Seconda serie di Google fight
Schnur batte Fiume 464mila a 53.700
De Stefano batte Tortora 2 milioni a 527mila
Faccio batte turco 115mila a 105mila
Palazzolo batte Poptodorova 484mila a 1.340
Piccarco batte Dentamaro 90.900 a 1.890
Englaro batte Pietrosanti 120mila a 17.300
Rutelli batte Lensi 156mila a 153mila
Carraro batte Spena 834mila a 46mila
Negri batte Zamparutti 154mila a 11.600
Orlandi batte Corleo 515mila a 7.030
Sciascia batte Ottoni 223mila a 206mila
Salvadori batte Bagatin 267mila a 21.400
Coscioni batte Deperlinghi 64.200 a 1.500
Pisani batte Vesce 156mila a 37.500
Fischetti batte Depetro 201mila a 89.800
Manieri batte Lamedica 166mila a 89.100
Marino batte Russo 29.200 a 11.200
Tamburi batte Capriccioli 351mila a 32.700
Castaldi batte Voltolina 292mila a 109mila
Grigorova batte Colacione 32.500 a 3.170
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Nomenclatura radicale / 9 di 10 / Adel/aide, Adriano, Armando, Claudio, Daniele, Domenico, Donatella, Elio, Elisabetta, Enzo,
E per concludere i cinquanta nomi più ricorrenti ecco quelli presenti almeno due volte, che devo dividere in due post: Adele/Adelaide (rispettivamente AGLIETTA e FACCIO); Adriano (DE STEFANO, SOFRI); Armando (CROCICCHIO, DREON); Claudio (BARAZZETTA, MARTELLI); Daniela CACACE e Daniele CARCEA; Domenico (MODUGNO, SPENA); Donatella (CORLEO, PORETTI); Elio (POLIZZOTTO, VITTORINI); Elisabetta (GROSSO, ZAMPARUTTI); Enzo (CUCCO, TORTORA)
E per concludere i cinquanta nomi più ricorrenti ecco quelli presenti almeno due volte, che devo dividere in due post: Adele/Adelaide (rispettivamente AGLIETTA e FACCIO); Adriano (DE STEFANO, SOFRI); Armando (CROCICCHIO, DREON); Claudio (BARAZZETTA, MARTELLI); Daniela CACACE e Daniele CARCEA; Domenico (MODUGNO, SPENA); Donatella (CORLEO, PORETTI); Elio (POLIZZOTTO, VITTORINI); Elisabetta (GROSSO, ZAMPARUTTI); Enzo (CUCCO, TORTORA)
Buone notizie per il Friuli
Me ne vado. Il nuovo psichiatra (ha sostituito quello che ho fatto sgozzare) mi ha dato lo sfratto dal reparto per non finirci ricoverato lui stesso dopo che l'episodio del pinguino è degenerato nello struzzo. E' successo che un giorno mi sono presentata in terapia di gruppo accompagnata da un pinguino, sostenendo che fosse mio figlio, e fin qui tutto normale, ma un'altra paziente ha sollevato il problema del marito che si comporterebbe come uno struzzo, nascondendo la testa sotto la sabbia. A me ha sempre fatto incazzare come un coccodrillo questa disinformazione diffamante nei confronti degli struzzi, che' nessun etologo è mai riusciuto a documentare uno struzzo con la testa insabbiata, allora io per dimostrare che questa leggenda metropolitana della savana esiste solo nei cartoni animati alla seduta successiva mi sono presentata con lo struzzo al posto del pinguino, e ovviamente un camion di sabbia invece dell'autobotte per il ghiaccio. Lo psichiatra non ha gradito e così dopo un mese e mezzo di incursioni e sabotaggi in questo ospedale di omessa località del medio Friuli (vedasi i post su obitorio, ambulatorio di odontoiatria, reparto psichiatria e magazzino presidi) sono pronta per la strage finale e la mia fuga entro una settimana. Lascio queste tormentate terre, che la mia presenza aveva già scosso nel 1976, con un omaggio alle sue località forse meno note ma meritevoli di essere segnalate ai turisti.
Adegliaccio, comune intitolato alla memoria di Adelaide Aglietta e Adele Faccio
Amaro, comune con due locali pubblici gestiti da extracomunitari: il Bar Lucano e il Bar Montenegro
Attimis, comune dai lunghissimi tempi di attesa in municipio
Bagnaria Arsa, comune ossimoro
Belgrado, capitale balcanica frazione del comune di Varmo
Bellazoia, frazione di Povoletto popolata da giovinette allegramente discinte
Bolzano, capoluogo alto-atesino frazione del comune di San Giovanni al Natisone
Buia, località friulana caratterizzata da scarsa illuminazione pubblica
Cazzaso, frazione di Tolmezzo afflitta da organo sessuale nel naso
Chiasottis, frazione di Pavia di Udine abitata da chiaccheroni rumorosi e confusionari
Chioutzoquin, frazione di Dogna luogo natale del grande capo Eestiqatsi
Coccau, valico di confine nel comune di Tarvisio ove rimorchiare prostitute sarde
Pubblicità: Onoranze funebri BIDON, soddisfatti o rimborsati
Cornazzai, frazione di Varmo e passato remoto di prima persona adultera
Cornino, frazione di Forgaria del Friuli abitata dal coniuge di bassa statura della persona di cui sopra
Coseano, comune i cui abitanti indulgono nell'introdursi oggetti posteriormente
Enemonzo, solido comune stretto e lungo defecato in seguito a clistere
Grado, comune marittimo per la misurazione della temperatura dell'Adriatico
Latisana, località termale di riabilitazione contro la dipendenza da caffeina
Latisanotta, frazione ipnoinducente di Latisana da assumersi prima di coricarsi
Madonna Buia, frazione di Buia gemellata con Czestochowa
Màgnano in Riviera, comune i cui abitanti ronfano in collina
Manzano, comune di allevamenti per l'inseminazione di giovani bovini omosessuali
Mereto di Tomba, vedasi Tomba di Mereto di Tomba
Pubblicità: Onoranze funebri GUERRA, sconti per comitive
Morsano di Strada, comune i cui abitanti addentano orifizi sulla pubblica via
Mortegliano, comune che conta tre agenzie di onoranze funebri
Muscoli, frazione di Cervignano del Friuli priva di palestra comunale
Noiaretto, frazione di Comeglians affetta da fastidiosa stitichezza
Osoppo, comune prima persona singolare del verbo osoppare
Osoppò, frazione di Osoppo terza persona singolare del passato remoto
Palazzolo dello Stella, comune gemellato col giornalista de La voce repubblicana, Palazzolo della Stalla
Paradiso, estatica località ultraterrena nel comune di Pocenia
Piani di Là, frazione di Chiusaforte di Qua
Piano di Sopra, frazione di Arta Terme abitata da condomini che calzano sempre zoccoli
Pinzano al Tagliamento, comune doppiamente doloroso
Pordenone, capoluogo di provincia anagramma di Porno Eden
Pubblicità: Onoranze funebri SORDO, per un eterno silenzio
Porzus, frazione di Attimis alla quali i blasfemi abitanti antepongono invano divinità monoteista
Prapnotizza, frazione prapnotizzante gli abitanti del capoluogo Drenchia
San Daniele del Friuli, comune nel cui obitorio si affettano prosciutti
Santa Maria la Longa, comune coniugato con San Giuseppe il Breve
Scrutto, comune composto dalle frazioni di Testticculo destro e Testticculo sinistro
Sedilis, comoda frazione in pelle di Tarcento
Solars, frazione di Ravascletto alimentata da energia rinnovabile
Straccis, frazione di San Vito al Tagliamento sede del mercato comunale
Temerat, frazione di Forni Avoltri abitata da fedeli molto devoti
Terzo Bacino, frazione di San Michele al Tagliamento al terzo appuntamento
Terzo di Aquileia, comune minoritario in opposizione alla maggioranza qualificata di Aquileia
Tomba, oscura località del comune di Buia situata tra il capoluogo e l'oltretomba
Pubblicità: DIO BONINO, le onoranze funebri laiche prenotate da Marco Pannella
Tomba di Mereto di Tomba, frazione di Mereto di Tomba sede del cimitero comunale
Topolò, frazione di Grimacco luogo natale del commissario Basettò
Torreano, frazione di Martignacco sede del campionato regionale di sodomia estrema
Torviscosa, oleoso quartiere periferico di Roma trapiantato in Friuli
Truja, frazione di Prato Carnico brulicante di dunne peccaminuse
Villa Vicentina, comune abitato da compagni che hanno sbagliato regione
Vinaio, frazione di Lauco con unico abitante l'oste
Zompicchia, frazione saltellante attorno al comune di Codroipo
ARG - Aggiornamento del Radicalometro di Granzotto
GRU - Granzotto's Radicalometer Update
The Radicalometer is a political tool aimed at measuring Italian liberals (that is Radicals) popularity.
AGGIORNAMENTO DEL 20.11.10
Suttora si mantiene in testa ma non potrà vincere il Premio Radicchio 2010 in quanto lo ha già vinto in passato. L'aggiornamento di fine anno vedrà solo piccole variazioni grazie all'attesa conclusione del terzo tomo di "Ny-Lon" Come spiegato nel post precedente, la decisione definiva sull'l'assegnazione del Premio Radicchio verrà presa a fine in base ai voti non-anonimi espressi nei post. Il favorito è Pannella ma ce la possono fare ancora anche alltri
1. Mauro SUTTORA 142 (+2)
2. Marco PANNELLA 128 (=)
3. Roberto GRANZOTTO 127 (+1)
4. Mina e Piero WELBY 126 (-7)
5. Marco CAPPATO 126 (+4)
6. Orietta CALLEGARI 91 (=)
8. Daniele CAPEZZONE 73 (+2)
9. Olivier DUPUIS 66 (+3)
10. John PATELLI 63 (=)
11. Armando CROCICCHIO 57 (+3)
12. Emma BONINO 54 (+3)
13. Rita BERNARDINI 50 (=)
7. Nicolino TOSONI 47 (-18)
14. Michele BOSELLI 46 (+1)
15. Angiolo BANDINELLI 42 (+2)
16. Massimo BORDIN 35 (+2)
16. Daria VERONESI 35 (=)
16. Giorgio PAGANO 35 (+1)
19. Alberto LICHERI 34 (=)
20. Raffaella BIANCHI 33 (=)
21. Virginia FIUME 32 (=)
22. Rebecca ALITSI OPETSI 31 (+20)
22. Elisabetta ZAMPARUTTI 31 (=)
24. Donatella CORLEO 30 (=)
24. Maria Antonietta COSCIONI 30 (=)
24. Dora PEZZILLI 30 (-7)
27. Valeria MANIERI 28 (=)
28. Sergio e Tabar GIORDANO 27 (+1)
29. Lorenzo STRIK-LIEVERS 25 (=)
30. Marino BUSDACHIN 24 (=)
30. Carlo MANERA 24 (+1)
32. Giovanni COMINELLI 23 (+8)
33. Paolo PIETROSANTI 22 (=)
34. Roberto POLESEL 21 (=)
35. Silvja MANZI 15 (=)
36. Maurizio TURCO 14 (=)
37. Roberto SCARUFFI 12 (=)
38. Antonella CASU 11 (=)
38. Adriano DE STEFANO 11 (=)
40. Massimo LENSI 10 (=)
40. Antonella SPOLAOR 10 (=)
42. Lanfranco PALAZZOLO 9 (+1)
42. Massimo SALVADORI 9 (=)
44. Luca BAGATIN 8 (=)
44. Gaetano DENTAMARO 8 (=)
44. Alessandro LITTA MODIGNANI 8 (=)
44. Sandro OTTONI 8 (=)
44. Irene PICCININI 8 (=)
44. Livio SCHNUR 8 (=)
44. Mario STADERINI 8 (+1)
51. Vasco CARRARO 7 (=)
51. Alexandre DE PERLINGHI 7 (=)
51. Ignazio MARINO 7 (=)
54. Alessandro CAPRICCIOLI 6 (+1)
54. Marco PERDUCA 6 (=)
56. Roberto CICCIOMESSERE 5 (=)
56. Alessandro DEPETRO 5 (=)
56. Armando DREON 5 (=)
56. Nikolay HRAMOV 5 (=)
56. Mihai ROMANCIUC 5 (=)
61. Alessandra ANCONA 4 (=)
61. Gianni COLACIONE 4 (=)
61. Giovanni DE PASCALIS 4 (=)
61. Beppino ENGLARO 4 (=)
61. Adele FACCIO 4 (=)
61. Darinka KIRCHEVA 4 (=)
61. Bruno MELLANO 4 (=)
61. Thierry MEYSSAN 4 (=)
61. Lapo ORLANDI 4 (=)
61. Pier Paolo PASOLINI 4 (=)
61. Antonio PISANI 4 (=)
61. Andrea TAMBURI 4 (=)
61. Guido TASSINARI 4 (=)
74. Adelaide AGLIETTA 3 (=)
74. Maria Cristina BALDINI 3 (=)
74. Marco BELTRANDI 3 (=)
74. Luigi CASTALDI 3 (=)
74. Bruna COLACICCO 3 (=)
74. Raffaele DE ANGELIS 3 (=)
74. Elena DE RIGO 3 (=)
74. Valerio FEDERICO 3 (=)
74. Mirella PARACHINI 3 (=)
74. Danilo QUINTO 3 (=)
74. Emiliano SILVESTRI 3 (=)
74. Enzo TORTORA 3 (=)
74. Emilio VESCE 3 (=)
87. Valentina ASCIONE 2 (=)
87. Takuhi BAGDASARIAN 2 (=)
87. Giandomenico BELTRAME 2 (=)
87. Luigi CIMINO 2 (=)
87. Sergio D’ELIA 2 (=)
87. Michele DE LUCIA 2 (=)
87. John FISCHETTI 2 (=)
87. Violeta GRIGOROVA 2 (=)
87. Giovanni MASTROENI 2 (=)
87. Paolo MAZZA 2 (=)
87. Mario PALOMBO 2 (=)
87. Michele PAVAN 2 (=)
87. Sara PICCARDO 2 (=)
87. Leon PINESE 2 (=)
87. Donatella PORETTI 2 (=)
87. Antonio RUSSO 2 (=)
87. Gabriele SESSAREGO 2 (=)
87. Sergio Augusto STANZANI GHEDINI 2 (=)
87. Mariangela VAGLIO 2 (=)
87. Silvio VIALE 2 (=)
87. Eleonora VOLTOLINA 2 (=)
87. Marco ZARDETTO 2 (=)
87. Manuela ZUCCARELLO 2 (=)
110. Seguono in centodecima posizione numerosi altri con un solo punto
GRU - Granzotto's Radicalometer Update
The Radicalometer is a political tool aimed at measuring Italian liberals (that is Radicals) popularity.
AGGIORNAMENTO DEL 20.11.10
Suttora si mantiene in testa ma non potrà vincere il Premio Radicchio 2010 in quanto lo ha già vinto in passato. L'aggiornamento di fine anno vedrà solo piccole variazioni grazie all'attesa conclusione del terzo tomo di "Ny-Lon" Come spiegato nel post precedente, la decisione definiva sull'l'assegnazione del Premio Radicchio verrà presa a fine in base ai voti non-anonimi espressi nei post. Il favorito è Pannella ma ce la possono fare ancora anche alltri
1. Mauro SUTTORA 142 (+2)
2. Marco PANNELLA 128 (=)
3. Roberto GRANZOTTO 127 (+1)
4. Mina e Piero WELBY 126 (-7)
5. Marco CAPPATO 126 (+4)
6. Orietta CALLEGARI 91 (=)
8. Daniele CAPEZZONE 73 (+2)
9. Olivier DUPUIS 66 (+3)
10. John PATELLI 63 (=)
11. Armando CROCICCHIO 57 (+3)
12. Emma BONINO 54 (+3)
13. Rita BERNARDINI 50 (=)
7. Nicolino TOSONI 47 (-18)
14. Michele BOSELLI 46 (+1)
15. Angiolo BANDINELLI 42 (+2)
16. Massimo BORDIN 35 (+2)
16. Daria VERONESI 35 (=)
16. Giorgio PAGANO 35 (+1)
19. Alberto LICHERI 34 (=)
20. Raffaella BIANCHI 33 (=)
21. Virginia FIUME 32 (=)
22. Rebecca ALITSI OPETSI 31 (+20)
22. Elisabetta ZAMPARUTTI 31 (=)
24. Donatella CORLEO 30 (=)
24. Maria Antonietta COSCIONI 30 (=)
24. Dora PEZZILLI 30 (-7)
27. Valeria MANIERI 28 (=)
28. Sergio e Tabar GIORDANO 27 (+1)
29. Lorenzo STRIK-LIEVERS 25 (=)
30. Marino BUSDACHIN 24 (=)
30. Carlo MANERA 24 (+1)
32. Giovanni COMINELLI 23 (+8)
33. Paolo PIETROSANTI 22 (=)
34. Roberto POLESEL 21 (=)
35. Silvja MANZI 15 (=)
36. Maurizio TURCO 14 (=)
37. Roberto SCARUFFI 12 (=)
38. Antonella CASU 11 (=)
38. Adriano DE STEFANO 11 (=)
40. Massimo LENSI 10 (=)
40. Antonella SPOLAOR 10 (=)
42. Lanfranco PALAZZOLO 9 (+1)
42. Massimo SALVADORI 9 (=)
44. Luca BAGATIN 8 (=)
44. Gaetano DENTAMARO 8 (=)
44. Alessandro LITTA MODIGNANI 8 (=)
44. Sandro OTTONI 8 (=)
44. Irene PICCININI 8 (=)
44. Livio SCHNUR 8 (=)
44. Mario STADERINI 8 (+1)
51. Vasco CARRARO 7 (=)
51. Alexandre DE PERLINGHI 7 (=)
51. Ignazio MARINO 7 (=)
54. Alessandro CAPRICCIOLI 6 (+1)
54. Marco PERDUCA 6 (=)
56. Roberto CICCIOMESSERE 5 (=)
56. Alessandro DEPETRO 5 (=)
56. Armando DREON 5 (=)
56. Nikolay HRAMOV 5 (=)
56. Mihai ROMANCIUC 5 (=)
61. Alessandra ANCONA 4 (=)
61. Gianni COLACIONE 4 (=)
61. Giovanni DE PASCALIS 4 (=)
61. Beppino ENGLARO 4 (=)
61. Adele FACCIO 4 (=)
61. Darinka KIRCHEVA 4 (=)
61. Bruno MELLANO 4 (=)
61. Thierry MEYSSAN 4 (=)
61. Lapo ORLANDI 4 (=)
61. Pier Paolo PASOLINI 4 (=)
61. Antonio PISANI 4 (=)
61. Andrea TAMBURI 4 (=)
61. Guido TASSINARI 4 (=)
74. Adelaide AGLIETTA 3 (=)
74. Maria Cristina BALDINI 3 (=)
74. Marco BELTRANDI 3 (=)
74. Luigi CASTALDI 3 (=)
74. Bruna COLACICCO 3 (=)
74. Raffaele DE ANGELIS 3 (=)
74. Elena DE RIGO 3 (=)
74. Valerio FEDERICO 3 (=)
74. Mirella PARACHINI 3 (=)
74. Danilo QUINTO 3 (=)
74. Emiliano SILVESTRI 3 (=)
74. Enzo TORTORA 3 (=)
74. Emilio VESCE 3 (=)
87. Valentina ASCIONE 2 (=)
87. Takuhi BAGDASARIAN 2 (=)
87. Giandomenico BELTRAME 2 (=)
87. Luigi CIMINO 2 (=)
87. Sergio D’ELIA 2 (=)
87. Michele DE LUCIA 2 (=)
87. John FISCHETTI 2 (=)
87. Violeta GRIGOROVA 2 (=)
87. Giovanni MASTROENI 2 (=)
87. Paolo MAZZA 2 (=)
87. Mario PALOMBO 2 (=)
87. Michele PAVAN 2 (=)
87. Sara PICCARDO 2 (=)
87. Leon PINESE 2 (=)
87. Donatella PORETTI 2 (=)
87. Antonio RUSSO 2 (=)
87. Gabriele SESSAREGO 2 (=)
87. Sergio Augusto STANZANI GHEDINI 2 (=)
87. Mariangela VAGLIO 2 (=)
87. Silvio VIALE 2 (=)
87. Eleonora VOLTOLINA 2 (=)
87. Marco ZARDETTO 2 (=)
87. Manuela ZUCCARELLO 2 (=)
110. Seguono in centodecima posizione numerosi altri con un solo punto
Marco Pannella, un eretico liberale nella crisi della repubblica
Sono stati tre - come è generalmente riconosciuto - gli elementi decisivi della svolta che ha causato la fine del regime partitocratico e il tramonto della prima Repubblica. Innanzitutto hanno avuto un ruolo dirompente i referendum elettorali del '91 e del '93 che hanno prima minato, e poi rovesciato, il vecchio proporzionalismo che stava alla base del sistema politico repubblicano fin dal '46. Quindi, è esplosa una forza politica nuova - la Lega di Bossi -, estranea alla tradizione politica nazionale, che ha raccolto un'ondata di consensi al nord, in crescendo dalle elezioni amministrative del giugno '90 alle elezioni politiche dell'aprile '92, fino al successo con il Polo delle Libertà del marzo '94. Terzo, e forse più decisivo fattore, vanno annoverate le inchieste giudiziarie di Mani Pulite che hanno scoperchiato la Tangentopoli che avvolgeva l'intera politica italiana mettendo fuori gioco gran parte della classe dirigente della DC, del PSI e dei partiti laici minori, PLI, PSDI e PRI.
Nel richiamare i tre fattori della svolta, non intendo qui semplificare oltre misura un fenomeno di portata storica come il tramonto di un regime politico a cui hanno certamente contribuito cause più complesse e che ha le sue radici lontane nel tempo. Ma nel momento culminante del suo declino collocabile tra la caduta del Muro ('89) e la vittoria elettorale dell'homo novus berlusconianus ('94) - è indubbio che sia stata la triade referendum-Lega-Mani Pulite a imprimere le spinte decisive al collasso della Repubblica. Senza di esse, e senza la loro interazione nel corso di un quinquennio, probabilmente l'effetto del logoramento politico e istituzionale della Repubblica non sarebbe stato così precipitoso e non avrebbe portato a una svolta così repentina. Del resto, per almeno un decennio, e nonostante tutte le previsioni, la Repubblica era sopravvissuta a governi deboli e a ripetitive formule politiche raffazzonate all'insegna della governabilità nonostante il distacco dei cittadini dalle istituzioni, l'aggravarsi del malfunzionamento dello Stato e l'insopportabile invadenza dei partiti.
Che i radicali con Pannella siano stati tra i protagonisti della svolta della Repubblica che ha portato alla fine della partitocrazia, non è contestabile. Ovviamente non per quel che riguarda l'effetto Lega, bensì per gli altri due fattori - i referendum e Mani Pulite - che hanno provocato il crollo integrandosi e rafforzandosi a vicenda. Se infatti, da un lato, le prove referendarie sono andate creando le condizioni ambientali perché si potesse sviluppare l'azione energica della magistratura, dall'altro il pool di Milano delegittimava la classe politica che non era più in grado di difendere a oltranza quel proporzionalismo che era stato funzionale alla sua autoperpetuazione.
I referendum del '91 e del '93, che sono risultati risolutivi, furono solo i terminali della campagna contro il sistema proporzionale che da tempo i radicali - non da soli ma in prima fila - andavano conducendo. Questi erano profondamente convinti che il sistema politico non si sarebbe sbloccato se non si fosse messo mano alla riforma elettorale, e attraverso essa, si fossero depotenziati i partiti e si fosse facilitato il passaggio da un frammentato pluripartitismo a un bipartitismo polarizzato. La riforma elettorale antiproporzionalista era divenuta, per i radicali, una specie di "madre di tutte le riforme" che compendiava e concludeva oltre alla lotta contro la partitocrazia, anche quella contro la corruzione e contro il consociativismo responsabile della dilatazione della spesa pubblica. Non va dimenticato che, fin da quando all'inizio degli anni ottanta si era cominciato a discutere di riforme costituzionali e istituzionali, Pannella era divenuto l'alfiere del maggioritario-uninominale "secco", all'inglese o all'americana, cioè a un solo turno. In lui, quell'inclinazione non discendeva da preferenze teoriche perché, anzi, la tradizione democratica italiana a cui i radicali si collegavano, era stata nel prefascismo proporzionalista, e anche nel dopoguerra le forze laiche si erano espresse nella stessa direzione, se non altro per ragioni di sopravvivenza. Derivava piuttosto dalla necessità pratico-politica di tagliare l'erba sotto i piedi ai partiti i cui abusi da tempo erano nel mirino dei radicali.
Dopo Luigi Einaudi negli anni quaranta e don Luigi Sturzo alla fine dei cinquanta, erano state poche, e tutte marginali, le personalità che in Italia avevano auspicato l'abbandono della proporzionale e il ritorno al sistema elettorale maggioritario nell'Italietta liberale ante-1919: Giuseppe Maranini, inascoltato precursore della polemica antipartitocratica e, dopo di lui, alcuni rari e isolati politici e studiosi sostenitori di una "nuova Repubblica" 'presidenzialista e maggioritaria, subito bollati come pericolosi reazionari (1). Anche quando Pannella rilanciò quella posizione, venne subito definito come un epigono di una destra non solo contraria alle degenerazioni partitocratiche ma anche ostile agli stessi partiti di massa, considerati l'essenza della democrazia moderna.
La necessità e urgenza della riforma elettorale come leva per rivoltare l'assetto ingessato dei partiti venne avanzata da Pannella--fin dall'84 nella "Commissione parlamentare Bozzi" per le riforme istituzionali che, dopo due anni, si impantanava senza approdare ad alcuna proposta operativa. Da allora il leader radicale intensificò l'agitazione nell'opinione pubblica e la proposizione in Parlamento della riforma elettorale maggioritaria, iniziando nefl'86 con la Lega per l'uninominale che raccolse l'adesione di qualche centinaio di parlamentari, in prevalenza socialisti e democristiani incluso Mario Segni. Segui nell'87, all'apertura della decima legislatura, la presentazione di una proposta di legge sulla "riforma uninominale del sistema elettorale" (2) che immetteva nelle istituzioni un progetto dello stesso tipo. E, dopo un periodo di divaricazione tra i radicali e il gruppo di Mario Segni, appoggiato da "Il Giornale" di Indro Montanelli e Federico Orlando, dovuta sia a ragioni di concorrenza nella leadership che al contrasto su turno unico o doppio, di nuovo i due principali gruppi favorevoli al maggioritario uninominale si trovarono insieme nel momento in cui fu individuato l'opportuno dispositivo referendario per passare dalla teoria alla pratica della battaglia antiproporzionalistica.
Così, quando nel febbraio del '90 un variegato drappello di personalità mise in moto le procedure per attivare tre referendum elettorali - trasformazione della legge del Senato da proporzionale a maggioritaria, introduzione del maggioritario nei comuni, e abolizione delle preferenze multiple -, di esso facevano parte esponenti di diversi schieramenti: democristiani, radicali, verdi, indipendenti di sinistra, liberali,, repubblicani, fucini e aclisti, intellettuali, giuristi e imprenditori (3).
Ma all'interno della coalizione referendaria, il ruolo dei radicali diveniva decisivo in quanto erano stati l'unica minoranza che aveva affinato fin dagli anni settanta la cultura e la pratica dello strumento ' costituzionale che consentiva il ricorso al voto popolare diretto, considerato fattore di destabilizzazione dai maggiori partiti tradizionali.
Con i referendum entrava nella fase definitiva la liquidazione del proporzionalismo con cui veniva smantellata la vecchia politica che aveva retto la Repubblica per mezzo secolo. In particolare era decisiva la riforma elettorale del Senato che era stata originariamente messa a punto dal professor Serio Galeotti ma immediatamente adottata dai pannelliani, ben lieti di passare dal dibattito, non consono alla loro indole, a uno strumento decisionale che tagliava fuori gli equilibrismi parlamentari. A proposito, è significativo quel che agli albori del movimento referendario ha scritto Mario Segni che allora era, al tempo stesso, co-partner e antagonista del leader radicale: "Marco Pannella è dotato di una intelligenza straordinaria. Le sue analisi non sono mai banali. Riesce a cogliere in ogni momento spunti e aspetti che sfuggono a chiunque altro, e a volte avverte con largo anticipo le spinte di fondo della società italiana. Le sue iniziative non sono mai scontate né prevedibili; in molte di esse riversa un pizzico di genialità. Ha il gusto dei grandi temi, il coraggio delle grandi sfide... Tutto questo ne ha fatto un eccezionale protagonista della nostra epoca. A queste doti, purtroppo Pannella unisce una serie di difetti altrettanto straordinari. Anche se non lo confesserà mai, ha una profonda intolleranza culturale. Non ammette correzioni o modifiche, pretende che i suoi progetti vengano accettati in blocco. Considera spesso un dissenso politico come un'offesa personale ... " (4).
Ma, dopo il successo del primo referendum elettorale sulla preferenza unica del '91, la prova che ha dato il colpo di grazia nell'aprile '93 alla proporzionale instaurando parzialmente il maggioritario, non è arrivata senza resistenze. Nel richiamare le diverse fasi di quella che ad oggi rimane l'unica, e incompiuta, trasformazione istituzionale della Repubblica, si colgono quante difficoltà si sono dovute superare e quante azioni politiche sono state necessarie per arrivare al traguardo. Primo: gennaio '90, parte la richiesta di tre referendum elettorali.
Secondo: si raccolgono le cinquecentomila firme.
Terzo: la Corte Costituzionale fa decadere i due referendum più importanti ammettendo solo quello sulla preferenza unica. Quarto: aprile '91, si svolge il solo referendum sulla preferenza unica con una schiacciante vittoria dei "sì". Quinto: sono delineate le condizioni legislative per la riproposizione del referendum sul maggioritario. Sesto: autunno-inverno '92-93, è riproposto il referendum elettorale sul maggioritario con nuova raccolta delle firme. Settimo: falliscono i tentativi parlamentari di eliminare i referendum con accordi legislativi. Ottavo: giugno '93, si tiene il referendum sul Senato con il trionfo del maggioritario. Nono: viene approvata in Parlamento la nuova legge elettorale - Mattarellum - per il 75 % maggioritaria e il 25 % proporzionale.
E l'analisi dei fatti a mettere in evidenza che in tutti i vari passaggi il contributo dei radicali sia stato risolutivo per superare gli ostacoli frapposti al processo riformatore. Certo, la storia non si fa con i "se": e anche nel nostro caso nessuno può asserire che la riforma elettorale, cosi carica di conseguenze per l'intera politica italiana, non vi sarebbe stata o sarebbe stata di altro tipo senza l'impegno di Pannella nei referendum. E' però corretto ricordare che, senza l'ostinazione dei radicali nel perseguire la strategia referendaria per la riforma maggioritaria, il corso degli eventi sarebbe stato sicuramente diverso.
Lo provano alcune considerazioni. In assenza dei radicali non sarebbero state raccolte le firme necessarie per raggiungere il quorum sul. primo pacchetto referendario ('90-91), quando ancora l'iniziativa era minoritaria e in tanti non erano saliti sul bandwagon dei vincitori. Lo stesso referendum del '93, a cui si deve il colpo finale alla proporzionale, non sarebbe stato richiesto senza l'intervento dei radicali, inappagati dal referendum sulla preferenza unica, e senza la pressione di Pannella sulla Corte Costituzionale per farlo ammettere difformemente dalle precedenti decisioni. Infine non va sottovalutato il fatto che in Parlamento, senza una resistenza organizzata, il debole "partito referendario" sarebbe stato battuto sia prima che dopo le prove del ‘91 e del '93, con il prevalere del forte "partito compromissorio" sempre pronto a evitare lo scontro nel paese per scongiurare qualsiasi soluzione traumatica alla crisi del regime.
La corruzione e i suoi antagonisti
L'altra spinta determinante per abbattere il vecchio regime, oltre ai referendum, è venuta dal pool di Milano e dalle altre iniziative giudiziarie nei confronti dei politici. Se il voto referendario è servito per distruggere con il meccanismo proporzionale il potere dei partiti, Mani Pulite ha potuto agire con risolutezza fino a liquidare gran parte della classe dirigente politica solo perché ha operato in un ambiente saturo di domanda di giustizia, divenuta spesso voglia di giustizialismo, proveniente da ogni ambiente sociale contro la corruzione politica dilagante.
Ma questo impulso collettivo, divenuto più intenso alla fine degli anni ottanta, non rappresentava altro che la reazione alla sordità che il mondo politico aveva manifestato per decenni di fronte agli scandali, alle trame e all'affarismo privato da cui era sistematicamente pervaso. In fin dei conti il diffuso piacere di fronte all'abbattersi della mannaia di Mani Pulite sui politici e sui potenti d'ogni risma acquisiva il senso di una compensazione per l'inerzia che aveva dominato per tanto tempo. Come il voto al nord per la Lega e il voto referendario contro i partiti erano, al di là dell'atto specifico, un segno della crescente protesta popolare, così anche la voglia di un generico "nuovo" che facesse piazza pulita di un altrettanto generico "vecchio", trovava soddisfazione nel sostegno all'opera dei magistrati attivatisi per la prima volta contro le malefatte dei politici.
Del resto il pubblico sentimento ostile alla vecchia classe dirigente aveva una ragion d'essere in quella particolare realtà inquinata che si era andata consolidando nella generale indifferenza dei politici. Quasi tutti gli esponenti tradizionali, in misura diversa a seconda dei partiti di appartenenza, o avevano partecipato alla corruzione o erano stati inerti e conniventi di fronte all'avanzare della malaItalia. Erano quindi comprensibili non solo l'approvazione generalizzata per Mani Pulite ma persino le aspettative palingenetiche che investivano i magistrati anticorruzione, tra i quali Antonio Di Pietro che andava assumendo una funzione simbolica.
Anche sotto questo aspetto della lotta alla corruzione i radicali potevano essere considerati una eccezione nel panorama dei partiti che avevano tenuto la scena parlamentare e politica per un quarto di secolo. In tante campagne di "moralizzazione" della vita pubblica, che sarebbe meglio definire di rivalutazione dell'aspetto più "nobile" della politica, si erano trovati in prima fila, spesso da soli e in mezzo all'ostracismo generale. Non a caso in tutta Tangentopoli, sia nazionale che locale, non si era trovata la minima traccia di questa rara specie politica a cui è stato dato l'unanime riconoscimento d'essere rimasta "pulita", "onesta" e dedita a un protagonismo politico completamente disinteressato dal punto di vista personale e privato. Non solo non potevano essere addebitate ai radicali collusioni di qualsivoglia genere, ma veniva loro riconosciuto un ruolo attivo nella lotta al malaffare politico. Difatti gli esponenti della rosa nel pugno avevano fatto oggetto di pubblica denuncia quegli stessi episodi penalmente rilevanti che sarebbero poi emersi nelle istruttorie giudiziarie. Innumerevoli sono state le volte in cui Pannella e i suoi compagni avevano consegnato alle procure della Repubblica esposti-denuncia sugli scandali dei politici di cui è laborioso persino elencare i nomi, le sigle, gli enti e i partiti chiamati in causa: Dall'ENI di Mattei (precursore delle "dazioni" milionarie di Cefis ai partiti e poi di quelle miliardarie degli anni ottanta) agli scandali della pubblica assistenza di Roma (antenati del Mario Chiesa della Baggina), dai finanziamento del petrolio e della chimica (anticipatori della Montedison) alla ricostruzione post-terremoto della Campania (l'affaire di cinquantamila miliardi che fa impallidire le tangenti edilizie milanesi). In tutti questi casi erano sempre stati gli uffici giudiziari, ora osannati dalla pubblica opinione perché finalmente attivi di fronte ai politici, a insabbiare tutto ciò che poteva minimamente avere a che fare con il potere.
Altrettanto singolari e alternativi erano stati i radicali in Parlamento rispetto a quel che già da tempo veniva da loro definito "il regime". Da quando vi avevano fatto ingresso nel '76, e ancor più dopo il successo del '79, si erano sempre schierati all'opposizione sia del potere delle maggioranze governative che del potere dell'opposizione comunista. Quando alla vigilia delle sua elezione a deputato fu chiesto a Leonardo Sciascia che cosa avrebbe fatto una volta varcata la soglia di Montecitorio, non esitò a rispondere: "Quello che faranno tutti i radicali: far funzionare il Parlamento con gli strumenti della denuncia e dell'assillo"; e poi, richiesto a che cosa sarebbe servito un tale atteggiamento, prosegui: "Crescerà una nuova coscienza di opposizione. Questo paese è affamato di opposizione. Comunisti e democristiani non sono semplici alleati: sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri. E' così da trent'anni. E' ora di separare questa complicità reciproca: che ci sia finalmente chi governa da una parte e chi controlla dall'altra" (5).
E’ così che il bilancio delle battaglie parlamentari radicali contro la corruzione e la degenerazione partitocratica, spesso intrecciate con quelle giudiziarie, risultò sostanzioso: Lockeed, Sindona, P2, ENI-Petromin, Guardia di finanza, servizi segreti, Cirino, fondi neri IRI... E sempre incisivo era stato il modo in cui avevano denunciato i mali della società e delle istituzioni, cioè l'intreccio perverso tra interesse pubblico e affari privati, tra potere istituzionale e potere correntizio o di banda. Non avevano però messo l'accento, come nel costume di tanta sinistra, sull'aspetto moralistico delle denunzie o sui presunti complotti delle "forze occulte" che tramavano a scapito dei partiti democratici, bensì avevano puntato il dito sul profondo degrado della democrazia e sul disastroso corrompimento delle istituzioni causato da illegalità e arbitri. Per i radicali, al centro della crisi italiana, non si doveva porre la "questione morale", bensì la "questione democratica" e la "questione istituzionale": non si doveva cioè sostituire una cattiva classe dirigente con un'altra presunta buona, ma occorreva riformare le istituzioni per riportarne il funzionamento effettivo alla lettera delle norme. Non si dovevano invocare governi di presunti "onesti", ma riguadagnare la separazione dei ruoli tra forze politiche al governo e forze politiche all'opposizione.
Questa era la loro diversità che li contrassegnava fortemente ma anche li isolava nell'intero universo politico: e questa anche la ragione per cui non erano mai stati accettati nelle "stanze buone" della politica. Non si erano accontentati di denunziare i singoli scandali ma li avevano, di volta in volta, contemplati in una specie di "quadro ambientale", analogamente a quel che avrebbe successivamente fatto con tanto clamore, sul piano penale, il pool di Milano. Basta qui evocare alcuni esempi: chi ricorda quando il deputato radicale Gianluigi Melega, tra i clamori dell'aula e le violentissime reazioni dei deputati colpiti, definì la Democrazia Cristiana come "un'associacione a delinquere" (6)? Oppure quando nel dibattito sul generale Raffaele Giudice delle Fiamme Gialle, il ministro degli Esteri Andreotti perse le staffe inveendo contro me, allora deputato radicale, che pronunziava un circostanziato j’accuse? (7) o, ancora, quando i comunisti salvarono lo stesso Giulio Andreotti dalle dimissioni (con effetti forse definitivi) richieste dai radicali durante il dibattito conclusivo sul caso Sindona? (8).
La pattuglia radicale si era battuta ininterrottamente contro la corruzione politica: anzi quella battaglia era divenuta una sua evidente caratteristica. Nessuno metteva in dubbio, nel mondo politico come nell'opinione pubblica, che tante iniziative parlamentari, proposte di legge, inchieste, filibustering e interpellanze costituissero l'originale patrimonio radicale senza pari per rigore e disinteresse. I radicali, prima e al di là delle ondate di simpatia e di antipatia che periodicamente riuscivano ad attirare, rimanevano comunque dei politici che non si erano sporcati le mani, che non avevano fatto compromessi di potere e sui quali si poteva contare nei momenti difficili. in cui si rendeva necessaria la difesa dei deboli contro i potenti. Erano divenuti una vera e propria "assicurazione permanente sulla vita della democrazia" (9).
Questa era l'eredità universalmente riconosciuta al movimento radicale allorché la Repubblica dei partiti vacillava e la sua classe dirigente stava avviandosi alla completa delegittimazione.
L'occasione perduta di Pannella
Alla luce della lotta alle degenerazioni partitocratiche e alla corruzione sistematica fin qui descritta, appare del tutto paradossale il ruolo che Marco Pannella esercitò alla testa dei radicali nel quinquennio '89-94 in cui si verifica il crollo della Repubblica dei partiti. Da un lato, con le sue incalzanti iniziative, contribuì ad accelerare la fine dell'ancien régime e, dall'altro, quando questa sopraggiunse, se ne fece sorprendere impreparato. Nel momento della destabilizzazione generale era ipotizzabile che il suo curriculum politico lo avrebbe reso un candidato naturale a posizioni direttive nel nuovo corso, in considerazione del suo ruolo di oppositore del vecchio regime in nome di quei valori e di quegli obiettivi che ormai stavano largamente diffondendosi. E, invece, non è stato per nulla così.
Non c'è chi non abbia riconosciuto le benemerenze di Pannella. Era stato un protagonista eccellente di quella battaglia referendaria per la riforma elettorale in senso uninominale-maggioritario che aveva trovato il punto di arrivo nel referendum del '93 e, poi, nella prova del fuoco nelle elezioni del 27 marzo 1994 con il ribaltamento degli equilibri politici. E con la sua vicenda politica così singolare era in un certo qual modo assimilabile a un dissidente rimasto estraneo al regime. Tutto ciò lo rendeva nella nuova situazione non solo un personaggio popolare, cosa che pure era stato in altri momenti, ma anche un leader politico capace di interpretare le nuove aspirazioni, e quindi potenzialmente in grado di raccogliere un consenso popolare oltre il minoritarismo delle prove elettorali radicali.
Del resto il patrimonio politico del Partito Radicale ne faceva una forza idealmente preparata ad assumere una funzione di primo piano nel momento della svolta. Il liberalismo tornava ad essere di grande attualità dopo la caduta dei miti comunisti e il logoramento di quelli socialdemocratici. E’ vero che quel che tornava in voga era più la retorica che non la sostanza liberale, ma nessuno obiettava che i radicali fossero stati, anche nei periodi più bui, interpreti di un liberalismo, autenticamente riformatore. Le loro parole d'ordine, che non erano state verbose proclamazioni ma sostanza di un'operosa politica, invocavano il federalismo e l'antistatalismo, l'anticorporativismo e l'anticonsociativisino, lo Stato di diritto e la giustizia giusta, la nonviolenza e l'opposizione al potere arbitrario, il libertarismo e il liberismo, obiettivi tutti che non erano più invisi ma in una certa misura divenuti popolari. E dietro ogni slogan erano state messe in moto tante e tali iniziative che erano restate di carattere minoritario se non quando avevano avuto successo con i referendum che avevano consentito a milioni di cittadini di esprimersi direttamente rompendo il diaframma dei partiti. Ma ora, che i diaframmi partitici stavano cadendo pezzo a pezzo, si poteva pensare che la politica radicale, in quanto chiara alternativa al vecchio, avrebbe avuto maggiore fortuna.
Il rilancio radicale di una politica liberale e riformatrice, invece, non si è verificato nella misura che era lecito prevedere. Sono passati alcuni anni dalla caduta del Muro, e nonostante le due consultazioni elettorali ('92 e '94) che hanno rivoluzionato gli equilibri politici non si intravede all'orizzonte alcuna "rivoluzione liberale". I nuovi gruppi - specificamente Forza Italia -, che hanno preteso di rappresentare un movimento liberale di massa, non sono all'altezza della situazione sia per gli obiettivi che si propongono, sia per i gruppi dirigenti di cui dispongono, mentre il Partito Radicale, che fino a ieri era stato il propulsore di iniziative liberalizzatrici, è scomparso e viene messa in dubbio perfino l'influenza politica del suo leader a paragone di quella che aveva avuto nel precedente regime. Eppure Marco Pannella non è certo un pensatore teorico privo della capacità di offrire risposte politiche concrete; eppure non ha peccato di inerzia essendo stato, al contrario, assai fertile d'iniziative originali in tutti i momenti cruciali della recente vita politica; eppure è un personaggio tutt'altro che rassegnato ad amministrare una routine senza creatività e combattività politica.
Prendiamo, ad esempio, la riforma elettorale necessaria per smantellare i vecchi partiti: è indubbio che l'arma referendaria forgiata soprattutto dai radicali sia stata risolutiva. E’ vero che il comportamento di Pannella ha attraversato momenti tortuosi almeno in due fasi. La prima quando Mario Segni e Pietro Scoppola gli chiesero all'inizio di farsi da parte perché la sua presenza sarebbe stata troppo ingombrante (10), e il leader radicale accettò - bon gré, mal gré - di non figurare in prima fila e di abdicare di fatto alla leadership del movimento referendario, sospinto da un misto di orgoglio personale, di generosità politica e forse anche dal non credere fino in fondo al carattere definitivamente rivoluzionante di quei referendum. E la seconda volta, alla riproposizione del nuovo pacchetto referendario nell'estate-autunno '91, allorché si chiuse in un orgoglioso isolamento aderendo solo all'ultimo momento alla testa dei suoi fedelissimi con i "referendum radicali" (droga, finanziamento pubblico, controllo ambientale delle USL), e praticando un separatismo dagli altri gruppi di Mario Segni (COREL) e di Massimo Severo Giannini (CORID) integrati nella comune campagna di rinnovamento referendario (11). Ma, nel complesso, non è in dubbio che i diversi gruppi radicali, pannelliani e non pannelliani, abbiano efficacemente contribuito allo smantellamento del regime, almeno per quel che concerne i meccanismi istituzionali.
Analogo significato di avanguardia politica in funzione di rottura di tabù e pigrizie mentali ebbe la campagna "per la riforma della politica", iniziata con la questione elettorale e che poi sarebbe dovuta proseguire con la riforma costituzionale. Pannella, senza complessi d'essere tacciato da uomo di destra, sollevò la questione dell'elezione diretta dell'esecutivo - di cui il presidenzialismo all'americana è la forma più radicale - insieme a quella del federalismo, quando ancora all'orizzonte non si era profilata l'irruzione di Bossi e l'idea stessa del capo del governo eletto direttamente era confinata nel ghetto delle proclamazioni dell'estrema destra. Tutti questi obiettivi - presidenzialismo, federalismo insieme con l'uninominalismo - furono affermati e riaffermati dal movimento che aveva Pannella come leader durante gli anni settanta e ottanta, molto prima che divenissero passaggi obbligati di quella cultura riformatrice che ha conquistato negli anni novanta alcuni settori di tutte le forze politiche di destra come di sinistra.
Che dire poi dell'esigenza insistentemente sollevata dai radicali di tutelare i diritti individuali e di pretendere il giusto procedimento penale che non prescindesse mai dall'integrale garanzia per l'uomo e il cittadino? Il "caso Tortora" era divenuto, a metà degli anni ottanta, un vero simbolo della più generale battaglia per la "giustizia giusta", che aveva reso i radicali una specie di punto di riferimento obbligato capace di far valere in tutte le direzioni i diritti dei deboli contro gli abusi del potere, fossero essi amministrativi, politici o giudiziari.
In conclusione Pannella e i radicali avevano più d'una ragione per potere passare da quel ruolo minoritario di forza corsara che avevano avuto nella prima Repubblica a perno di uno schieramento liberale fondato sulla difesa dei diritti del cittadino, sullo smantellamento degli abusi e sull'innovazione istituzionale. La cultura politica dominante nell'ancien régime era quella del potere: si poteva ritenere che nel nuovo corso si facesse strada quella cultura delle libertà che in Italia era stata avvilita dalle egemonie cattolica e comunista.
Una ingannevole partitocrazia
Se con il crollo dei partiti era immaginabile che si aprissero nuovi spazi per i radicali, in che modo Pannella era pronto a cogliere l'occasione confrontandosi con più ampi schieramenti politici? E qual era il suo atteggiamento di fronte alla vecchia classe dirigente partitocratica che difendeva fino all'ultimo posizioni di potere? Nel ripercorrere la strategia pannelliana dopo l'89, risaltano alcune contraddizioni tra gli obiettivi che dichiarava di perseguire e gli strumenti che adoperò.
Tentativi di alleanze, intese e rimescolamenti delle carte politiche, il leader radicale ne aveva sempre provocati specialmente nel decennio che precede la svolta. Il progetto di radicalizzare il Partito Socialista facendone il perno di un grande schieramento laico, riformatore e liberal-umanistico era già fallito nell'ultimo anno del governo Craxi (86-87), quando si era andato stringendo quell'accordo di potere con Andreotti conosciuto come il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani). Di quell'esperienza Pannella allora scriveva: "In poco più di tre anni Bettino Craxi svende tutto, proprio tutto: la presidenza della Repubblica, con l'elezione consociativa di Cossiga; il potere locale della sinistra; i principi laici e riformisti, con il "nuovo" vecchissimo e inutile Concordato con la Chiesa; e ben presto la stessa presidenza del Consiglio, con il patto della "staffetta". In trentasei mesi davvero un primato" (12).
Dopo la caduta dell'intesa con i socialisti, venne messo in cantiere l'esperimento del polo laico per forzare i più che mai riluttanti repubblicani e liberali a un rassemblement per le elezioni europee: altro tentativo che si dissolse rapidamente nel gioco delle reciproche furbizie, diffidenze e insofferenza personali prima ancora che politiche. Pannella, quindi, tentò un'altra partita ancora aprendo un confronto con il segretario del Partito Comunista che si stava trasformando in Partito Democratico della Sinistra. Così scriveva in un intervento ne "L'Unità" dal significativo titolo: Io vi dico questo: La Cosa non è solo del PCI: "Caro Occhetto una grande, vera Federazione democratica va ormai concepita, creata, nella quale il PCI - in quanto tale - sia inizialmente una componente essenziale e proniotrice" (13); e ancora: "La nascita di un grande partito della Riforma della politica, delle istituzioni, dei partiti, della società, Riforma democratica del regime partitocratico deve coinvolgere appieno forze socialdemocratiche e forze liberaldemocratiche" (14).
Attraverso intese con i partiti tradizionali oppure con altre iniziative di tipo trasversale, in tutto il periodo di agonia della prima Repubblica, Pannella propose e ripropose senza tregua la formazione di una nuova forza politica per trovare una via d'uscita alla montante palude del regime, sempre però a partire dai pezzi del sistema partitico esistente. Cambiano le parole e cambiano gli interlocutori ma la sostanza delle formule instancabilmente perseguite è la medesima: nell'86 con PSI e PSDI è l'ora della Federazione laico-socialista, nell'89 con PLI e PRI è il Polo o Federazione laica, nel '90 con Occhetto è il momento della Federazione democratica per dar vita al Partito Democratico, nel '90-91 è la Costituente Democratica per riformare i partiti, nel '92 esordiscono le Liste Pannella "per il Partito Democratico", e nel '93 viene lanciato un Manifesto-appello per la Costituente del Partito Democratico; e, ancora nel '95, in una situazione ormai. completamente diversa, viene prima prospettata la Federazione dei riformatori e poi il Partito americano.
Quel che contraddistingue tutte queste prove è però la costante per cui fino al '93 gli interlocutori da convertire alle sue idee, Pannella li sceglie sistematicamente in settori tradizionali del ceto politico, e si chiamano prima Craxi, poi La Malfa, Altissimo e Cariglia, quindi Occhetto, Martelli e Martinazzoli. Anche nelle istituzioni, segue la stessa falsariga quando si fa promotore e grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro prima alla presidenza della Camera e poi alla presidenza della Repubblica, oppure quando sostiene e consiglia da vicino Giuliano Amato, presidente del Consiglio del primo governo "tecnico" di transizione. L'idea che lo muove è che in fondo gli uomini e i partiti della vecchia Repubblica. possono durare indefinitamente e che, quindi, qualsiasi rinnovamento anche radicale deve passare attraverso la loro adesione alle formule innovativi pannelliane, formule che hanno in sé la capacità di riscatto politico. Fino all'avvento del berlusconismo il 27 marzo 1994, Pannella apparentemente non crede che un "nuovo" politico, sostanzialmente diverso dal passato, possa davvero nascere sulle ceneri della prima Repubblica. O, almeno, si comporta come se non ci credesse.
Nel momento in cui comincia a manifestarsi il crollo della Repubblica, prestigio di Pannella, dopo alterne vicende, era molto alto, nonostante la pessima prova elettorale delle liste a lui intitolate che, presentatesi per la prima volta alle elezioni politiche del '92, raccolsero 485. 000 modestissimo voti (1,2 %) con l'elezione di un pugno di deputati. Il punto era che solo in quei mesi l'azione di Mani Pulite diveniva incalzante e non aveva ancora spazzato via l'intera classe dirigente tradizionale insieme con i rispettivi partiti. Alle elezioni di aprile le tre maggiori forze politiche - DC, PDS e PSI - rappresentavano ancora la grande maggioranza (quasi il 60%) dell'elettorato, la Lega "novista" non eleggeva che 55 deputati nel solo nord, e in Parlamento sedevano tranquillamente Craxi, Forlani, Gava, Cirino Pomicino, De Lorenzo e compagnia bella. Occorrerà aspettare due anni con nel frattempo l'introduzione del sistema elettorale maggioritario-uninominale, perché il volto politico del paese e del Parlamento fosse completamente rivoluzionato. In quell'intermezzo, pieno di smarrimento politico, di confusione istituzionale e di protagonismo giudiziario, l'immagine di Pannella risplendeva nuovamente, personificando quella ricca eredità radicale che risplendeva ancor più a fronte della generale degradazione partitica.
Non è un caso che proprio in quella stagione di transizione Pannella cogliesse molti successi. A maggio '92, in un disorientato Parlamento postelettorale, contribuiva decisivamente nell'elezione alle altissime cariche istituzionali di Scalfaro. Entrando per la prima volta a far parte di una maggioranza parlamentare che sosteneva il governo presieduto da Giuliano Amato, era in corsa per divenire ministro e poi commissario italiano alla Comunità europea. Con la sua indomita capacità di convinzione riusciva a fare molti proseliti, tra cui il leader leghista Bossi convertito temporaneamente all'uninominale all'inglese. Pertanto, in quel momento particolarmente felice, quando fu lanciata l'ennesima campagna di iscrizione al Partito Radicale, si trovarono oltre quarantamila cittadini disposti a pagare duecentomila lire per sostenerlo. All'inizio del '93, nel pieno di una stagione di successi, i sondaggi d'opinione registravano un Pannella ancora e nuovamente tra i pochi leader noti e amati del paese. E il sostegno popolare di cui le costose iscrizioni al PR rappresentavano una spia, non era certo dovuto all'incomprensibile progetto transpartitico e transnazionale quanto, piuttosto, alla speranza che un leader e un partito che avevano così limpidamente attraversato in solitudine il malaffare della prima Repubblica potessero, ora che tutto crollava, rappresentare un punto di riferimento nel nuovo ordine che si andava confusamente profilando.
Un acuto commentatore, Ernesto Galli della Loggia, poteva allora scrivere di Pannella: "Incorrotto e incorruttibile, capace di disegni politici vasti e ispirati, oratore popolare di razza, è l'unica cosa nuova che abbia visto la luce a sinistra negli ultimi decenni. Per primo ha capito l'impalcatura classista antindividualista e antioccidentale della sinistra italiana, il nesso tra aspetti oscuri e degenerativi della storia repubblicana e la realtà vera, ma rimossa, del passato fascista e resistenziale della nazione. E’ l'unico politico di sinistra dotato di un'indiscussa capacità legittimatrice" (15).
A considerare le cose a posteriori, quella stagione rappresentò l’ultima occasione per il Marco nazionale di divenire un leader del rinnovamento prima che la Repubblica venisse sommersa da Tangentopoli. Infatti l'influenza esercitata sulla classe politica e il consenso popolare, espresso dalle quarantamila adesioni al Partito Radicale, ebbero una brusca caduta non appena, nell'estate di quell'anno, prese l'iniziativa dei cosiddetti "autoconvocati". Accadde che, con la moltiplicazione dei parlamentari inquisiti, tutto il Parlamento e i singoli eletti fossero progressivamente delegittimati e quindi crescesse nell'opinione pubblica la richiesta del suo scioglimento per arrivare subito a nuove elezioni. A quel punto Pannella assunse invece il ruolo di difensore delle Camere, da lui definite senza mezzi termini "le migliori", divenendo in sostanza una specie di protettore dei parlamentari in carica, la maggior parte dei quali inquisiti. Questi, su iniziativa di Pannella, cominciarono a riunirsi a Montecitorio, autoconvocandosi per contrastare lo scioglimento delle Camere.
E’ utile per capire l'atmosfera di quei giorni e il ruolo di Pannella, far parlare Filippo Ceccarelli, attento cronista del Palazzo: "Adesso i diversi, i reietti stanno a Montecitorio. Fanno anche pena. Bisognava vedere l'ardore spaventato con cui il DC Culicchia uno che l'hanno accusato di omicidio, s'avvicina a Pannella: Marco! Marco! Bisognava saperlo leggere il sorriso di gratitudine di Bonsignore... l'entusiasmo perduto di un Del Pennino; quel lampo di speranza a rischiarare di Pillitteri, Marco lo sa. Marco è pulito, Marco è stato sempre d'altra parte. Però Marco ci aiuta. C'è una nobile coerenza, in questa difesa di gente spaventata, che fino all'altro giorno era più potente di lui, e non gli si mostrava amica. Moltissimi dei 217 appena lo salutavano, ma in cuor loro lo ritenevano un pagliaccio. Poco o nulla ha avuto Pannella dalla partitocrazia. Si può permettere anche questo lusso cavalleresco, non privo di pietas" (16).
Quale fosse la logica di quella iniziativa che raccoglieva i parlamentari che si opponevano allo scioglimento delle Camere, in ragione della loro posizione di fronte alla giustizia, Pannella non è mai riuscito a spiegarlo convincentemente. Al di là delle interpretazioni psicopolitiche, certo è che nel mettere insieme tanti parlamentari del vecchio regime, Pannella doveva pensare che potessero in qualche modo essere utilizzati come una riserva di frammenti dei partiti – dalla DC al PSI, al PLI al PSDI- da cui attingere per tentare un qualche rassemblement sotto la sua direzione. Probabilmente nella convinzione che ancora una volta sarebbe stato possibile, pur nella fase più avanzata della decomposizione del sistema servirsi di una parte dei vecchi quadri partitocratici per una futura operazione politica. E con la presunzione di poter fare opera di redenzione e salvataggio politici anche dei più controversi personaggi, purché si ponessero sotto la protezione dell'immacolata e inattaccabile leadership pannelliana.
Il disegno pero poggiava sul vuoto. E la leadership pannelliana finì per scapitarne e moltissimo perdendo d'un colpo il credito, l'influenza e il potenziale consenso che aveva in precedenza raccolto. Dopo quella spregiudicata iniziativa Pannella, come ha scritto Pierluigi Battista, doveva ancora una volta "ricominciare da zero... Di nuovo al via con pochi mezzi a elemosinare soldi e iscrizioni, firme per i referendum, adesioni alla lista che porta il suo nome" (17). Perciò, quando si presentò all'appuntamento elettorale del 27 marzo 1994 in cui tutte le carte erano radicalmente rimescolate e gli schieramenti totalmente nuovi, Pannella si trovò nudo. Ma, forse, aveva da tempo inconsapevolmente scontato la sua fisiologica incapacità di attrezzarsi adeguatamente per i nuovi tempi.
Note:
(1) Randolfo Pacciardi fonda nel '64 il Movimento per una nuova Repubblica che propone un modello presidenzialista. Negli anni successivi Giuseppe Maranini, insieme a Luigi Astuti, Serio Galeotti, Silvano Tosi e Salvatore Valitutti costituiscono l'Alleanza Costituzionale. Nel '69 il gruppo Europa 70 del DC Bartolo Ciccardini si dichiara favorevole alle elezioni presidenziali dirette e alla riforma elettorale maggioritaria.
(2) Proposta di legge, 2 luglio 1987, a firiììa Pannella, Aglietta, D'Amato, Faccio, Mellini, Modugno, Stanzani Ghedini, Teodori, Vesce e Zevi.
(3) Tra gli originali promotori si annoveravano nove DC (Segni, Ciccardini, Diana, Gottardo, Lipari, Michelini, Riggio, Rivera, Zamberletti), sei radicali (Pannella, Spadaccia, Negri, Calderisi, Rutelli, Teodori), tre verdi (Ceruti, Lanzinger, Scalia), tre indipendenti di sinistra (Bassanini, Gramaglia, Pasquino), due liberali (Biondi, Valitutti), due comunisti (Barbera, Bordon), due repubblicani (Dutto, Gavronsky), esponenti della FUCI e delle ACLI (Ceccanti, Tonini, De Matteo), intellettuali (Scoppola, Galli della Loggia, Monticone, Panebianco, Veca), giuristi (Giannini, Barile, Chimenti) e imprenditori (Baslini, Morganti, Usiglio).
(4) M. Segni, La rivoluzione interrotta, pp. 44-45.
(5) Quando sarò deputato, intervista a Leonardo Sciascia di Paolo Guzzanti, "La Repubblica", 18 maggio 1979.
(6) deputato radicale Gianluigi Melega, in un intervento parlamentare dell'autunno 1979, definisce la DC "associazione a delinquere".
(7) Le Camere processano Andreotti. Solo Teodori è riuscito a farlo adorare. Titolo di prima pagina a sei colonne, "Il Giomale", 22 novembre 1989.
(8) Nella discussione sulle conclusioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sindona tenutasi alla Camera il 4 ottobre 1984, la mozione presentata dai radicali fu respinta solo per il voto di astensione dei deputati del PCI.
(9) Renato Farina a proposito dello sciopero della fame e della sete di Pannella, "Il Giornale", lo ottobre 1995.
(10) Segni, La rivoluzione interrotta, cit., p 68.
(11) Il referendum del CORFL (Comitato per le riforme elettorali Segni) per 1) l'introduzione del sistema maggioritario nell'elezione dei senatori; quelli del CORID (Comitato per le riforme democraticheGiannini) per 2) l'abolizione del potere di nomina del ministro del Tesoro dei vertici bancari, 3) l'abolizione dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno, e 4) l'abolizione del ministero delle PPSS; quelli dei Partito Radicale per 5) la legalizzazione delle droghe leggere, 6) l'abrogazione del finanziamento pubblico e, insieme con gli Amici della terra, per 7) la sottrazione alle USL della tutela dell'ambiente; e inoltre altri 5 referendum dei consigli regionali per l'abolizione di alcuni ministeri.
(12) Un'alleanza all'inglese, intervista di Paolo Pagliaro, "L'Espresso" I , 3 5 marzo 1989.
(13) Marco Pannella, Caro Occhetto, io penso a una federazione democratica, "L'Unità", 15 novembre 1989.
(14) "L'Unità", 13 giugno 1990.
(15) Ernesto Galli della Loggia, "Corriere della Sera", 16 gennaio 19 93.
(16) Filippo Ceccarelli, La vendetta di Marco - Gli ex nemici lo amano, "La Stampa", 24 giugno 1993.
(17) Pierluigi Battista, La rivincita di Marco dal Palazzo alle piazze, "La Stampa", 13 novembre 1993.
Di Massimo Teodori
La svolta e la fine del proporzionalismo
Nel richiamare i tre fattori della svolta, non intendo qui semplificare oltre misura un fenomeno di portata storica come il tramonto di un regime politico a cui hanno certamente contribuito cause più complesse e che ha le sue radici lontane nel tempo. Ma nel momento culminante del suo declino collocabile tra la caduta del Muro ('89) e la vittoria elettorale dell'homo novus berlusconianus ('94) - è indubbio che sia stata la triade referendum-Lega-Mani Pulite a imprimere le spinte decisive al collasso della Repubblica. Senza di esse, e senza la loro interazione nel corso di un quinquennio, probabilmente l'effetto del logoramento politico e istituzionale della Repubblica non sarebbe stato così precipitoso e non avrebbe portato a una svolta così repentina. Del resto, per almeno un decennio, e nonostante tutte le previsioni, la Repubblica era sopravvissuta a governi deboli e a ripetitive formule politiche raffazzonate all'insegna della governabilità nonostante il distacco dei cittadini dalle istituzioni, l'aggravarsi del malfunzionamento dello Stato e l'insopportabile invadenza dei partiti.
Che i radicali con Pannella siano stati tra i protagonisti della svolta della Repubblica che ha portato alla fine della partitocrazia, non è contestabile. Ovviamente non per quel che riguarda l'effetto Lega, bensì per gli altri due fattori - i referendum e Mani Pulite - che hanno provocato il crollo integrandosi e rafforzandosi a vicenda. Se infatti, da un lato, le prove referendarie sono andate creando le condizioni ambientali perché si potesse sviluppare l'azione energica della magistratura, dall'altro il pool di Milano delegittimava la classe politica che non era più in grado di difendere a oltranza quel proporzionalismo che era stato funzionale alla sua autoperpetuazione.
I referendum del '91 e del '93, che sono risultati risolutivi, furono solo i terminali della campagna contro il sistema proporzionale che da tempo i radicali - non da soli ma in prima fila - andavano conducendo. Questi erano profondamente convinti che il sistema politico non si sarebbe sbloccato se non si fosse messo mano alla riforma elettorale, e attraverso essa, si fossero depotenziati i partiti e si fosse facilitato il passaggio da un frammentato pluripartitismo a un bipartitismo polarizzato. La riforma elettorale antiproporzionalista era divenuta, per i radicali, una specie di "madre di tutte le riforme" che compendiava e concludeva oltre alla lotta contro la partitocrazia, anche quella contro la corruzione e contro il consociativismo responsabile della dilatazione della spesa pubblica. Non va dimenticato che, fin da quando all'inizio degli anni ottanta si era cominciato a discutere di riforme costituzionali e istituzionali, Pannella era divenuto l'alfiere del maggioritario-uninominale "secco", all'inglese o all'americana, cioè a un solo turno. In lui, quell'inclinazione non discendeva da preferenze teoriche perché, anzi, la tradizione democratica italiana a cui i radicali si collegavano, era stata nel prefascismo proporzionalista, e anche nel dopoguerra le forze laiche si erano espresse nella stessa direzione, se non altro per ragioni di sopravvivenza. Derivava piuttosto dalla necessità pratico-politica di tagliare l'erba sotto i piedi ai partiti i cui abusi da tempo erano nel mirino dei radicali.
Dopo Luigi Einaudi negli anni quaranta e don Luigi Sturzo alla fine dei cinquanta, erano state poche, e tutte marginali, le personalità che in Italia avevano auspicato l'abbandono della proporzionale e il ritorno al sistema elettorale maggioritario nell'Italietta liberale ante-1919: Giuseppe Maranini, inascoltato precursore della polemica antipartitocratica e, dopo di lui, alcuni rari e isolati politici e studiosi sostenitori di una "nuova Repubblica" 'presidenzialista e maggioritaria, subito bollati come pericolosi reazionari (1). Anche quando Pannella rilanciò quella posizione, venne subito definito come un epigono di una destra non solo contraria alle degenerazioni partitocratiche ma anche ostile agli stessi partiti di massa, considerati l'essenza della democrazia moderna.
La necessità e urgenza della riforma elettorale come leva per rivoltare l'assetto ingessato dei partiti venne avanzata da Pannella--fin dall'84 nella "Commissione parlamentare Bozzi" per le riforme istituzionali che, dopo due anni, si impantanava senza approdare ad alcuna proposta operativa. Da allora il leader radicale intensificò l'agitazione nell'opinione pubblica e la proposizione in Parlamento della riforma elettorale maggioritaria, iniziando nefl'86 con la Lega per l'uninominale che raccolse l'adesione di qualche centinaio di parlamentari, in prevalenza socialisti e democristiani incluso Mario Segni. Segui nell'87, all'apertura della decima legislatura, la presentazione di una proposta di legge sulla "riforma uninominale del sistema elettorale" (2) che immetteva nelle istituzioni un progetto dello stesso tipo. E, dopo un periodo di divaricazione tra i radicali e il gruppo di Mario Segni, appoggiato da "Il Giornale" di Indro Montanelli e Federico Orlando, dovuta sia a ragioni di concorrenza nella leadership che al contrasto su turno unico o doppio, di nuovo i due principali gruppi favorevoli al maggioritario uninominale si trovarono insieme nel momento in cui fu individuato l'opportuno dispositivo referendario per passare dalla teoria alla pratica della battaglia antiproporzionalistica.
Così, quando nel febbraio del '90 un variegato drappello di personalità mise in moto le procedure per attivare tre referendum elettorali - trasformazione della legge del Senato da proporzionale a maggioritaria, introduzione del maggioritario nei comuni, e abolizione delle preferenze multiple -, di esso facevano parte esponenti di diversi schieramenti: democristiani, radicali, verdi, indipendenti di sinistra, liberali,, repubblicani, fucini e aclisti, intellettuali, giuristi e imprenditori (3).
Ma all'interno della coalizione referendaria, il ruolo dei radicali diveniva decisivo in quanto erano stati l'unica minoranza che aveva affinato fin dagli anni settanta la cultura e la pratica dello strumento ' costituzionale che consentiva il ricorso al voto popolare diretto, considerato fattore di destabilizzazione dai maggiori partiti tradizionali.
Con i referendum entrava nella fase definitiva la liquidazione del proporzionalismo con cui veniva smantellata la vecchia politica che aveva retto la Repubblica per mezzo secolo. In particolare era decisiva la riforma elettorale del Senato che era stata originariamente messa a punto dal professor Serio Galeotti ma immediatamente adottata dai pannelliani, ben lieti di passare dal dibattito, non consono alla loro indole, a uno strumento decisionale che tagliava fuori gli equilibrismi parlamentari. A proposito, è significativo quel che agli albori del movimento referendario ha scritto Mario Segni che allora era, al tempo stesso, co-partner e antagonista del leader radicale: "Marco Pannella è dotato di una intelligenza straordinaria. Le sue analisi non sono mai banali. Riesce a cogliere in ogni momento spunti e aspetti che sfuggono a chiunque altro, e a volte avverte con largo anticipo le spinte di fondo della società italiana. Le sue iniziative non sono mai scontate né prevedibili; in molte di esse riversa un pizzico di genialità. Ha il gusto dei grandi temi, il coraggio delle grandi sfide... Tutto questo ne ha fatto un eccezionale protagonista della nostra epoca. A queste doti, purtroppo Pannella unisce una serie di difetti altrettanto straordinari. Anche se non lo confesserà mai, ha una profonda intolleranza culturale. Non ammette correzioni o modifiche, pretende che i suoi progetti vengano accettati in blocco. Considera spesso un dissenso politico come un'offesa personale ... " (4).
Ma, dopo il successo del primo referendum elettorale sulla preferenza unica del '91, la prova che ha dato il colpo di grazia nell'aprile '93 alla proporzionale instaurando parzialmente il maggioritario, non è arrivata senza resistenze. Nel richiamare le diverse fasi di quella che ad oggi rimane l'unica, e incompiuta, trasformazione istituzionale della Repubblica, si colgono quante difficoltà si sono dovute superare e quante azioni politiche sono state necessarie per arrivare al traguardo. Primo: gennaio '90, parte la richiesta di tre referendum elettorali.
Secondo: si raccolgono le cinquecentomila firme.
Terzo: la Corte Costituzionale fa decadere i due referendum più importanti ammettendo solo quello sulla preferenza unica. Quarto: aprile '91, si svolge il solo referendum sulla preferenza unica con una schiacciante vittoria dei "sì". Quinto: sono delineate le condizioni legislative per la riproposizione del referendum sul maggioritario. Sesto: autunno-inverno '92-93, è riproposto il referendum elettorale sul maggioritario con nuova raccolta delle firme. Settimo: falliscono i tentativi parlamentari di eliminare i referendum con accordi legislativi. Ottavo: giugno '93, si tiene il referendum sul Senato con il trionfo del maggioritario. Nono: viene approvata in Parlamento la nuova legge elettorale - Mattarellum - per il 75 % maggioritaria e il 25 % proporzionale.
E l'analisi dei fatti a mettere in evidenza che in tutti i vari passaggi il contributo dei radicali sia stato risolutivo per superare gli ostacoli frapposti al processo riformatore. Certo, la storia non si fa con i "se": e anche nel nostro caso nessuno può asserire che la riforma elettorale, cosi carica di conseguenze per l'intera politica italiana, non vi sarebbe stata o sarebbe stata di altro tipo senza l'impegno di Pannella nei referendum. E' però corretto ricordare che, senza l'ostinazione dei radicali nel perseguire la strategia referendaria per la riforma maggioritaria, il corso degli eventi sarebbe stato sicuramente diverso.
Lo provano alcune considerazioni. In assenza dei radicali non sarebbero state raccolte le firme necessarie per raggiungere il quorum sul. primo pacchetto referendario ('90-91), quando ancora l'iniziativa era minoritaria e in tanti non erano saliti sul bandwagon dei vincitori. Lo stesso referendum del '93, a cui si deve il colpo finale alla proporzionale, non sarebbe stato richiesto senza l'intervento dei radicali, inappagati dal referendum sulla preferenza unica, e senza la pressione di Pannella sulla Corte Costituzionale per farlo ammettere difformemente dalle precedenti decisioni. Infine non va sottovalutato il fatto che in Parlamento, senza una resistenza organizzata, il debole "partito referendario" sarebbe stato battuto sia prima che dopo le prove del ‘91 e del '93, con il prevalere del forte "partito compromissorio" sempre pronto a evitare lo scontro nel paese per scongiurare qualsiasi soluzione traumatica alla crisi del regime.
La corruzione e i suoi antagonisti
L'altra spinta determinante per abbattere il vecchio regime, oltre ai referendum, è venuta dal pool di Milano e dalle altre iniziative giudiziarie nei confronti dei politici. Se il voto referendario è servito per distruggere con il meccanismo proporzionale il potere dei partiti, Mani Pulite ha potuto agire con risolutezza fino a liquidare gran parte della classe dirigente politica solo perché ha operato in un ambiente saturo di domanda di giustizia, divenuta spesso voglia di giustizialismo, proveniente da ogni ambiente sociale contro la corruzione politica dilagante.
Ma questo impulso collettivo, divenuto più intenso alla fine degli anni ottanta, non rappresentava altro che la reazione alla sordità che il mondo politico aveva manifestato per decenni di fronte agli scandali, alle trame e all'affarismo privato da cui era sistematicamente pervaso. In fin dei conti il diffuso piacere di fronte all'abbattersi della mannaia di Mani Pulite sui politici e sui potenti d'ogni risma acquisiva il senso di una compensazione per l'inerzia che aveva dominato per tanto tempo. Come il voto al nord per la Lega e il voto referendario contro i partiti erano, al di là dell'atto specifico, un segno della crescente protesta popolare, così anche la voglia di un generico "nuovo" che facesse piazza pulita di un altrettanto generico "vecchio", trovava soddisfazione nel sostegno all'opera dei magistrati attivatisi per la prima volta contro le malefatte dei politici.
Del resto il pubblico sentimento ostile alla vecchia classe dirigente aveva una ragion d'essere in quella particolare realtà inquinata che si era andata consolidando nella generale indifferenza dei politici. Quasi tutti gli esponenti tradizionali, in misura diversa a seconda dei partiti di appartenenza, o avevano partecipato alla corruzione o erano stati inerti e conniventi di fronte all'avanzare della malaItalia. Erano quindi comprensibili non solo l'approvazione generalizzata per Mani Pulite ma persino le aspettative palingenetiche che investivano i magistrati anticorruzione, tra i quali Antonio Di Pietro che andava assumendo una funzione simbolica.
Anche sotto questo aspetto della lotta alla corruzione i radicali potevano essere considerati una eccezione nel panorama dei partiti che avevano tenuto la scena parlamentare e politica per un quarto di secolo. In tante campagne di "moralizzazione" della vita pubblica, che sarebbe meglio definire di rivalutazione dell'aspetto più "nobile" della politica, si erano trovati in prima fila, spesso da soli e in mezzo all'ostracismo generale. Non a caso in tutta Tangentopoli, sia nazionale che locale, non si era trovata la minima traccia di questa rara specie politica a cui è stato dato l'unanime riconoscimento d'essere rimasta "pulita", "onesta" e dedita a un protagonismo politico completamente disinteressato dal punto di vista personale e privato. Non solo non potevano essere addebitate ai radicali collusioni di qualsivoglia genere, ma veniva loro riconosciuto un ruolo attivo nella lotta al malaffare politico. Difatti gli esponenti della rosa nel pugno avevano fatto oggetto di pubblica denuncia quegli stessi episodi penalmente rilevanti che sarebbero poi emersi nelle istruttorie giudiziarie. Innumerevoli sono state le volte in cui Pannella e i suoi compagni avevano consegnato alle procure della Repubblica esposti-denuncia sugli scandali dei politici di cui è laborioso persino elencare i nomi, le sigle, gli enti e i partiti chiamati in causa: Dall'ENI di Mattei (precursore delle "dazioni" milionarie di Cefis ai partiti e poi di quelle miliardarie degli anni ottanta) agli scandali della pubblica assistenza di Roma (antenati del Mario Chiesa della Baggina), dai finanziamento del petrolio e della chimica (anticipatori della Montedison) alla ricostruzione post-terremoto della Campania (l'affaire di cinquantamila miliardi che fa impallidire le tangenti edilizie milanesi). In tutti questi casi erano sempre stati gli uffici giudiziari, ora osannati dalla pubblica opinione perché finalmente attivi di fronte ai politici, a insabbiare tutto ciò che poteva minimamente avere a che fare con il potere.
Altrettanto singolari e alternativi erano stati i radicali in Parlamento rispetto a quel che già da tempo veniva da loro definito "il regime". Da quando vi avevano fatto ingresso nel '76, e ancor più dopo il successo del '79, si erano sempre schierati all'opposizione sia del potere delle maggioranze governative che del potere dell'opposizione comunista. Quando alla vigilia delle sua elezione a deputato fu chiesto a Leonardo Sciascia che cosa avrebbe fatto una volta varcata la soglia di Montecitorio, non esitò a rispondere: "Quello che faranno tutti i radicali: far funzionare il Parlamento con gli strumenti della denuncia e dell'assillo"; e poi, richiesto a che cosa sarebbe servito un tale atteggiamento, prosegui: "Crescerà una nuova coscienza di opposizione. Questo paese è affamato di opposizione. Comunisti e democristiani non sono semplici alleati: sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri. E' così da trent'anni. E' ora di separare questa complicità reciproca: che ci sia finalmente chi governa da una parte e chi controlla dall'altra" (5).
E’ così che il bilancio delle battaglie parlamentari radicali contro la corruzione e la degenerazione partitocratica, spesso intrecciate con quelle giudiziarie, risultò sostanzioso: Lockeed, Sindona, P2, ENI-Petromin, Guardia di finanza, servizi segreti, Cirino, fondi neri IRI... E sempre incisivo era stato il modo in cui avevano denunciato i mali della società e delle istituzioni, cioè l'intreccio perverso tra interesse pubblico e affari privati, tra potere istituzionale e potere correntizio o di banda. Non avevano però messo l'accento, come nel costume di tanta sinistra, sull'aspetto moralistico delle denunzie o sui presunti complotti delle "forze occulte" che tramavano a scapito dei partiti democratici, bensì avevano puntato il dito sul profondo degrado della democrazia e sul disastroso corrompimento delle istituzioni causato da illegalità e arbitri. Per i radicali, al centro della crisi italiana, non si doveva porre la "questione morale", bensì la "questione democratica" e la "questione istituzionale": non si doveva cioè sostituire una cattiva classe dirigente con un'altra presunta buona, ma occorreva riformare le istituzioni per riportarne il funzionamento effettivo alla lettera delle norme. Non si dovevano invocare governi di presunti "onesti", ma riguadagnare la separazione dei ruoli tra forze politiche al governo e forze politiche all'opposizione.
Questa era la loro diversità che li contrassegnava fortemente ma anche li isolava nell'intero universo politico: e questa anche la ragione per cui non erano mai stati accettati nelle "stanze buone" della politica. Non si erano accontentati di denunziare i singoli scandali ma li avevano, di volta in volta, contemplati in una specie di "quadro ambientale", analogamente a quel che avrebbe successivamente fatto con tanto clamore, sul piano penale, il pool di Milano. Basta qui evocare alcuni esempi: chi ricorda quando il deputato radicale Gianluigi Melega, tra i clamori dell'aula e le violentissime reazioni dei deputati colpiti, definì la Democrazia Cristiana come "un'associacione a delinquere" (6)? Oppure quando nel dibattito sul generale Raffaele Giudice delle Fiamme Gialle, il ministro degli Esteri Andreotti perse le staffe inveendo contro me, allora deputato radicale, che pronunziava un circostanziato j’accuse? (7) o, ancora, quando i comunisti salvarono lo stesso Giulio Andreotti dalle dimissioni (con effetti forse definitivi) richieste dai radicali durante il dibattito conclusivo sul caso Sindona? (8).
La pattuglia radicale si era battuta ininterrottamente contro la corruzione politica: anzi quella battaglia era divenuta una sua evidente caratteristica. Nessuno metteva in dubbio, nel mondo politico come nell'opinione pubblica, che tante iniziative parlamentari, proposte di legge, inchieste, filibustering e interpellanze costituissero l'originale patrimonio radicale senza pari per rigore e disinteresse. I radicali, prima e al di là delle ondate di simpatia e di antipatia che periodicamente riuscivano ad attirare, rimanevano comunque dei politici che non si erano sporcati le mani, che non avevano fatto compromessi di potere e sui quali si poteva contare nei momenti difficili. in cui si rendeva necessaria la difesa dei deboli contro i potenti. Erano divenuti una vera e propria "assicurazione permanente sulla vita della democrazia" (9).
Questa era l'eredità universalmente riconosciuta al movimento radicale allorché la Repubblica dei partiti vacillava e la sua classe dirigente stava avviandosi alla completa delegittimazione.
L'occasione perduta di Pannella
Alla luce della lotta alle degenerazioni partitocratiche e alla corruzione sistematica fin qui descritta, appare del tutto paradossale il ruolo che Marco Pannella esercitò alla testa dei radicali nel quinquennio '89-94 in cui si verifica il crollo della Repubblica dei partiti. Da un lato, con le sue incalzanti iniziative, contribuì ad accelerare la fine dell'ancien régime e, dall'altro, quando questa sopraggiunse, se ne fece sorprendere impreparato. Nel momento della destabilizzazione generale era ipotizzabile che il suo curriculum politico lo avrebbe reso un candidato naturale a posizioni direttive nel nuovo corso, in considerazione del suo ruolo di oppositore del vecchio regime in nome di quei valori e di quegli obiettivi che ormai stavano largamente diffondendosi. E, invece, non è stato per nulla così.
Non c'è chi non abbia riconosciuto le benemerenze di Pannella. Era stato un protagonista eccellente di quella battaglia referendaria per la riforma elettorale in senso uninominale-maggioritario che aveva trovato il punto di arrivo nel referendum del '93 e, poi, nella prova del fuoco nelle elezioni del 27 marzo 1994 con il ribaltamento degli equilibri politici. E con la sua vicenda politica così singolare era in un certo qual modo assimilabile a un dissidente rimasto estraneo al regime. Tutto ciò lo rendeva nella nuova situazione non solo un personaggio popolare, cosa che pure era stato in altri momenti, ma anche un leader politico capace di interpretare le nuove aspirazioni, e quindi potenzialmente in grado di raccogliere un consenso popolare oltre il minoritarismo delle prove elettorali radicali.
Del resto il patrimonio politico del Partito Radicale ne faceva una forza idealmente preparata ad assumere una funzione di primo piano nel momento della svolta. Il liberalismo tornava ad essere di grande attualità dopo la caduta dei miti comunisti e il logoramento di quelli socialdemocratici. E’ vero che quel che tornava in voga era più la retorica che non la sostanza liberale, ma nessuno obiettava che i radicali fossero stati, anche nei periodi più bui, interpreti di un liberalismo, autenticamente riformatore. Le loro parole d'ordine, che non erano state verbose proclamazioni ma sostanza di un'operosa politica, invocavano il federalismo e l'antistatalismo, l'anticorporativismo e l'anticonsociativisino, lo Stato di diritto e la giustizia giusta, la nonviolenza e l'opposizione al potere arbitrario, il libertarismo e il liberismo, obiettivi tutti che non erano più invisi ma in una certa misura divenuti popolari. E dietro ogni slogan erano state messe in moto tante e tali iniziative che erano restate di carattere minoritario se non quando avevano avuto successo con i referendum che avevano consentito a milioni di cittadini di esprimersi direttamente rompendo il diaframma dei partiti. Ma ora, che i diaframmi partitici stavano cadendo pezzo a pezzo, si poteva pensare che la politica radicale, in quanto chiara alternativa al vecchio, avrebbe avuto maggiore fortuna.
Il rilancio radicale di una politica liberale e riformatrice, invece, non si è verificato nella misura che era lecito prevedere. Sono passati alcuni anni dalla caduta del Muro, e nonostante le due consultazioni elettorali ('92 e '94) che hanno rivoluzionato gli equilibri politici non si intravede all'orizzonte alcuna "rivoluzione liberale". I nuovi gruppi - specificamente Forza Italia -, che hanno preteso di rappresentare un movimento liberale di massa, non sono all'altezza della situazione sia per gli obiettivi che si propongono, sia per i gruppi dirigenti di cui dispongono, mentre il Partito Radicale, che fino a ieri era stato il propulsore di iniziative liberalizzatrici, è scomparso e viene messa in dubbio perfino l'influenza politica del suo leader a paragone di quella che aveva avuto nel precedente regime. Eppure Marco Pannella non è certo un pensatore teorico privo della capacità di offrire risposte politiche concrete; eppure non ha peccato di inerzia essendo stato, al contrario, assai fertile d'iniziative originali in tutti i momenti cruciali della recente vita politica; eppure è un personaggio tutt'altro che rassegnato ad amministrare una routine senza creatività e combattività politica.
Prendiamo, ad esempio, la riforma elettorale necessaria per smantellare i vecchi partiti: è indubbio che l'arma referendaria forgiata soprattutto dai radicali sia stata risolutiva. E’ vero che il comportamento di Pannella ha attraversato momenti tortuosi almeno in due fasi. La prima quando Mario Segni e Pietro Scoppola gli chiesero all'inizio di farsi da parte perché la sua presenza sarebbe stata troppo ingombrante (10), e il leader radicale accettò - bon gré, mal gré - di non figurare in prima fila e di abdicare di fatto alla leadership del movimento referendario, sospinto da un misto di orgoglio personale, di generosità politica e forse anche dal non credere fino in fondo al carattere definitivamente rivoluzionante di quei referendum. E la seconda volta, alla riproposizione del nuovo pacchetto referendario nell'estate-autunno '91, allorché si chiuse in un orgoglioso isolamento aderendo solo all'ultimo momento alla testa dei suoi fedelissimi con i "referendum radicali" (droga, finanziamento pubblico, controllo ambientale delle USL), e praticando un separatismo dagli altri gruppi di Mario Segni (COREL) e di Massimo Severo Giannini (CORID) integrati nella comune campagna di rinnovamento referendario (11). Ma, nel complesso, non è in dubbio che i diversi gruppi radicali, pannelliani e non pannelliani, abbiano efficacemente contribuito allo smantellamento del regime, almeno per quel che concerne i meccanismi istituzionali.
Analogo significato di avanguardia politica in funzione di rottura di tabù e pigrizie mentali ebbe la campagna "per la riforma della politica", iniziata con la questione elettorale e che poi sarebbe dovuta proseguire con la riforma costituzionale. Pannella, senza complessi d'essere tacciato da uomo di destra, sollevò la questione dell'elezione diretta dell'esecutivo - di cui il presidenzialismo all'americana è la forma più radicale - insieme a quella del federalismo, quando ancora all'orizzonte non si era profilata l'irruzione di Bossi e l'idea stessa del capo del governo eletto direttamente era confinata nel ghetto delle proclamazioni dell'estrema destra. Tutti questi obiettivi - presidenzialismo, federalismo insieme con l'uninominalismo - furono affermati e riaffermati dal movimento che aveva Pannella come leader durante gli anni settanta e ottanta, molto prima che divenissero passaggi obbligati di quella cultura riformatrice che ha conquistato negli anni novanta alcuni settori di tutte le forze politiche di destra come di sinistra.
Che dire poi dell'esigenza insistentemente sollevata dai radicali di tutelare i diritti individuali e di pretendere il giusto procedimento penale che non prescindesse mai dall'integrale garanzia per l'uomo e il cittadino? Il "caso Tortora" era divenuto, a metà degli anni ottanta, un vero simbolo della più generale battaglia per la "giustizia giusta", che aveva reso i radicali una specie di punto di riferimento obbligato capace di far valere in tutte le direzioni i diritti dei deboli contro gli abusi del potere, fossero essi amministrativi, politici o giudiziari.
In conclusione Pannella e i radicali avevano più d'una ragione per potere passare da quel ruolo minoritario di forza corsara che avevano avuto nella prima Repubblica a perno di uno schieramento liberale fondato sulla difesa dei diritti del cittadino, sullo smantellamento degli abusi e sull'innovazione istituzionale. La cultura politica dominante nell'ancien régime era quella del potere: si poteva ritenere che nel nuovo corso si facesse strada quella cultura delle libertà che in Italia era stata avvilita dalle egemonie cattolica e comunista.
Una ingannevole partitocrazia
Se con il crollo dei partiti era immaginabile che si aprissero nuovi spazi per i radicali, in che modo Pannella era pronto a cogliere l'occasione confrontandosi con più ampi schieramenti politici? E qual era il suo atteggiamento di fronte alla vecchia classe dirigente partitocratica che difendeva fino all'ultimo posizioni di potere? Nel ripercorrere la strategia pannelliana dopo l'89, risaltano alcune contraddizioni tra gli obiettivi che dichiarava di perseguire e gli strumenti che adoperò.
Tentativi di alleanze, intese e rimescolamenti delle carte politiche, il leader radicale ne aveva sempre provocati specialmente nel decennio che precede la svolta. Il progetto di radicalizzare il Partito Socialista facendone il perno di un grande schieramento laico, riformatore e liberal-umanistico era già fallito nell'ultimo anno del governo Craxi (86-87), quando si era andato stringendo quell'accordo di potere con Andreotti conosciuto come il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani). Di quell'esperienza Pannella allora scriveva: "In poco più di tre anni Bettino Craxi svende tutto, proprio tutto: la presidenza della Repubblica, con l'elezione consociativa di Cossiga; il potere locale della sinistra; i principi laici e riformisti, con il "nuovo" vecchissimo e inutile Concordato con la Chiesa; e ben presto la stessa presidenza del Consiglio, con il patto della "staffetta". In trentasei mesi davvero un primato" (12).
Dopo la caduta dell'intesa con i socialisti, venne messo in cantiere l'esperimento del polo laico per forzare i più che mai riluttanti repubblicani e liberali a un rassemblement per le elezioni europee: altro tentativo che si dissolse rapidamente nel gioco delle reciproche furbizie, diffidenze e insofferenza personali prima ancora che politiche. Pannella, quindi, tentò un'altra partita ancora aprendo un confronto con il segretario del Partito Comunista che si stava trasformando in Partito Democratico della Sinistra. Così scriveva in un intervento ne "L'Unità" dal significativo titolo: Io vi dico questo: La Cosa non è solo del PCI: "Caro Occhetto una grande, vera Federazione democratica va ormai concepita, creata, nella quale il PCI - in quanto tale - sia inizialmente una componente essenziale e proniotrice" (13); e ancora: "La nascita di un grande partito della Riforma della politica, delle istituzioni, dei partiti, della società, Riforma democratica del regime partitocratico deve coinvolgere appieno forze socialdemocratiche e forze liberaldemocratiche" (14).
Attraverso intese con i partiti tradizionali oppure con altre iniziative di tipo trasversale, in tutto il periodo di agonia della prima Repubblica, Pannella propose e ripropose senza tregua la formazione di una nuova forza politica per trovare una via d'uscita alla montante palude del regime, sempre però a partire dai pezzi del sistema partitico esistente. Cambiano le parole e cambiano gli interlocutori ma la sostanza delle formule instancabilmente perseguite è la medesima: nell'86 con PSI e PSDI è l'ora della Federazione laico-socialista, nell'89 con PLI e PRI è il Polo o Federazione laica, nel '90 con Occhetto è il momento della Federazione democratica per dar vita al Partito Democratico, nel '90-91 è la Costituente Democratica per riformare i partiti, nel '92 esordiscono le Liste Pannella "per il Partito Democratico", e nel '93 viene lanciato un Manifesto-appello per la Costituente del Partito Democratico; e, ancora nel '95, in una situazione ormai. completamente diversa, viene prima prospettata la Federazione dei riformatori e poi il Partito americano.
Quel che contraddistingue tutte queste prove è però la costante per cui fino al '93 gli interlocutori da convertire alle sue idee, Pannella li sceglie sistematicamente in settori tradizionali del ceto politico, e si chiamano prima Craxi, poi La Malfa, Altissimo e Cariglia, quindi Occhetto, Martelli e Martinazzoli. Anche nelle istituzioni, segue la stessa falsariga quando si fa promotore e grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro prima alla presidenza della Camera e poi alla presidenza della Repubblica, oppure quando sostiene e consiglia da vicino Giuliano Amato, presidente del Consiglio del primo governo "tecnico" di transizione. L'idea che lo muove è che in fondo gli uomini e i partiti della vecchia Repubblica. possono durare indefinitamente e che, quindi, qualsiasi rinnovamento anche radicale deve passare attraverso la loro adesione alle formule innovativi pannelliane, formule che hanno in sé la capacità di riscatto politico. Fino all'avvento del berlusconismo il 27 marzo 1994, Pannella apparentemente non crede che un "nuovo" politico, sostanzialmente diverso dal passato, possa davvero nascere sulle ceneri della prima Repubblica. O, almeno, si comporta come se non ci credesse.
Nel momento in cui comincia a manifestarsi il crollo della Repubblica, prestigio di Pannella, dopo alterne vicende, era molto alto, nonostante la pessima prova elettorale delle liste a lui intitolate che, presentatesi per la prima volta alle elezioni politiche del '92, raccolsero 485. 000 modestissimo voti (1,2 %) con l'elezione di un pugno di deputati. Il punto era che solo in quei mesi l'azione di Mani Pulite diveniva incalzante e non aveva ancora spazzato via l'intera classe dirigente tradizionale insieme con i rispettivi partiti. Alle elezioni di aprile le tre maggiori forze politiche - DC, PDS e PSI - rappresentavano ancora la grande maggioranza (quasi il 60%) dell'elettorato, la Lega "novista" non eleggeva che 55 deputati nel solo nord, e in Parlamento sedevano tranquillamente Craxi, Forlani, Gava, Cirino Pomicino, De Lorenzo e compagnia bella. Occorrerà aspettare due anni con nel frattempo l'introduzione del sistema elettorale maggioritario-uninominale, perché il volto politico del paese e del Parlamento fosse completamente rivoluzionato. In quell'intermezzo, pieno di smarrimento politico, di confusione istituzionale e di protagonismo giudiziario, l'immagine di Pannella risplendeva nuovamente, personificando quella ricca eredità radicale che risplendeva ancor più a fronte della generale degradazione partitica.
Non è un caso che proprio in quella stagione di transizione Pannella cogliesse molti successi. A maggio '92, in un disorientato Parlamento postelettorale, contribuiva decisivamente nell'elezione alle altissime cariche istituzionali di Scalfaro. Entrando per la prima volta a far parte di una maggioranza parlamentare che sosteneva il governo presieduto da Giuliano Amato, era in corsa per divenire ministro e poi commissario italiano alla Comunità europea. Con la sua indomita capacità di convinzione riusciva a fare molti proseliti, tra cui il leader leghista Bossi convertito temporaneamente all'uninominale all'inglese. Pertanto, in quel momento particolarmente felice, quando fu lanciata l'ennesima campagna di iscrizione al Partito Radicale, si trovarono oltre quarantamila cittadini disposti a pagare duecentomila lire per sostenerlo. All'inizio del '93, nel pieno di una stagione di successi, i sondaggi d'opinione registravano un Pannella ancora e nuovamente tra i pochi leader noti e amati del paese. E il sostegno popolare di cui le costose iscrizioni al PR rappresentavano una spia, non era certo dovuto all'incomprensibile progetto transpartitico e transnazionale quanto, piuttosto, alla speranza che un leader e un partito che avevano così limpidamente attraversato in solitudine il malaffare della prima Repubblica potessero, ora che tutto crollava, rappresentare un punto di riferimento nel nuovo ordine che si andava confusamente profilando.
Un acuto commentatore, Ernesto Galli della Loggia, poteva allora scrivere di Pannella: "Incorrotto e incorruttibile, capace di disegni politici vasti e ispirati, oratore popolare di razza, è l'unica cosa nuova che abbia visto la luce a sinistra negli ultimi decenni. Per primo ha capito l'impalcatura classista antindividualista e antioccidentale della sinistra italiana, il nesso tra aspetti oscuri e degenerativi della storia repubblicana e la realtà vera, ma rimossa, del passato fascista e resistenziale della nazione. E’ l'unico politico di sinistra dotato di un'indiscussa capacità legittimatrice" (15).
A considerare le cose a posteriori, quella stagione rappresentò l’ultima occasione per il Marco nazionale di divenire un leader del rinnovamento prima che la Repubblica venisse sommersa da Tangentopoli. Infatti l'influenza esercitata sulla classe politica e il consenso popolare, espresso dalle quarantamila adesioni al Partito Radicale, ebbero una brusca caduta non appena, nell'estate di quell'anno, prese l'iniziativa dei cosiddetti "autoconvocati". Accadde che, con la moltiplicazione dei parlamentari inquisiti, tutto il Parlamento e i singoli eletti fossero progressivamente delegittimati e quindi crescesse nell'opinione pubblica la richiesta del suo scioglimento per arrivare subito a nuove elezioni. A quel punto Pannella assunse invece il ruolo di difensore delle Camere, da lui definite senza mezzi termini "le migliori", divenendo in sostanza una specie di protettore dei parlamentari in carica, la maggior parte dei quali inquisiti. Questi, su iniziativa di Pannella, cominciarono a riunirsi a Montecitorio, autoconvocandosi per contrastare lo scioglimento delle Camere.
E’ utile per capire l'atmosfera di quei giorni e il ruolo di Pannella, far parlare Filippo Ceccarelli, attento cronista del Palazzo: "Adesso i diversi, i reietti stanno a Montecitorio. Fanno anche pena. Bisognava vedere l'ardore spaventato con cui il DC Culicchia uno che l'hanno accusato di omicidio, s'avvicina a Pannella: Marco! Marco! Bisognava saperlo leggere il sorriso di gratitudine di Bonsignore... l'entusiasmo perduto di un Del Pennino; quel lampo di speranza a rischiarare di Pillitteri, Marco lo sa. Marco è pulito, Marco è stato sempre d'altra parte. Però Marco ci aiuta. C'è una nobile coerenza, in questa difesa di gente spaventata, che fino all'altro giorno era più potente di lui, e non gli si mostrava amica. Moltissimi dei 217 appena lo salutavano, ma in cuor loro lo ritenevano un pagliaccio. Poco o nulla ha avuto Pannella dalla partitocrazia. Si può permettere anche questo lusso cavalleresco, non privo di pietas" (16).
Quale fosse la logica di quella iniziativa che raccoglieva i parlamentari che si opponevano allo scioglimento delle Camere, in ragione della loro posizione di fronte alla giustizia, Pannella non è mai riuscito a spiegarlo convincentemente. Al di là delle interpretazioni psicopolitiche, certo è che nel mettere insieme tanti parlamentari del vecchio regime, Pannella doveva pensare che potessero in qualche modo essere utilizzati come una riserva di frammenti dei partiti – dalla DC al PSI, al PLI al PSDI- da cui attingere per tentare un qualche rassemblement sotto la sua direzione. Probabilmente nella convinzione che ancora una volta sarebbe stato possibile, pur nella fase più avanzata della decomposizione del sistema servirsi di una parte dei vecchi quadri partitocratici per una futura operazione politica. E con la presunzione di poter fare opera di redenzione e salvataggio politici anche dei più controversi personaggi, purché si ponessero sotto la protezione dell'immacolata e inattaccabile leadership pannelliana.
Il disegno pero poggiava sul vuoto. E la leadership pannelliana finì per scapitarne e moltissimo perdendo d'un colpo il credito, l'influenza e il potenziale consenso che aveva in precedenza raccolto. Dopo quella spregiudicata iniziativa Pannella, come ha scritto Pierluigi Battista, doveva ancora una volta "ricominciare da zero... Di nuovo al via con pochi mezzi a elemosinare soldi e iscrizioni, firme per i referendum, adesioni alla lista che porta il suo nome" (17). Perciò, quando si presentò all'appuntamento elettorale del 27 marzo 1994 in cui tutte le carte erano radicalmente rimescolate e gli schieramenti totalmente nuovi, Pannella si trovò nudo. Ma, forse, aveva da tempo inconsapevolmente scontato la sua fisiologica incapacità di attrezzarsi adeguatamente per i nuovi tempi.
Note:
(1) Randolfo Pacciardi fonda nel '64 il Movimento per una nuova Repubblica che propone un modello presidenzialista. Negli anni successivi Giuseppe Maranini, insieme a Luigi Astuti, Serio Galeotti, Silvano Tosi e Salvatore Valitutti costituiscono l'Alleanza Costituzionale. Nel '69 il gruppo Europa 70 del DC Bartolo Ciccardini si dichiara favorevole alle elezioni presidenziali dirette e alla riforma elettorale maggioritaria.
(2) Proposta di legge, 2 luglio 1987, a firiììa Pannella, Aglietta, D'Amato, Faccio, Mellini, Modugno, Stanzani Ghedini, Teodori, Vesce e Zevi.
(3) Tra gli originali promotori si annoveravano nove DC (Segni, Ciccardini, Diana, Gottardo, Lipari, Michelini, Riggio, Rivera, Zamberletti), sei radicali (Pannella, Spadaccia, Negri, Calderisi, Rutelli, Teodori), tre verdi (Ceruti, Lanzinger, Scalia), tre indipendenti di sinistra (Bassanini, Gramaglia, Pasquino), due liberali (Biondi, Valitutti), due comunisti (Barbera, Bordon), due repubblicani (Dutto, Gavronsky), esponenti della FUCI e delle ACLI (Ceccanti, Tonini, De Matteo), intellettuali (Scoppola, Galli della Loggia, Monticone, Panebianco, Veca), giuristi (Giannini, Barile, Chimenti) e imprenditori (Baslini, Morganti, Usiglio).
(4) M. Segni, La rivoluzione interrotta, pp. 44-45.
(5) Quando sarò deputato, intervista a Leonardo Sciascia di Paolo Guzzanti, "La Repubblica", 18 maggio 1979.
(6) deputato radicale Gianluigi Melega, in un intervento parlamentare dell'autunno 1979, definisce la DC "associazione a delinquere".
(7) Le Camere processano Andreotti. Solo Teodori è riuscito a farlo adorare. Titolo di prima pagina a sei colonne, "Il Giomale", 22 novembre 1989.
(8) Nella discussione sulle conclusioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sindona tenutasi alla Camera il 4 ottobre 1984, la mozione presentata dai radicali fu respinta solo per il voto di astensione dei deputati del PCI.
(9) Renato Farina a proposito dello sciopero della fame e della sete di Pannella, "Il Giornale", lo ottobre 1995.
(10) Segni, La rivoluzione interrotta, cit., p 68.
(11) Il referendum del CORFL (Comitato per le riforme elettorali Segni) per 1) l'introduzione del sistema maggioritario nell'elezione dei senatori; quelli del CORID (Comitato per le riforme democraticheGiannini) per 2) l'abolizione del potere di nomina del ministro del Tesoro dei vertici bancari, 3) l'abolizione dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno, e 4) l'abolizione del ministero delle PPSS; quelli dei Partito Radicale per 5) la legalizzazione delle droghe leggere, 6) l'abrogazione del finanziamento pubblico e, insieme con gli Amici della terra, per 7) la sottrazione alle USL della tutela dell'ambiente; e inoltre altri 5 referendum dei consigli regionali per l'abolizione di alcuni ministeri.
(12) Un'alleanza all'inglese, intervista di Paolo Pagliaro, "L'Espresso" I , 3 5 marzo 1989.
(13) Marco Pannella, Caro Occhetto, io penso a una federazione democratica, "L'Unità", 15 novembre 1989.
(14) "L'Unità", 13 giugno 1990.
(15) Ernesto Galli della Loggia, "Corriere della Sera", 16 gennaio 19 93.
(16) Filippo Ceccarelli, La vendetta di Marco - Gli ex nemici lo amano, "La Stampa", 24 giugno 1993.
(17) Pierluigi Battista, La rivincita di Marco dal Palazzo alle piazze, "La Stampa", 13 novembre 1993.
Marco Pannella, un eretico liberale nella crisi della repubblica
Di Massimo Teodori
Epilogo: un eretico liberale
Un handicap storico
La parabola di Pannella tra la fine della prima Repubblica e i conati di un nuovo regime che non vede ancora la luce, sospinge a interrogarci sulle ragioni per le quali in Italia stenti ad affannarsi una politica liberale. Per trovare una risposta, è opportuno partire dalla constatazione che la democrazia liberale, nel senso di concreta realizzazione e non di postulato teorico, dopo essere stata soffocata per un trentennio dalla partitocrazia, non è fiorita neppure nella nuova era di Berlusconi e D'Alema, di Fini e Prodi, di Dini, Di Pietro e Scalfaro. Occorre prendere atto come dopo il 27 marzo 1994 i gruppi e i leader più autenticamente rappresentativi delle istanze liberali abbiano continuato a non avere fortuna, sia che si collochino nel centrodestra sia che provengano dal centrosinistra o che rifiutino di schierarsi all'interno delle due coalizioni.
Del resto il minoritarismo liberale non è nel nostro paese una novità. Anche nel quarantennio repubblicano, i diversi gruppi riconducibili alla matrice liberale sono stati tutti relegati ai margini politici. L'ala liberaldemocratica del Partito d'Azione, raccolta intorno alla rivista "Lo Stato Moderno" di Mario Paggi, è scomparsa ben presto insieme a tutto l'azionismo. Alla Costituente i revenant liberali del prefascismo - Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti - non hanno inciso in profondità nella progettazione degli ordinamenti costituzionali. A Luigi Einaudi si deve la prima importante liberalizzazione dell'economia nel dopoguerra che tuttavia si è arrestata già nella seconda metà degli anni cinquanta. Anche Ugo La Malfa è riuscito a operare nella stessa direzione soltanto con la liberalizzazione degli scambi in periodo centrista, mentre non ha svolto un'analoga funzione quando dagli anni sessanta ha guidato il Partito Repubblicano.
Il gruppo del "Mondo" ha avuto sì il grande merito di tener viva la cultura politica liberale e di avanzare proposte conseguenti durante la radicalizzazione della guerra fredda, ma non è riuscito a incidere politicamente allorché i suoi maggiori esponenti sono entrati direttamente in lizza con il primo Partito Radicale rapidamente dissoltosi alla costituzione del centro-sinistra. Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, vessilliferi dell'antifascismo liberale e libertario fortemente conflittuale con quello comunista, si sono interessati di libertà della cultura e della sua difesa dagli autoritarismi di sinistra e di destra. Singole personalità hanno avuto un posto significativo nella polemica pubblicistica ma non hanno pesato in politica: don Luigi Sturzo è stato emarginato dai suoi stessi amici democristiani e cattolici; Gaetano Salvemini prima, e Ernesto Rossi poi, hanno avuto grande vigore ma solo come polemisti; Altiero Spinelli si è concentrato nella costruzione della federazione europea. E il Partito Liberale di Malagodi non è riuscito a essere, pur da una sponda conservatrice, molto più di un satellite della Democrazia Cristiana in funzione difensiva degli interessi particolari difficilmente definibili liberali.
Iu questo sfondo, l'azione di rilegittimazione di un'attiva politica liberale, a cui Pannella ha dato corpo per trent'anni, è stata condotta con tratti del tutto singolari. Non ha preso le mosse dalla cultura e dalla teoria politica per divenire azione, ma, al contrario, si è espressa nel momento operativo. Si è dispiegata dal particolare al generale dando luogo a campagne, senza la pretesa di inquadrare singole battaglie e proteste o specifici obiettivi in una visione sistematica della trasformazione liberale del mondo e della società. In un ambiente altamente ideologizzato e segnato da culture politiche totalizzanti, quali per tanti aspetti sono state la comunista e la cattolica, queste iniziative politiche si sono segnalate piuttosto per la programmatica frammentarietà, apparentemente priva di una strategia d'insieme. Anche nei contenuti, oltre che nel modo d'essere, il liberalismo di Pannella si è presentato in maniera eccentrica rispetto alle più affermate tradizioni politiche italiane. E’ stato estraneo al moderatismo con cui frequentemente i politici liberali. prima e dopo il fascismo, hanno annacquato il loro credo. Lo si poteva definire un liberalismo riformatore, perché non si è adeguato allo status quo ma conteneva in sé l'urgenza di nuovi istituti di libertà; e lo si poteva considerare come liberalismo di sinistra, nel senso di non essere conservatore. pur rifiutando gli atteggiamenti corrivi nei confronti delle teorie e pratiche illiberali della sinistra marxista, comunista e socialista. Ancora, è stato indenne dal virus del trasformismo che in Italia ha permanentemente minato la sinistra, il centro e la destra, rendendole così simili tra loro.
Ma l'ispirazione pannelliana è stata connotata anche da un'altra dimensione, assai singolare in Italia, consistente in una eticità laica tendente a proiettare nella politica la finalità suprema dell'esistenza umana. A questo aspetto originario della sua personalità deve essere ricondotto l'innesto, sul classico troncone liberalriforinatore, della disobbedienza civile secondo una tradizione propria del libertarismo anglosassone nel quale la luce della verità interiore è superiore a qualsiasi legge positiva e quindi legittima la resistenza al potere ingiusto.
Questo inedito liberalismo radicale espresso da Pannella, sotto forma di originale cocktail ideale e politico, con ingredienti da religione civile e con una particolare attenzione ai diversi e marginali, ha fatto irruzione sulla scena italiana suscitando forti contrasti nelle forze politiche tradizionale di sinistra come di destra, tutte attraversate da una profonda resistenza all'innovazione illiberale. Per questo il leader riformatore, durante tutta la prima Repubblica, è stato condizionato da quell'handicap storico che non ha mai consentito a gruppi e a leader liberali di poter svolgere altro ruolo che non fosse episodico e marginale. E a nulla sono valse le sue brillanti doti pratico-politiche di cui pure è abbondantemente fornito: la sviluppatissima propensione all'azione, l'intelligenza del momento, l'abilità manovriera e un'attitudine antielitaria, ingredienti tutti che ne hanno fatto un politico di razza adatto alla mischia.
Pertanto, in presenza di tutti gli equilibri politici succedutisi in un terzo di secolo - il centro-sinistra, compromesso storico e l'intesa democristianosocialista - le campagne radicali sono rimaste un'eccezione mal tollerata in mezzo al dominio generalizzato della partitocrazia trasformistica. Alla fine però hanno avuto l'effetto di reintrodurre nell'orizzonte italiano un germe di liberalismo che era quasi scomparso o che allignava solo nella sfera intellettuale e di sollecitare gli elementi più sensibili di tutti i partiti, a cominciare dal PCI e dalla DC, sulle questioni del diritto, della legalità costituzionale, della laicità dello Stato e dell'espansione delle libertà e dei diritti individuali.
Simili obiettivi risultavano ostici ai più perché ritenuti estranei agli interessi e ai bisogni popolari. Gran parte della classe dirigente partitica, in ragione della sua cultura o per indifferenza, non mostrava particolare sensibilità per la difesa e lo sviluppo dei diritti dell'individuo, facendo piuttosto riferimento al solidarismo e al corporativismo di gruppo, di categoria e comunque di entità organizzate. Non è un caso che il divorzio e l'aborto siano stati avversati a lungo in quanto diritti "borghesi", considerati indifferenti per le masse; e che nelle procedure di giustizia e nei rapporti con la pubblica amministrazione sia stato attribuito scarso valore alle garanzie individuali rimesse in primo piano dai radicali rispetto agli aspetti contenutistici della giustizia e alle protezioni dello Stato per gruppi organizzati, invocati dalla forze cosiddette "democratiche".
L'isolamento dei radicali è derivato anche dal loro ostinato richiamo alla Costituzione scritta, alla sua lettera più che alla sua interpretazione, mentre l'arco delle forze cosiddette "antifasciste" che si definiva "costituzionale", ha legittimato una Costituzione materiale la cui interpretazione ha consentito ogni tipo di deviazione nell'azione di governo. nei compiti del Parlamento e negli abusi perpetrati dalla nomenclatura partitica. E, quando il regime stava andando verso il definitivo logoramento, non hanno esitato a pronunziarsi - senza timore di essere confusi con la destra - a favore di una profonda revisione della Costituzione in senso presidenzialista secondo un'antica ricetta liberaldemocratica, che nel dopoguerra aveva avuto i maggiori sostenitori in Piero Calamandrei e Leo Valiani, e che era stata costantemente esorcizzata dalle sinistre e dai cattolici come plebiscitaria.
La singolarità radicale nella prima Repubblica è stata universalmente avvertita da simpatizzanti e antipatizzanti, dagli amici che ne apprezzavano la qualità e dagli avversari che ne sentivano il fastidio. I conservatori e i progressisti hanno visto un che di eretico da osteggiare perfino nei loro atteggiamenti in politica estera per il fatto di essere stati atlantici e non neutralisti, allineati con le tesi disarmiste americane e inglesi, ma pur sempre nel quadro della fedeltà occidentale, in contrapposizione al pacifismo e al terzomondismo dei comunisti, socialisti e cattolici. E perché non hanno esitato a definirsi filoamericani e filoisraeliani in ragione della natura liberaldemocratica dei regimi di quei paesi.
Ma, alla fine, la solitaria traversata radicale della prima Repubblica sotto la guida di Pannella, ha dato i suoi frutti. Il vessillo del liberalismo è stato nuovamente innalzato se pure in forme eretiche, e intorno ad esso si è nuovamente cominciato a organizzare il dissenso nei confronti di una democrazia che andava perdendo i connotati liberali per assumere quelli di un regime omologato negli istituti e nei comportamenti. In breve, se alla fine degli anni cinquanta la politica liberale si stava avviando alla completa scomparsa, dopo trent'anni si è dovuto prendere atto che, con le campagne radicali, è stata rianimata. Settori sia pure minoritari della classe dirigente ne sono stati influenzati se non conquistati, e nel più vasto orizzonte popolare sono circolati, soprattutto con le campagne referendarie, atteggiamenti, progetti e obiettivi a lungo rimossi dai partiti di massa.
Gruppo del dissenso o liberalizzazione del sistema?
La formazione di un piccolo ma agguerrito partito del dissenso liberale - il Partito Radicale - era stata originariamente dovuta alla mancanza di un'efficace politica liberale in tutto l'arco delle forze italiane. Anche volendo procedere per campagne su singoli obiettivi, Pannella aveva dovuto dar vita a un centro organizzato che fosse riconosciuto come il motore politico e ideale e fungesse come memoria collettiva delle diverse iniziative. All'origine del Partito Radicale nella versione pannelliana degli anni sessanta, c'era quindi, ancora prima di un'esigenza organizzativa, una questione d'identità politica sia rispetto agli altri partiti laici e riformatori che nei confronti degli avversari comunisti e cattolici. Inoltre una centrale partitica d'opposizione liberale, per quanto piccola e anomala fosse, doveva fungere da raccordo politico-organizzativo tra le varie azioni guerrigliere intraprese contro il sistema dei partiti tradizionali.
E’ vero che molte delle battaglie su singoli obiettivi erano condotte all'insegna di sigle particolari - la Lega per l'istituzione del divorzio (LID), il Movimento di liberazione della donna (MLD) e il Centro informazione sterilizzazione e aborto (CISA), il Fronte unitario omosessuali rivoluzionari italiani (FUORI) e la Lega obiettori di coscienza (LOC) -, ma al centro di ciascuno di quei gruppi si collocavano sempre quadri provenienti dal nucleo radicale. Basta ricordare che i leader delle maggiori campagne per i diritti civili - Mellini e Pannella per il divorzio, Spadaccia, Faccio e Bonino per l'aborto, Cicciomessere per gli obiettori di coscienza, Pezzana per gli omosessuali - sono divenuti, tutti o quasi, parlamentari della rosa nel pugno e responsabili di primissimo piano di partito.
L'esigenza di un'autonoma organizzazione politica derivava dal fatto che negli anni settanta anche per settori di altri partiti il PR rappresentava la speranza di una politica diversa, nei contenuti non meno che nel metodo. Da diverse prospettive si guardava ai radicali come a un gruppo capace di rigenerare quella politica liberale che non era perseguibile attraverso i partiti tradizionali per i numerosi vincoli e condizionamenti imposti dal sistema. Specialmente dall'interno del Partito Socialista e, in misura minore, del Partito Liberale e dell'arcipelago della Nuova Sinistra, si riconosceva la loro insostituibile funzione nella difesa dei diritti individuali e delle minoranze; e di conseguenza costituivano un punto di riferimento per i liberalriformatori presenti in altre formazioni che, volendo essere coerenti con le proprie idee, potevano collegarsi alle iniziative del PR, pur rimanendo nei rispettivi partiti.
Anche nel decennio successivo, dopo l'affare Moro e la fine dell'unità nazionale, quando il regime stava disgregandosi con la definitiva involuzione istituzionale e morale, il Partito Radicale ha continuato a costituire un punto di riferimento per quanti ritenevano che senza una riforma della politica non ci sarebbe stata alcuna riforma liberale dello Stato. Fino alla stagione dei referendum elettorali del '91, e del '93, quando ha preso corpo la coalizione con Segni e con i riformatori cattolici, laici e comunisti, quasi soltanto la minoranza radicale indicava nelle riforme elettorale e istituzionale la chiave di volta per interrompere il circuito perverso della corruzione sistemica e dell'inesorabile lievitazione della spesa pubblica. Se negli anni sessanta e settanta il Partito Radicale aveva funzionato da propellente per restituire alla politica i diritti individuali vecchi e nuovi, così nel decennio successivo, Pannella ha individuato il nesso tra consociativismo e sistema elettorale e ha rotto il tabù dell'intangibilità costituzionale, indicando l'urgenza di una riorganizzazione della forma di governo e della forma dello Stato.
Quel piccolo gruppo del dissenso liberale, costituitosi quando l'Italia uscendo dal centrismo si avviava al centro-sinistra, è divenuto così nel corso di un trentennio molto più largo e articolato della fase iniziale. Anche perché i tanti cittadini che partecipavano e sostenevano i nuovi movimenti per i diritti civili erano portati, prima o dopo, a identificarsi nel comune sentire che cresceva intorno al PR, un partito che ha finito per divenire un punto di riferimento fisso nella dinamica, temporalmente e tematicamente cangiante, delle singole iniziative.
Ma la crescita di quell'esperienza è avvenuta in diretta relazione - se pure in termini antagonistici quasi come un controveleno - al regime dei partiti. Al suo crollo, le nuove forze apparse sulla scena politica e quelle vecchie in trasformazione, hanno fatto credere di collocarsi tutte all'interno della riconversione liberale del sistema, allineandosi, almeno nelle intenzioni declamate, con gli obiettivi di quella riforma politica liberale che i radicali avevano cominciato ad agitare da tempo. Berlusconi dichiarava che Forza Italia sarebbe stato un partito liberale di massa. Fini e D'Alema si impegnavano a rendere, rispettivamente, Alleanza Nazionale e il Partito Democratico della Sinistra, due partiti compatibili con il sistema liberaldemocratico. E tutti i vari gruppi moderati, del centrodestra come del centrosinistra, riconoscevano giunta l'ora di allineare la democrazia italiana al circuito europeo.
Si poteva allora ritenere che nell'intero sistema politico fosse in corso una generalizzata liberalizzazione e che, con essa, cadessero anche le ragioni del dissenso che avevano relegato Pannella in posizione marginale. Dal momento che tutti si dichiaravano liberali e che il crollo dei partiti aveva comunque provocato una certa apertura, poteva divenire superflua la persistenza di una forza liberale minoritaria come il PR che aveva avuto il compito di tenere in vita istanze disconosciute; e si poteva supporre che colui che era stato un eccentrico capotribù che aveva condotto una guerriglia contro eserciti regolari, potesse affermare la sua leadership su un'area più larga di quella radicale passando alla guida di nuovi più corposi soggetti politici.
Questi i presupposti su cui è maturato l'incontro con Berlusconi e il tentativo di Pannella di influenzare Forza Italia, proseguito per tutto il '94 durante il governo di centrodestra. Dopo un biennio rimane, però, qualche dubbio sull'efficacia del progetto teso a utilizzare il movimento berlusconiano e a farne un veicolo della trasformazione liberale del paese. Pannella è, si, rimasto fedele a se stesso mantenendo le sue stelle polari politiche - la riforma istituzionale, il risanamento finanziario con la restaurazione del mercato attraverso il liberismo, il garantismo e le libertà civili - senza mai accondiscendere alle pratiche del nuovo moderatismo del centrodestra, ma pochi o nulli sono stati i risultati effettivamente conseguiti, pur in una situazione che teoricamente poteva essergli favorevole. Di più, la navigazione a vista del vascello corsaro di Pannella, un po' all'interno delle acque territoriali berlusconiane e un po' in mare aperto, con il quale doveva essere, e sollecitata non importa da quale orizzonte, l’aggregazione di altri natanti, non ha in definitiva prodotto un allargamento della Bottiglia liberale disponibile a essere guidata in nuove impegnative battaglie.
Il leader delle battaglie liberali e radicali, dopo la rottura della continuità politica e la scomparsa di buona parte dei suoi vecchi compagni, nel triennio '92-95 in cui si sono verificati profondi sommovimenti, non ha compiuto grandi passi in avanti. Non è divenuto un ascoltato primattore della compagnia berlusconiana, né un riferimento di quella vasta arca di eterodossi che, rifiutata la singolare polarizzazione all'italiana, non si sono riconosciuti nel centrodestra ma neppure nel centrosinistra. Quando nella nuova stagione ha voluto imporre tenti liberali, è dovuto ricorrere a quella stessa arma referendaria eccezionale che aveva usato come grimaldello per il regime partitico. Nonostante il gran vigore politico, -Pannella si è trovato politicamente ancora più isolato di quanto lo fosse nel vecchio regime partitocratico. I suoi sforzi titanici e la sua indomita tenacia per muovere l'intero universo politico, e per condizionare i vincenti e spronare i perdenti, non ha prodotto effetti significativi. Guardando le cose a posteriori, si deve prendere atto del paradosso per cui in regime democratico-illiberale la sua funzione, sia pure di dissenso e antidoto, era largamente riconosciuta, mentre in regime postpartitocratico la sua iniziativa è divenuta ancora più ostica.
A questo punto il mio ragionamento resterebbe sospeso se non tentassi, nelle pagine finali, una qualche spiegazione di questo paradosso, pur senza voler pretendere di dire una parola definitiva. In cosa davvero consiste e perché si verifica la divaricazione tra la ragionevole bontà delle cause politiche, così consonanti con tanta diffusa aspirazione di libertà e di liberazione, e le difficoltà di Pannella ad affermare una politica liberale?
Il deficit di cultura politico liberale
Una possibile risposta esplicativa al quesito del come mai Pannella sia rimasto sostanzialmente estraneo al nuovo corso del paese e, quindi, non sia riuscito a guidarne la trasformazione, sta nella permanenza di quelle ragioni oggettive. storiche e culturali, per le quali in Italia non c'è mai stato gran spazio per una politica liberale e per autentici leader liberali. Questi hanno rappresentato sempre e solo una minoranza critica, specialmente nell'ultimo mezzo secolo dopo il fascismo quando si e sviluppata la società di massa.
Secondo questa linea interpretativa anche Pannella, ultimo interprete eterodosso della tradizione liberale, ha assolto durante il regime dei partiti un ruolo molto simile a quello dei suoi predecessori, se pure con una più lunga durata e una maggiore e diversa incisività politica. In un contesto partitico democratico ma con tratti illiberali, come quelli che hanno dominato nell'età repubblicana, l'esponente riformatore non ha potuto che fare la parte del dissenziente, anzi del dissenziente per eccellenza, avendo dinanzi a sé una politica solitamente omologata e interamente appiattita nella gestione del potere costituito, sia da parte delle maggioranze che delle opposizioni. Quanto più i comunisti, i socialisti e i laici sono divenuti, nella pratica politica, simili ai democristiani, tanto più le campagne radicali hanno assunto il significato, non già di una contrapposizione politica, ma di un vero e proprio dissenso rispetto al regime offrendo il destro ad ancoraggi compensativi per le cattive coscienze dei politici integrati. In sostanza la battaglia liberale di Pannella ha giganteggiato nella prima Repubblica poiché ha assunto lo stesso valore delle rivendicazioni dei diritti umani e civili avanzate da un dissidente sovietico in epoca brezneviana. Se poi è vero che il crollo dei partiti non ha provocato un'effettiva rottura con il passato, se ne deve concludere che non si è verificato alcun riallineamento dell'Italia alle liberaldemocrazie europee, e rimane un miraggio l'eliminazione dei tratti illiberali del suo regime politico. Questa sostanziale continuità con la vecchia partitocrazia conferma che l'ostilità al liberalismo, che affonda le radici nella mancanza della riforma protestante e dello sviluppo capitalistico-borghese, domina tuttora nella nuova fase di sviluppo del paese.
Chi, dunque, come Pannella è portatore di valori e proposte liberali, ben diversi dalle retoriche proclamazioni di liberalismo, seguita a rappresentare una posizione fortemente anomala e destinata a rimanere isolata. Le forze che si proclamano liberali sono fintamente tali in quanto esprimono, come in passato, trasformismo e moderatismo. La stessa liberalizzazione del sistema è solo presunta, perché continuano a prevalere i poteri forti, sia di natura partitica interessati al proprio consolidamento più che all’affermazione di determinate idee sia di natura economica, massmediologica e burocratica, i quali tutti impediscono l'affermazione del regno del diritto e dei diritti. In tale contesto di continuità con il passato, sarebbe stata singolare l'affermazione, e non già la marginalizzazione, di un leader sui generis come Pannella. Ne consegue che anche nell'era postpartitocratica egli non può che svolgere il medesimo ruolo di dissidente che ha svolto nella partitocrazia; e che è illusorio ritenere possibile una qualche importante affermazione liberale nelle istituzioni, nella società e in politica, al di là di una determinata soglia bassa che ne segna irrimediabilmente il destino minoritario.
Una diversa interpretazione, analoga ma speculare rispetto alla precedente, fa riferimento non già ai caratteri oggettivi della tradizione storica italiana, bensì ai limiti soggettivi della cultura politica di Pannella. La sua forza, durante la prima Repubblica, è stata quella dell'uomo d'azione che, diversamente da altri esponenti liberali, ha saputo, con una spiccata intelligenza del momento, inserire negli interstizi del regime cunei che ne hanno in particolari momenti incrinato la compattezza. Il leader riformatore è un pragmatico sorretto da una fortissima spinta all'azione, ma difetta delle capacità culturali di inquadrare le singole iniziative di guerriglia in una più ampia e profonda visione della trasformazione sociale e istituzionale. Ha si dimostrato una grande abilità nella parte distruttiva dell'opera politica, in ciò facilitato dalla omogeneità dell'intera vecchia classe politica; ma, una volta crollata questa e giunta l'ora di passare alla parte costruttiva, non è riuscito ad avere una visione complessiva di quel che significasse l'innovazione liberale e quali strumenti occorressero per la sua attivazione. Al massimo ha proposto una sommatoria di battaglie e di obiettivi quali i pacchetti referendari che, non a caso, hanno solo un'efficacia abrogativa ma non sono adatti a esprimere un progetto positivo. La vera carenza di Pannella, venuta in luce nell'era postdemocristiana, sarebbe dunque la sua insufficiente cultura politica liberale, fino a oggi mascherata dalla continua tensione attivistica e dal carisma dai tratti demagogici.
Per essere il leader di un progetto di trasformazione liberale, quale quello necessario dopo la fine della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista e il drastico ridimensionamento del PCI-PDS, sono invece necessarie qualità diverse da quelle fin qui messe in evidenza da Pannella. Occorrono un progetto e una strategia a lungo termine che prevedano dimensioni economiche oltre che istituzionali, alleanze politiche e sociali oltre che intese personali, e una direzione politica di lungo corso che richiede doti diverse da quelle sufficienti per azioni corsare. Se per condurre una campagna su un determinato obiettivo può bastare un combattente solitario che ha individuato il punto debole degli avversari, diverso è il caso di un progetto di più ampio respiro che richiede non solo brillanti intuizioni soggettive ma anche una squadra provvista di una comune cultura politica sotto una sapiente direzione e la capacità di giocare una lunga partita su un ampio fronte.
Sarebbero dunque queste inadeguatezze di cultura politica ad aver relegato Pannella ai margini della nuova stagione. Il suo liberalismo eretico è stato efficace fin quando si è trattato di colpire improvvisamente avversari particolarmente vulnerabili, ma è divenuto inadeguato nel momento in cui si rende necessario un disegno generale di trasformazione per adeguare l'Italia alle democrazie occidentali.
I paradossi del superego
Una diversa ipotesi per spiegare le difficoltà in cui Marco Pannella è incorso in passato, e continua a incorrere dopo il '94, fa ricorso agli errori che sarebbero indotti dalla sua stessa indole. Non sarebbero tanto le ragioni storiche e ambientali della politica italiana a ostacolare l’affermazione di una politica liberale sotto la sua leadership, e neppure le sue deficienze politico-culturali soggettive, quanto piuttosto le pulsioni esistenziali che interverrebbero continuamente a condizionare l'efficacia della sua azione politica: a ogni successo politico corrisponderebbe, come in un double face, un errore che tende ad annullare gli effetti.
Con parole di verità, al momento della morte di Leonardo Sciascia, Pannella ha scritto: "Con Leonardo, ci lascia e mi lascia la sola persona presso la quale sono accorso, sicuro di poterlo, per prendere consiglio, e seguirlo, nei momenti più difficili della mia vita ... " (1). In quel "la sola persona presso la quale sono accorso", si scorge una chiave del rapporto politico di Pannella con il prossimo. La sua straordinaria volontà, associata alla grande capacità di intervento, che lo ha reso per trent'anni un instancabile protagonista della scena italiana, è stata contrassegnata da una sorta di sfida prometeica della persona che ritiene di avere in sé la forza di muovere non importa quali uomini e cose senza dovere ricorrere a nessun aiuto di altri. Per questa ragione, nel corso del tempo, è stato portato a servirsi prevalentemente di strumenti politici plasmati quali appendici ed espansioni della sua persona, fonte ultima d'ogni legittimità, e ha detestato qualsiasi organismo che richiedesse mediazioni con altri soggetti.
In tal senso, ha vissuto l'azione politica come la forma più nobile di realizzazione della sua stessa personalità, fortissima e strabordante: e attraverso essa ha tracimato in tutte le direzioni, ha tentato di sedurre ogni genere di interlocutore e ha ritenuto possibile superare qualsiasi ostacolo. Non ha esitato a sostenere le tesi più contraddittorie, sicuro di poterle motivare con una prorompente dialettica: ad esempio, ha più volte ripetuto che nella politica radicale potevano riconoscersi anche i "veri comunisti", i "veri socialisti", i "veri cattolici" e i "veri liberali" e che egli rappresentava in pieno la maggioranza dei missini che avevano votato nei referendum sul divorzio e sull'aborto, quasi a volere indicare che la sua ricchezza politica interiore fosse tale che in essa potevano ritrovarsi anche valori diversi e contrapposti ai suoi, purché espressi con autenticità.
Non c'è stata persona, quale ne fosse la qualità, l'attività, la condizione e l'intenzione, che Pannella non abbia ritenuto possibile guadagnare alla buona politica con il suo intervento al momento giusto: il peggiore criminale poteva divenire un ottimo militante, gli interessi privati del parlamentare incriminato potevano essere trasformati in obiettivi pubblici e democratici, e una qualsiasi Cicciolina alla ricerca di successo commerciale poteva essere utilizzata come una credibile propagandista del verbo radicale. Questa dilatata consapevolezza delle sue potenzialità personal-politiche ha fatto si che Pannella considerasse se stesso un leader adatto a intervenire in qualsivoglia situazione e una specie di redentore politico investito di una missione salvifica rispetto a qualsiasi essere umano, non importa da quale ambigua situazione provenisse.
Un tale interventismo, che non ha mancato di produrre successi politici e di aprire la strada a incontri fortunati ma erratici sul fronte liberale-radicale-libertario, ha però avuto l'effetto di alimentare equivoci e illusioni. Il leader radicale è stato indotto a interpretare la solidarietà che suscitava con il suo rigore, e la simpatia umana che inevitabilmente raccoglieva, come affermazioni della sua linea politica. L'indubbio ascendente personale che ha esercitato non solo verso i sui adepti ma anche nei confronti degli avversari e degli osservatori, gli ha fatto credere che dietro la sua leadership si raccogliessero uomini e forze la cui adesione era invece del tutto effimera, e che le sue battaglie liberali fossero accettate anche da quanti ne restavano sostanzialmente estranei, pur se episodicamente davano da intendere il contrario.
Un'altra qualità pannelliana il cui rovescio ha finito per annullare gli effetti positivi del dritto, è stata la grande capacità di mobilitare energie che, però, si è di frequente risolta in una successiva disgregazione del potenziale raccolto. La storia delle campagne ad hoc e l'evoluzione del Partito Radicale presentano una singolare alternanza di fortunati momenti di aggregazione intorno a determinati obiettivi e di altrettante fasi di dispersione delle energie precedentemente messe insieme. E’ indubbio che il fascino pannelliano abbia in alcuni momenti fatto presa su fasce di popolazione ben al di là dei ristretti gruppi politicizzati. Lo dimostrano, solo per richiamare alcuni casi, le masse mobilitate dalla Lega per il divorzio alla fine degli anni sessanta, il consenso elettorale alle liste radicali del '79, le migliaia di cittadini accorsi a più riprese nelle campagne referendarie, le iscrizioni al Partito Radicale in risposta agli appelli dell'86 e del '93 e le firme per le dimissioni del presidente Scalfaro nel '96. In tutte quelle occasioni, dietro la battaglia liberale di Pannella, si è raggruppata una notevole quantità di gente con un risultato di partecipazione organizzata straordinaria se messa a confronto con l'asfittica attrazione politica nella prima Repubblica. Ma, all'indomani di ogni mobilitazione, Pannella non ha saputo o, meglio, non ha voluto consolidare in strutture politiche il rapporto tra leadership e sostenitori, passando da un consenso per così dire plebiscitario a una forma di democrazia partitica. Anzi è sembrato che temesse fortemente quello sviluppo organizzato che avrebbe comportato il passaggio dalla gestione carismatica a esplicite regole di funzionamento non solo formalmente esaltate ma sostanzialmente rispettate all'interno di un partito o di un raggruppamento che andasse al di là di strutture personalmente controllate. Poi, nell'ultimo decennio, in Pannella si è fatta ancora più determinata la spinta alla disgregazione sistematica che ha avuto il suo acme nell'annullamento dello stesso Partito Radicale.
Il motivo per cui gran parte delle iniziative suscitate da Pannella non ha superato la fase minoritaria non sta quindi solo nei loro contenuti presunti impopolari. Vi ha contribuito anche la sua avversione per qualsiasi movimento che trovasse in se stesso, e non solo nell'impulso del capo, la forza di svilupparsi con un autonomo gruppo dirigente e strutture tali da conservare e trasmettere una memoria collettiva. Non è stato solo il paventato timore della burocratizzazione a sospingere il leader radicale nell'atteggiamento distruttivo, ma ha influito ancor più l'impulso ricorrente a eliminare le creature politiche a cui egli stesso aveva dato vita, e il sostanziale disinteresse per la costruzione di istituzioni politiche volte a incanalare il nuovo liberalismo radicale.
Come estrema conseguenza di tale condotta si deve da ultimo accennare alla scelta di Pannella, accentuatasi con il tempo, di avvalersi di strumenti politici esclusivamente conformi alle sue volontà del momento, nel rifiuto di organizzare una forza adeguata agli ambiziosi obiettivi politici pur di volta in volta indicati. Delle vicende radicali si è già scritto: qui va solo ribadito che il PR ha costituito l’unico esperimento di struttura politica altra da sé che abbia resistito per un lungo periodo al ciclo costruttivo-distruttivo di Pannella. A un certo punto però anch'essa è stata travolta, così come erano state abbandonate o erano fallite tutte le intese e le alleanze tentate nella prima Repubblica e, poi, nella più recente stagione postpartitocratica.
Certo, può essere un caso, più che una scelta, il fatto che Pannella non sia riuscito a stringere solidi legami politici, a formare raggruppamenti o movimenti che coinvolgessero aree più vaste dei suoi adepti, e che quando questi limiti venivano superati, quelle imprese politiche venivano subito abbandonate. Certo, l'interruzione delle alleanze tentate con settori socialisti o laici, con il mondo verdeecologista e con i vari segmenti liberali-hhertari, e con i nuovi soggetti emersi nel '94, può essere attríbuita a insormontabíli dissonanze politiche. Ogni interpretazione è opinabile. Quel che invece non può esserlo, è la presa d'atto della sua volontà, al terfníne di un lungo itinerario, di avvalersi di un movimento personalízzato, intitolato a se stesso, che si basa su militanti che non possono che comportarsi da seguaci e rifarsi ad altra regola che non sia la buona esecuzione degli indirizzi del capo.
Dopo il '94, e questa volta a un grado più spinto che in passato, il leader rifonnatore ha confermato la sua radicale opzione per una azione solitaria alla testa di un piccolo movimento, nella convinzione che in tal modo potesse disporre di maggiore forza politica e di migliori opportunità di alleanze. Al momento, però, in termini clí affermazione liberale. non sembra che la via intrapresa si sia rivelata fertile l'approdo finale di Pannefia al movimento Pannella non esalta con la personalizzazione le speranze liberali ma piuttosto ne traccia i confini. Come un potente fascio di energia che, invece di proiettare luce su un'ampia radura in ombra, cortocircuita con se stesso provocando tuoni e lampi, di grande intensità si, ma destinati a scaricarsi in un attimo.
Un carisma a doppio taglio
Volendo tirare le somme, quella dell'ultimo Marco Pannella è una storia che mette in evidenza, oltre alla forza politica dell'eretico e del dissenziente, anche il limite di una leadership carismatica esercitata sul fronte liberale innovativo all'interno di un sistema politico tradizionale privo di grandi tensioni ideali. E’ indubbio che in Pannella ci sia l'impronta di quel che Max Weber chiamava il carisma (2): la si vede nella convinzione e nella coscienza con cui conduce le sue azioni e in quel particolare quid personale che si manifesta specialmente con il potere della parola. In Occidente, in questo secolo, sono diversi i capi carismatici che hanno imposto fino in fondo i propri personali progetti lasciando una traccia indelebile. Ma per ciascuno di essi, citando solo i più famosi, l'affermazione è stata sempre legata al determinarsi di una situazione straordinaria: all'identificazione con i destini nazionali in momenti drammatici (De Gaulle e Churchill), al compimento di una rivoluzione violenta (Lenin), all'instaurazione di una dittatura (Mussolini e Hitler) o, anche, all'organizzazione di una coalizione politica per compiere una rivoluzione democratica attraverso le leve del potere esecutivo (F.D. Roosevelt).
Nessuna di queste situazioni, o di altre di simile portata, si intravede all'orizzonte del nostro paese. Perciò un movimento iperpersonalizzato come quello pannelliano, tutto costruito intorno alla potenza del carisma e non sorretto dall'istituzionalizzazione culturale e organizzativa, appare anacronistico, perché o è troppo piccolo o è troppo grande rispetto ai compiti odierni di una politica liberale. Troppo piccolo, perché inidoneo a organizzare le forze liberali che ormai sono diffuse, anche se disperse, nell'intera società. Troppo grande, perché nell'Italia d'oggi non sono in causa né destini d'identificazione nazionale, né volontà rivoluzionarie, né vocazioni autoritarie. Quel che invece appare più che mai necessario è quella trasformazione liberale, da molti invocata ma da pochissimi perseguita, di cui Pannella è stato per trent'anni uno dei pochi veicoli in grado di procedere sui binari della politica senza mai essere arrestato dalle avversità.
Ma si deve prendere atto che, nel momento decisivo della crisi della Repubblica, il grande dissenziente con un piccolo movimento non è divenuto il leader liberale con un grande seguito. A ciò possono aver contribuito diverse ragioni: dall'ambiente che in Italia continua ad essere ostile al liberalismo alle carenze soggettive di cultura politica, fino agli errori personali indotti da un'indole troppo concentrata su se stessa. Qui, al termine della riflessione, dopo avere portato tutti gli elementi di conoscenza di cui disponevo ed avere esposto quelle che mi sono sembrate le argomentazioni più attendibili, per quel che mi riguarda non intendo tirare una conclusione, preferendo lasciare al lettore l'opportunità di farsi una sua personale opinione.
Una cosa, però, voglio dire: la vera sfida che Pannella ha ancora davanti a sé non sta tanto nell'ottenere l'altrui riconoscimento, che sembra costantemente ricercare pur non avendone alcun bisogno, ma nel riuscire a interpretare la propria leadership in maniera adeguata ai nuovi compiti. Non è più tempo di eroici dissidenti solitari, ma di leader federatori capaci di raggruppare ed esprimere tutte le forze disperse interessate alla innovazione liberale. In questa luce, agli ostacoli insiti nella tradizione politica italiana si aggiungono quelli che Pannella porta dentro di sé, che appartengono alla sua natura e alla sua storia. Verrebbe voglia di osservare che il peggiore nemico di Pannella è Pannella medesimo.
Note:
(1) Con Leonardo di Marco Pannella, Notizie Radicali, 20 novembre 1989, poi in A. Maori, Leonardo Sciascia, elogio dell'eresia, p. 148.
(2) P. Rossi (a cura di), M. Weber, Economia e società; per una discussione semplice ma rigorosa del tema vedi: L. Cavai, Carisma. La qualità straordinaria del leader.
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