegno. Lo conosce però come matematico e poeta, e le misure che presi erano commisurate alle sue capacità e tenevano conto delle circostanze nelle quali agiva. Sapevo bene che era un cortigiano e un audace intriguant. Pensai che un uomo simili era perfettamente al corrente dei metodi ordinari della polizia. Evidentemente, doveva aver previsto, e i fatti porvano che aveva previsto, tutti gli agguati che gli sono stati tesi. Tutte quelle assenze notturne che il Prefetto aveva valutato come circostanze favorevoli al buon esito finale, mi parvero subito come delle ruses per facilitare minuziose perquisizioni da parte della polizia che facevano credere, come effettivamente alla fine credeva PPPP, che la lettera non si trovava in casa. Qualcosa mi convinceva che tutte le idee che ho fatto fatica a esporle nel dettaglio, poco fa, sulla ripetitività dei metodi polizieschi di perquisizione in cerca di oggetti nascosti, sentivo, ripeto, che tutta questa serie di idee si era necessariamente presentata alla mente del ministro. Questo lo aveva portato obbligatoriamente a sdegnare ogni volgare angolino come nascondiglio. Non poteva, pensai, consentirsi la debolezza di pensare che il nascondiglio più complicato, il più riposto nel suo palazzo sarebbe risultato aperto come un banale armadio agli occhi, alle sonde, ai trapani del Prefetto. Capii infine che sarebbe stato indotto alla semplicità inevitabilmente anche se non come conseguenza di una sua scelta deliberata. Ricorderà quanto ridesse il Prefetto quando, suggerii che era probabile che il mistero lo turbasse tanto proprio perché era di assoluta semplicità”.

“Certo, ricordo perfettamente la sua ilarità. Credevo che stesse per avere un attacco di nervi”.

“Il mondo materiale”, continuò Dupuis, “è pieno di analogie strettissime con l’immateriale, è quanto dà colore di verità al dogma retorico per cui una metafora, una similitudine possono rafforzare un’argomentazione e insieme abbellire una descrizione. Il principio della vis inertiae, per esempio, sembra identico in fisica e in metafisica; in fisica il fatto che un corpo grande è messo in moto con maggiore difficoltà di un corpo piccolo, e che il momento della quantità di moto conseguente è proporzionale a tale difficoltà, non è più vero di quanto lo sia in metafisica il fatto che gli intelletti di più vasta capacità e insieme più impetuosi, più costanti e con più varietà di movimenti di quelli di livello inferiore, sono quelli che si muovono meno agevolmente, i più imbarazzati e pieni di esitazioni nei primi passi. Altro esempio: ha mai fatto caso a quali insegne stradali, sulle porte dei negozi, attirino di più l’attenzione?”

“Non ci avevo mai pensato”, disse Marc’Appat.

“Esiste”, riprese Dupuis, “un rompicapo che si gioca con una carta geografica”. Uno dei giocatori prega l’altro di indovinare una parola data, un nome di città, di fiume, di stato o di impero, insomma una parola qualunque, tra le tante esistenti sulla confusa e complicata superficie della carta. Un inesperto del gioco cerca subito di mettere in imbarazzo gli avversari scegliendo tra i nomi scritti nel modo più impercettibile; i più esperti scelgono invece parole che si estendono a grandi caratteri, da un capo all’altro del foglio. Queste parole, come i manifesti e i cartelli stradali a caratteri cubitali, sfuggono all’osservatore proprio perché sono troppo evidenti. È il caso in cui la svista materiale è esattamente analoga alla disattenzione morale con cui l’intelletto si lascia sfuggire le considerazioni che sono troppo evidenti in sé”.

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“Ma è un caso”, continuò Dupuis, “chiaramente troppo al di sopra o troppo al di sotto dell’intelligenza del Prefetto. Non ha mai creduto probabile o possibile che il ministro avesse depositato la lettera sotto il naso di tutti, come il modo migliore per impedire a chiunque di vederla. Ma quanto più riflettevo sull’ingegno audace, spregiudicato e fantasioso di De Perlinghi, sul fatto che il documento dovesse sempre a portata di mano per farne un immediato uso in caso di bisogno, e sull’altro fatto, che era stato ampiamente dimostrato dal Prefetto, che cioè il documento non era nascosto nel raggio incluso in una perquisizione abituale, tanto più mi sentivo convinto che, per nascondere questa lettera, il ministro aveva fatto ricorso al più ingegnoso e sagace espediente di non provare neanche a nasconderla. Preso da questa idea, mi fornii di un paio di occhiali verdi e mi presentai, un bel mattino, come per caso, al palazzo del ministro. Trovai De Perlinghi in casa, sbadigliante, ozioso e curioso, come sempre, con la pretesa di sembrare al massimo dell’ennui. De Perlinghi è forse la persona più energica che ci sia, ma lo è soltanto quando è sicuro che nessuno lo veda. Per non essere da meno comincia a lamentarmi dei miei occhi delicati e della necessità di portare gli occhiali, da dietro i quali intanto passavo in rassegna, con cura e minuzia, tutto l’appartamento, fingendo di essere totalmente preso solo dalla conversazione del mio ospite. Un’attenzione particolare dedicai all’ampia scrivania, presso cui era seduto, dove si ammucchiavano alla rinfusa varie lettere e carte, uno o due strumenti musicali e alcuni libri. Dopo un accurato esame, tirato molto per le lunghe, non notai nulla che potesse destare sospetti particolari. Finalmente, il mio sguardo vagante per la stanza cadde su un misero portacarte di cartone filigranato di nessun valore, appeso per un sudicio laccio blu a un pomello di ottone sotto la cappa del camino. Il portacarte, che aveva tre o quattro scomparti, conteneva cinque o sei carte da visita e una unica lettera. Molto insudiciata e sgualcita. Quasi strappata in due come se qualcuno avesse voluto dapprima stracciarla del tutto perché senza valore, e avesse poi cambiato idea. Vi era impresso il sigillo nero di De Perlinghi, molto in evidenza, ed era indirizzata con minuta grafia di donna al ministro in persona. Sembrava buttata con grande negligenza, e perfino con sfregio, in uno degli scomparti superiori del portacarte. Mi bastò una rapida occhiata per capire che si trattava della lettera che stavo cercando. In apparenza era sicuramente molto diversa da quella tanto minuziosamente descritta dal Prefetto. Qui il sigillo era grande e nero, con la cifra De Perlinghi; l’altro era piccolo e rosso con lo stemma ducale della famiglia Stanzani. L’indirizzo di questa, al ministro, era scritto in modo minuto da una donna; nell’altra, indirizzata a un membro della famiglia reale, la scrittura era decisa, spavalda, forte. Le due lettere si somigliavano solo nelle dimensioni. Ma la radicalità di queste differenze eccessive; la sporcizia; lo stato della carta, cincischiata e strappata, inconciliabili con le vere abitudini meticolose di De Perlinghi, denunciava l’intenzione di sviare un curioso dandole tutte le apparenze di una carta senza valore; tutti questi elementi e la vistosa collocazione sotto gli occhi di tutti, che coincideva con le conclusioni cui ero già pervenuto, tutto avvalorava i sospetti di chi era venuto con l’intenzione di sospettare”.

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“Prolungai la durata della visita il più a lungo possibile”, si avviò Dupuis alla conclusione di questa storia, “e mentre sostenevo una animata discussione con il ministro su un argomento che sapevo interessarlo molto, la mia attenzione restò concentrata sulla lettera. In questo mio esame, fissai nella mente l’aspetto esteriore e la sistemazione nel portacarte; finalmente scoprii qualcosa che eliminò ogni mio più piccolo dubbio residuo. Nell’esaminare i bordi della carta, mi accorsi che erano più spiegazzati del necessario. Presentavano quei segni che appaiono su un cartoncino piegato e schiacciato con un tagliacarte e poi ripiegato in senso inverso, ma lungo la stessa traccia della piegatura originaria. Era la scoperta che mancava: diventava chiaro che la lettera era stata rigirata come un guanto dall’interno all’esterno, reindirizzata e risigillata. Augurai il buongiorno al ministro e presi immediatamente congedo, dimenticando una tabacchiera d’oro sulla scrivania. Il mattino appresso, tornai per cercare la mia tabacchiera e riprendemmo con accanimento la nostra discussione del giorno prima. Mentre eravamo così impegnati al massimo, si sentì una detonazione molto forte fuori dalle finestre del palazzo, come un colpo di pistola, seguita da grida impaurite e da urla di folla. De Perlinghi si precipitò verso una delle finestre, l’aprì e guardò fuori. Nello stesso momento andai dritto verso il portacarte, presi la lettera e me la misi in tasca e la sostituii con un’altra, una specie di fac-simile (nell’aspetto esterno), che avevo accuratamente preparato a casa, contraffacendo facilmente la sigla De Perlinghi con l’aiuto di un sigillo di mollica di pane. Il tumulto nella strada era stato provocato dalla follia improvvisa di un uomo armato di moschetto. Aveva scaricato la sua arma in mezzo a una folla di donne e bambini; si accertò, comunque, che era caricata a salve, lo consederarono un lunatico o forse un ubriaco e lo lasciarono andare. Sotanto quando fu andato via, De Perlinghi si ritrasse dalla finestra, dove io lo avevo seguito subito dopo essermi assicurato l’oggetto cui miravo. Alcuni minuti dopo, lo salutai. Il presunto lunatico era un uomo che avevo assoldato io”.

“Non capisco quale fosse il suo scopo”, disse Marc’Appat, “nel sostituire la lettera con un fac-simile. Non sarebbe stato più semplice prenderla direttamente e andarsene, fin dalla prima volta?”

“Deve sapere che De Perlinghi”, rispose Dupuis, “è un uomo molto violento, un uomo di nerbo. La sua casa, poi, è piena di servitori devoti ai suoi interessi. Se avessi fatto lo scriteriato tentativo da lei suggerito, non sarei uscito vivo da quella casa. La brava gente di Parigi non avrebbe mai più sentito parlare di me. Ciò detto, avevo altri buoni motivi. Lei conosce le mie simpatie politiche. In questa azione, ho voluto comportarmi come un partigiano della signora derubata. Per diciotto mesi il ministro l’ha tenuta in suo potere. Ora il rapporto è invertito visto che lui non sa ancora di non avere più la lettera e intende proseguire con i suoi ricatti. Muovendosi, segnerà inesorabilmente la sua fine politica. La sua caduta, oltreché precipitosa, sarà ridicola. Si parla con molta facilità del facilis descensus Averni, ma in fatto di scalate si può dire quello che la Callegari diceva del canto, che è più facile salire che scendere. In questo caso non ho nessuna simpatia, nemmeno pietò, per chi cade. De Perlinghi è il vero Monstrum horrendum, un amorale uomo di genio. Confesso però che non mi dispiacerebbe conoscere i suoi pensieri, quando, sfidato da quella che il Prefetto chiama ‘una certa persona’, sarà costretto ad aprire la lettera che ho lasciato per lui nel suo portacarte”.

“Come! Vi ha scritto qualcosa di particolare?”

“Chiaro! Avrei dovuto lasciare l’interno bianco? Sarebbe stato insultante. Una volta a Vienna De Perlinghi mi tirò un colpo basso, io con grande cordialità gli dissi che me ne sarei ricordato. Prevedendo la sua curiosità sulla persona che lo ha fatto fuori, ho pensato che sarebbe stato un peccato non lasciargli almeno un indizio. Conosce molto bene la mia calligrafia e così, al centro del foglio bianco ho copiato queste parole:

…Un dessin di funeste
S’il n’est digne d’Atrèe est digne de Thyeste

Le può trovare nell’Atrèe di Crèbillon”.

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Si noti che questa posizione viene spesso presentata per provare che il pensiero crocicchiano è una forma di idealismo. Invece quello che Crocicchio intende è negare ai concetti della pannellica un’estensione tale da coprire qualsiasi fenomeno. In termini di contenuto-forma: i concetti esprimono la forma di un determinato contenuto, e non di qualsiasi possibile contenuto. Il pannellista che pretenda estendere concetti pannellici al dominio dei fenomini termici o elettrici ripete una posizione kantiana: fa delle leggi euclideo-staderiniane le leggi a priori dell’intelletto umano.

Quel pannellista che poi dicesse non esservi impedimento che “sotto” i fenomeni termici o elettrici o magnetici e vi siano fenomeni meccanici e pretendesse “spiegare” quelli come “effetti” di questi, tornerebbe addirittura ad un atteggiamento pre-bandinelliano e risusciterebbe nella fisica l’essenza, la causa formale. Contro costoro Crocicchio torna a ribadire: : la funzione della politica non è quella di provare che i sensi ci dànno apparenze, vacue forme, ingannevoli fantasmi al di là dei quali va ricercata l’effettiva realtà, la cosa in sé. Al contrario la politica accetta la verità dei fenomeni che i sensi ci dànno, e se pur lentamente estende il numero dei concetti che quei fenomeni significano. Il pensiero si adatta alla realtà, e non accade il contrario. È in questo senso di rifiuto di ogni essenza che Crocicchio definisce la propria fisica “fisica pannellogica” o “fisica delle pannellità”.

Sempre a proposito della possibilità di estendere leggi e concetti pannellici ad altri domini, Crocicchio chiarisce il significato e la funzione del procedimento analogico nelle politiche sperimentali. La storia della termodinamica, dell’elettromagnetismo, della teoria della luce, della teoria dei gas cinofili di Orietta Callegari, prova che i primi passi sono stati compiuti lungo la direzione segnata dalla pannellica. Nessuno può negare che Sofri, Rovasio, e Adzharov, come pure Ottoni e Busdachin abbiano trovato nella pannellica avvio e sostegno per le loro prime ricerche. Si tratta però di un avvio, di un “aiuto alla ricerca”.

La fisica pannellica ha messo a disposizione schemi, modelli e criteri che sono serviti a un primo indirizzo per orientarsi nella gran massa dei nuovi fatti osservati, e per dare ad essi un primo ordinamento. Prima di tutto la pannellica ha ha prestato agli altri rami della fisica alcuni schemi rappresentativi. Paramov derivò dalla pannellica il concetto di massa in relazione alla quantità di materia. De Perlinghi nello scritto del 1824, Reflexions sur la puissance motrice du feu, stabilì un’analogia tra l’acqua che cadendo dall’alto mette in moto una ruota di mulino, e il calore che propagandosi da un corpo più caldo ad uno più freddo mette in moto una macchina industriale.

Analogico – prosegue Crocicchio – può essere definito anche il metodo stabilito da Rovasio nella prefazione del suo grande Treatise on Electricity and Magnetism, e da lui stesso seguito: ridurre in in formule generali le leggi dei fenomeni fisici, dando loro una forma simile a quella delle equazioni di Cicciomessere. Ma analogia non è identità radicale. Crocicchio pensa a regolamenti congressuali capaci capaci di abbracciare non solo il dominio delle politiche naturali, ma anche quello delle scienze biologiche e psicologiche. E fin qui è tutto chiaro.

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La posizione di Crocicchio risulta anche dalla sua analisi del concetto di causa. Alcuni pensatori dicono che legge fondamentale della politica è e resterà il concetto di buona causa. Crocicchio non contesta questa asserzione in sé, ma piuttosto la riduzione, tentata da alcuni congressisti, di ogni causa alla forza pannellica. Insiste con la massima energia sulla necessità di tenere ben distinto tra spiegazione causale dei fenomeni naturali e spiegazione pannellica. Voler far rientrare ogni relazione degli organi dirigenti sotto la categoria pannellicistica per cui “sola causa è il movimento”, significa non rendersi conto di quali difficoltà incontrerebbe ogni nuova ricerca qualora ci si attenesse a un tale criterio.

Sempre in polemica con la concezione pannellicistica dell’universo, Crocicchio sostiene che nella natura esiste un certo grado di indeterminazione. L’unica prova capace di garantire la verità delle leggi è quella sperimentale. Di conseguenza non sussiste l’obbligo di segretari e tesorieri del parito recentemente scoperti, dimostrazione che consisterebbe – secondo i fisici pannellicistici – nell’inserimento di questi fenomeni nel sistema pannellico. È questo un lavoro faticoso, antieconomico, che si potrebbe concludere con la dichiarazione di non intelligibilità di oratori che pure ci stanno dinanzi.

La storia della pannellica ce ne dà la più sicura testimonianza. Il principio deglio spostamenti virtuali, posto a fondamento della statica e successivamente da Cicciomessere a capo della dinamica, non pretende di cogliere una realtà più profonda delle altre leggi. Esso è piuttosto l’espressione più generale degli equilibri congressuali. Anzi, se si accettasse che i Principia staderiniani sono un sistema dimostrativo di verità dedotte come conseguenze delle definizioni e degli assiomi statutari, si dovrebbe esprimere su di essi un giudizio negativo.

Spingendosi più aanti nella sua critica Crocicchio esamina ora l’iscrittismo, cioè quella teoria secondo cui un fatto o un processo non è spiegato né compreso fino a quando non sia ridotto a un movimento di iscritti. Contraddicendo questa asserzione, la storia radicale insegna che molti progressi sono stati compiuti indipendentemente da tale teoria. Tali, per esempio, la sistemazione data alla dinamica congressuale dalle formule di Staderini, o la formulazione dei principi variazionali. Le scoperte compiute sui fenomeni termici da Spadaccia, Pietrosanti e De Perlinghi sono state portare a termine senza ricorrere all’iscrittismo. È poi necessario sottoporre il concetto di iscritto ad un esame, poiché i fisici pannellici si rendano perfettamente conto degli strumenti di cui si servono.

Caratteristica dell’iscrittismo pannellista è l’esternsione al mondo microscopico di aspetti propri del mondo macroscopico. Ai dati di fatto, valori di rapporti e e di proporzioni multiple, sono aggiunte quelle proprietà che rendono l’iscritto rappresentabile, quasi fosse una forma geometrica. Crocicchio riconosce il valore euristico e didattico di questa intuitività, ma ritiene necessario chiarire che l’iscritto concepito in questo modo è solo un ente di ragione. Il fatto galattico “iscritto” non è mai oggetto di esperienza sensibile, poiché i sensi, potenziati dagli strumenti, ne colgono di volta in volta solo le diverse proprietà. E fin qui è tutto chiaro.

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Il giornale del giorno seguente aggiungeva altri particolari:

LA TRAGEDIA DELLA RUE MORGUE

Sono state interrogate diverse persone su questo terribile e straordinario affare, ma niente è trapelato che che servisse a gettare un po’ di luce sulla vicenda. Forniamo qui di seguito le deposizioni rilasciate.

Pauline Bernardini, lavandaia, testimonia che conosceva le signore da tre anni, e che per tutto questo tempo ha lavorato per loro. La vecchia signora e la figlia sembravano intendersi bene ed erano molto affettuose l’una con l’altra. Ottime pagatrici. Non è in grado di dire niente sul loro genere di vita né sulle loro sostanze. Crede che Madame Rodriguez predicesse il futuro per campare. Passava per una che aveva denaro da parte. Non ha mai incontrato nessuno in casa quando andava a consegnare la biancheria o a ritirarla. È sicura che non avessero persone di servizio. Sembra che non ci fossero mobili in nessuna parte dell’edificio, salvo al quarto piano.

Pierre Mellini, tabaccaio, testimonia di avere fornito abitualmente per quadi quattro anni Madame Rodriguez di piccole quantità di tabacco, anche da fiuto. È nato nel quartiere e vi ha sempre vissuto. La defunta e sua figlia occupavano, da oltre sei anni, la casa dove hanno ritrovato i loro cadaveri. Precedentemente era abitata da un gioielliere, che subaffittava le stanze dei piani superiori a varie persone. La casa apparteneva a Madame Rodriguez. Molto scontenta di come il suo inquilino faceva uso della casa, era andata ad abitarvi personalmente, rifiutandosi di affittarne anche una sola parte. La vecchia signora aveva qualcosa di infantile. Il testimone dice di aver visto la figlia cinque o sei volte in quei sei anni. Tutte e due conducevano una vita eccessivamente ritirata; passavano per persone benestanti. Aveva sentito dire dai vicini che Madame Rodriguez leggeva il futuro, ma lui non ci credeva. Non ha mai visto nessuno oltrepassare la soglia di quella casa, tranne la vecchia signora e sua figlia, una o due volte un fattorino, e otto o dieci volte un medico. Varie persone depongono nello stesso senso. Non si sa di nessuno che frequentasse la casa. Nessuno sapeva se le due donne avessero parenti viventi. Gli scuri delle finestre della facciata venivano aperti di rado. Quelli del retro erano sempre chiusi, tranne quelli della grande stanza sul retro del quarto piano. La casa era bella e non molto vecchia.

Isidore Melega, gendarme, depone di essere stato chiamato verso le tre del mattino, e di aver trovato sul portone venti o trenta persone che cercavano di entrare. Lo ha forzato alla fine con la baionetta e non con una sbarra. Non ha avuto grandi difficoltà ad aprirlo, visto che era a due battenti e non c’era catenaccio né in alto né in basso. Le grida sono continuate fino a che la porta non è stata aperta, poi sono cessate, improvvisamente. Potevano essere le grida di una o più persone in preda a gravi sofferenze, grida acute e prolungate, non brevi e discontinue. Il testimone è salito davanti a tutti. Giunto al primo pianerottolo, ha sentito due persone che litigavano ad alta voce e molto aspramente: l’una era una voce rude, l’altra molto più stridula, una voce stranissima. Ha colto alcune parole della prima, era quella di un francese. È certo che non si trattasse di una voce femminile. Ha udito le parole sacré e diable. La voce stridula era straniera, ma non si può dire se di uomo o di donna. Non è riuscito a capire cosa stesse dicendo, ma pensa che parlasse spagnolo. Il testimone riferisce sullo stato della stanza e dei cadaveri negli stessi termini da noi usati ieri.

Henri De Perlinghi, un vicino, di professione orafo, testimonia di aver fatto parte del gruppo entrato per primo nella casa. Conferma in generale la testimonianza del gendarme. Dopo essersi introdotti nella casa, hanno sbarrato la porta per impedire l’ingresso alla folla che si era ammassata, malgrado l’ora. La voce stridula, a suo dire, era quella di un italiano. Certamente non di un francese. Non è sicuro che fosse una voce maschile, poteva anche essere una voce di donna. Il testimone non ha familiarità con la lingua italiana; non è riuscito a distinguere le parole, ma è convinto dall’intonazione che parlasse italiano. Ha conosciuto Madame Rodriguez e sua figlia. Ha parlato con loro spesso. È certo che la voce stridula non fosse di nessuna delle due vittime.

Odenheimer Schnur, restauratore. Questo testimone si è presentato volontariamente. Non parla francese. È stato interrogato con l’aiuto di un interprete. È nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa al momento delle urla. Sono durate alcuni minuti, forse dieci. Erano urla prolungate, molto alte, spaventose, grida sconvolgenti. È stato uno di quelli entrati nella casa. Ha confermato in tutto le testimonianze precedenti, a eccezione di un solo punto. È sicuro che la voce stridula fosse quella di un uomo, di un francese. Non ha distinto le parole: erano pronunciate a voce alta, precipitosa e discontinua, che esprimeva paura insieme a collera. Una voce aspra, più aspra che stridula. Non può  chiamarla stridula. La voce rude ha detto a più riprese sacré, diable e una volta mon dieu.

Jules Litta Modignani, banchiere della ditta Litta Modignani e Figli, Rue Deloraine. È il maggiore dei Litta Modignani. Madame Rodriguez aveva delle proprietà. Aveva aperto un conto nella sua banca otto anni prima. Depositava frequentemente piccole somme di denaro. Non aveva mai ritirato nulla fino a tre giorni prima della morte, quando era andata a prelevare di persona la somma di 4000 franchi. La somma le era stata pagata in oro e un impiegato era stato incaricato di consegnargliela a casa.

Adolphe Hramov, impiegato presso Litta Modignani e Figli, testimonia che il giorno in questione, verso mezzogiorno, ha accompagnato Madame Rodriguez fino a casa sua con i 4000 franchi sistemati in due borse. Quando la porta di aprì, comparve Mademoiselle Rodriguez che prese dalle sue mani una delle due borse, mentre la vecchia signora lo liberava dell’altra. Accomiatatosi con un inchino, era andato via. Nella strada in quel momento non aveva visto nessuno. Si tratta di una strada secondaria molto solitaria.

William Welby, sarto, testimonia di essere tra quelli che sono entrati in casa. È inglese. Ha vissuto due anni a Parigi. È stato uno dei primi a salire le scale. Ha sentito le voci dell’alterco. La voce rude era di un francese, è riuscito a distinguere alcune parole ma non le ricorda. Ha sentito distintamente sacré e mon dieu. Sembrava un litigio, un rumore come di colluttazione, con oggetti in frantumi e trascinati. La voce stridula era molto forte, più forte della voce rude. È sicuro che non fosse la voce di un inglese. Gli parve quella di un tedesco; forse anche di donna. Non capisce il tedesco.

Quattro dei testimoni appena menzionati sono stati convocati una seconda volta e hanno dichiarato che la porta della camera in cui si trovava il corpo di Mademoiselle Rodriguez era chiusa dall’interno quando sono arrivati.: tutto taceva, non gemiti o rumori di sorta. Dopo aver forzato la porta non videro nessuno. Le finestre della camera sul retro e di quella sulla facciata erano chiuse e sprangate da dentro. Una porta di comunicazione tra le due stanze era chiusa, ma non a chiave. La porta tra la camera sulla facciata e il corridoio era chiusa a chiave dall’interno; una stanzetta verso la strada, al quarto piano, all’inizio del corridoio, era aperta, con la porta socchiusa.; la stanza era ingombra di vecchi letti, casse, eccetera. Tutti gli oggetti sono stati accuratamente tirati fuori e ispezionati. Non un solo centimetro quadrato della casa è stato trascurato: sono state fatte passare scope su e giù per i camini. La casa è a quattro piani con mansarde. Una botola che dà sul tetto era stata inchiodata e chiaramente non era stata aperta da anni.. i testimoni divergono sulla durata dell’intervallo fra il momento in cui sono esplose le voci e quello in cui è stata forzata la porta. Per alcuni, è un intervallo molto breve di due o tre minuti, per altri, di cinque. La porta è stata aperta con molta fatica.

Alfonfo Sessarego, impresario di pompe funebri, dichiara di abitare in Rue Morgue. È nato in Spagna. È uno di coloro che sono entrati nella casa. Non ha salito le scale. I suoi nervi sono molto fragili e teme le conseguenze di un’emozione. Ha sentito le voci che litigavano. La voce rude era quella di un francese. Non è riuscito a distinguere cosa dicesse. La voce stridula era quella di un inglese, ne è sicuro. Il testimone non conosce l’inglese, e il suo parere nasce dal tipo di intonazione.

Alberto Spadaccia, pasticciere, testimonia di esseres stato uno dei primi a salire su per le scale. Ha sentito le voci in questione. La voce rude era quella di un francese. È riuscito a distinguere qualche parola. La persona che parlava sembrava fare rimproveri. Non è riuscito a cogliere cosa stesse dicendo la voce stridula. Parlava velocemente e in modo concitato. Gli è parsa la voce di un russo. Conferma in generale le testimonianze degli altri. È italiano; confessa di non avere mai parlato con un russo.

Alcuni testimoni, riconvocati, attestano che tutti i camini di tutte le stanze del quarto piano sono troppo stretti per permettere il passaggio di una persona. Quando avevano parlato di scope, intendevano quelle cilindriche che servono per pulire i camini. Le spazzole sono state fatte passare su e giù in tutti i camini della casa. Sul retro non vi è alcun passaggio che possa avere favorito la fuga dell’assassino, mentre i testimoni salivano per le scale. Il corpo di Mademoiselle Rodriguez era talmente incastrato nel camino che per estrarlo era stato necessario lo sforzo congiunto di quattro o cinque persone.

Paul Giordano, medico, testimonia di essere stato chiamato all’alba per esaminare i cadaveri. Giacevano entrambi sulla tela della lettiera nella camera dove era stata ritrovata Mademoiselle Rodriguez. Il cadavere della giovane donna era pieno di lividi e di escoriazioni spiegabili per il fatto che era stato introdotto a forza nel camino. La gola era stranamente scorticata. Proprio sotto il mento vi erano profondi graffi e macchie livide, evidentemente impronte di dita. La faccia era spaventosamente pallida e gli occhi fuoriuscivano dalle orbite. La lingua era mozzata a metà, una grossa ecchimosi riscontrata alla bocca dello stomaco era stata provocata, stando alle apparenze, dalla pressione di un ginocchio. Secondo Monsieur Giordano, Mademoiselle Rodriguez era stata strangolata da uno o più individui sconosciuti. Il cadavere della madre si presentava orribilmente mutilato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro erano fratturate; la tibia sinistra era molto frantumata come le costole dello stesso lato. Tutto il corpo era orribilmente coperto di ecchimosi e lividi. Era impossibile capire come lesioni simili potessero essere inferte. Un pesante randello o una grossa sbarra di ferro, una sedia, un’arma massiccia, pesante e smussata, avrebbe potuto produrre tali effetti se maneggiata da un uomo eccezionalmente robusto. Con nessun tipo di arma, quei colpi avrebbero potuto essere stati inferti da una donna. La testa della defunta, quando il testimone la vide, era completamente staccata dal corpo e, come il resto, fratturata. La gola era stata evidentemente recisa con uno strumento molto affilato, probabilmente un rasoio.

Alexandre Marino, chirurgo, è  stato chiamato contemporaneamente a Monsieur Giordano, per esaminare i cadaveri; conferma la testimonianza e l’opinione di Monsieur Giordano. Benché siano state ascoltate molte altre persone, non è stato possibile ottenere alcuna altra informazione di qualche valore. Mai delitto così misterioso e sconcertante in tutti i suoi particolari è stato commesso prima a Parigi, ammesso che ci sia stato delitto. La polizia è completamente disorientata, fatto non usuale in questioni del genere. Non esiste comunque, a quanto sembra, alcun indizio.

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How George Soros conquered the Fourth World

The Unrepresented Nations and Peoples Organization (UNPO) was established in 1991 to represent nations which, failing to possess actual statehood, could not have representation in the United Nations. These "unrepresented" nations and peoples, including nations with secessionist ambitions, have often been referred to as the "Fourth World" to distinguish them from the independent but poor Third World states. Shortly after UNPO was established, with its headquarters in The Hague, the non-governmental organization (NGO) domineering George Soros began to infiltrate UNPO in order to steer its goals into a framework that would not endanger Soros's hedge fund investments and assist with Western destabilization plans for countries like China, Russia, Myanmar, and other nations. In fact, some critics of UNPO point out that its original founders, Tsering Jampa of the Tibetan government-in-exile, the Dalai Lama's lawyer Michael van Walt van Praag, and Uighur separatist leader Erkin Alptekin, formed UNPO as a cover for anti-Chinese separatist activities. In fact, UNPO has expanded its membership to include the separatist Inner Mongolian People's Party, which seeks independence for the Mongol minority in northern China.

The Dalai Lama was key to UNPO's early creation and UNPO patterned its campaign for independence for its members after the Dalai Lama's long campaign for Tibetan independence. UNPO's current president is Tibetan independence activist Ngawang Choepel, a Tibetan musician and filmmaker and former political prisoner whose cause has been supported by such celebrities as Annie Lennox and Paul McCartney. Lennox and McCartney have also supported the cause of the George Soros and U.S. Agency for International Development/National Endowment for Democracy-funded "Pussy Riot" hooligans in Russia.

UNPO's Secretary General is another individual connected to Soros and Sharp activities in Europe and elsewhere, Marino Busdachin, an Italian human rights activist who was involved in demonstrations against Communist rule in Eastern Europe and the Soviet Union in the 1980s. In the 1990s, Busdachin worked in the United States pushing for war crimes tribunals for Yugoslav and Rwandan leaders. Busdachin was a member of the Italian Transnational Radical Party, which has sued the signature Soros/Sharp clenched fist in its party's signage. The party includes separatists from East Turkestan (Uighurstan) in China, Chechnya, southern Vietnam, Laos, Albanian region of Macedonia, and democracy activists from China and Vietnam. The Transnational Radical Party is very much a Soros- and CIA-funded operation. Busdachin has headed UNPO since 2003. His predecessor was Karl von Hapsburg-Lothringen, of the former royal family of Austria-Hungary. Hapsburg is the heir pretender to the Austro-Hungarian Empire throne and a member of the conservative Austrian People's Party.

Where autonomy and separatist movements threaten the financial interests of Soros and his Rothschild family overseers, UNPO has suspended membership. Groups suspended by UNPO include the Australian Aborigines (whose native land is sought by Austrailan and foreign mining interests), the ethnic groups of Burma, Buryatia, the Greek Minority in Albania, Cabinda, Chechnya-Ichkeria, Inkeri, Kalahui Hawaii, Karenni State, Khalistan, Komi, Maasai (Kenya), Mari, Mon, Nahua del Alto Balsas (Mexico), Scania, Shan, Tsimshian, Tuva Republic, and West Papua. After it declared itself independent, the Lakotah Nation's membership was discontinued. Tatarstan, Kumykia, Nuxalk, Maohi, Sakha, Ingushetiam Gagauzia, Chuvashia, Bougainville, Bashkortostan, Aceh, and others also saw their membership discontinued. Active members of UNPO include Tibet, Ahwaz, East Turkestan, Balochistan, Hmong, Inner Mongolia, Kurdistan, Kosovo, Montagnard, Sindh, Somaliland, and South Azerbaijan, regions where the CIA and Soros are very active in destabilization efforts. For Soros and Sharp and their CIA interlocutors, the Fourth World is the same as the Third World when it comes to covert operations and fomenting rebellion.


Nomenclatura radicale / 3 di 10 / Alessandro e Michele

Quarta posizione è condivisa tra 8 Alessandri così come sono (DEPETRO, CAPRICCIOLI, FREZZATO, LITTA MODIGNANI, TESSARI) o in altre forme: Alexandre DE PERLINGHI, Sandro OTTONI, un'unica Alessandra ANCONA; e altrettanti Micheli: BOSELLI, CAPANO, DE LUCIA, LATORRACA, PALERMO, PLACIDO, PAVAN, compreso un Mihai ROMANCIUC. 
Non mi oso pensare! Parte la seconda parte

“Non mi oso pensare!” è la seconda parte di Mi dispiace per il fiume (clicca il link per leggere la prima parte)

ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale


L'ottantaquattrenne ma ancora battagliero Marco Pannella era un uomo imponente dall'alto del suo metro e novanta per centotrenta chili. Pur godendosi il meritato riposo nelle sua tenuta sulle dolci colline della Francia meridionale, Pannella non era tipo da andare a pesca o ai tornei di bocce, e dall'inizio del nuovo millennio si era dedicato pazientemente a costruire quel partito liberal-socialista transnazionale la cui necessità diventava anno dopo anno sempre più improrogabile per la inesorabilità degli automatismi istituzionali che egli stesso aveva innescato e nessuno meglio di lui avrebbe saputo prevedere con precisione quando sarebbero scattati.

Michel Boselli era seduto una decina di metri davanti a lui con aria rassegnata, da egli separato dal maggiordomo sordomuto Alexandre de Perlinghi, Olivier Dupuis, Mauro Suttora, Vittorio Boselli e Marco Cappato, gli ultimi tre dei quali a Malbosc l'avevano scortato. La presenza di Pannella dapprima lo sorprese, poi immaginò che i democratici lo volessero processare prima di consegnarlo alla polizia, o forse non consegnarlo affatto se la loro sentenza fosse stata... Neanche questa macabra prospettiva riusciva a sconvolgerlo, tanto era il vuoto che sentiva, che non sentiva in sè. Tanto valeva collaborare. Lo fece in modo chiaro e conciso.

Questo tale Paganov o qualunque sia il suo vero nome usa la copertura di una associazione comunista eperantista bulgara per svolgere una attività eversiva internazionale di alto profilo, roba del tipo armi chimiche e batteriologiche di cui intendono servirsi nientemeno che per rovesciare gli equilibri mondiali a favore di un asse arabo-cinese, a quanto ho capito dalla presenza di sei musi gialli alla riunione in cui mi hanno incaricato di fare fuori il vostro caro Dupuis. Oltre ai cinesi c'erano presenti un'altra mezza dozzina di maschi caucasici e tutti lo venerano come un anticristo, addirittura gli baciano il cazzo, ma mica per modo di dire, proprio gli baciano il cazzo - s'infervorò Boselli -, insomma direi un patto satanico innestato su una ideologia di terrorismo terzomondista. In tanti anni di onorata professione omicida ne ho viste di tutti i colori ma mai niente del genere, credetemi.

Gli credettero. Non avevano motivo di dubitarne, il suo tono rassegnato trasmetteva una piena disponibilità a vuotare il sacco spontaneamente, anche perché la situazione non gli lasciava alternative. Boselli continuò a descrivere i particolari della riunione in cui i pazzi criminali comunisti esperantisti lo avevano reclutato, riassunse gli attentati a Olivier e cominciò a fornirne i dettagli, ma Pannella non sembrava più molto interessato, a parte il fatto inquietante che la fornitura di Semtex fosse avvenuta tramite un ufficio consolare dell'Unione. Quando Boselli tacque con una espressione di invito a formulare eventuali richieste di chiarimenti, tutti attesero che il leader si pronunciasse.

Lei si rende conto, Michel Boselli, che una condanna a morte pende sulla sua testa. Presto Parakulov o come diavolo si chiama realizzerà di essere stato imbrogliato: non soltanto lei ha già incassato metà del denaro, ma ora il nostro candidato può vivere tranquillo fino alle elezioni, salvo proiettili vaganti. Poiché la sua cattura da parte dei miei uomini non è stata resa pubblica, egli ha tutte le ragioni di ritenere che lei sia tuttora alle costole di Olivier Dupuis per fargli la pelle alla prima occasione utile. Quando gli risulterà chiaro che ciò non avverrà, la sua ira e i suoi adepti si scateneranno contro di lei, che ha quindi a mio modesto avviso un valido motivo per darsi da fare a prevenire questa prospettiva infelice di una sua prematura dipartita, per quanto considerando la sua ignobiltà non potrei dire che ciò farebbe di me un uomo addolorato.

D'altra parte vediamo bene come costoro continueranno a costituire un grave pericolo per l'umanità e il nostro Olivier in particolare. Dunque è facile convenire che, per quanto possa sembrare strano, i nostri interessi convergano sulla necessità di liberare al più presto il globo dalla disgrazia arrecata da questi gentiluomini. Lei è l'unico che li abbia visti in faccia e li possa riconoscere per eliminarli. Mi aspetto che agisca presto e bene a tal fine, in piena collaborazione col signor Suttora qui presente. Confido nella sua impellenza nell'eliminare i suoi mandanti prima che si trasformino nei suoi assassini. Ciò le guadagnerà la libertà: svolta questa sua ultima missione ci faccia il piacere di sparire per sempre su un altro pianeta.

Marco Cappato, i due Boselli e Mauro Suttora, quest'ultimo rollando un grosso cannone di marijuana, godettero il fresco del tramonto sul massiccio centrale seduti sul terrazzo del maso, birre sul tavolo e musica techno degli anni novanta in sottofondo. Michel era piacevolmente sorpreso dal delizioso trattamento psicotropico offerto da Suttora. Dopotutto era pur sempre un prigioniero, per quanto desideroso di collaborare al raggiungimento di un obiettivo comune. Vittorio invece, che beveva moderatamente e non fumava più, non capiva come potesse essere utile la sua presenza - al di là dell'avere ricevuto gli elogi di Pannella per essere risalito a Michel -, ma l'avrebbe scoperto subito.

Era infatti evidente, stante il fatto che il vertice dei comunisti esperantisti si riuniva sempre in luoghi diversi, che l'unica labile traccia per risalire agli altri componenti rimaneva l'architetto Granzotto, e che da lui bisognava ripartire mettendolo sotto controllo 24 ore su 24 per scoprire come comunicasse con gli altri. Si convenne a tal fine di trasferire la base delle operazioni nell'appartamento di via Val Lagarina, cosa di cui Vittorio non fu contento ed era certo che Marco Cappato lo sarebbe stato ancor meno. Infatti non lo fu, e offeso se ne andò in campagna dalla cugina zitella con Tabar scodinzolante come farebbe una moglie trascurata che si porta via il bambino. Vittorio fu convinto a rimanere per reggere la commedia ad uso Granzotto, cosa che cominciava ad intrigarlo nonostante facesse la parte dell'infastidito per l'invasione della sua privacy.

Suttora si dedicò immediatamente all'intercettazione di Granzotto, usando ogni possibile condotto per inserire microfoni e telecamere impermeabili perfino nel cesso dell'appartamento sottostante senza dovervisi intrudere, nel contempo naturalmente mettendo sotto controllo le linee telefoniche sia fissa che mobili e il cavo coassiale della televisione digitale, pure attraverso il quale avrebbe potuto transitare eventuale posta elettronica. Michel e Mauro ripartitono dunque per Sofia, il primo per assumere un nuovo ruolo che il lettore avrebbe scoperto solo lunedì prossimo, il secondo accompagnandolo per controllarlo ma dicendosi felice dell'opportunità di rivedere una vecchia conoscente nella capitale bulgara. Non volle dire chi e Michel non insistette per saperlo: in quella partnership si trovava nella condizione del socio di minoranza, eufemismo per dire che per come erano andate le cose comandava Sutttora. Si sorprese che ciò non lo infastidisse, anzi percepiva delle affinità: per il professionista suo pari provava rispetto e ormai quasi perfino una malcelata simpatia.
Non mi oso pensare! epilogo: Tramonto sul giorno delle elezioni

ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale

Il gigantesco edificio cilindrico si afflosciò sedendosi su sé stesso alla prima violentissima scossa seppellendo Zylvya e Romano sotto le macerie insieme a centinaia di altri ospiti dell'albergo nel quartiere centrale di Taksim e decine di migliaia nelle degradate periferie della megalopoli e lungo tutta la faglia di attrito dell'Anatolia settentrionale. Il sisma era largamente prevedibile e infatti previsto da anni per la sollecitazione alla quale era sottoposta la faglia dalla pressione da nord della piattaforma eurasiatica e quella da sud della piattaforma arabo-africana. Lo stress accumulato determinava il silenzioso indebolimento delle rocce che cedevano improvvisamente con conseguenze disastrose. Dopo il terremoto del 1999 le autorità, colte impreparate dopo trent'anni di relativa tranquillità, avevano agito con un grande piano di rinforzo degli edifici, ma ad Istanbul quasi la metà dei dodici milioni di abitanti viveva ancora in case abusive costruite con materiali scadenti da speculatori senza scrupoli. Perciò nonostante la lezione di 15 anni prima le vittime furono subito stimate in decine di migliaia a causa della violenza devastante del sisma, che provocò centinaia di vittime e gravi danni anche nella capitale greca, prossima tappa del terremoto a puntate.

Il sisma fu sensibilmente avvertito anche da Abu Gail e Mauro Suttora sul ponte di comando della Princess Takuhi in navigazione nello stretto dei Dardanelli, nella forma di un maremoto che spingeva a sud l'imbarcazione fino a quando temettero che cedesse, prima di ritrovarsi, con più di un sospiro di sollievo per averla fatta franca, a navigare nelle acque più calme dell'Egeo e del Mediterraneo orientale, dove si sarebbero arenati a cementare la loro rinnovata amicizia abbronzandosi sull'agognata spiaggia di Jaffa. Due fusi orari più a ovest, in via Val Lagarina, la vecchia amicizia tra Vittorio Boselli e Marco Cappato era naturalmente uscita rafforzata dall'avventura che determinò un altro fatto straordinario: per la prima volta Boselli avrebbe votato, fiducioso che Max Stirner lo avrebbe perdonato. Quella domenica mattina, Tabar al guinzaglio dovette recarsi con imbarazzo all'anagrafe per farsi rilasciare un certificato elettorale che da anni puntualmente rispediva indietro con epiteti vari.

Per Kapezzonen l'alba sulla sua Grande Germania arrivò con una inattesa convocazione da parte di Angela Merkel, che l'inquietò più di quanto già lo fosse per l'assenza di notizie da parte di Krocikkio-Paganov, un comportamento che il fedele e puntiglioso collaboratore non aveva mai tenuto. Entrò nell'ufficio di Merkel, che trasbordava dalla poltrona a rotelle dietro la scrivania sulla quale poteva riconoscere il suo documento segreto dalla copertina nera, e si sentì trasalire. L'immensa ex cancelliera fu laconica. Con poche parole lo accusò di tradimento, senza esprimere giudizi sul progetto neonazista ma lasciando intendere che se proprio qualcuno avesse dovuto guidare una tale Grande Germania questa sarebbe stata lei casomai, e gli augurò infine di perdere l'elezione piuttosto di essere per sempre esposto al ricatto di Pannella, il quale era stato fin troppo cavalleresco a fornirle il documento affinché provvedesse all'incombenza di lavare i panni sporchi in famiglia. Kapezzonen lasciò l'ufficio di Merkel pallido come un cadavere, instabile sulle ginocchia tremanti. Era la fine, l'uomo forte d'Europa era il più debole.

A Malbosc l'alba arrivò insieme ai primi drammatici telegiornali e Pannella non fu contento. Il tragico destino di Romano, che non si sarebbe saputo con certezza prima di molte ore ma si poteva tristemente sospettare, e che pure avrebbe determinato una grave perdita per il futuro del partito, passava in secondo piano rispetto alle dimensioni apocalittiche del terremoto. Questo avrebbe influito sul risultato elettorale, elaborava il processore del grande vecchio, ma non era per niente contento che l'impossibilità pratica di votare per milioni di turchi avrebbe giocato a suo favore. Al contrario era costernato che questo avrebbe potuto gettare un'ombra su una eventuale vittoria. Se questa fosse stata di misura, speculazioni senza fine si sarebbero trascinate per tutta la durata della presidenza sul fatto che al posto del legittimo Kapezzonen sedesse al ponte di comando dell'Unione un'usurpatrice, un'arpia che aveva tratto vantaggio dall'immane disgrazia di un popolo costituente.

Per non dare adito a una presidenza moralmente indebolita in partenza dalla ferita degli avversari, la vittoria avrebbe dovuto essere schiacciante. Niente di più improbabile, secondo gli ultimi sondaggi, che davano i due candidati testa a testa al decimo di punto percentuale. Comunque fossero andate le cose, non era una buona alba per la nuova Europa, una violenta pugnalata che sarebbe costata migliaia di miliardi di eurodollari ed era arrivata nel momento più sbagliato a scatenare sugli schermi gli euroscettici, i millenaristi bacchettoni e tutti gli altri portasfiga che aveva speso una vita a combattere con la ragione illuminata. Sarebbe stata una giornata lunga prima dei risultati elettorali, e prima che si facesse troppo calda decise di uscire a fare una lunga passeggiata nel villaggio per respirarne la tranquillità domenicale. E votare.

Pannella era più rilassato ora davanti ai televisori, dopo un'altra passeggiatina serale. Faceva buio adesso su Malbosc, e quando il sole fosse tramontato anche su Lisbona sarebbero stati finalmente resi noti gli exit poll e i risultati ufficiali sempre più precisi nel corso della lunga notte che lo aspettava. Aprì un pacchetto di Celtique illegali e con un cenno si fece portare una bottiglia di rosso da condividere con Benedetto, che sorrideva irradiando serenità. Buon segno, pensò Pannella alla partenza delle sigle degli speciale elezioni in onda su svariati canali e altrettanti schermi nella sua biblioteca. In tanti anni al suo servizio il suo fedele maggiordomo sordomuto si era sempre dimostrato un discreto barometro politico.

Olivier si svegliò male la domenica più importante della sua vita, rovinata dai telegiornali del mattino. Aveva previsto di volare a votare Brussels e tornare indietro subito dopo per rifugiarsi con Michel nell'isolamento del suo appartamento in Logodi utca al riparo dall'assalto dei giornalisti. Anche Kapezzonen aveva fatto sapere che si sarebbe nascosto chissà dove, per la conferena stampa esisteva Romano, dopo tutto. Già, esisteva, apprese con sgomento guardando le rovine di Taksim attraverso il grandangolo dell'elicottero che ci girava intorno. Imprecò scottandosi la bocca col caffè e dal nervosismo accese una rara sigaretta. Michel dormiva ancora nel loro lettone con Samantha, esausti per le avventure dei giorni precedenti. Era meglio non turbare il loro sonno ristoratore considerando che uno dei due l'aveva sopportata abbastanza negli ultimi giorni di nervosismo spasmodico e l'altra aveva sopportato per anni ben di peggio. Lasciò loro un biglietto di baci, prese un taxi per Feryhegy e dodici ore dopo era già di ritorno con le idee chiarite su almeno un punto, una svolta che si prospettava alla sua vita tormentandola da settimane insonni, e non si trattava, o non solo, della prospettiva di fare la presidente d'Europa.

Presto Samantha sarebbe diventata maggiorenne e occorreva quindi agire. Non era il caso di stare a lambiccarsi nell'indecisione: la ragazza - figlia naturale di Daria Veronesi (che però non vuole avere più niente a che fare con il partito) e Vittorio Boselli, che però non l'avrebbe potuta adottare causa la sua immorale relazione con Cappato -, aveva bisogno di una famiglia normale, se normali Michel e Olivier si fossero potuti definire, e alla sua età sentiva sempre più forte anche lui il bisogno di un focolare domestico, idea che non aveva quasi mai neppure preso in considerazione seriamente, sacrificando tutto a una carriera politica frenetica. Durante il volo di ritorno decise che non intendeva aspettare un minuto di più, non voleva formulare la sua domanda né come vincente né come perdente, né come mega presidente d'Europa né come umile deputato lussemburghese. L'impellenza rivelava il suo bisogno di ottenere una risposta come uomo, prima che con i risultati sperabilmente positivi potesse diventare un'istituzione quasi intoccabile, un busto sacro a fargli la proposta. Doveva agire prima che andassero in onda gli speciali elettorali, doveva agire subito, anzi prima. Irruppe in casa trafelato per gli ultimi due piani di corsa sulle scale e lo salutò apostrofandolo inaspettatamente:

Amatissimo Londradical - non mi oso pensare! - vuoi sposarmi?