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John Patel & Virginia Welby
IL LAVORO MOBILITA

Prefazione di Mauro Suttora

Poche cose nella vita mi hanno procurato piacere quanto il privilegio di leggere per primo quest’Opera e l’onore di scriverne la prefazione”. Prefazione che avrei dovuto cominciare con queste parole, secondo i due sciagurati autori di questo indigeribile minestrone cucinato a quattro mani, che hanno sadicamente osato propinarmi per avvelenarmi un fine settimana. Trattasi, gli autori, di due miserabili individui privi di talento che hanno voluto sommare le loro esperienze lavorative col solo risultato di moltiplicare dolore e sconforto del lettore. L’uno provincialotto piazzista di aspirapolvere, uomo di bassa statura anche morale; l’altra una blogger drogata, dall’ambigua identità sessuale, alternativamente precaria nei call centre o più spesso disoccupata per pigrizia. Insomma due falliti che vogliono trarre profitto dalla notorietà della mia firma per cercare di vendere un libercolo il cui unico merito è di poter duplicemente funzionare in gabinetto sia come lassativo che come carta igienica. Altro sul loro “capolavoro” non ho da aggiungere, ma ho accettato di scriverne la prefazione per mio dovere di giornalista nell’informare il pubblico di cotanta pericolosa sconcezza narrativa.

Mauro Suttora, maggio 2013

Sommario

1. Porta a porta
2. I colleghi al Bar
3. La mia Ex
4. L’acquisto
5. Tappeti volanti
6. Gli sposini
7. I Balcani
8. Colpo di fulmine
9. La Scozia
10. Le mogli mamme
11. L’Inghilterra
12. Il pollaio
13. Il vagabondaggio
14. Senza gamba
15. Ritorno in Italia
16. Scusi se la disturbo
17. Le Team Leader
18. Epilogo

1 – Porta a porta

No, basta! Mi ero rotto le balle di mescolare gomma, un mestiere sporco e faticoso, roba da bestie! Fu così che decisi di intraprendere la mia tanto sognata carriera di venditore, nella fattispecie di venditore porta a porta. Sono sempre stato affascinato da quel mestiere, mi entusiasmava l’idea di esercitare una forma di controllo sulle persone, di influenzare in qualche modo le loro scelte, quantomeno per ciò che riguardava i loro consumi. Intanto però dovetti vivacchiare per qualche tempo con i soldini della liquidazione e guardarmi un po’ in giro. Insomma, un periodo sabbatico, come direbbero i fighetti del giorno d’oggi.

Io invece il fighetto non mi sono mai potuto permettere di farlo, nemmeno il paninaro in quei reaganiani anni ’80 di riflusso, pur provenendo da una famiglia relativamente benestante. Ex benestante. I miei antenati erano nobili che generazione dopo generazione caddero in disgrazia lasciandomi in eredità solo un appartamentino in quello che fu il loro settecentesco palazzotto nella Bergamo alta, i loro debiti e un nome ridicolo – Luca Giovanni Battista Fabio Maria Cappatelli de Capponis -, che anche per sfuggire ai creditori sono riuscito a cambiare in Giovanni Patelli, John per gli amici.

Sono cresciuto come tanti miei coetanei della piccola borghesia e dopo il diploma di maturità avrei voluto iscrivermi alla facoltà di agraria, ma frequentai solo una lezione sull’inseminazione artificiale delle vacche e non andai oltre perché non potevo permettermi le tasse universitarie coi lavoretti che trovavo su Secondamano, tipo masturbarmi alla banca del seme o lavare i morti… Eros e thanatos… Per necessità dovetti pertanto accettare un lavoro fisso in una fabbrichetta, ma ora no, basta!, mi ero rotto le balle di mescolare gomma, un mestiere sporco e faticoso, roba da bestie.

E con questo mi sono un pochino presentato. All’epoca, se un esperto agente di qualche polizia segreta avesse dovuto fare rapporto a un suo superiore sul mio appartamentino, non si sarebbe trovato spiazzato come un qualunque piazzista. Anche se il caos imperante tendeva a nascondere i dettagli, con un rapido colpo d'occhio avrebbe certamente memorizzato la scena soffermandosi sull'essenziale. L'ipotetico agente in questione avrebbe scritto di un bilocale di circa settanta metri quadrati con un salottino arioso e illuminato in cui spiccava un grande divano rosso porpora. La spia avrebbe fotografato mentalmente altri dettagli come i mobili di legno grezzo, il piccolo angolo cucina con la lavatrice salvaspazio, ma nel bagno una grossa vasca con l'idromassaggio, niente televisore ma un sacco di libri, più uno dei primissimi personal computer.

Poi senza ulteriori indugi si sarebbe dedicato alla camera da letto, separata dal resto solo da una tenda, dove regnava un disordine di sottofondo che restava impigliato nell'atmosfera dell'appartamento anche dopo le grandi pulizie che, lo si capiva abbastanza chiaramente, effettuavo con una certa serietà quasi una volta all'anno. Il nostro esperto osservatore avrebbe cominciato a capire che c'era qualcosa che non andava, che la mia personalità sfuggiva ai normali profili criminologi, e ne avrebbe trovato conferma nell’embrione di manoscritto sul comodino di legno di fianco al letto. Era lì in bella mostra, ma abilmente confuso nel disordine, quello che dopo un quarto di secolo avrebbe preso forma in questo libro.

Mi offrirono un lavoro part time come friggitore di patatine da Burghy, che nei primi anni ’80 a Bergamo anticipò di qualche tempo il più famoso McDonald's, che quattro anni dopo l’avrebbe assorbito. Capii in quel momento, davanti allo specchio di casa, in salopette rossa, camicia gialla a righe bianche e cappellino in tinta, di non essere un uomo-azienda. Avrei dovuto cominciare l’indomani e infatti mi presentai rassegnando le dimissioni. Ancora oggi sul mio libretto di lavoro brillano i timbri: assunto e licenziato lo stesso giorno. Il direttore un po’ seccato mi chiese pure di firmare una dichiarazione dove mi impegnavo a rinunciare alla liquidazione. Divertente, non avevo nemmeno cominciato e stavo già firmando una rinuncia alla liquidazione. Cinque minuti dopo, nel fare manovra, andavo a sbattere contro un paracarro, distratto dal meraviglioso fondoschiena di una giovane passante. Ecco, mi mancava solo di sfasciare la macchina!

Ma come sempre la vita è più fantasiosa delle favole. Poco dopo essere arrivato a casa mi suona al citofono un certo signor Vanilla, uno spilungone impomatato di gel, incaricato di una molto nota ditta produttrice di aspirapolvere venduti porta a porta. Pare che qualcuno, non ho mai scoperto chi, mi avesse segnalato come disoccupato. Mai che la gente si faccia i cavoli suoi, ma quella volta mi fece piacere. Il tipo mi raccontò tutto il suo pistolotto sull’azienda multinazionale, di come fosse leader nel suo settore e di come, grazie al buon nome e all’intensa pubblicità, gli apparecchi si vendessero come il pane. Infine mi propose qualche giornata dimostrativa per prendere visione del genere di lavoro. Simulai scetticismo, ma in realtà non fu difficile convincermi: in cuor mio era proprio quello che aspettavo da tempo.



2 – I colleghi al Bar

Imparai per prima cosa che è al Bar (con la B maiuscola vista l’importanza che riveste in questa attività) dove si ritrovano la mattina gli agenti porta a porta, in gruppo, agenti di cui l’entusiasta (o finto entusiasta per dovere) signor Vanilla era il responsabile. Fui accolto in un’atmosfera palpabilmente falsa, con quell’aria artificiosa tipica di coloro che vogliono presentare le cose meglio di ciò che veramente sono. E in quante altre occasioni in futuro, una volta entrato nel sistema, fu chiesto a me stesso di comportarmi in modo ineccepibile quando si presentavano potenziali nuovi agenti, di arrivare sempre puntuale per dare il buon esempio, di evitare battute inopportune e di recitare la parte dell’agente ultra gratificato!

Dopo qualche giorno di supervisione, affiancato da agenti esperti ed affidabili, la prassi consisteva nel frequentare il corso di formazione in ufficio, un primo corso di addestramento della durata di una settimana. Fu lì che conobbi per la prima volta, in tempi ancora non sospetti, un fanatico “talebano”: il signor Frosi, capo distretto. Frosi era un barbuto caterpillar cinquantenne, alto e magro, ed era soprattutto un autentico stacanovista. Uomo di montagna, grande camminatore, si era buttato in questa azienda partendo da semplice agente e lavorando sodo, con umiltà, facendo una carriera tutta basata sul darsi da fare duramente, anche perché altrimenti non è che fosse dotato di grande talento, ma certo non difettava nella perseveranza.

Dopo che anni più tardi me ne andai verso altri pascoli, la sua carriera proseguì fino quasi ai vertici dell’azienda, della sua filiale italiana, ma ho saputo di recente che si è dimesso poiché il posto finale che agognava e meritava a coronamento di tanto impegno che aveva profuso per decenni gli è stato soffiato da una donna che aveva una carta in più di lui da giocare… Mi spiace perché era un onesto sgobbone, ma il fatto che non abbia accettato la cosa e li abbia piantati senza tanti complimenti gli rende onore. Al giorno d’oggi purtroppo siamo abituati a vedere gente disposta ad accettare ogni compromesso, soprattutto nel lavoro. Abbiamo perso il senso dello scandalo, la capacità di indignarci e ribellarci. Frosi invece no.

D’altra parte se lo potè permettere perché a quest’ora sarebbe comunque stato vicino all’età della pensione, mentre io avevo e ho ancora pur bisogno di lavorare, e quello dell’agente porta a porta è un lavoro principalmente da Bar, che era il nostro ufficio. Sembrerà strano, ma la maggior parte del tempo gli agenti la passano al Bar, tant’è che il tasso di alcolismo tra di loro è piuttosto superiore alla media. Insomma ci si trovava al Bar la mattina, poi a pranzo, poi nel dopo pranzo e buona parte del pomeriggio. È lì che ci si incontra tra colleghi e con il responsabile, si raccolgono gli ordini, si fanno le riunioni, i corsi di aggiornamento, si distribuisce il materiale, tutto al Bar.

Ma attenzione, dev’essere un locale assolutamente vecchio e decadente, roba da pensionati e uova sode. Già, perché l’esercizio nuovo e alla moda è controproducente, in primis perché costoso e, in secondo luogo, nei Bar nuovi dopo avere consumato di fatto ti cacciano, ti fanno capire di levare le tende perché non tollerano un bivacco di una decina di giovanotti, che a turni alterni occupano tavoli consumando pochissimo, poiché è noto che gli agenti e in particolar modo quelli porta a porta sono molto pidocchiosi.

Un mio collega, il Granelli, addirittura leggeva il giornale senza comprarlo. Diceva al giornalaio “scusi posso dare un occhiata per favore”, lo sfogliava, e poi con diligenza lo richiudeva bene e lo riponeva ringraziando. La maggior parte dei giornalai scuoteva la testa disarmata, qualcuno invece lo mandava anche a quel paese. Probabilmente ora passa il tempo libero nei supermercati, nella corsia riviste e giornali! Era veramente tirchio il Granelli, perennemente a dieta, non mangiava quasi mai, e pur tuttavia veniva con noi al ristorante, mi si sedeva accanto e poi ordinava solo un primo e come secondo mangiava il mio, che gli offrivo impietosito.

Però era un bravo ragazzo e vendeva pure parecchio. Con falsa modestia il Granelli faceva sempre lo scanzonato e dava l’aria di quello che in giornata non avrebbe venduto nulla, poi la mattina dopo si presentava con la sua Fiat 128 con impianto a metano, uno tra i primi in Lombardia, immancabilmente col suo sorrisino beffardo e un bel ordinino in tasca. Era la rabbia di tutti, sì perché tra gli agenti la competizione, l’invidia, il livore, sono alle stelle. Da questo punto di vista la peggior categoria al mondo è probabilmente proprio quella dell’agente di commercio.

Basti pensare che praticamente tutta l’economia nazionale passa tra le mani degli agenti di commercio, ma la categoria è tra le meno rappresentate nel mondo del lavoro: gli altri liberi professionisti hanno un albo, delle associazioni, gli artigiani pure, così come i trasportatori o naturalmente ci sono i sindacati per i lavoratori dipendenti, ma gli agenti non se li caga nessuno, non sono mai riusciti a costruire una vera categoria, proprio per questa grande propensione a fregarsi reciprocamente appena possono! Ora solleverò le proteste femministe, ma secondo me sono un po’ come le donne, che dietro le apparenze non riescono a fare veramente gruppo. Il nostro motto è mors tua vita mea!



3 – La mia Ex

La tirchieria del Granelli non può che evocarmi alla mente la mia ragazza dell’epoca, Virginia, una Ex con la E maiuscola. Non che lei fosse tirchia, tutt’altro: aveva le mani bucate, ma abituata a vivere in strada mi parlava spesso di come si potessero consumare gratuitamente una varietà di beni e servizi. Per esempio come viaggiare gratis in treno, auto-denunciandosi al controllore subito dopo la partenza, fingendo di essere stati derubati di denaro e documenti, per essere sbattuti giù, ma senza multa, alla fermata successiva e ricominciare col prossimo treno. Col vantaggio, tra l’altro, di poter fumare durante le soste. Io non ero tanto interessato dal punto di vista utilitaristico (non mi sognerei mai di viaggiare in quel modo, impiegando 16 ore per fare 400 km), quanto invece mi affascinava quella sua filosofia che mi sarebbe comunque stata di ispirazione nel lavoro e nella vita, perciò per quanto abbia sempre odiato il fumo le permettevo di inalare sul balcone, ascoltandola rapito. E innamorato.

Fumatrice incallita, credo che Virginia non abbia mai comprato un pacchetto di sigarette in vita sua. Le sere del fine settimana faceva il giro della ventina di affollati Bar del centro scroccandole a quelli che esibivano il pacchetto sul tavolino e non potevano certo mentirle “non fumo”. Ogni venerdì e sabato sera in meno di un’ora riusciva a mettere insieme un pacchetto per il giorno successivo, ma ci riusciva anche nei giorni lavorativi, con un altro metodo: non avendo niente di meglio da fare raccoglieva per le strade i mozziconi che avessero ancora dentro almeno un centimetro di tabacco, che recuperava buttando i filtri (nei cestini della stazione, non per terra come gli sporcaccioni sui quali parassitava), e tutto quello che doveva spendere era in cartine, giacché i filtrini se li arrotolava con un altro di quei generi che non aveva mai acquistato in vita sua: i biglietti del treno, ovviamente usati, che rinveniva nella stazione stessa, punto di riferimento universale di ogni buon vagabondo.

Tuttavia, saltuariamente e precariamente, doveva anche lei lavorare per alimentare quelli che chiamava i suoi bisogni tossici primari, cioè le altre droghe che a differenza del tabacco non c’era alternativa all’acquistarle. Infatti il mese tipico di Virginia consisteva in una settimana ad alcol, la seconda a cannabis, la terza nuovamente alcolica e l’ultima a benzodiazepine tipo Valium e Xanax, per poi ricominciare il ciclo, coincidente con quello mestruale e le fasi lunari. Tutta roba che costa e non si può scroccare, se non in minime quantità assolutamente insufficienti per lei, che pertanto prendeva dei lavoretti nei famigerati call centre.

È stato così che l’ho conosciuta. Il sistema funziona in questo modo: l’operatrice del call centre chiama una gran quantità di utenze in una tale provincia per convincere chi risponde (generalmente una casalinga) a ricevere senza impegno un nostro agente, nella fattispecie il sottoscritto, per una dimostrazione gratuita. Statisticamente, sul gran numero di chiamate riuscirà a prendermi almeno tre appuntamenti al giorno, talvolta anche 5 o 6. Questo si chiama generare una lead, ovvero una opportunità per il venditore. Lei non deve vendere niente per telefono, perciò si chiama telemarketing e non telesales. Riuscire a vendere sarà compito mio, che però sono enormemente facilitato dall’andare a visitare qualcuno già vagamente interessato o quantomeno predisposto a ricevermi, invece di suonare campanelli a casaccio.

Virginia era molto brava non solo nella quantità di lead che mi generava, ma anche nella qualità: ci si sentiva più volte al giorno e a discapito della sua infinitesimale provvigione scartava una lead consigliandomi: “guarda, per domani hai un appuntamento alle 15 nel posto X e uno alle 16 a venti km di distanza. In teoria ce la potresti fare, ma secondo me ti conviene rinunciare al primo che potrebbe farti perdere tempo arrivando in ritardo al secondo che invece suona più promettente”. Aveva la capacità non comune di sintonizzarsi sulla frequenza della persona con cui parlava e capire se accettava la visita per un effettivo bisogno dell’oggetto oppure solo per curiosità.

E curiosità fu da parte mia, per il suo ottimo lavoro e l’ormai consolidata amicizia telefonica, che mi spinse ad invitarla per conoscerci personalmente. L’indomani a metà pomeriggio, quando lo storico locale milanese è quieto e accogliente, non ancora invaso dalla folla degli aperitivisti, davanti a due birre rosse al Bar Magenta rimasi stordito dalla sua bellezza: sotto i lunghi capelli nerissimi mi abbagliavano due occhioni verdi a contornare un aquilino nasoppione giudaico-romano sopra labbra da favola. Tutto il resto del suo corpo meraviglioso l’avrei scoperto la sera stessa nel mo letto, dopo avere trascorso il pomeriggio al Parco Sempione a parlare e parlare di tutto, come se ci conoscessimo da sempre.

Nei mesi di relazione che seguirono, la sua bisessualità (o pansessualità come la chiamava lei) non mi infastidì. Finché mi tradiva con delle ragazze, l’importante era che non lo facesse con un altro uomo, e questo non accadde. La storia finì invece per il suo indomabile spirito libertario. Aveva dentro un nucleo esistenziale di sofferenza che la spingeva a scappare fisicamente da un luogo nell’illusione di riuscire a fuggire da sé stessa. Andò a Roma e ci sentimmo solo qualche volta per telefono, poi lentamente la candela della comunicazione si spense. Aveva nuovamente cambiato lavoro e città, io non ne conoscevo il nuovo indirizzo. Molti anni dopo con l’avvento dei social network appresi, ma senza osare contattarla, che aveva continuato a svolgere lavori precari nei call centre, sia in Gran Bretagna che in Italia. Per quanto inchiodata a una scrivania con delle cuffie in testa a mo’ di guinzaglio, si può dire che anche nel suo caso il lavoro mobilita.



4 – L’acquisto

L’acquisto è soprattutto una scelta emotiva. Non è il raziocinio che ci spinge a comprare, assolutamente. A distanza di tanto tempo ricordo ancora oggi una sera incredibile. Contattai alla mattina una signora dall’aspetto elegante e la parlata forbita, che mi diede l’appuntamento per le 20.00. La sera stessa mi presentai con le mie valige dimostrative circa alle 19.45, sempre per via del fatto che si cercava di fare il meno tardi possibile. Mi accolse sbalordita

Ma come, l’aspettavo per le 20.00, si accomodi ma la dovrò fare attendere per un quarto d’ora, il tempo che terminiamo la cena”

Accidenti, non ero abituato a tutti quei formalismi. Mi fece accomodare in sala, visione stupenda, due pareti di almeno 5 metri per 3.50 di altezza ciascuna, entrambe coperte da una libreria bianca consistente in centinaia e centinaia di libri veri, dico veri perché solitamente nelle case comuni si trovano pochi libri e per di più finti, vale a dire mai letti, sono spesso gli allegati da due euro di Corriere o Repubblica, oppure i primi tre libri comprati a 6.90 euro al Club degli editori: qualche ricettario, la storia della Formula 1 e un paio di guide turistiche.

Quelli invece no, erano libri di ogni genere e varietà: da Henry James a Norman Mailer passando per Kafka fino ai contemporanei Brodsky, Kundera e Drakulich, si notava un’altalenante preferenza per le letterature slava e americana, ma non mancavano i nostri Silone, Pavese, Flaiano, Testori, tanti di Pirandello, l’immancabile Umberto Eco e i miei preferiti Fruttero & Lucentini. E poi tutti i mattoni di Tolstoj e Dostoevski in uno scaffale che faceva angolo con quelli altrettanto pesanti di Sartre e Proust. E ancora saggi di storia, filosofia, matematica, e volumi illustrati di fotografia, architettura. Illustrati anche i dizionari etimologici in almeno sette lingue.

C’era veramente da sbizzarrirsi a curiosare la biblioteca in quel quarto d’ora che trascorsi intanto che al di là della porta a vetri il rumore delle posate e la totale mancanza di conversazione mi metteva un po’ di soggezione, insieme all’austero tappeto orientale e gli imponenti mobili antichi di famiglia. Grande sapore di cultura anche nei quadri sulle altre pareti, soprattutto tante antiche carte geografiche di tutti i continenti, e nei dettagli: soprammobili di peltro, cristallo e ceramica ma senza nessuna ostentazione di lusso o sontuosità. Insomma davvero un bell’ambiente.

Arriva la famiglia, lei signora bionda naturale sui quarant’anni abbondanti ma ancora di molto gradevole aspetto, “correttrice di bozze”, si definì con falsa modestia, per una casa editrice di cui ora non ricordo il nome e per la quale immaginai che invece svolgesse il più delicato incarico di valutare i manoscritti degli aspiranti scrittori (immaginai fosse questa la sua vera professione per spiegarmi il numero immenso di libri per casa), e lui occhialuto professore universitario di storia dell’arte, decisamente di qualche anno più anziano, più il bambino figlio unico di circa sei anni. Si mettono sul divano e mi autorizzano a dare il via alla dimostrazione. Li percepivo preoccupati per il loro prezioso tappeto orientale, ma non lo davano a vedere, mantenendo un’aria abbastanza distaccata, soprattutto da parte di lui, ed io un po’ imbarazzato procedo nel mio lavoro con scarsissimo feedback e partecipazione da parte loro. A quel punto, non tanto per calcolo meschino quanto piuttosto per inconscia intuizione, sfodero quella che si sarebbe rivelata la mia arma vincente: coinvolgo il bambino, gli faccio provare la scopa elettrica, lo faccio giocare con i tubi telescopici flessibili e così via. Finita la parte dimostrativa, ci accomodiamo al tavolo per la contrattazione, illustro i vari dettagli e dico il prezzo.

Bene, bello, le faremo sapere!”

Io ovviamente insistevo per concludere il contratto, ma il tipo con fermezza mi dice:

Guardi, la nostra famiglia ha dei budget programmati da rispettare, questa è una spesa imprevista che va programmata nel tempo e non possiamo affrontarla qui stasera”

Pur alle prime armi, ero già abbastanza esperto da sapere che in quei casi insistere troppo è dannoso, servirebbe solo a rafforzare il rifiuto, perciò chiudo il libro e cambiamo discorso. Incominciamo a parlare dei loro impieghi e delle loro passioni e, come sempre, parlando d’altro si abbassano le barriere che la paura di spendere fanno alzare al potenziale acquirente. Infatti il professore si rivela meno rigido di quanto volesse apparire e, visto che è bergamasco come me, decide di farmi provare una grappa speciale barricata (notare che io ero digiuno). Bevuta una grappa, ne versiamo una seconda, l’alcol scalda la mente e la discussione prende anima intanto che il bambino si addormenta sul divano!

A quel punto la mamma lo prende in braccio per metterlo a nanna. Torna dopo qualche minuto e dice al marito:

Mentre lo mettevo a letto mi ha chiesto se l’avevamo comprato, gli ho detto di no e lui mi fa - Compralo mamma, che è bellissimo e poi ti serve-”.

Inutile dire che presi la palla al balzo, riaprii i contratti e mezz’ora dopo uscii da quella casa, non poco balordo di grappa, con i crampi nello stomaco dalla fame, ma con un bel contrattino di vendita in tasca!

Nel rientro a casa in auto rivedevo tutta la serata, riflettendo su quanto poco ci volesse per far crollare le barriere di un uomo. Che bel mestiere stavo facendo e quante cose stavo imparando. Molto probabilmente, se fossi rimasto fino a quell’ora senza vendere nulla, di certo non sarei stato così romantico e positivo!



5 – Tappeti volanti

Se un vantaggio dell’essere nato nella terza decade del Sagittario, proprio come la mia amata Virginia, è di possedere una personalità dinamica e avventurosa quanto sensibile e immaginifica, d’altra parte l’unica fregatura è l’essere talmente vicini alle festività natalizie che molti amici e parenti vi trovano la scusa per farti un unico regalo per entrambe le occasioni. Però il 20 dicembre di quest’anno ho ricevuto un regalo speciale: gli auguri di Virginia, della quale non avevo notizie da vent’anni. In verità, da quando esistono i social network ne avevo rintracciato il profilo e seguito le di lei vicissitudini sul suo blog. A dimostrazione che, pur avendo nel frattempo felicemente messo su una bella famigliola, in tutto questo tempo non ho mai smesso di pensarla.

A giudicare dalla foto, la mia splendida coetanea è ancora molto affascinante, nonostante continui dichiaratamente ad abusare di sostanze legali e illegali, in un circolo vizioso al tempo stesso causa e momentaneo sollievo della depressione di questa donna ciclotimica tendente al bipolare, che ai periodi bui ha alternato i soliti lavoretti precari nei call centre di mezzo mondo. Il suo diario è aperto a tutti e così da qualche anno a questa parte ho potuto “spiarla” senza osare contattarla, o come si dice chiederle l’amicizia sul più noto di questi social network. Immaginate dunque la sorpresa quando stamattina ho acceso il computer e mi sono trovato davanti il suo messaggino di auguri. Ne sono rimasto sconvolto in un turbinio di emozioni contrastanti, emozioni come se fossero gomma che lei stava mescolando (un lavoro sporco e faticoso).

Mi sono rammaricato di non averglieli fatti io, gli auguri di compleanno, pochi giorni prima, ma sono stato felice sia stata lei a intraprendere il primo passo per riallacciare i rapporti. Ora, con la scusa che il nostro tema qui è il lavoro, vi riporto di seguito quanto mi ha scritto in proposito, depurato dalle parti sul nostro rapporto personale, anche perché sono preoccupato che mia moglie potrebbe leggere questo libro e di conseguenza io doverne subire la gelosia retroattiva.

Carissimo John, [censura] penso che dopo tanto tempo meriti una spiegazione. Era successo che avevo conosciuto una tale Sarah in una bella giornata di primavera. Una ragazza di vent'anni con i capelli corti e biondi che passeggiava lungo corso Garibaldi soffermandosi quasi ad ogni vetrina, gli occhi accesi saettanti curiosi a caccia di particolari colorati. Poi, sfinita, si era seduta su una panchina davanti a quella dove stavo io fumando una canna nel parco Sempione. Quando mi si avvicinò per chiedermi un tiro, io avevo una gran voglia di parlare, e cominciando a chiacchierare facemmo amicizia.

Non avendo però alcuna intenzione di confidarmi sul mio rapporto in crisi con te, ho cominciato con l’inventarmi una nuova identità, il che non è stato difficile, considerato che ero fumata dura. Pescando dal mio breve passato di studentessa all'accademia di Brera, mi sono dichiarata pittrice vagabonda di passaggio e ho insistito così a lungo e così bene in quella parte che Sarah si è fermata ad ascoltarmi rapita e affascinata. Il tempo è volato via veloce tra sogni, quadri, luci e colori tanto che, alla fine, entrambe siamo rimaste stupite nel constatare di aver trascorso insieme quasi tre ore.

Avevamo riso parecchio, ci eravamo raccontate quasi tutto, tanto per cominciare dal nostro pressante desiderio di scappare non si sa bene dove né da chi (beh, io lo sapevo: da te e da me stessa). Avevamo constatato che, per entrambe, questo desiderio nasceva dalla pancia e si sviluppava, più spesso durante le giornate di sole, espandendosi in tutto il corpo. Se lo si ignorava, si trasformava in malinconia. Fingendo fino a seppellirlo negli angolini più oscuri, diventava tristezza, depressione, nervosismo. Io, badando a non lasciarmi sfuggire particolari che era meglio non rivelare, avevo seminato qualche piccolo indizio circa i miei problemi con te, asserendo che proprio in quel momento stavo considerando il fattore fuga, anche se non sapevo esattamente come cominciare a muovermi. Mi sembrava di assistere ad una partita a scacchi dove ogni mossa era una sorpresa che accadeva all'improvviso e ribaltava la situazione. I pezzi si muovevano autonomamente e lei era una spettatrice tranquilla.

Il suo telefonino cominciò a pigolare intonando la Marsigliese. La chiamava il call centre di un partito politico, per una casualità lo stesso partito politico per il quale avevo a lungo militato, naturalmente per chiederle soldi. Io colsi la palla al balzo e mi feci passare l’operatrice per chiederle se avevano bisogno di nuove colleghe in quella campagna di autofinanziamento straordinario. Il giorno seguente, dopo essere uscita presto senza svegliarti e lasciandoti solo un bigliettino di addio, ero già nella capitale, prima tappa di un lungo viaggio che mi avrebbe portato a vendere tappeti volanti vagando per l’Europa, un girovagare del quale ti scriverò la prossima volta. Ciao, tua Virginia.



6 – Gli sposini

La tipica casa degli sposini di provincia solitamente consiste in un appartamento in una palazzina costruita da una cooperativa edilizia, finita in tutto, tranne che per le opere di urbanizzazione. Si sa che le municipalità chiedono degli oneri esosi, ma per i lavori poi se la prendono con calma, quindi la strada per raggiungerli spesso è ancora in terra battuta, a volte piena di buche e di conseguenti pozzanghere. Gli atri e i pianerottoli completamente spogli e rimbombanti del nulla, nei casi più felici ci puoi trovare un Benjamin o un lauro che sta perdendo le foglie e un foglio in bacheca con i turni delle pulizie scale. Gli appartamenti sono tutti uguali, perché uscire dai capitolati è quasi sempre un taglieggiamento. Le finiture sono solitamente economiche e l’isolamento acustico è penoso. Copiosi sono i racconti di cosa sentano reciprocamente i condomini: mi è capitato di parlare in casa di una persona, una volta poi suonato alla vicina, questa mi risponde di aver già sentito tutto quanto, quindi tante grazie e arrivederci!

Entrare in casa dei giovani sposi o conviventi non è difficile: sovente si sono indebitati fino al collo per rendere piacevole il loro nido, di conseguenza non disdegnano nel farlo visitare, e poi le giovani coppie non hanno la corazza delle casalinghe di mezz’età abituate a combattere tutti i giorni con venditori di ogni specie. L’arredo è ovviamente nuovo e luccicante e qui aprirei una parentesi sui mobili laccati lucido: a prima vista danno un’immagine brillante dell’oggetto, ma poco dopo ti sorge un desiderio interno di spegnerli, sono assolutamente respingenti. In alcune case, tra ceramica del bagno, mobili laccati, cristalli vari e magari granito lucido come pavimento, viene voglia di mettersi gli occhiali da sole.

Ad ogni modo complimentarsi dell’abitazione è la prima cosa che deve fare un venditore appena entra in casa, i complimenti piacciono a tutti in generale, ma quelli sulla casa vanno sempre a segno. Io facevo di più, non solo mi complimentavo e mi fingevo sbalordito da tanta meraviglia e incredulo del fatto che il risultato fosse esclusivamente opera del loro buongusto, ma addirittura mi inventavo che stessi sistemando casa e chiedevo notizie e riferimenti del mobiliere, segnandomi telefono e recapito, fingendomi disinteressato al fatto che fossi lì per vendere l’aspirapolvere. In fase poi di contrattazione, viene più difficile dire no ad una persona a te così congeniale, una che ti ha dimostrato grande stima, una che probabilmente comprerà il tuo stesso arredamento dal tuo stesso mobiliere, vuoi che non sappia che sistema di pulizia sia più opportuno adottare e darti spassionatamente il giusto consiglio?

Questi tipi di appartamenti comunque sono completamente asettici, non sono influenzati dal vissuto dei loro abitanti, bensì il contrario. Ragazzi che fino a ieri non si erano mai tolti le scarpe entrando in casa, ora li trovi con la ciabattona imbottita per non frisare il parquet, oppure usavano a casa loro una asciugamano in cinque, ora hanno le loro belle salviette con scritto Lui e Lei e le ripongono e ripiegano con delicatezza. Così pure con le tazze della colazione e quant’altro in casa!

Sarà un mio pregiudizio, ma ho sempre letto un filo di tristezza negli occhi di questi giovani sposi, a volte pare quasi si sentano in una prigione. Sì, certo, costosamente arredata ma pur sempre una prigione. Io quando uscivo a mi fermavo a guardare queste palazzine residenziali costruite nel nulla, in mezzo ai campi, con un po’ di malinconia me ne andavo come ci si allontana da un ospedale dopo che si è andati a far visita a qualcuno. Anche per questa ragione, all’inizio della mia carriera non riuscivo a vendere bene a queste famigliole, mi sentivo in colpa come qualche mio coetaneo che veniva spedito a vendere pentole o enciclopedie alle persone meno colte e più suggestionabili nei casermoni di Cologno monzese.

Avrei in seguito imparato a incattivirmi, o meglio estraniarmi dalla mia coscienza, seguendo gli insegnamenti del mio capo distretto, il “talebano” Frosi, ., ricordate?, Frosi invece si dimise polemicamente dall’azienda per essere stata preferita alla sua esperienza la figa di una collega nella promozione a dirigente, e amareggiato sfogò la sua frustrazione in un livido pamphlet che riapro a caso su un paragrafo:

Non importa se un prodotto fa del bene o del male, quello che conta è che venga consumato in quantità sempre più crescenti. Poiché tutto quello che fa la corporazione ha come fine ultimo la creazione del profitto, non offre ai suoi lavoratori alcuna soddisfazione personale, alcuna sensazione di contribuire qualcosa di utile alla società: vai a lavorare per una corporazione e, tramite un buon salario e vari incentivi, sei installato come un collegamento senza volto in una catena che si allunga, completando il circolo facendo di te un consumatore in più di tutta quella spazzatura. In una società dove il lavoro era diventato il metro di valutazione di ogni altro valore e l'uomo giudicato in base al suo rapporto con il lavoro, questo veniva considerato come la sua stessa essenza, l'unico modo in cui l'uomo trasforma la realtà, la possiede e la fa sua.

Penso che questo paragrafo il Frosi l’avesse preso pari pari da Jonathan Pilger. Comunque avevo appena spedito a Virginia quanto sopra che lei mi aveva già riscritto quanto sotto.



7 – I Balcani

Carissimo John, […] il tappeto volante, cioè l’iscrizione o contributo a un partito politico, non è un prodotto facile da vendere: non sono un bene materiale né un servizio al consumatore, a meno che per servizio non lo si intenda come un investimento per migliorare il pianeta con campagne per i diritti umani e civili quali l’istituzione del Tribunale internazionale sui crimini di guerra, l’abolizione della pena di morte o la regolamentazione delle droghe, etc.

Dopo poco più di un mese di addestramento alla vendita di tappeti volanti al call centre romano, il partito aveva raccolto abbastanza denaro per lanciare il progetto di espandersi all’estero, in particolare nei paesi post-comunisti dell’Est, considerati terreno fertile perché assetati di democrazia. Solo perché sapevo leggere l’alfabeto cirillico (ma senza sapere una parola della lingua), fui spedita a Sofia, in Bulgaria, dove svolsi un lavoro simile al tuo.

Avevo tre sgangherate linee telefoniche (si interrompevano ad ogni pioggia) e altrettante segretarie, delle quali due bulgare che parlavano italiano e una turca con la quale mi capivo in francese, che oltre ad altre attività di traduzione e interpretariato svolgevano il telemarketing per prendermi gli appuntamenti con i potenziali acquirenti del tappeto volante: soprattutto personalità, ministri e deputati da usare poi per fare lobby nei rispettivi parlamenti. Ecco perché dico che facevo un lavoro di agente non molto diverso dal tuo, anche perché un tappeto, per quanto volante, ogni tanto ha bisogno di una passata di aspirapolvere: avremmo potuto lavorare in coppia per appioppargli entrambi i prodotti in abbinamento!

Nel corso di tutti gli anni ’90 la cosa funzionò abbastanza bene. Dalla base di Sofia mi divertivo a viaggiare frequentemente anche in Grecia, Macedonia, Polonia, Romania, Turchia e Ungheria, con un discreto successo nel raccogliere centinaia di iscrizioni e migliaia di firme sulle campagne del partito, tanto che alle Nazioni unite si arrivò effettivamente all’istituzione della Corte penale internazionale che oggi all’Aia processa i colpevoli di genocidio in ex Yugoslavia, Rwanda, Liberia…

Ma poiché chiedevamo una quota di iscrizione corrispondente all’uno per cento del PIL dei vari paesi, cioè cifre ridicole tra i dieci e i venti dollari all’anno da quelle parti, la cosa divenne finanziariamente insostenibile. I soldi della sottoscrizione straordinaria fatta anni prima in Italia (dove invece l’iscrizione costava e costa ancora molto salata) erano finiti, per cui il partito chiuse tutte le sedi dell’Est, da Budapest a Praga, Varsavia, Zagabria e naturalmente anche Sofia. Avrei voluto fermarmi in Bulgaria perché nel frattempo mi ero messa insieme a una delle segretarie, che in quanto all’epoca extra-comunitaria non potevo esportare, ma presto esaurii i miei pochi risparmi e per di più la polizia rubò la mia nuovissima Panda. Era proprio la polizia corrotta a rubare le auto straniere…

Alla fine del millennio tornai a Milano, dove non osai ricontattarti per la vergogna di averti lasciato otto anni prima con solo quel bigliettino, ricordi? Lo conservo ancora in un obsoleto floppy disk:

"…bollicine che scendono lungo la gola senza fretta. Assaporo mille attimi che si scandiscono senza chiedere il permesso. Non voglio piú tenere tutto sotto controllo. Quasi mi piace non sapere chi sono e fingermi un'artista vagabonda di passaggio. Lascia che il tempo parli senza intervenire. Lasciami intervenire nel nostro tempo senza interferire. Lascia che accada tutto senza dimenticare il tuo sorriso. Non puoi pretendere che continui a fingere. Anche tu hai la possibilità di ricominciare, di rifarti una vita, anche scappando se necessario. Ti prego, non mi cercare."

Ritrovai invece Sarah, davanti a due birre rosse al Bar Magenta, e mentre ci si raccontava di cosa fosse capitato a entrambe nel frattempo, ancora una volta il suo telefonino pigolò la Marsigliese e vi apparve il nome della sua amica ed ex amante Cinzia, con la quale aveva condiviso un appartamentino in corso Garibaldi, e che era partita da qualche settimana per la Scozia dove si era sistemata con un lavoro sicuro di operatrice al call centre di una gigantesca multinazionale informatica. Dopo i canonici saluti di prammatica, Cinzia si lanciò a spiegarle il motivo della chiamata, della quale ascoltavo fingendomi disinteressata la metà di conversazione in uscita da Sarah:

- Da non crederci, vuoi dire che se qui da Milano faccio il numero verde della OBM, mi rispondi tu in Scozia? [...] Che dici? […] Mah, non saprei […] No, niente da fare, non mi interessa. Però posso chiedere in giro, resta in linea…

Hei Virginia – mi fa Sarah - hai vinto una vacanza in Scozia più un lavoro sicuro come centralinista. Tutto spesato tranne il biglietto che la mia ex Cinzia riuscirà a procurarti con il magico sconto del 50%, che ne dici?

Minchia se volevo partire! Non glielo dissi espressamente ma glielo feci capire con inequivocabili espressioni non-verbali

- Chiede quando si parte […] Ok, ma renditi conto che quando spiego a Virginia che non è uno scherzo, mi sa che parte per davvero. Figurati, è un'artista girovaga e sta cercando una sistemazione […] Perfetto, allora ci sentiamo dopo, ti chiamo io al numero verde...



8 - Colpo di fulmine

Una frizzantissima giornata di primavera, una di quelle mattinate in cui la vita ti appare meravigliosa e sorridi anche da solo con te stesso. Mi aggiro nella zona semicentrale di un grosso paese di provincia, perso nei miei pensieri, e mi fermo davanti ad una bella palazzina. Parto alla carica come farebbe un toro nella corrida, pronto a fare una strage di casalinghe acquirenti. Quel giorno ero veramente carico e in forma, del resto dopo mesi di piogge e nebbie, non poteva essere altrimenti!

I primi due campanelli vanno a vuoto, assenti, al terzo si apre la porta blindata e mi appare una ragazza di 18-19 anni circa, illuminata dal retro da un forte sole che le entrava dalla portafinestra del terrazzo, sembrava l’apparizione della madonna. Capelli biondi mossi, occhi azzurri e visino delicatissimo e dolcissimo, con un sorriso irresistibile, aveva una specie di camicia pigiama molto leggera che non lasciava intravedere nulla tranne la turgidezza dei capezzoli, ma la visione più sconvolgente la ebbi quando abbassai lo sguardo. Ebbene si, era in mutandine, uno di quegli slip da ragazzina innocente, in pizzo Sangallo bianco, che non lasciava vedere nulla, ma percepire il volume del pube nascosto sotto, probabilmente di pelo chiaro.

Le gambe snelle, di un colore olivastro, coperte da una leggerissima peluria bionda che il sole metteva in risalto, ed in un paio di ciabattine infradito, persino i piedi, che solitamente non sono fonte per me di grande interesse, erano attraenti. Per un attimo mi immagino su un lettino del pronto soccorso, con i medici che col defibrillatore in mano gridano: “Lo stiamo perdendo!”, tanto la pressione mi si era alzata.

L’ingresso in casa e la conversazione seguente li ricordo come in un flashback muto, ricordo i sorrisi e gli ammiccamenti di lei, la mia prudenza ed attenzione nel guardarla, i linguaggi dei nostri corpi che manifestavano interesse ma anche imbarazzo reciproco e il meraviglioso sole che la illuminava.

Nel corso di vendita del Frosi l’imperativo era Osare! Provo ad avvicinarmi e vedo che lei non arretra (anche perché era appoggiata al tavolo), mi avvicino con il viso per arrivare a distanza intima e vista la sua disponibilità mi butto in un leggero bacio sulle labbra. Lei non dice nulla ma sorride, allora le prendo il viso tra le mani e la bacio come se in quel bacio mi giocassi l’esistenza mia e quella dell’intero pianeta. “Ok, è andata!” si dicono tra loro nella mia mente i medici del pronto soccorso, vedendo che il paziente ha superato la barriera - rischio figura di merda - e ha ripreso a respirare.

Ci baciamo, le sue labbra sono calde e morbide, ci accarezziamo a vicenda, lei ha una pelle meravigliosa e morbidissima, stavo per scrrivere vellutata, ma io velluto così non ne ho mai sentito. In un colpo solo mi tolgo camicia, cravatta e maglietta sotto, mentre lei si libera della camicetta, il contatto pelle su pelle toglie il fiato a entrambi, sembra estasiata dai baci che le lascio sparsi su tutto il collo.

Prendo coraggio, guardo il seno e mi commuovo per quanto è candido e innocente. I rumori della strada, le chiacchiere delle signore sul marciapiedi, i cinguettii degli uccelli, una Tv accesa al piano superiore, avevano un altra dimensione, anzi eravamo noi in ultra dimensione, il resto era tutto lontano ovattato, sentivamo solo i nostri corpi, i nostri battiti e i nostri respiri, ci stringevamo forte e io già vedevo le immagini di noi sorridenti e felici correre per le calli di Venezia, oppure sdraiati e abbracciati sulle splendide spiagge bianche delle Maldive, guidare e ridere insieme su una strada di montagna, ma un suo sussurro interrompe il mio film: “Non l’ho mai fatto io!”

Non ha mai fatto l’amore?!?

E beh, allora mi volete uccidere, ma è come dire a uno che ha appena vinto il primo premio alla lotteria di capodanno “ Guardi che deve ritirare anche il secondo e il terzo!”

I medici impugnano un’altra volta il defibrillatore e si approntano ad intervenire ancora. Tutto il resto, di quanto successe su quel tavolo, non è spiegabile a parole. Ricordo solo che alla fine ci ritrovammo abbracciati sul tappeto, che intravedevo il suo bellissimo fondoschiena mentre lei mi accarezzava il viso e mi infilava dolcemente le mani nei capelli. Mi baciò gli occhi, quando li riaprii vidi il legno della porta blindata e la targhetta in ottone col cognome della famiglia.

Purtroppo, però, questo fu solo il cinema che mi feci io dopo che lei chiuse la porta, perché in verità ci scambiammo solo due parole, il tempo di dirmi che i genitori non erano in casa e se ne andò, lasciandomi lì davanti all’uscio chiuso.

Non proseguii più con gli altri campanelli, ero troppo agitato. Me ne andai a fare un giro ripensando all’accaduto e chiedendomi continuamente per quale motivo una ragazza così carina vada ad aprire la porta in mutande. Nel pomeriggio ripassai con la scusa di parlare con la mamma, ma non trovai più lei e della mamma non me ne fregava proprio nulla.

Peccato, eppure io il viaggio a Venezia e quant’altro l’avevo visto davvero. Probabilmente ci sono vite parallele dove succede quello che sogniamo, oppure sarà successo a qualche mio altro collega passato dopo. A tal proposito vorrei smentire le dicerie che vedono i venditori porta a porta protagonisti di fantastiche avventure sessuali con le casalinghe. A me in quegli anni non è mai successo e nemmeno ai colleghi più sinceri. In altri gruppi invece se ne raccontavano di ogni, pareva facessero a gara a chi le sparasse più grosse.

La verità e che le casalinghe vedono il venditore con lo stesso entusiasmo con cui si accoglie un esattore, pericolo rosso per la cassa, quindi difficilmente lasciano via libera agli ormoni o ai sentimenti, il corpo è tutto proteso a difendere il portafoglio, altro che sesso!



9 – La Scozia

Carissimo John, […] eravamo rimasti a quand’ero arrivata in Scozia, atterrando a Glasgow nella tipica pioggia orizzontale della costa occidentale, accolta calorosamente da Cinzia per ospitarmi a casa sua, un piccolo appartamentino in affitto sull’Esplanade della città portuale di Greenock, il cui tavolo da pranzo è sotto una grande finestra che dà sul meraviglioso estuario del Clyde, dove transitano le grandi navi da crociera e perfino il Rainbow II di Greenpeace in stridente contrasto coi sommergibili nucleari in uscita dalla loro base strategica nell’antistante fiordo di Garelochness verso il mare d’Irlanda e l’Atlantico settentrionale. In questa fase di uscita dall’estuario navigano in superficie e sono davvero impressionanti, lunghi oltre cento metri. Davanti a noi dall’altra parte del fiume, raggiungibili in pochi minuti con un piccolo traghetto dalla vicina Gourock, ci sono le pittoresche località di Dunoon, dove i glaswegiani dell’epoca vittoriana andavano in gita scendendo lungo il fiume, ed Helensburg, cittadina patria dell’inventore della televisione.

Ma quella sera invece di guardare la televisione abbiamo goduto di questa splendida vista in una cenetta durante la quale Cinzia mi ha proposto in alternativa il piatto nazionale scozzese, lo haggis, cioè stomaco di pecora ripieno di frattaglie, oppure un risotto giallo che però per cucinare il quale, si è scusata, non avendo brodo di gallina l’ha sostituito con una bottiglia di ottimo vino bianco dell’emisfero meridionale, accompagnata a tavola da una di Chablis. Inutile precisare a quale delle due opzioni sia andata la mia preferenza: pur senza potermi considerare un’esperta di abbinamenti enogastronomici, mi sono spinta ad osservare come forse lo Chablis non si accompagnasse bene alle interiora ovine.

Dopo la romantica quanto alcolica cenetta, e avere fumato qualcosa che le ho portato dal Parco Sempione per non presentarmi come ospite a mani vuote, naturalmente è andata a finire che abbiamo fatto sesso per ore ed ore. Sai bene che sono pansessuale. Senza praticamente avere dormito, il giorno dopo l’ho accompagnata al suo luogo di lavoro, che diventerà anche il mio. Si tratta di un call centre più grande di un campo di calcio, dove in tredici lingue lavorano quasi 600 operatori di cui una settantina al desk italiano. Nonostante la notte insonne il colloquio di lavoro è andato bene anche grazie al mio ottimo inglese e il mio finto francese, per cui potrò risultare utile anche per aiutare i desk in altre lingue in caso di assenze di colleghi per ferie o malattia. Me la cavo anche col bulgaro ma non esiste un desk bulgaro e non gliene può fregar di meno.

Insomma mi hanno assunta e dopo un breve corso di formazione ho preso la prima delle quasi centomila chiamate che mi avrebbero assordata nei tre anni e mezzo successivi, durante i quali riuscii a fare l’orecchio al terrificante inglese dei glaswegiani (solo a Birmingham sono più incomprensibili), e mi rilassavo nei fine settimana visitando tutto il Paese, dalle verdissime Highlands alle tante isole occidentali, dall’eccellente zuppa di pesce di Arbroath alle squisite ostriche del Loch Fyne e naturalmente la capitale Edinburgo, o trascorrendo le domeniche scommettendo all’ovodromo, dove si svolgono le popolari corse di pecore.

All’inizio fu un’epoca felice durante la quale, di nascosto da Cinzia, mi dedicai alla nuova moda dell’internet dating. Tutto cominciò con la rubrica "personals" di un noto provider. Per la ragionevole somma di 35 sterline in due mesi potei contattare 139,5 belle ragazze (lo 0,5 essendo rappresentato da un transessuale non ancora operato), mi risposero in 12,5, uscii con 6,5 per continuare a uscire con tre. La prima delle tre era la classica (bionda e occhi azzurri) indigena di classe, che si scoprì abitare col gatto nel quartiere vicino. La seconda era una mediterranea (occhi e capelli nerissimi) bulgara che per tranquillizzare il suo fidanzato, un vecchio riccastro texano, gli disse che ero una donna, il che è vero. La terza è quella di cui sono ancora cotta come uno zampone, una bellissima italiana atipica con gli occhi verdi, che però non mi ricambiò perché pensava solo al suo gatto. Tutto questo per dire ai diffidenti dell'internet dating che ha funzionato a meraviglia con analoghi risultati anche per un mio collega italiano (appassionato di sudamericane), e oltre a nuovi amici/amiche si conoscono anche un bel po' di gatti.
Poi però la convivenza con Cinzia, sempre insieme sia a casa che al lavoro, in gita e all’ovodromo, era diventata ossessiva in misura inversamente proporzionale all’esaurimento di quella coattività sessuale che non era servita, lo ammetto, a farmi dimenticare di te, delle situazioni ed emozioni che avevamo vissuto insieme. Erano ormai trascorsi quasi quattro anni su quelle dolci colline che gli scozzesi chiamano montagne, passeggiando nella quiete delle quali ritrovavo ogni tanto un po' di serenità che però tramontava al calare delle tenebre, e con lei eravamo di fatto separate in casa, senza più fare sesso.

Di un cosa certamente dovrei esserle grata: mi costrinse a smettere di fumare, ma oltre al tabacco questo significò rinunciare a malincuore anche alla mia amata cannabis, per masochisticamente trovare effimero sollievo alla mia pena in quelle pastiglie di benzodiazepine che mi intontivano quando le inghiottivo a sorsi di whisky dal sapore di torba dell’isola di Isley, e che ovviamente non potevano risolvere alla radice la mia angoscia, così quando l'effetto delle droghe svaniva mi sentivo invadere nuovamente dalla depressione. Il male di vivere non era passato, non sarebbe mai passato.

Questo finché un giorno un uragano di potenza inusuale perfino da quelle parti ha arrotolato il tetto del call centre, scoperchiandolo come una scatoletta di sardine. È stata la goccia, o per meglio dire un’epica alluvione, che ha fatto traboccare il vaso. Ma non erano tanto le docce scozzesi a disturbarmi, quanto la mancanza di luce naturale d’inverno, quando il sole sorge alle 9 e tramonta alle 15, il che acuiva assai la mia depressione. La mia avventura oltre il vallo di Adriano, al di là del quale, schifati, non si spinsero neppure gli antichi romani, si concluse in direzione sud, per incontrare Milton Keynes.



10 – Le mogli mamme

La mattina al Bar non ci sono solo i venditori porta a porta, ma anche una categoria veramente particolare, quella delle mamme o mogli o casalinghe, chiamiamole come volete. Anche loro in mattinata, dopo aver portato a scuola con il SUV i bambini obesi, fanno il loro incontro quotidiano nel locale pubblico. Chiaramente non nelle osterie che frequentiamo noi, ma piuttosto nei Bar meno malfamati, come per esempio quelli che fanno pasticceria. Dopo aver passato anni vedendone quando in ogni località frequentata sostavo per ammazzare il tempo tra un appuntamento e l’altro, ve ne posso dare una descrizione più che dettagliata, per tipo, per carattere e per appartenenza sociale.

Innanzitutto cominciamo con la consumazione: funzionano tutte a caffè, ma delle formule più svariate: marocchino, decaffeinato, macchiato pieno, macchiato in tazza grande, lungo, ristretto, etc… Poi seguono le modalità di pagamento, e anche lì ci sono diverse scuole di pensiero: quelle che pagano ognuna per sé e quelle che invece adottano la turnazione, che quasi sempre è sintomo di un forte legame confidenziale e prodromo di una furibonda lite su a chi tocchi quel giorno. Sì, perché la turnazione, per essere equa non tollera assenze, malattie e quant’altro, quindi è di delicatissima e complicata gestione.

Caratteristica principale comune alle mogli mamme, nessun desiderio sessuale nei confronti del marito. Il marito che si avvicina in cerca di rapporti sessuali è visto come una sciagura. La moglie mamma dopo il rapporto sessuale è molto soddisfatta, sì, ma dal sollievo di non doverlo più fare per almeno una settimana, o un mese a secondo dell’età e degli anni di matrimonio. Infatti quello che prima era un piacere, ora è il peso più grosso, insomma dopo una giornata con i bambini, le spese, le faccende domestiche, le riunioni della scuola, magari anche il lavoro… ci mancherebbe pure quello!

Gli uomini devono capire che non siamo bestie, o peggio oggetti con un buco, ma che per certe cose abbiamo bisogno di calma e serenità...”

Ecco un breve elenco dei presupposti che determinano calma e serenità in una moglie mamma:

- Innanzitutto i figli devono essere sanissimi e sereni, e possibilmente fuori di casa;
- La casa deve essere ben pulita ed in perfetto ordine;
- La spesa deve essere stata fatta senza dimenticare nulla;
- Nel condominio non ci devono essere liti o tensioni di nessun genere;
- Non deve fare né troppo caldo, né troppo freddo;
- Le condizioni di salute devono essere ottimali e non devono essere giorni né pre-, né post-ciclo mestruale;
- Amici, familiari e lontani parenti non devono avere problemi di nessun genere;
- Nel quartiere non devono esserci stati episodi di cronaca che possano turbare l’animo della signora, è sufficiente il furto della bicicletta di un’amica per far saltare tutto.

Ecco, queste sono le condizioni necessarie per un rapporto sessuale col marito. Non si capisce poi perché invece con l’amante vada bene tutto in ogni situazione!

Accantonato quindi il marito, che nell’ambito familiare resta più che altro una figura di riferimento economico, di procacciamento finanziario, un’altra particolarità delle nuove mogli mamme è l’apprensione per la scuola. Mi pare di aver capito che essendo consapevoli di non riuscire a dare più una rigorosa educazione ai figli, diventano intransigenti e quasi fanatiche su tutto ciò che succede a scuola, come se il destino della vita dei ragazzi, la loro formazione dipendesse esclusivamente dalla scuola. Allora si sentono donne disperate e in preda al panico solo perché un’amica di un’altra località ha confidato loro che il bambino di terza elementare è già alla tabellina del sei, invece il suo è ancora a quella del 4... “Sfido io, la nostra insegnante di matematica non fa altro che portarli al coro, va a finire che tutte queste bravate le pagheremo quando andranno alle medie!”

Così si incominciano ad organizzare assemblee massoniche per un incontro col preside, che spesso comunque sfocia in una insoddisfazione generale, perché:

Ha parlato e parlato, ma resta tutto come prima!”

Poi troverete le due fazioni contrapposte, quella per cui i bambini hanno troppi compiti da fare a casa e viceversa quella che si lamenta per il contrario. A quel punto partono i missili incrociati:

Ti credo, quella non fa un cavolo tutto il giorno, figurati se ha voglia di far fare i compiti al figlio“

e dall’altra parte:

Ma se ha voglia di far fare i compiti a suo figlio, che se li faccia dare per lei, io l’ho detto alla maestra, dategliene di più al suo, così è contenta!”

Insomma la maggior parte delle mogli mamme si identifica in quel ruolo cancellando la loro funzione di singolo essere umano, sono mamme e basta, il resto della vita di una persona non esiste più! La ragazza che un tempo aveva interessi, desideri e aspirazioni, oggi è proiettata totalmente sul figlio, che sempre più è unico. Non so dire poi cosa succederà quando il figlio se ne andrà, magari per un periodo sabbatico, come direbbero i fighetti del giorno d’oggi.



11 – L’Inghilterra

Carissimo John, […] Milton Keynes è una della trentina di nuove città periferiche costruite in Gran Bretagna dopo la seconda guerra mondiale per alleviare la pressione sulle metropoli, e il suo nome non ha niente a che fare con il noto economista americano, bensì con un proprietario terriero, tale Mister Keynes, che viveva nel villaggio di Milton. Tutte queste nuove città fanno piuttosto schifo: generalmente a pianta quadrangolare, sono concepite per automobili, fabbriche, uffici e centri commerciali. In quello di Milton Keynes c’è una delle due principali (uniche) attrazioni della città, una pista da sci al coperto in un alto capannone dalla forma ovoidale, l’altra essendo le famose mega-mucche finte che accolgono il visitatore.

È la palpabile mancanza di storia di questi luoghi fatti solo di edifici moderni che mi metteva a disagio, ma un altro disagio maggiore riguardò il lavoro: avevo sbagliato accettando una posizione in un call centre di un’altra ditta di software informatici dove però dovevo lavorare solo in francese, e tu sai come tra le mie quattro lingue il francese sia la più stentata. Lo parlo, lo capisco, ma in realtà penso in italiano e lo francesizzo, con tutti i “falsi amici” (parole che suonano simili ma hanno tutt’altro significato) che ne conseguono, e soprattutto non lo so scrivere, con tutti quegli accenti e il cazzetto sotto la ç. Perciò mi trovai in difficoltà, resistetti solo un mese e poi crollai per la frustrazione, dirigendomi ulteriormente a sud, verso la capitale.

A Londra trovai lavoro il giorno dopo esserci arrivato, nel call centre delle biblioteche della municipalità di Westminster. Un lavoro simpatico in cui indirizzavo i cittadini alla biblioteca dove trovare il libro che cercavano, ed altri servizi consimili come il recapito del libro a domicilio per i disabili, e così via. Soprattutto era bella la posizione del luogo di lavoro, al quarto piano di un edificio che dava sul retro di Buckingham palace, per cui dalla finestra si potevano vedere i servi della regina portare a spasso i suoi stupidi cagnolini corgi (Sua Maestà però non l’ho mai vista) nei giardini del palazzo reale. Infelice era invece il posto dove abitavo, una squallida stanzetta in una strada periferica dal traffico talmente rumoroso da rendere impossibile il sonno. Ma con quel poco che guadagnavo non potevo permettermi di meglio e continuai a cercare qualcosa di più redditizio.

continuai a cerare qualcosa di più redditizio.uallida stanzetta in una strada periferica talmente rumorosaper cui dalla finest
Lo trovai in un’altra multinazionale secolare, nel settore delle telecomunicazioni, ed è stato il lavoro più qualificato che abbia mai svolto nel settore dei call centre. Infatti non era un qualsiasi call centre bensì un helpdesk. Ovvero se il cliente interno (uno dei cinquemila dipendenti in tutto il mondo) aveva dei problemi col computer, chiamava noi che lo si aiutava a risolverlo, o lo si risolveva collegandosi in accesso remoto, oppure infine, se era un problema di hardware, si caricava un ticket per mandargli un tecnico sul posto. Prendevo solo una quarantina di chiamate al giorno contro le 120-150 che prendevo o effettuavo in precedenza, per oltre 1300 sterline nette mensili che al cambio dell’epoca erano circa duemila euro.

Perciò il lavoro procedeva bene, se non per il fatto che purtroppo la sede era a Bracknell, un’altra delle nuove città senza storia il cui centro è costituito, appunto, dal centro commerciale, ma i dintorni del Berkshire erano belli, con il castello di Windsor e l’ovodromo, pardon, l’ippodromo di Ascot. Mi ci trasferii per risparmiare sui trasporti e per tre anni e mezzo vissi in una bella stanza dove facevo l’amore con una giovane e bella cameriera sicula del bar aziendale, nel quale il nuovo amministratore delegato aveva introdotto la pizza. Infatti il nuovo amministratore delegato era un grande manager napoletano che oltre a introdurre in mensa la pizza riuscì quasi a fare fallire un’azienda con 120 anni di storia. L’azienda dovette fondersi con un concorrente più giovane e sano che operò drastici tagli, tra i quali il trasferimento dell’helpdesk a Bangalore, in India, dove un validissimo analista anglofono costa un quinto di quanto costassimo noi.

Era il 2007 e cominciava a sentirsi puzza di crisi. Dovetti pertanto ritenermi fortunata a trovare un lavoro precario nella divisione telemarketing nella sede londinese di una delle principali televisioni americane. Prendevo solo otto sterline all’ora ma tra le varie campagne riuscii ad appioppare sistemi di rete senza fili da oltre centomila euro ciascuno a due aeroporti italiani. La locazione dell’edificio era stupenda, a due passi dalla sponda sud del Tamigi, lungo la quale passeggiavo in pausa pranzo dalla galleria Tate d’arte moderna al ponte di Westminster passando sotto quelli di Waterloo e dei Frati neri (quello di Calvi), godendo della vista sull’altra sponda dalla City al parlamento. Però con quel magro compenso dovetti trasferirmi in un’altra squallida stanza sotto la direttrice di approccio atterraggio alla pista sud dell’aeroporto di Heathrow, uno dei più trafficati del mondo: mille aerei al giorno, praticamente uno al minuto da prima delle 6 del mattino fino a ben oltre mezzanotte, mi martellavano le orecchie con il chiasso infernale che fa un quadrireattore a cento metri sopra la mia zucca già abbastanza bacata. Traumatizzata dal rumore, incapace di pagare l’affitto e per la depressione alcolica incapace anche di cercare un altro lavoro, fu così che mi diedi al vagabondaggio, del quale ti racconterò la prossima volta.



12 - Il Pollaio

Lo chiamano il Pollaio. Era ed è ancora una costruzione immobiliare immensa nella periferia di Bergamo, sempre che si possa definire periferia, Bergamo essendo una cittadina relativamente piccola. Che il Pollaio sia poco apprezzato lo si evince dal nome: massima rappresentazione di quei mega-casermoni, un uno dei quali vi avevo già presentato gli sposini, i suoi innumerevoli appartamentini ospita inquilini come gallinacei in batteria. La comodità di queste strutture è che puoi suonare parecchi campanelli e contattare altrettante persone, senza fare troppa strada e stando al coperto, che in inverno non è un dettaglio da poco, poiché il venditore porta a porta è sempre esposto a tutte le interperie.

Un giorno suono a uno dei tanti campanelli, tutti uguali, stesso campanello, stessa porta per decine e decine di volte. L’unica possibilità di distinzione in quei posti è lo zerbino, qualche “Welcome”, qualche “Home sweet home” e niente più. A un certo punto finalmente mi apre un giovane, poco più di un ragazzo, infilato nell’uniforme del già conosciuto Burghy, la prima catena fast food che apri a Bergamo quando ancora McDonald’s non era sbarcato per acquistarlo in blocco. Fatto sta che tra le prime chiacchiere sulla porta gli raccontai della brevissima avventura che ebbi nella stessa posizione di lavoro, lui mi fece entrare e notai quasi subito da quel appartamento ben curato ed anche un po’ lezioso, che… che insomma si vedeva anche dal suo atteggiamento che il ragazzo era gay.

L’appartamento gay si distingue molto dall’appartamento femminile. Mi è difficile spiegare il meccanismo per cui questo avviene, ma è decisamente molto diverso, per me molto più curato. A mio avviso l’appartamento gay è la femminilizzazione di un appartamento da uomo, parte proprio da un’altra struttura, molto più ingegnoso e particolare, si vede dalla cura dei dettagli. Ci sedemmo sul divano e chiacchierammo un po’ di come si fanno le pulizie, fino a scoprire che conviveva con un altro ragazzo. Di conseguenza, come la regola impone, presi appuntamento per una dimostrazione quando fossero presenti entrambi.

Non sono mai stato omofobo, non mi hanno mai spaventato i gay. Anzi, pur avendo gusti eterosessuali, ci sono sempre andato molto d’accordo e vi conto numerosi conoscenti e amici. Del resto rispetto a tanti altri noi maschietti di una generazione la cui pubertà era finita con gli anni ’70 e l’adolescenza iniziata negli ’80, la cui sessualità era sbocciata con i giornaletti porno e le pippe in compagnia, mi hanno sempre fatto ridere i coetanei che dicevano sdegnati: “Oh, se ci prova a mettermi le mani addosso gli spacco la faccia!” Ci sono maschi convinti che i gay siano alla spasmodica ricerca di sodomizzare qualcuno a tutti i costi e non li sfiora neppure da lontano i gay abbiano lo stesso gusto delle donne e preferiscano gli uomini di aspetto gradevole. Macché, anche i cessi cicciotelli e brufolosi si considerano potenziali vittime di molestie omosessuali, e invece di sentirsi un po’ sollevati dal fatto che almeno qualche essere umano più gentile li degni di attenzione, se ne dispiacciono pure. Ma non starò qui ora a fare filosofia sul mondo gay e come ci si rapporta, credo che se ne sia già scritto in modo molto più approfondito altrove.

Però voglio sfatare il luogo comune che vedrebbe i gay come persone più sensibili: a mio avviso non è l’omosessualità in se che rende ipersensibili, ma la sofferenza che queste persone hanno dovuto attraversare. Anni di adolescenza chiusi nelle loro camerette, a chiedersi come mai sia toccata a loro questa che la cultura dominante li porta a considerare come una sfortuna, anni di discriminazioni e di emarginazione. A mio avviso la dimostrazione di questo sta proprio nel fatto che le ragazze risultano risultano meno costrette tanto a celare quanto ad esternare la loro omosessualità: si sa, giudicare una bambina “un maschiaccio” è quasi un complimento, insomma non sono poi così sensibili!

Prendiamo per esempio la mia amica e co-autrice lesbica Virginia, bisessuale o “pansessuale” come ama precisare. Ciò che mi è sempre piaciuto di lei è la mancanza di ostentazione della propria diversità, mentre l’unica cosa che invece mi irrita di molti gay è la pretesa un po’ assurda, o quanto meno contraddittoria e stiracchiata, di voler essere considerati “normali” (come è giusto che sia sul piano dei diritti civili) e al tempo stesso portatori di una diversità che li renderebbe “speciali”, e quindi, a rigor di logica, non più “normali”!

Comunque, per tornare a noi, più tardi nel pomeriggio svolsi feci la mia dimostrazione ad entrambi, pur sapendo già tutti che la loro condizione economica non avrebbe permesso loro l’acquisto dell’apparecchio, me la fecero fare per gentilezza e io per gentilezza contraccambiai. Mi offrirono il tè con i biscotti, cosa che non succedeva spesso. Dopo tante porte in faccia, scortesie e quant’altro, anche all’agente folletto piace sostare per una pausa improduttiva ma perlomeno in un ambiente rilassato, un terreno amichevole. Poi uscendo dall’appartamento, la solita deprimente sensazione di rientrare nella ordinaria routine in un ordinario pollaio!



13 – Il vagabondaggio

Carissimo John, […], “Sei un’alcolista ciclotimica tendente al bipolare, e inoltre ti lavi poco. Sei perfetta per questo servizio, finirai in copertina”. Con queste parole di conforto un affermato giornalista di un noto periodico milanese, impietosito dalle mie difficoltà economiche, mi ha inviato un computer portatile, un sacco a pelo e una banconota da 50 sterline, con l’incarico di sopravvivere l’inverno come una barbona per scrivere un reportage sulla vita di strada dei senzatetto britannici, per confrontarne la situazione con quelli italiani in un servizio per il suo settimanale.

Sapevo già come dormire al caldo: presso lo shelter (rifugio) “Open Door” di St. Albans, poche miglia a nord di Londra, dove gli homeless possono pernottare fino a un massimo di 28 giorni e poi non ci possono tornare per altre quattro settimane. L’altra regola fondamentale, come in analoghe strutture italiane, è che si deve uscire prima delle 7-8 del mattino e rientrare (vagamente sobri) verso le 19-20, per cui i vagabondi britannici hanno in comune coi nostri (e suppongo quelli nel resto del mondo), di essere i primissimi clienti all’apertura dei supermercati, naturalmente per rifornirsi di alcol (da queste parti lattine di pessimo sidro gasato, più economico della birra), tranne la mia amica Yildiz, turca analcolica che ritenendosi una grande esperta di calcio spende tutto il suo dole al calduccio della sala scommesse.

Il dole è il sussidio di disoccupazione, all’incirca una decina di sterline al giorno pagate ogni due settimane, del quale vivono anche le quattro flatulente indigene che condividono la stanza con me e Yildiz, ma a differenza di noi trascorrono la giornata al Black Lion Inn, uno dei 53 pub della cittadina mercantile, in compagnia dell’anatra Crispy che non molla mai il suo sgabello preferito. Io invece, senza dole, passo il tempo in biblioteca, dove posso scrivere l’articolo sui barboni collegandomi gratis al web e copiando quasi tutto dai blog a loro dedicati dai caritatevoli volontari.

Qui a St. Albans i giorni passano veloci, tranne le domeniche pomeriggio quando la biblioteca è chiusa e per stare al caldo mi chiudo in un cubicolo dei gabinetti pubblici dei quali ho disattivato il sensore antifumo con la complicità dell’addetto alle pulizie polacco, che mi ha preso in simpatia perché crede che in quanto italiana sia automaticamente cattolica. Se è una bella giornata, nell’antica Verolanum (era in Albione una delle tre maggiori città dell’impero romano) faccio da guida turistica ai colleghi vagabondi londinesi che nel fine settimana vengono qui in campagna per sfuggire ai ritmi frenetici della city, e passeggiando nel grande parco corteggio Rebecca, una bella ragazza dell’Africa orientale, vittima di violenze domestiche che non aveva dove andare e i servizi sociali hanno temporaneamente parcheggiato al rifugio.

Vorrei restarle vicino ma i miei 28 giorni sono scaduti e mi arrabatto nell’antistante parcheggio multipiano del municipio, nel sacco a pelo e la borsa del computer come cuscino antifurto del computer stesso. Vengo diffidato dagli impiegati comunali una prima notte, cacciato una seconda volta e alla terza, dopo una settimana, scatta l’arresto, con mio sollievo nel poter trascorrere almeno una notte in una confortevole cella della stazione di polizia. Il bravo avvocato d’ufficio O’Mahoney è un irlandese che mi ha preso in simpatia perché anche lui crede che in quanto italiana sia automaticamente cattolica, e nel processo per direttissima convince il giudice a risparmiarmi la multa di 80 sterline purché mantenga la promessa di togliermi dai piedi. Non è propriamente un foglio di via, ma mi hanno schedata e non voglio irritarli.

Per 150 sterline vendo il computer a Rebecca e gli altri ragazzi cui ho insegnato a usarlo in biblioteca. Per risparmiare lascio il paese in pullman e una ragazza tedesca studentessa a Oxford mi si addormenta sulla spalla. A Lilla il pullman si rompe e lei mi offre un bacio e una canna di ottimo hashish afgano, del quale mi vende un’oncia prima di proseguire in treno per Colonia. Con un altro pullman arrivo a Parigi dove vago nella notte di una città notoriamente molto più gelida di Londra, finché una musica ad alto volume mi porta ad imbucarmi in una festa privata per mangiare e bere a sbafo, ma mi scoprono e me ne devo andare, con nascosto in tasca un panino.

Donne moi la rosette!” mi intima un giovane minaccioso ed evidentemente affamato. Rimango allibito: sono stato rapinato per la strada di una salsiccia lionese. Parigi mi fa veramente schifo, non ho nessuna intenzione di indagare sulla vita dei locali clochard e con l’ultimo denaro rimasto prendo il treno per Milano, sul quale passano gli sbirri coi cani antidroga, che mi ignorano. Terribile sospetto e veloce controllo: la romantica studentessa di Oxford mi ha appioppato un’oncia di pongo. Arrivo in centrale stremata e depressa, ma non posso presentarmi in redazione dopo solo poco più di un mese, e mi rifugio a casa di Sarah per riprendermi dall’avventura e ricominciare a cercare lavoro in madrepatria, del che ti scriverò nella prossima puntata.